Cerca e ricerca, sfoglia e risfoglia. Nulla. Su Repubblica di oggi non si trova nemmeno un rigo sulle vicende pugliesi dell'Italia dei bollori. Eppure la notizia del giorno prima, di una denuncia per ricatti sessuali a due alti esponenti del partito di Antonio Di Pietro, l'aveva anticipata alle agenzie il settimanale L'Espresso, fratello gemello del quotidiano diretto da Ezio Mauro. Delle due l'una: o la favoletta delle notizie che vanno comunque date è appunto una favoletta anche in casa Mauro, o la scelta del silenzio è un atto di sfiducia palese a L'Espresso: la notizia non è stata pubblicata perchè ritenuta- come si dice a Roma, 'na sòla...
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In campagna elettorale la notizia deve essere sfuggita ai torinesi che pure hanno votato plebiscitariamente Piero Fassino come sindaco del capoluogo subalpino. Ma a ben scorrere fra gli annunci economici de La Stampa il primo atto del sindaco di Torino non è di quelli che fanno gongolare i cittadini: un bando di gara triennale dell'importo di 12,9 milioni di euro per affidare i servizi di "notificazione e archiviazione delle violazioni al codice della strada", e cioè le multe. Quel che probabilmente può suscitare qualche fischio (tanto Fassino ormai è stato eletto) è contenuto nel disciplinare di gara pubblicato per esteso sul sito del Comune di Torino. Al punto 3.2 del contratto proposto si trova scritto: "La civica amministrazione si impegna a richiedere nel triennio, un quantitativo minimo di notifiche pari a n. 1.000.000". Ah, bei tempi quelli in cui uno si faceva eleggere promettendo un milione di posti di lavoro. Fassino non ha nemmeno chiesto, ma una volta eletto si è già impegnato: un milione di multe per tutti...
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Che l'inchiesta sulla presunta P4 del pm John Woodcock fosse un po' traballante e appiccicaticcia si è ben compreso dalla scure calata dal gip che ne ha fatta buttare via più della metà. Ma che qualcosa fosse stato fatto fin troppo frettolosamente era ben noto anche al procuratore capo di Napoli, Giovandomenico Lepore. Un paio di mesi fa i suoi pm erano pronti a inserire nei capi di accusa verso Luigi Bisignani anche quello di avere condizionato e addirittura diretto l'attuale ministro della pubblica Istruzione, Mariastella Gelmini. In una telefonata intercettata fra i due infatti sembrava che Bisignani le desse ordini imperativi: "se fai così non ti accadrà nulla". Siccome l'episodio non riusciva ad avere controprova, su richiesta della difesa accolta da Lepore, sono stati riascoltati i nastri originari della intercettazione un po' frettolosamente trascritti. Ed è saltata fuori la verità. La Gelmini doveva andare a inaugurare un asilo nido a San Donato milanese, all'Eni. La sua scorta l'aveva avvisata che forse qualcuno stava preparando una contestazione pubblica per strada. Per un asilo nido il ministro non voleva affrontare polemiche e paginate di giornali. Così ha telefonato al suo amico Bisignani: "conosci qualcuno all'Eni per sapere se è vero che ci sono contestatori sulla strada". Bisignani ha chiamato ed è stato messo in contatto con la vigilanza dello stabilimento, che ha guardato la strada d'accesso sul retro dello stabilimento e ha visto che era sgombra: nessun contestatore. Richiamata la Gelmini è stato spiegato alla scorta quale strada fare per giungere all'asilo nido. E al ministro Bisignani ha chiosato: "se fai così non ti accadrà nulla". Solo grazie allo scrupolo di Lepore così fra le accuse rivolte a Bisignani non si è unita quella di avere diretto con la P4 anche il ministero della Pubblica istruzione...
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Alemanno pecca, Veltroni fa lo stesso ed è un eroe. Come De Benedetti, Ciampi, Amato, Rodotà, Di Pietro...
Che differenza c’è fra il
signor Giorgio Marinelli e il signor Luca Rotini? Nessuna: sono due dipendenti
dell’Azienda dei trasporti di Roma (Atac). Di più. entrambi hanno un papà
body-guard di altissimo livello. Il papà di Giorgio ha fatto il capo-scorta del
sindaco di Roma. Il papà di Luca pure. Eppure l’assunzione di Giorgio all’Atac è
diventata uno scandalo nazionale, un titolo da prima pagina. Quella di Luca una
curiosità da articoletto nelle pagine di cronaca locale. Perché la differenza
fra Giorgio e Luca non è nel posto di lavoro e nell’eventuale raccomandazione
ricevuta per ottenerlo grazie al lavoro di papà. La differenza fra i due sono i
sindaci a cui i papà facevano da caposcorta. Per Giorgio il sindaco di
riferimento è Gianni Alemanno. Per Luca Walter Veltroni. E che differenza c’è?
Tutta la differenza del mondo: Alemanno è di destra, Veltroni di sinistra. Di
più: Alemanno non è manco di quella destra che oggi è ammessa all’onore del
mondo e dell’alta società: quella che dicono presentabile, moderna, stilosa e
fighissima guidata dal cognato di Giancarlo Tulliani. No, Alemanno è di quella
destra brutta, sporca e cattiva che sta dalla parte di Silvio Berlusconi. E’ lì
il vero scandalo, non parentopoli. E’ nel peccato originale lo scandalo, non nel
raccomandare il figlio di un proprio collaboratore per fargli avere il posto
fisso. Perché se mai questo l’avesse fatto Alemanno, è scandalo, odiosa
prepotenza, prevaricazione dei deboli. Se invece l’avesse fatto Veltroni, che è
nato senza quel peccato originale, lo scandalo non c’è: sarà stata una debolezza
di cuore, un impeto di generosità, una battaglia giusta per fare avere a un
debole quel che altrimenti avrebbero negato.
Questa vicenda parallela,
che proprio in questo modo si è riflessa su gran parte della stampa per poi
circolare da lì nell’opinione pubblica, è il vero specchio di questo paese, ed è
anche il termometro più sincero del potere reale, quello che nemmeno un
ventennio berlusconiano è riuscito a scalfire.
L’Italia del Corrierone
della Sera (talvolta anche di Repubblica che però fa più fatica a spacciarsi per
terza e neutrale), della Stampa, di Confindustria, dei baroni universitari,
degli scrittori, dei cineasti, degli intellettuali, dei banchieri, dei
magistrati, dei salotti buoni, quella del potere vero, l’Italia regnante che ama
fingersi sopra e oltre ogni parte così da emettere giudizi e condanne che hanno
il timbro della divinità e della verità. Sì, la vicenda delle assunzioni
all’Atac di Roma è proprio il più limpido riflesso di quella piccola e potente
Italia che tutto decide e può, ma una sola cosa non è riuscita a dominare e usare a suo piacimento: l’avventura politica
di Berlusconi. Hanno provato a usarlo, cavalcarlo, dominarlo, metterlo in un
angolo, denigrarlo, distruggerlo. Ma non gliene è riuscita nemmeno una. Eppure
testardamente cercheranno ancora all’infinito. Tangentopoli, mafiopoli,
sessuopoli, wikileaksopoli, ora parentopoli: fanno la cose in grande, mica si
scherza. Ma lui è così coriaceo…
E’ che alla fine tanta
panna montata così per seppellire l’uomo fa sorridere i più. E Corrieroni,
banchieri, intellettuali, danno di matto. Perché gli italiani alla fine sono
meno fessi di quel che loro credono. Apri la Rai e guardi il professore di turno
che ospite della conduttrice alla moda scuote la testa. Lei lo provoca: “ma
professore, dove andremo a finire con questi comportamenti del presidente del
Consiglio?”. E lui, il professore Stefano Rodotà, dottrina pura dalle cui labbra
pendere: “Lo dico da intellettuale: in rovina, in rovina…”. Ma che intellettuale
e intellettuale superpartes: Rodotà è stato per lustri parlamentare del pci, poi
il primo presidente del Partito democratico della sinistra. Non c’è uomo di
parte più di lui. Ieri aprivi Radio radicale e sentivi all’ora di pranzo
un’intervista a Giuliano Amato che spiegava che “sa come sono i politici? I
politici parlano troppo..” e via con banalità su questi “politici”. Lo sentivi e
ti chiedevi: “ma che mestiere ha fatto Amato tutta la vita?”. Era l’ombra di
Bettino Craxi, e poi se ne è dimenticato. Era il premier che una notte si fregò
il sei per mille sul conto corrente di tutti gli italiani. E poi se ne è
dimenticato. Era il primo presidente dei Democratici di sinistra. E poi se ne è
dimenticato. E a forza di dimenticarsene è sempre buono da usare per strologare
su tutto, dal suo empireo super partes. Solo che lui dimentica. E con lui chi
vuole fare dimenticare. Ma gli italiani non dimenticano. Prendi in mano un
giornale e scopri che Carlo Azeglio Ciampi ha compiuto 90 anni e che è un padre
della Repubblica anche se quando questa veniva fondata lui era in tutt’altre
vicende affaccendato. Scopri anche che è un modello superpartes. Di più: è il
simbolo stesso di quello che oggi l’Italia che conta vorrebbe tanto: il governo
di responsabilità nazionale, un Super Ciampi premier. Per questo infastidisce
tanto la realtà: che con Ciampi al governo il suo ministro della Giustizia,
Giovanni Conso, graziò centinaia di mafiosi accogliendo la richiesta principale
di Cosa Nostra: revocare il carcere duro. Leggi che Ciampi si indigna, protesta
la sua innocenza e sostiene di avere graziato i peggiori killer della mafia a
sua insaputa. Bevendosela tutta così, che altro puoi dire se non che quel
governo allora fu di “irresponsabilità” nazionale, dove nessuno sapeva quel che
si faceva? Potresti dirlo, ma non lo dice nessuno. Perché anche Ciampi fu uomo
di parte, e della parte giusta: quella senza peccato originale. Prendi un altro
giornale a caso, Repubblica, e leggi articolesse grondanti indignazione sulle
relazioni strette fra Berlusconi e Mohammar Gheddafi. Ci si dimentica
naturalmente che quel giornale è di proprietà di uno gnomo naturalizzato
svizzero, Carlo De Benedetti, che alla fine degli anni Novanta ha deciso di
crearsi un piccolo impero nell’energia. E ha iniziato dal gas. Quello di
Gheddafi: 2 miliardi di metri cubi all’anno per 24 anni. Così passa la paura del
dittatore di Tripoli e anche un bel po’ di indignazione. Leggi giornali e
agenzie dell’Italia che conta e trovi altra grondante indignazione (l’Italia che
conta è sempre indignata speciale): quella per il mercato delle vacche dei
parlamentari. Il cognato di Tulliani che facendo il presidente della Camera, li
dovrebbe proteggere, li ha sbeffeggiati: siete al calciomercato della politica.
Ha stretto pure le labbra per non farsi scappare la parola fatidica di cui si
lamentava fino a poche ore prima: “Traditori!”. Ma la parola è scappata agli
Antonio Di Pietro e perfino ai giornalini che se l’erano presa con Libero per
avere definito così i finiani: “Traditori, traditori!”. Qui non è manco
questione di pesi e misure diverse: è proprio il concetto di tradimento che è
diverso. Noi si diceva “tradimento” per la beffa appioppata agli italiani: mi
voti per questo e una volta che ti ho preso il voto io faccio l’esatto opposto.
Per loro- per i Fini, i Di Pietro, i Bersani, i giornaloni, gli intellettuali,
che degli elettori e degli italiani se ne fregano assai, tradimento è verso il
leader-burattinaio che ha avuto fiducia in te, che ti ha scelto e messo nelle
liste elettorali portandoti lì. Ma è differenza da poco, come nel caso Atac:
troveranno sempre un professorone, un editorialista pronti a spiegare super
partes che se dici tu “tradire” è brutto sporco e cattivo. Se lo dicono altri è
giudizio equanime ed obiettivo, musica per la democrazia. Tanto il problema è
tutto lì: nel peccato originale.
Due parole sullo scandalo per Gianfranco Fini
Debbo due parole a chi, sul mio blog o nei profili di Facebook, protesta con più o meno garbo per l'eccesso di informazioni su Gianfranco Fini. Non ho mai avuto dubbi in vita mia sulla legittimità delle indagini giornalistiche a proposito di chiunque chieda la fiducia degli elettori e ricopra incarichi elettivi, di governo o istituzionali a qualsiasi livello. Nessuno di loro ha diritto alla privacy, come nessuno dei suoi familiari. Posso capire che per loro sia antipatico, ma non comprendo come gli eletti non considerino per primi un dovere assoluto la trasparenza anche sulla attività della propria famiglia. Questa regola valeva per Silvio Berlusconi (e io per primo ho raccontato fin dal 1994 tutto quel che riuscivo a sapere su beni, attività e patrimoni di Veronica Lario e dei figli di Berlusconi). Valeva per Romano Prodi, per Fausto Bertinotti, per Pierferdinando Casini, per Marco Follini, per Massimo D'Alema e per i loro familiari di cui ho sempre raccontato nei giornali su cui ho scritto attività, patrimoni, avventure. Posso capire che per loro sia fastidioso (avrei la stessa reazione), ma è una delle regole della democrazia, una pena del contrappasso del potere. C'è chi l'ha capito e per primo ha cercato trasparenza in questi anni. E' un piccolo passo, ma gran parte dei deputati e dei senatori eletti hanno messo a disposizione del pubblico la situazione patrimoniale e reddituale propria e dei propri familiari. Fini, pure essendo diventato presidente della Camera, non ha reso pubblico nulla su Elisabetta Tulliani. E già questo è un motivo naturale di maggiore curiosità. E' stato grazie a sacrosanti servizi giornalistici che è potuto emergere il motivo reale di quella scarsa trasparenza: patrimoni e affari di famiglia nascondono grandi dubbi e operazioni poco trasparenti se non imbarazzanti. Ad oggi il presidente della Camera ha preferito l'imbarazzo e la nebbia a una semplice spiegazione. Quando si vende un immobile, si tratta con qualcuno e si sa chi compra. Quindi sarebbe bastata una semplice risposta. Altrimenti tutti i dubbi sono leciti e si alimentano di questa poca chiarezza. Chi si cela dietro la società proprietaria dell'immobile di Montecarlo, la Timara ltd? Quella sigla non vuole per caso dire "Tulliani immobiliare a responsabilità anonima?" o qualcosa di simile? Dubbio giustificato dal fatto che Gincarlo Tulliani fondò una società per lavorare con la Rai e la chiamò Giant enterteinment. E Giant significava "Giancarlo Tulliani". Piccola cosa? Può essere. Ma a ingigantirla è stata la scelta di fuggire quella risposta. Più si fugge, più si alimentano dubbi e ombre.
Tutto ciò non ha nulla a che vedere con le scelte politiche di Fini. E' legittimo che lui non sopporti più Silvio Berlusconi, è legittimo che sia stato deluso dal Pdl e pensi a una nuova strada politica, anche a farsi un partito nuovo. Avendo chiesto i voti per una strada che non condivide più, io credo che sarebbe giusto anche rivolgersi agli elettori e farsi confermare dal voto la nuova scelta. Ma non c'è nulla di scandaloso nel cambiare idea, ci sarà chi condivide e chi no come in ogni atto. Non c'è dubbio però che Fini si sia messo così, in modo evidente, al centro della politica italiana. E quando uno lo fa, non può lamentarsi dell'eccesso di attenzione nei suoi confronti. E' chiaro che interessa di più quel che fa lui piuttosto di un altro. E' al centro dell'attenzione e quel che dice viene vagliato e pesato più di altro. Ha scelto anche dei temi politici per il suo divorzio. Il primo è stato quello della legalità. Non stupisca che proprio quello venga verificato più di altri. In una democrazia sana quello dovrebbero fare i giornali. Anche Antonio Di Pietro ha scelto quella bandiera, il cuore della sua attività politica. E così la libera stampa gliene ha chiesto le ragioni più che ad altri. Una persecuzione? No, è questo il ruolo naturale della stampa. Se Berlusconi dice "io sono alla guida del partito che ha abbassato le tasse" e questo non è vero, i giornali si riempiranno di servizi su questa o quella tassa alzata, altro che abbassata. Avviene sempre così. E certo Berlusconi e Prodi sono stati vagliati e rivoltati come calzini dalla stampa in questi anni. Cosa è questa immunità che oggi si rivendica per Fini? Questa sì è innaturale e ingiustificata. E- permettetemelo- questa sì puzza non poco di regime. Molto più di quelle leggi bavaglio mai entrate in vigore...
Tonino fa il politico, il palazzinaro, l'operaio (con canotta in vista) e ora anche l'agricoltore
La decisione l’ha presa alla
fine del 2007. Da quel giorno Antonio Di Pietro non è più solo il nome di un ex
magistrato divenuto molto famoso fra il 1992 e il 1994. Non è solo il nome di
un uomo politico italiano che ha fondato anche un suo partito. E nemmeno il
nome di un imprenditore del ramo immobiliare che per operare nel settore ha
fondato la Antocri
srl (sigla che riunisce le iniziali dei nomi di tre figli). Dal 28 settembre
2007 Antonio Di Pietro è anche il nome di un’impresa agricola con sede in
Contrada Piscone a Montenero di Bisaccia, provincia di Campobasso. E non è un
caso di omonimia: il titolare firmatario della impresa è proprio lui, il Tonino
pm-politico-immobiliarista, nato a Montenero di Bisaccia il 2 ottobre 2050 e
residente a Curno, provincia di Bergamo, in via Lungobrembo. Appena ha aperto
la sua azienda agricola in Molise ha dichiarato alla Camera di commercio di
Campobasso l’inizio della sua attività: “coltivazioni miste di cereali e altri
seminativi”. Qualche mese dopo ha modificato l’attività in “coltivazioni miste
di cereali, legumi da granella e semi oleosi”. Dipendenti dichiarati: nessuno.
Bilanci non depositati. Ma finanziamenti pubblici, sì. Più o meno due volte al
mese. Perché Di Pietro a Montenero non va spessissimo: solo quando ha voglia di
riposarsi un po’. Qualche amico deve dare un’occhiata a terreni e coltivazioni,
perché se ci si dovesse basare sul suo personale olio di gomito sarebbe già
andato da tempo tutto in malora. Ma quando Tonino veste i panni
dell’agricoltore monta subito sul suo trattore, lo avvia e chiama qualche amico
fotografo per poi spendersi il servizio con la stampa popolare e familiare a
cui lui tiene più che a Marco Travaglio. L’azienda agricola un po’ lo tiene
occupato di sicuro. Almeno così pare ai funzionari del ministero delle Risorse
agricole che si vedono recapitare da Di Pietro o da qualche suo messo ogni
quindici giorni una richiestina di finanziamento o di rimborso anche minuscolo,
da qualche decina di euro.
Al cervellone dell’Agea,
l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura guidata dal leghista Dario Fruscio,
risultano al momento quattro pratiche di un certo rilievo in stand- by sotto la
voce “processo automatizzato di cui alla circolare n. 43 del 30 luglio 2009” . Una porta la data del 18 agosto 2009 e il suo
stato è “in istruttoria”. Una la data dell’8 ottobre ed è ferma perché
“discordante”. Ce ne è una terza del 9 ottobre che risulta “in comunicazione” e
infine una del 3 marzo 2010 che per fortuna di Tonino viene definita pratica
“concordante”. Non si conoscono gli importi, ma basta consultare il cervellone
sotto altre tipologie di finanziamenti, e le domande del leader dell’Italia dei
valori per la sua aziendina agricola saltano subito all’occhio. Ce ne sono due
dell’ultimo trimestre 2009, che hanno già avuto soddisfazione: una da 2.215,69
euro e una da 946,58 euro. Due pagamenti unici però per domande multiple anche
nel 2008, per qualche migliaio di euro complessivo. Risulta perfino un
pagamento da 256,05 euro del 16 febbraio 2007, che è precedente di alcuni mesi
alla denuncia di inizio attività dell’impresa agricola. Ma la cifra è così
piccola che deve costato più il viaggio a Roma per fare domanda che l’importo alla
fine riscosso.
Altra interrogazione al
cervellone Agea, ed ecco saltare fuori ogni domanda di Di Pietro per i
contributi Feaga diretti: poco più di mille euro nel 2008, poco meno di 4 mila
euro nel 2009. E giù una pioggia di domandine da pochi euro con tanto di
finanziamenti erogati al leader dell’Italia dei valori. Vendita di titoli
ordinari o da ritiro con terra? Seicentoottantaquattro euro e 960 centesimi
stanziati per Tonino. E poi ancora alla stessa voce 267,140 euro. Altre due
mini erogazioni sotto la voce “fissazioni”: una da 134, 06 euro e una
addirittura da 21,450 euro. Nel 2008
in portafoglio dell’agricoltore Di Pietro 12 titoli
agricoli per un totale di 3.165,270 euro. Nel 2010 l’azienda è cresciuta e
vengono censiti 15 titoli per un totale appena più alto: 3.259,770. Anche se da lì soldi non ne verranno, quella
di Montenero non è più una pasioncella da week end, ma ormai una vera e propria
attività che costringe l’ex pm a una caccia serrata al contributo pubblico (ce
ne sono anche dell’Unione europea e della Regione Molise) che certo non manca
mai all’agricoltura italiana.
Intercettare e incastrare è così bello che è addirittura meglio di salvare la vittima di un delitto. Il manifesto dei pm secondo Antonio Di Pietro
La difesa era scontata. Per uno come Antonio Di Pietro qualsiasi inchiesta possa mettere nel mirino “quel piduista di Silvio Berlusconi”- come ha detto ieri nel morbido salotto di Repubblica tv- è ottima a prescindere. E per difendere appunto a prescindere i magistrati di Trani l’ex pm divenuto leader politico ieri ha spiegato che quando lui era al loro posto faceva nello stesso modo: “non è che se io facevo inchieste a Milano e poi sentivo al telefono qualcuno che pagava tangenti a Napoli, Canicattì o Mondovì dicevo alt, non mi riguarda. Intercettavo tutto e poi alla fine decidevo di inviare gli atti a Napoli, Canicattì o Mondovì”. Quindi vero che i pm di Trani stavano indagando e intercettando sullo “scandalo dell’usura sulle carte di credito” (un clamoroso affaire del valore di 560 euro), ma se intercettando per quello hanno scoperto reati ben più grossi che riguardano – ha detto testualmente Di Pietro- “il presidente del Consiglio e il presidente della Rai, Minzolini”, benissimo hanno fatto a continuare a intercettare. Ed ecco l’asso sfoderato dal leader dell’Italia dei Valori per convincere qualche dubbio degli astanti: “ dimenticatevi questi fatti. Facciamo finta che ad essere intercettati a Trani fossero un gruppo di spacciatori di cocaina e si procedesse per quel reato. Mentre sono intercettati entra un’altra persona che dice ‘Ho saputo che domani Giuseppe va ad ammazzare sua moglie’. Il pm che deve fare? Fare finta di non sentire perché si sta occupando di un altro reato? No. Naturalmente intercetta anche il telefono di Giuseppe così capisce se si trattava di una battuta o se davvero quello lì fa anche l’omcidio e così si poi lo si incastra”. Ecco, con il suo discorso in parole povere fra mille strafalcioni in italiano, Di Pietro ha proprio centrato l’argomento chiave per cui non solo quelle di Trani, ma gran parte delle intercettazioni fatte dalle procure italiane sono inutili. Perché nella testa Di Pietro, che per fortuna non fa più il magistrato, e molti suoi amici pm che purtroppo sono in servizio hanno proprio solo quello: incastrare colpevoli su colpevoli con il giochino facile delle intercettazioni. Una persona normale che ha la fortuna di sentire uno annunciare “Giuseppe domani ammazza sua moglie”, che fa? Cerca subito Giuseppe e prova in ogni modo a sventare un uxoricidio, salvando la vita della povera donna. A Di Pietro e ai suoi amici pm una soluzione così evidente non salta nemmeno nell’anticamera del cervello: loro intercettano e incastrano. Se prendono Giuseppe con l’arma in mano dopo il delitto, sono felicissimi. E magari aspettano un po’ prima di farlo. Perché se continuano a intercettare Giuseppe a lungo, chissà mai che non commetta altri delitti e così alla fine si imbastisce un bel processone sicuro per strage.
Questo manifesto politico del partito delle procure con lo slogan “intercettate, intercettate, qualcosa resterà” non è stato l’unico riferimento alla vicenda di Trani dell’intervista a Di Pietro. Il leader dell’Italia dei Valori sbagliando nomi e cariche (“l presidente della Rai, Minzolini” è in realtà il direttore del Tg1) ha protestato contro l’attentato alla libertà di stampa che Silvio Berlusconi avrebbe commesso al telefono lamentandosi sia di giornalisti di Repubblica che di Michele Santoro. Ha sostenuto che erano sacrosante le puntate di Annozero sul “racconto di Mills” e sul “racconto del pentito Spatola” (lapsus: si trattava del racconto di Spatuzza. Spatola era invece un pentito del processo a Giulio Andreotti). Ha tuonato contro Berlusconi indagato che manda gli ispettori: “Vuole fare il prete e il sacrestano” (paragone incomprensibile, che vorrebbe sottolineare l’antinomia dei ruoli). E si è morso la lingua a proposito della nota di Giorgio Napolitano che frenava gli ardori del Csm: “ha detto le cose che potrebbe dire il mio vicino di casa. Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Di Pietro quella lingua se l’è morsa meno poi affrontando temi politici e commentando le alleanze di Pierferdinando Casini un po’ a destra e un po’ a sinistra: “Casini fa il mestiere più antico del mondo…”.
E' Bersani il più coccolato dai Tg Rai
L’allarme è stato lanciato ieri dalle colonne di Repubblica: “Il Pdl invade i Tg Rai” e Silvio Berlusconi naturalmente li guida e presiede. E giù una serie di dati attribuiti all’Authority per le telecomunicazioni per testimoniare la preoccupazione dell’organismo di garanzia per presunte ripetute violazioni della par condicio. Ma i dati reali offrono un quadro diametralmente opposto. Nei telegiornali Rai viene sostanzialmente rispettato l’equilibrio che da anni governa la par condicio: un terzo del tempo al governo, un terzo alla sua maggioranza e un terzo all’opposizione. Se squilibrio c’è è proprio a favore di Pd-Idv e Udc. Nella settimana dal 28 febbraio al 6 marzo scorso, quella successiva alla presentazione delle liste, con tutto il caos che ne è venuto, il governo e il suo presidente hanno ottenuto sui Tg Rai non un terzo, ma un sesto o un settimo dello spazio a disposizione. Maggioranza e opposizione sono in perfetta par condicio sul Tg1 (28,72% l’una e 28,12% l’altra). Su tutti gli altri Tg ha spazio oltre misura l’opposizione, in vantaggio di 3,2 punti sul Tg2, di 6,3 punti sul Tg3 e dei quasi 12 punti su Rai news 24. Nelle due settimane precedenti di campagna elettorale, con le liste non ancora presentate, il governo ha avuto più spazio, con un eccesso di presenza sul Tg2 e un difetto sul Tg3. Quanto ai rapporti fra maggioranza e opposizione, Pdl e soci erano in vantaggio di un punto e mezzo sul Tg1 e in svantaggio di due punti e mezzo sul Tg2. Assai rilevante invece la violazione della par condicio su Tg3 (quasi venti punti percentuali regalati in più all’opposizione rispetto alla maggioranza) e su Rai news 24 (29 punti percentuali in più all’opposizione). La preoccupazione dell’Authoprity per lo squilibrio dunque riguarda l’eccesso di amore (proibito in campagna elettorale) di Tg3 e Rai news 24 nei confronti di Pd, Italia dei valori, radicali, verdi, sinistra e Udc.
Per valutare la par condicio infatti un tempo la commissione di vigilanza e da quando è nata l’Authority prendono in considerazione il tempo di parola, e cioè le interviste e le dichiarazioni di tutti i protagonisti della politica trasmesse in diretta o riassunte dal conduttore o dal giornalista specializzato. Non fa fede invece il cosiddetto “tempo di notizia”, quello per cui un politico o un partito è oggetto e non soggetto della notizia trasmessa. Ad esempio nel caso del processo Mills tutto il tempo dedicato alla notizia è attribuito al Pdl e a Silvio Berlusconi, e non potrebbe essere considerato un favore. Altro esempio: se Antonio Di Pietro viene intervistato per un minuto da un tg e dice che Berlusconi è un corrotto, un mafioso e un bandito, quel minuto viene calcolato nel tempo di parola a favore di Di Pietro e nel tempo di notizia a favore di Berlusconi. Per questo il tempo di notizia (che per altro è giustamente dettato dalla cronaca) non vale ai fini della par condicio. Quello di parola dice invece che l’invasione dei Tg di Stato finora è stata di Pierluigi Bersani & c
Se sbaglia il Pdl, si punisca il Pdl. Non i suoi elettori
Che sia per i pasticci dei polli del Pdl o per quelle volpi dei magistrati che una ne pensano e cento ne trovano, alla fine i soli ad essere puniti saranno gli elettori. Dopo la decisione del Tar del Lazio di non ammettere il simbolo del Pdl non avranno infatti diritto di scelta le centinaia di migliaia di cittadini simpatizzanti per il Pdl nella provincia di Roma. Di più: siccome il merito del ricorso verrà discusso a maggio, dopo avere votato, c’è anche il fondato rischio che il voto delle Regionali venga successivamente invalidato. E’ già accaduto in tempi recenti a Messina per molto meno: una lite sull’eredità del simbolo ex Psi fra Bobo Craxi e Gianni De Michelis. Così alla beffa iniziale per gli elettori Pdl potrebbe aggiungtersi la beffa bis per tutti: sostenere con le proprie tasche i costi di due elezioni invece di una.
Ieri sera l’unica cosa certa era che il contestato decreto interpretativo varato dal governo venerdì scorso a nulla è servito. I listini di Roberto Formigoni in Lombardia e di Renata Polverini nel Lazio sono stati ammessi alla competizione elettorale a prescindere. Il Tar del Lazio di quel decreto se n’è semplicemente fatto un baffo. Non avevano tutti i torti quindi Giorgio Napolitano, e il suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro a sostenere che non il Pdl bisognava salvare, ma il diritto costituzionale di scelta dei suoi elettori, che oggi sono maggioranza nel paese e anche nelle due regioni, Lazio e Lombardia, dove si è verificato il braccio di ferro sull’ammissione delle liste. Lo spirito della Costituzione e delle leggi elettorali non può essere quello di punire gli elettori. Semmai sono loro che possono punire i partiti negando il loro voto. Bisognerebbe dunque trovare nelle norme elettorali la soluzione opposta a quella che emerge da questa vicenda: punire i partiti che commettano leggerezze ed errori e non gli elettori, che colpe non possono avere. Una sanzione proporzionata a un caso come quello di Roma, in cui il presentatore di lista arriva all’appuntamento in colpevole ritardo, potrebbe essere quella della decadenza dal diritto del rimborso elettorale per quella lista. Non è piccola punizione: per il Pdl del Lazio significherebbe dire addio a circa 11 milioni di euro in cinque anni, stando ai sondaggi della vigilia. Questo tipo di sanzione colpirebbe davvero i polli e non gli elettori (che anzi risparmierebbero qualcosa, visto che quei rimborsi vengono finanziati con le loro tasse). Poi ciascun partito se la vedrebbe con i responsabili delle negligenze da cui pretendere ristoro per il danno subito.
Una soluzione simile offrirebbe giustizia e non soppressione di diritti costituzionali come sta avvenendo. L’applicazione alla lettere della forma delle attuali regole elettorali non ha nulla a che vedere con la vera giustizia. Tanto più che le regole non sono uguali per tutti in tutta Italia. Ad esempio scalda tanto gli animi il decreto interpretativo del governo che non ha modificato nulla della legge (tanto che a nulla è servito), ma il Pd è stato zitto e ben felice davanti alla scelta della Regione Umbria di cambiare le regole del gioco elettorale con una nuova legge del gennaio 2010, che ha modificato tempi e modi di presentazione delle liste esentando dalla raccolta firme tutti i partiti che potevano contare su un gruppo consiliare già costituito. Sappiamo quanto sianmo generose le assemblee legislative nel concedere deroghe alla composizione dei gruppi: così nel Parlamento si è già fatto un regalino non da poco ad Antonio Di Pietro. In Umbria il gioco è servito a tenere fuori dalla porta i radicali, che lì davano fastidio. Un sopruso passato in cavalleria. Si riempono tutti la bocca di prediche sul rispetto delle regole, ma appena le regole mettono a rischio la loro pagnotta, possono finire tranquillamente sotto i piedi. E’ quella pagnotta che deve essere pena del contrappasso. Ma la tolgano ai partiti, non ai cittadini.
Che vuoi fare con questa inchiesta? Berluscopoli o Veltronopoli? Con 20 mila pagine tutto è possibile
Non è Tangentopoli, è il ritratto di un paese intero attraverso il filo del telefono (o meglio le cellule del telefonino). E’ tutto e il suo contrario il contenuto di quelle 22 mila pagine degli allegati all’ordinanza del tribunale di Firenze sulla cricca degli appalti pubblici. Dipende da chi le legge e da come si possono leggere. Dipende- è inutile nascondercelo- soprattutto da chi le vuole usare e contro chi le si voglia usare. Certo, per due anni quelle intercettazioni (ed è un caso raro in Italia) sono restate esclusivamente nelle mani di che le stava effettuando: i Ros dei carabinieri e- certo- anche i magistrati che le avevano ordinate. Non è uscito uno spillo. Al momento del deposito dell’ordinanza però sono deflagrate in tutta la loro potenza. Si può usare “Massaggiopoli”- come si è fatto, per colpire Guido Bertolaso (altro non c’è in quelle carte). Si può usare “Escortopoli” per puntare diritto a un gruppo di funzionari pubblici pedinati e intercettati – questo è certo- mentre si dirigono in stanze di albergo per farsi coccolare da casalinghe vogliose di arrotondare lo stipendio o da professioniste vere e proprie, anche se raccattate per strada davanti a una gelateria di Treviso (come è accaduto). Si può puntare a Gianni Letta, perché il suo nome è evocato nelle intercettazioni (ma lui mai intercettato). Si può unire tutto- come è stato fatto- per mettere nel mirino Silvio Berlusconi il cui nome a dire il vero appare assai poco nei brogliacci, ma che insomma alla fine sta sopra tutti e quindi di qualcosa dovrà pure essere colpevole. Ma con la stessa materia si può fare l’esatto contrario. Si può imbastire “Veltronopoli” e “Rutellopoli”, come Libero ha dimostrato, visto che i nomi di Walter Veltroni e Francesco Rutelli sono stati più volte tirati in ballo dalle intercettazioni come sponsor di imprese che alla fine hanno vinto i due più grandi appalti per le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Si può utilizzare quel materiale anche per gettare ombre non proprio piccole su Antonio Di Pietro. Era lui ministro delle Infrastrutture a controllare Angelo Balducci e la sua squadra. Per questo nel novembre 2007 Di Pietro fu chiamato a incontrare 50 imprenditori dell’Ance che si lamentavano dell’andazzo. Si alzò un marchigiano e disse di sapere prima ancora del varo dei bandi di gara quale sarebbero state le prime otto imprese a vincere gli appalti per i 150 anni dell’unità di Italia. Le elencò e le azzeccò tutte. E Di Pietro? Il massimo che riuscì a rispondere fu “io non posso farci nulla. Ho le mani legate”.
Si potrebbe imbastire un filone di inchiesta sui magistrati: c’è materiale, e anche sostanza, sui comportamenti tenuti dal giudice della Corte Costituzionale, Giuseppe Tesauro, socio di una immobiliare che speculava in Gallura (e nel cui capitale figurano esponenti coinvolti in inchieste sulla criminalità organizzata). Ci sono due autorevoli consiglieri della Corte dei Conti che brigano, prendono appalti e fanno attività del tutto incompatibile con il loro mandato. Si può imbastire un processo all’Università di Roma, per le raccomandazioni ottenute per passare gli esami e perfino per cambiare le classifiche di ammissione a facoltà con numero chiuso. Si può imbastire anche una commedia di quelle he sarebbero piaciute a Totò, qualcosa di vicino a Totò-truffa, perché ci sono pagine e pagine di intercettazioni truffaldine, dove è chiaro il millantato credito e perfino espresso. Magistrali le telefonate in proposito fra la coppia più messa all’indice in questa inchiesta: l’imprenditore Piscicelli e suo cognato Gagliardi (che festeggiano alle 3 di notte il terremoto de L’Aquila perché portarà lavori che in realtà poi non porta a loro). Prendono in giro un consigliere della Corte dei Conti, Antonello Colosimo, (che probabilmente prende in giro a sua volta loro vantando un canale privilegiato con Corrado Passera), assicurando di avere avuto un incontro (mai avvenuto) con Marco Bassetti per fargli avere una consulenza con Endemol. Si potrebbe usare quel materiale per costruire una “Vaticanopoli”: ci sono monsignori che chiedono raccomandazioni, c’è un commercialista che si intrufola negli appalti sostenendo di essere un alto esponente dello Ior. C’è di tutto davvero. Persino in una delle imprese chiave: la Btp. All’inizio dell’inchiesta al suo vertice c’è Vincenzo Di Nardo, che dichiara di votare Pd ed è vicino agli assessori Pd di Firenze. Poi arriva Riccardo Fusi, che vota Pdl ed è amico di Denis Verdini. Come si fa l’inchiesta per quegli appalti? Contro il Pd o contro il Pdl… C’è solo l’imbarazzo della scelta.
Tanto loro ne pagano pochissime. Ecco perché i mandarini di palazzo snobbano il taglio delle tasse
L’unica cosa importante l’hanno già ottenuta da tempo: il fisco non mette le mani nelle loro tasche. Sarà per questo che Pierluigi Bersani, Antonio Di Pietro ed Enrico Letta fanno spallucce alla riforma fiscale proposta da Silvio Berlusconi. Due sole aliquote, una del 23 per cento e una al 33 per cento oltre quei centomila euro che sono circa la metà di quel che guadagnano i Bersani, Di Pietro e Letta jr? Il magnifico trio appena sceso in campo contro l’abbassamento delle tasse se ne può allegramente infischiare: tutti e tre dovrebbero versare al fisco il 43% del loro reddito, più i contributi per assistenza e previdenza. Ma facendo parte della casta dei mandarini che le leggi le impone agli altri lasciando per sé un trattamento di lusso, i Bersani- Di Pietro e Letta jr all’erario girano il 17,36% di quel che davvero finisce nelle loro tasche, come capita per altro a chi è stato eletto alla Camera (e al Senato il fisco è ancora più leggero: 15,32%). Chi ha un reddito imponibile di 9 mila euro lordi all’anno, pari a 692 euro lordi al mese, paga in proporzione più tasse del segretario del Pd, del suo vicesegretario e dal padre-padrone dell’Italia dei valori: il 23 per cento. E’ per questo che i mandarini del centrosinistra, nati e cresciuti a palazzo dove vigono sempre regole speciali, non riescono a capire perché ci si lamenta delle tasse troppo alte. Non le devono pagare loro, non le devono pagare i loro amici, i collaboratori di una vita: in quel mondo le tasse un tempo non si pagavano del tutto, poi si è fatto finta di pagarle come tutti i comuni mortali. Così oggi i deputati si intascano netti ogni mese 5.486,58 euro, dopo avere pagato ritenute previdenziali di 784,14 euro, assistenziali di 526,66 euro, un contributo per l’assegno vitalizio di 1006,51 euro e Irpef per 3.899,75 euro. Così sembrerebbero come tutti gli altri. Ma poi si mettono in tasca ogni mese esentasse 4.003,11 euro di diaria, 4.190 euro netti “a titolo di rimborso forfetario per le spese inerenti il rapporto fra eletto ed elettore”, circa 1.100 euro al mese di rimborso per taxi che né Bersani né Letta né Di Pietro di solito prendono, e poco meno di 300 euro al mese netti a titolo di rimborso spese telefoniche. I senatori si intascano invece qualcosina in più, perché durante una delle varie auto-riduzioni della indennità sotto il pressing della protesta popolare, hanno girato la testa dall’altra parte lasciando che fossero solo i deputati a tirare un pochino la cinghia: prendono quindi 150 euro al mese più dei colleghi di base e rimborsi assai più generosi. E’ per questo che i mandarini della riforma fiscale non sentono proprio alcun bisogno...
C'è un processo che ha Di Pietro contro Berlusconi. Il pm è Santoro. Le carte sono in mano a Fini. E non è fiction
C’è un processo che prevede un presunto colpevole, e qui non si fatica ad immaginare: è Silvio Berlusconi. Ha una parte offesa che ha denunciato il premier, e anche qui sembra tutto scontato: si tratta di Antonio Di Pietro. Ha naturalmente un pm che accusa, che si chiama Santoro. E qui la novità è solo che non si tratta di docu-fiction: non è un processo televisivo, ma un processo vero. E per il pm Santoro si tratta di banale omonimia: non c’è parentela con il Torquemada della tv di Stato. Il processo si sta svolgendo a Bergamo, tribunale presso cui Di Pietro circa un anno fa ha querelato Berlusconi dopo una puntata di Porta a Porta in piena campagna elettorale 2008 in cui il leader del Pdl aveva apostrofato così l’ex pm: “E’ un emerito bugiardo che non ha nemmeno la laurea valida”. Da lì appunto querela e processo. Che è già stato congelato in conseguenza del lodo Alfano, ma è ripreso il 18 novembre scorso in una breve udienza preliminare davanti al gip Patrizia Ingrascì in cui non si sono presentati né querelante né querelato (entrambi per legittimo impedimento) e a dire il vero nemmeno i due avvocati di fiducia (Sergio Schicchitano per Di Pietro, Niccolò Ghedini per Berlusconi), che si sono fatti sostituire da due giovani corrispondenti del foro locale. Pochi minuti d’udienza, per accogliere la richiesta della difesa, e cioè verificare con la Camera se Berlusconi dava del bugiardo a Di Pietro coperto o meno da immunità parlamentare. E poi intero fascicolo messo in busta e spedito il 25 novembre scorso con destinazione Camera dei deputati. La posta fra istituzioni non deve essere un modello di efficienza, perché per amara ironia del caso quel fascicolo giudiziario, quello con Di Pietro parte offesa, Berlusconi presunto colpevole e Santoro pubblico ministero, è arrivato nelle mani del presidente della Camera, Gianfranco Fini lunedì 14 dicembre, il giorno dopo l’aggressione a Berlusconi in piazza del Duomo a Milano. Nel bel mezzo della bagarre parlamentare fra Pdl e lo stesso Di Pietro che con toni da querela e controquerela stavano appunto commentando i fatti della domenica milanese.
Per altro al “bugiardo” dato da Di Pietro a Berlusconi era subito arrivato come contro-risposta un “bugiardo” di Di Pietro a Berlusconi, ed era stata immediatamente annunciata una contro-querela che però mai è stata presentata. Più volte Di Pietro ha presentato in questi anni querele a Silvio Berlusconi perfino di fronte a giudizi generici sulla magistratura che non lo citavano direttamente. Al contrario, pur essendosi sentito dare del “bugiardo”, del “corruttore”, del “criminale” e anche del “mafioso”, Berlusconi ha annunciato querela a Di Pietro ma poi l’ha presentata in una sola occasione, assai recente, quando durante la campagna per le europee il leader dell’Italia dei Valori definì il premier “un magnaccia di veline”. Il processo è a Campobasso, dove il gip in prima battuta ha ritenuto subito non meritevole di alcuna considerazione la querela di Berlusconi (“magnaccia di veline” non sarebbe stata offesa politica). Ghedini però è riuscito a opporsi alla archiviazione del fascicolo e a tenere in piedi un procedimento che probabilmente mai si farà.
Per altro se non ci sono molte querele contro Di Pietro- nonostante il linguaggio colorito più volte usato che certamente porterebbe un giornalista diritto a supercondanna- è perché si sa già in partenza che le azioni giudiziarie sarebbero inefficaci. Difficile trovare un collegio di magistrati che dia torto a un ex magistrato a capo del partito dei magistrati. Non solo: l’unica volta che per Di Pietro qualche rischio ci sarebbe stato, perché a querelare era un altro magistrato come Filippo Verde, il leader dell’Italia dei valori ha alzato immediatamente zitto zitto lo scudo che aveva a disposizione in quel momento: quello dell’immunità da parlamentare europeo, che lo ha tolto dalle pesti nella primavera scorsa. L’unica volta in cui avrebbe potuto dimostrare di razzolare come predicava, rifiutando l’immunità parlamentare e diventando davanti alla legge un cittadino come tutti gli altri, Di Pietro ha scelto la comoda pelliccia dell’immunità. E chissenfrega dei suoi di pietrini delusi.
E chi mai abolisce il lodo D'Alema, Latorre, Bindi, Casini?
All’indomani della bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta Massimo D’Alema ha sospirato come fa chi mastica di legge e certe cose le ha sempre capite: “La sentenza ripara ad un vulnus che era evidente nella legge: la lesione del principio di uguaglianza fra tutti i cittadini”. Certo che il leader ombra del Pd la sapeva lunga: sono anni che lo ripete. Lo disse sei anni fa quando si affacciò in Parlamento il lodo Maccanico. Lo aveva ripetuto qualche mese dopo quando quel testo si trasformò in Lodo Schifani: “è incostituzionale. Viola il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. Chissà se D’Alema ha mai letto le carte del mini processo che gli ha fatto il 3 novembre 2008 la commissione giuridica del Parlamento europeo guidata da Klaus- Hiener Lehne. Processo fortunato, perché di fronte alle pretese del tribunale di Milano che chiedeva l’autorizzazione a procedere per utilizzare le intercettazioni telefoniche D’Alema-Consorte nell’inchiesta sui furbetti del quartierino, la sentenza è stata la rigorosa applicazione del “lodo-Strasburgo”: a quel paese i giudici, non si toglie l’immunità a D’Alema. Ma se il leader del Pd avesse letto quelle carte, sarebbe trasalito: perché per non mandarlo in pasto ai giudici come un qualsiasi cittadino italiano, i suoi colleghi di Strasburgo hanno fatto riferimento ai privilegi concessi da una legge italiana: la legge 20 giugno 2003, n. 140. E sapete come si chiama in altro modo quella legge? Lodo Schifani. Perché al suo interno stabiliva privilegi per la alte cariche dello Stato (e le norme sono state bocciate dalla Corte suprema), ma anche privilegi per tutti gli altri eletti, e grazie a quelli si è salvato D’Alema.
Tutti uguali davanti alla legge? Certo- e per le proteste del Pdl dopo la bocciatura del lodo Alfano è insorta anche Rosy Bindi, protagonista di uno scontro televisivo al fulmicotone con Silvio Berlusconi. La Bindi proprio ieri ha assicurato che mai e poi mai il Pd avrebbe voluto reintrodurre la piena immunità parlamentare: se no si viola il principio di uguaglianza di tutti i cittadini. Non parlava naturalmente di se stessa. Non era cittadina, ma ministro della Repubblica quando il 6 aprile 1998 ha goduto del celebre “lodo Montecitorio”. Un giudice screanzato della procura di Napoli la voleva mettere sotto processo al tribunale dei ministri per falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e abuso di ufficio per avere gestito con una certa allegria le nomine all’istituto Fondazione senatore Pascale di Napoli da ministro della Sanità. Che disse la Rosy all’epoca: “indaghi pure signor giudice, come farebbe per qualsiasi cittadino?” Manco per sogno, invocò e ottenne l’immunità parlamentare. E la Camera la sottrasse alla giustizia.
Per la stessa vicenda di D’Alema (inchiesta furbetti del quartierino) erano coinvolti altri due suoi colleghi di partito. Piero Fassino, che disse ai giudici “indagate pure, non ho nulla da nascondere” e chiese ed ottenne da Montecitorio il via libera. E Nicola Latorre che invece ha goduto dello scudo del “lodo palazzo Madama”: il Senato il 27 marzo 2009 ha mandato a stendere i magistrati milanesi perfino tirando loro le orecchie con una reprimenda identica al comunicato del Pdl dopo la bocciatura del lodo Alfano: “avete violato il principio di leale collaborazione fra i poteri dello Stato”.
Qualche anno prima avevano utilizzato il rassicurante “lodo Montecitorio” altri due deputati del Pd, convinti evidentemente che quando la giustizia lambisce la propria vita meglio lasciare perdere i grandi principi e mettersi al riparo di un bello scudo. Lo ha utilizzato il 18 dicembre 1998 Salvatore Margiotta, coinvolto nell’inchiesta della procura di Potenza sulle estrazioni petrolifere in Basilicata. Persone intercettate con lui al telefono furono arrestate, e le accuse erano pesanti: associazioni per delinquere, concorso in turbativa di asta e corruzione. Ma lui non fu gettato in pasto ai giudici. Tre anni dopo- era il 25 luglio 2001- stessa fortuna per Riccardo Marone: il tribunale di Napoli voleva sospenderlo dai pubblici uffici con l’accusa di concorso in abuso di ufficio, in falso ideologico aggravato e continuato e in truffa aggravata. Ma i suoi colleghi alla Camera gli hanno fatto scudo, e i magistrati sono rimasti a bocca asciutta.
Anche gli Udc grazie ai lodi Parlamentari si sono evitati bei guai con la giustizia. E’ accaduto al ligure Vittorio Adolfo, che è sfuggito al tribunale di Sanremo (ipotesi di reato corruzione propria continuata, turbata libertà degli incanti e truffa). Come lui si è salvato Michele Ranieli (concorso in concussione con l’ex direttore generale della Asl locale) protetto dai giudici di Vibo Valentia. E’ andata peggio all’abruzzese Remo di Giandomenico. Accusato di corruzione e concussione, è stato salvato dal lodo Montecitorio nel febbraio 2006. Ma la legislatura è finita lì. E Pierferdinando Casini non ricandidandolo ne ha segnato il destino: qualche settimana dopo è stato comunque arrestato dalla procura di Larino.
Anche Antonio Di Pietro non è stato uguale come tutti di fronte alla legge. Davanti a un suo collega- il giudice Filippo Verde- che voleva da lui 210 mila euro, è fuggito chiedendo il lodo Strasburgo: immunità da parlamentare europeo. Uan volta ottenuto, la beffa: Di Pietro ha ammesso che aveva pure ragione il giudice Verde. Lo aveva accusato di avere trafficato con il lodo Mondadori e lui non c’entrava nulla. Tutta colpa di un “copia e incolla” sbagliato. L’avesse fatto con lui uno qualsiasi dei giornalisti italiani oggi dovrebbe vendersi casa per ripagargli il danno. Ma appunto, un giornalista è solo un giornalista. Di Pietro appartiene a una casta superiore. E – dimenticavamo- naturalmente “tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge”.
Berlusconi non è un cittadino normale. Con tutte quelle cause è più pericoloso di Totò Riina e Al Capone
Ci sono numeri che parlano da soli. Centonove processi, 2.500 udienze, 530 perquisizioni e acquisizioni di documenti da parte della Guardia di Finanza. Oltre duecentomilioni di euro spesi per la propria difesa. Questi numeri non raccontano la storia giudiziaria di Totò Riina e della cupola della mafia. Sono la fotografia dell’assedio giudiziario a Silvio Berlusconi fra il 1994 ed oggi. Non esiste un paragone possibile nella storia giudiziaria di Italia. Non esiste un cittadino finito come l’attuale presidente del Consiglio nel mirino della magistratura. E non è solo storia italiana: a 102 processi non sono stati sottoposti né i criminali nazisti né Al Capone. Ecco a cosa serviva il lodo Alfano: a rendere- almeno per un po’ di tempo- il cittadino Berlusconi un po’ più simile a tutti gli altri cittadini italiani. Per altro c’è una sola indagine sulle 109 che hanno coinvolto Berlusconi legata alla sua attività politica: quella sulla presunta compravendita dei senatori nel 2007 per fare cadere il governo di Romano Prodi. Quella indagine si è fermata in udienza preliminare proprio per il lodo Alfano. E ha danneggiato Berlusconi, perché forse per la prima volta la stessa pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione della pratica, non ravvisandone alcun fondamento. Gli altri 108 procedimenti sono relativi all’imprenditore Berlusconi, al ruolo da lui ricoperto in Fininvest. La maggiore parte è nata durante Mani pulite, quando molti imprenditori sono finiti nel mirino della magistratura. Accadde a Cesare Romiti in Fiat (ed era un manager operativo), a Carlo De Benedetti, a Salvatore Ligresti, a decine e decine di costruttori e imprenditori. Qualcuno fu indagato, qualcuno altro arrestato. De Benedetti trascorse qualche ora- il tempo necessario per un lungo interrogatorio- nel carcere di Regina Coeli dove fu portato dopo qualche giorno di latitanza. A Raul Gardini costò la vita, distrutto dal timore di un arresto dopo essere stato distrutto come imprenditore da altri poteri forti dell’epoca (in testa Enrico Cuccia e la sua Mediobanca) che gli avevano sfilato il secondo gruppo industriale e finanziario del paese. Ma in tutti gli altri non si ricorda un accanimento giudiziario paragonabile a quello subito dall’imprenditore Berlusconi. Che a differenza degli altri il Cavaliere sia sceso in politica non dovrebbe pesare nulla per magistrati che hanno il solo compito di accertare i fatti ed individuare possibili reati. Se si confrontano i fascicoli giudiziari di tutti i grandi imprenditori dell’epoca, non c’è paragone possibile. La maggiore parte dei procedimenti avviati nei confronti di Berlusconi per altro si basa su uno dei teoremi classici di Mani pulite: non poteva non sapere. Anche quando singoli reati compiuti all’interno del gruppo Fininvest sono stati accertati, non si è trovata prova diretta di un coinvolgimento di chi ne era prima presidente e poi solo azionista di maggioranza. Quell’apodittico “Non poteva non sapere” fu invece scartato per altri grandi protagonisti dell’impresa pubblica e privata dell’epoca. Due esempi su tutti: il gruppo Fiat dove la magistratura non osò mai coinvolgere l’avvocato Gianni Agnelli nelle numerose inchieste che portarono ad indagare e processare numeri due e tre come Romiti e Francesco Paolo Mattioli. E il gruppo Iri, dove le inchieste portarono via a carrettate manager di lungo corso, sostenendo che ovunque si pagavano tangenti, e l’unico ad esserne all’oscuro era il presidente dell’epoca, Romano Prodi. Il futuro capo dell’Ulivo incappò una sola notte in un faccia a faccia con Antonio Di Pietro, di cui non uscì mai verbale. Qualcuno nei corridoi ascoltò le grida dei pm, e non se ne seppe più nulla. Lì tutto terminò.
Centonove procedimenti che spesso nascono l’uno dalle ceneri dell’altro. Quando si teme la prescrizione, le procure definiscono nuove ipotesi di reato sugli stessi identici fatti. La vicenda dei diritti televisivi pagati da Fininvest alle major all’estero ne ha già generato almeno una decina. L’ultimo procedimento è ancora in culla, e tramontate decine di altre ipotesi, è stato rivelato alla vigilia della decisione della Corte costituzionale sul lodo Alfano: gli stessi fatti già non accertati (in regolari processi senza scudo penale) negli anni 2004-2007 oggi si sono trasformati in una fantomatica accusa di appropriazione indebita. Non ancora formulata “per non fare pressioni sulla Corte”.
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