Fini salva la sua segretaria fannullona dalla Corte dei Conti

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini ha alzato uno scudo civile simile a quello previsto dal lodo Alfano per il governo per proteggere la sua segretaria e altri 16 dipendenti della Camera dei deputati dalla procura generale della Corte dei Conti. Il 9 aprile scorso infatti il viceprocuratore generale della sezione giurisdizionale per il Lazio della Corte dei Conti aveva scritto al segretario generale della Camera, Ugo Zampetti, per ottenere informazioni dettagliate sui 17 furbetti di Montecitorio che avevano usato irregolarmente i propri badge risultando presenti al lavoro anche quando se ne stavano a casa o in vacanza. La procura della Corte dei Conti aveva infatti intenzione di aprire un fascicolo sui 17 per responsabilità amministrativa per danno erariale. I fannulloni di Montecitorio erano stati pizzicati nel gennaio scorso proprio dalla segreteria generale della Camera dei deputati a cui erano giunte alcune denunce anonime. Con alcuni controlli a campione all’inizio erano stati identificati 15 dipendenti che utilizzavano irregolarmente i badge di entrata risultando presenti anche quando erano assenti ore. Tutti erano stati sospesi dal servizio e denunciati alla procura della Repubblica di Roma dalla stessa amministrazione di Montecitorio, dove è stato aperto dal pm Ilaria Calò un fascicolo di reato ipotizzando la truffa aggravata ai danni dello Stato. Unica concessione ai dipendenti, fino all’esito della vicenda penale, il mantenimento dello stipendio sia pure in misura ridotta di un terzo. Successivamente si è scoperto che altri due dipendenti avevano compiuto le stesse irregolarità dei 15, e la notizia (subito segretata) ha creato più di un imbarazzo a Montecitorio. Perché nell’elenco finale figurava anche Orietta Di Mario, componente della segreteria del presidente della Camera, da lunghi anni dipendente dell’istituzione e da molti di più conosciuta da Fini, essendo stata la Di Mario segretaria dell’ex deputato missino Alfredo Pazzaglia, scomparso nel 1997 (ed eletto nel Csm dal 1994). Naturalmente l’indiscrezione sulla segretaria del presidente pizzicata insieme agli altri fannulloni è passata di bocca in bocca fra i dipendenti gran lavoratori del palazzo, che sono la schiacciante maggioranza. Ma si è cercato di blindare la notizia all’interno del corpo, proprio per non creare problemi al presidente della Camera, che in ogni caso anche per la Di Mario ha chiesto si procedesse con la denuncia alla procura come per tutti gli altri (non ci sarebbe stata alternativa). Nelle indagini interne si è poi fatta anche luce sul meccanismo utilizzato dai fannulloni per gabbare l’ufficio del personale di Montecitorio. Sono stati utilizzati- non si sa con quanta consapevolezza del reato che si stava commettendo- alcuni ex dipendenti della Camera ormai andati in pensione. Per pratiche amministrative varie e per diritto a loro è concesso l’ingresso nel palazzo, ma prima di entrare raccoglievano il badge dalle mani dei colleghi fannulloni che risultavano in uscita, e timbravano facendo certificare così un fasullo immediato ingresso, come fossero solo andati in pausa caffè al di fuori delle mura di Montecitorio. Di fronte al fascicolo della procura (che il 24 maggio scorso ha depositato tutti gli atti di fine indagine preparandosi a chiedere il rinvio a giudizio dei 17) la procura generale della Corte dei Conti del Lazio si è mossa come in mille altri casi. Ma si è trovata un muro di fronte. Curiosamente è stato lo stesso Fini a svolgere in ufficio di presidenza della Camera una luna e dotta dissertazione giuridica, zeppa di pronunce della Corte Costituzionale, per spiegare che la Corte dei Conti deve ritirarsi in buon ordine e che né la sua segretaria né i suoi colleghi fannulloni possono essere chiamati a risarcire un solo centesimo all’erario. “Alla Camera dei deputati”, ha esordito Fini, “è riconosciuta autonomia finanziaria e contabile, come affermato dalla consolidata giurisprudenza della Corte costituzionale. In tale quadro la Camera è titolare di una dotazione finanziaria sulla cui gestione gli altri poteri non possono in alcun modo esercitare forme di sindacato”. Insomma, la “dotazione è mia e guai a chi me la tocca”, anche se quei soldi vengono direttamente dalle tasche- e dalle tasse- di tutti gli italiani. Ma che c’entra l’immunità per la segretaria di Fini e i suoi colleghi? C’entra: “Dai suddetti principi della Corte Costituzionale”, ha continuato il presidente dell’assemblea di Montecitorio, “discende che i dipendenti della Camera dei deputati sono sottratti alla giurisdizione contabile della Corte dei Conti anche con riferimento al giudizio di responsabilità per danno erariale”. Dunque, cari magistrati contabili, giù le zampe dai portafogli della segretaria di Fini e colleghi. Anche perché “la responsabilità erariale è intimamente connessa con il rapporto di servizio. Ed è noto in proposito- ha concluso Fini- che tale rapporto per i dipendenti della Camera non è soggetto alla giurisdizione ordinaria bensì all’autodichìa, anche recentemente oggetto di pronunce giurisdizionali che ne hanno riconosciuto la piena legittimità”.
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