Una lunga telefonata per descrivere quello che sarebbe accaduto sia dentro che fuori l'Università La Sapienza di Roma. Da un capo del filo il ministro dell'Interno italiano, Giuliano Amato, dall'altro il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano. Fu così che mentre il comandante della Gendarmeria vaticana, l'ex capitano della guardia di Finanza, Domenico Giani, stava mettendo a punto il sistema di sicurezza intorno al Pontefice con la questura e la prefettura di Roma, il governo italiano cercava- riuscendoci- di ottenere una rinuncia della visita. Secondo fonti di altissimo livello di cui ho raccolto testimonianza diretta, nella telefonata Amato ribadì che non ci sarebbe stato alcun problema per l'incolumità personale del Pontefice, che sarebbe stato coperto da una schiera a protezione anche di lancio di uova o vernici. Ma tutto intorno sarebbe stato probabile l'inferno: auto rovesciate, incendiate, scontri anche violenti con "possibili feriti e anche peggio". Fu a quel punto che Amato disse a Bertone: "Eminenza, io sconsiglierei la visita alla Sapienza. Può sempre dire che al Papa è venuto un raffreddore e la febbre...". Soluzione presa dall'Urss di Breznev, probabilmente. Che ha lasciato attonito Bertone e addoloratissimo il Papa...
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DITE CHE IL PAPA HA UN RAFFREDDORE- Esclusivo: cosa disse Amato al cardinale Bertone per evitare il caso Sapienza
Una lunga telefonata per descrivere quello che sarebbe accaduto sia dentro che fuori l'Università La Sapienza di Roma. Da un capo del filo il ministro dell'Interno italiano, Giuliano Amato, dall'altro il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano. Fu così che mentre il comandante della Gendarmeria vaticana, l'ex capitano della guardia di Finanza, Domenico Giani, stava mettendo a punto il sistema di sicurezza intorno al Pontefice con la questura e la prefettura di Roma, il governo italiano cercava- riuscendoci- di ottenere una rinuncia della visita. Secondo fonti di altissimo livello di cui ho raccolto testimonianza diretta, nella telefonata Amato ribadì che non ci sarebbe stato alcun problema per l'incolumità personale del Pontefice, che sarebbe stato coperto da una schiera a protezione anche di lancio di uova o vernici. Ma tutto intorno sarebbe stato probabile l'inferno: auto rovesciate, incendiate, scontri anche violenti con "possibili feriti e anche peggio". Fu a quel punto che Amato disse a Bertone: "Eminenza, io sconsiglierei la visita alla Sapienza. Può sempre dire che al Papa è venuto un raffreddore e la febbre...". Soluzione presa dall'Urss di Breznev, probabilmente. Che ha lasciato attonito Bertone e addoloratissimo il Papa...
EVVIVA L'UNIVERSITA' LIBERA- I nuovi Ayatollah di Fisica
Benedetto XVI non potrà parlare domani all'Università La Sapienza di Roma. Un gruppo di 67 ayatollah docenti alla facoltà di Fisica è riuscito a tappare la bocca al Papa, mettere in ginocchio un intero governo, quello italiano, e una tradizione secolare di libertà e tolleranza, quella dell'Occidente. Lo ha fatto con l'aiuto di una cinquantina di studenti scalmanati che ieri hanno occupato il Rettorato dopo averne imbrattato i muri e preparato una possibile mini-guerriglia per il giorno dell'evento. Nessuna voce (salvo le isolate e lodevoli eccezioni di Livia Turco e Francesco Rutelli) si è levata in tempo per evitare una censura che nemmeno l'islamica Turchia ha osato nei confronti del capo della Chiesa cattolica. Quando ieri, visto il clima che si stava creando, il Vaticano ha comunicato la rinuncia all'incontro di domani, la prima reazione ufficiale del governo italiano è arrivata da Giuliano Amato. Che altro non ha saputo balbettare se non “La colpa non è mia”, spiegando come la rinuncia non fosse dovuta a questioni di sicurezza e che il ministero dell'Interno aveva già saputo con maestria garantire a George W. Bush una recente visita romana ben più complessa. A parte la meschinità di un'annotazione simile nel momento in cui in Italia veniva impedita in modo tanto clamoroso la libera espressione del pensiero, che ad Amato garantire la sicurezza del presidente degli Stati Uniti non nella giungla, ma in Italia, fosse sembrata impresa eccezionale dà già la misura della professionalità del ministro dell'Interno. Ricordo che allora fu impedita a Bush- proprio perché Amato nemmeno quello era in grado di garantire- una visita a Trastevere alla Comunità di Sant'Egidio, e il grottesco episodio fece il giro del mondo. Ma la reazione di istinto del ministro dell'Interno, subito accompagnata da analoga annotazione del presidente del Consiglio, Romano Prodi (che almeno dopo ha provato a volare un po' più alto) semplicemente scopre con ingenuità anche questo fianco. Perché la sicurezza del Papa proprio poche ore prima non era stata garantita in forma piena proprio dai tecnici dell'Interno durante un incontro congiunto con le autorità vaticane. La presenza di centri sociali, la protesta che sembrava coinvolgere anche soggetti assolutamente estranei alla vita dell'Università aveva creato allarme fra le forze dell'ordine italiane, e certo il governo non aveva fornito le necessarie garanzie ai collaboratori di Benedetto XVI. Ma appunto ridurre a un tema di sola sicurezza il più clamoroso attentato alla libertà di pensiero mai verificatosi in Occidente rende ancora più chiara l'assenza e l'improvvisazione del governo in carica, che da ieri sera sulle tv di tutto il mondo e oggi sulle prime pagine della stampa internazionale rimedia una figura assai più barbina di quella appena ottenuta con i cumuli di spazzatura fra le strade di Napoli. L'unico sussulto di dignità- sia pure tardivo- è giunto dal ministro dell'Università, Fabio Mussi, che ha usato le parole adatte e l'indignazione necessaria ieri mattina prima della rinuncia del Papa e in serata in Parlamento, dove subito si è innescato un acceso dibattito. Ben altro atteggiamento hanno avuto leader della sinistra, come Oliviero Diliberto, e perfino qualche radicale che deve avere scordato negli anni il proprio carico di principi libertari. Resta la vittoria inusitata di quel manipolo di 67 ayatollah della facoltà di fisica e dei giannizzeri che sono riusciti ad infiammare nella loro campagna per negare il diritto di espressione fra le mura universitarie. E da lì dovrebbe ripartire il ministro titolare per radiografare un'istituzione- quella universitaria- che sempre più assomiglia a un cumulo di macerie. Non per censurare la libera espressione- per quanto rozza- degli ayatollah, ma per trovare riparazione a una ferita che rischia di diventare cancrena. In questa stessa culla, nella stessa intolleranza ha trovata bambagia il triste periodo degli anni di piombo, gran parte della violenza che ha ammorbato gli anni Settanta e parte del decennio successivo. Impedire ora è compito non solo del governo, ma della stessa classe politica. E sull'onda delle sue parole anche Mussi dovrebbe studiare e organizzare rapida riparazione al vulnus. Tenendo presente - come si racconta nelle pagine interne- che gli stessi autori del manifesto dell'intolleranza magari il giorno successivo bussano alla porta di un qualche ministero a chiedere un piccolo finanziamento per questa o quell'opera. E' il caso di Marcello Cini, che con il figlio ha costituito una piccola società di produzione cinematografica ben conosciuta ai Beni culturali dove spesso è in gara per trovare la benzina necessaria...
Da Italia Oggi in edicola/ Amato che insicurezza
Quando un agente di polizia, come Luigi Spaccatorella di pattuglia sull'autostrada del Sole, impugna una pistola, dovrebbe ripetere un gesto fatto mille e mille volte. Un tempo tutti erano costretti a farlo una volta, anche due al mese. Sul libretto di tiro segnate tutte le prove al poligono, anche i centri fatti. Prima che l'agente Spaccatorella impugnasse quella pistola domenica mattina dall'area di servizio di Badia al Pino, facendo fuoco per fermare quella che lui aveva creduto una rapina, il libretto di tiro non aveva che poche tracce. Un poliziotto oggi spara, se va bene, una volta ogni due mesi. Non ci sono fondi. Mancano addestratori per tutti. Anche per questo è morto Gabriele Sandri (...) E' l'addestramento che manca a un agente che da 70-80 metri spara per fermare la corsa di quelli che ritiene rapinatori e non lo sono. A quella distanza non è certo di colpire il bersaglio nemmeno un tiratore scelto. Figurarsi se di mezzo ci sono quattro corsie autostradali e la barriera che le separa. Questa tragedia che ha colpito l'Italia, che ha mostrato l'impreparazione dei vertici dell'Interno anche nella gestione successiva della comunicazione (e la guerriglia scaturita in mezza Italia si deve anche a questo), purtroppo non è casuale. Potrebbe avvenire ogni giorno, in questo o in altri modi, sulle strade, nelle città d'Italia. Per rendersene conto basterebbe scorrere le lunghe pagine delle audizioni fatte fra maggio e luglio dalla commissione affari costituzionali della Camera, di fronte a cui sono sfilati i vertici istituzionali e operativi di tutte le forze di polizia. Basti un dato fornito dallo stesso ministro dell'Interno, Giuliano Amato: fra il 2004 e il 2007 il budget della sicurezza in Italia è stato tagliato di un miliardo di euro. Le esigenze sono cresciute, le risorse tagliate. Quel giorno si rise amaro per il consiglio fornito dal ministro ai vigili del fuoco: “visto che non ci sono soldi, pagate la benzina, lasciate perdere gli affitti”. Meno risorse però significa meno uomini, meno armi, meno auto, meno addestramento. Più assassini come quello di Giovanna Reggiani a Roma. Altre tragedie come quella è costata la vita a Gabriele Sandri. Largo alla criminalità organizzata in mezza Italia. Strade aperte alla criminalità comune ovunque. Non c'è stato un governo negli ultimi anni che abbia impedito al ministro dell'Economia di tagliare il budget della sicurezza come si trattasse di un capitolo di spesa fra i tanti. Non c'è stato un politico che abbia chiesto di organizzare diversamente quel che resta: non a protezione del Castello e dei suoi nobili inquilini, ma di tutti. A loro mille scorte. A vegliare sugli altri italiani resta solo un ministro.
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