Le procure italiane stanno cercando con una manovra a tenaglia di mettere in mutande Silvio Berlusconi. Scacco al re in due mosse. Prima mossa, a Milano: processo rapido, più rapido della legge sul processo breve. E già a gennaio l’attuale premier potrebbe trovarsi condannato per corruzione nel caso Mills. Pena accessoria, immediatamente esecutiva: sospensione dai pubblici uffici per anni cinque. Non indultabile in automatico, perché ci sono in corso altri procedimenti. Un missile su palazzo Chigi in grado di mettere fine alla carriera politica del cavaliere. Seconda mossa: Palermo, Caltanissetta o Firenze. Non è ancora chiaro da dove partirà la cannonata decisiva. A Palermo tutto è già pronto: riaperto dopo 15 anni il fascicolo di indagine n.6031/94, pronta la nuova iscrizione per concorso esterno in associazione mafiosa per Berlusconi Silvio+ 13. E in qualsiasi momento può partire la richiesta del pm di sequestro preventivo del patrimonio del Cavaliere. Tanto la tesi giudiziaria è quella scritta e riscritta mille volte nei libelli anti-cav, da Mario Guarino a Marco Travaglio: all’origine della Fininvest ci sono capitali oscuri. Mafiosi.
Attenzione: non è fantagiustizia. E’ quel che si sta preparando, anche se la caccia grossa come è evidente non troverà la preda immobile paralizzata dalla paura. Ma la partita è iniziata. Con un solo obiettivo: lasciare in mutande Berlusconi, e consegnargli solo la magra soddisfazione di rendere del tutto inutili un paio di procedimenti civili che proprio in queste ore si stanno incardinando: quello sulla immediata esecutività della sentenza Mesiano a favore di Cir (sui 750 milioni di euro, il cui pagamento è temporaneamente sospeso, si deciderà a dicembre), e naturalmente quello sulla separazione per colpa del coniuge innescato da Veronica Lario.
Quella delle procure è ormai una tenaglia che si sta stringendo intorno all’inquilino di palazzo Chigi. Verbali di pentiti di mafia stanno facendo il giro di un numero consistente di procure italiane, ogni volta aggiornati con particolari succulenti. Presunte rivelazioni di Gaspare Spatuzza in viaggio da mesi sulla Firenze-Palermo-Firenze e già approdate al processo a Marcello dell’Utri, appena aggiornate da un ultimo paragrafo, quello sul presidente del Senato, Renato Schifani (cui aveva appena mandato l’avviso di garanzia Il Fatto quotidiano). Verbalini di un altro personaggio a cui alla bisogna torna sempre la memoria utile al momento, come Pietro Romeo, quello che di tanto in tanto rivela qual cosina sul Berlusconi mafioso e stragista. Anche loro in viaggio sulla direttissima Firenze-Palermo. Materiale che oltre ad affacciarsi nel processo a Dell’Utri per dare il colpo di grazia sta riempendo di nuovi contenuti quel “contenitore di sistemi criminali” che è il fascicolo 6031/94, inventato nella notte dei tempi da Roberto Scarpinato e Giancarlo Caselli. Lì furono già iscritti per concorso esterno Berlusconi e Dell’Utri per poi finirne archiviati. Ma il fascicolo non si chiude mai, pronto a rinascere come le teste dell’Idra grazie alle leggio speciali anti-mafia che tutto consentono di riaprire. Siamo ai primi passi della caccia, e ci vuole un po’ di coraggio. Perché intorno non c’è più il popolo plaudente e assetato di vendetta di quegli anni lontani e manco c’è più a Palermo un mastino alla Caselli. Chissà che quei verbali, verbalini e fascicoli non riprendano insieme alla richiesta di sequestro preventivo dei beni del Cavaliere la strada per Firenze, dove la procura da tempo sta lavorando ai fianchi il boss decisivo, quel Filippo Graviano nercessarissimo per confermare le accuse a Berlusconi dei pentiti.
L’altra tenaglia, quella milanese, si sta stringendo con assai meno misteri. Ha un solo nemico da infilzare prima che le sbarri la strada, e non è manco così difficile, visto che si tratta di quel disegno di legge sul processo breve che già molti alleati del presidente del Consiglio stanno lavorando ai fianchi. Tolto di messo quello, è sostanzialmente scontata la condanna in primo grado per il caso Mills. Lodo Alfano o meno il processo è già stato istruito condannando l’avvocato inglese e indicando nelle motivazioni non solo il reato (corruzione), ma anche il corruttore: Berlusconi. Ma c’è un passaggio contenuto nella sentenza di primo grado che già scrive la parte più insidiosa per il cavaliere. E’ all’inizio della pagina 368 della decisione giudiziaria: “Ai sensi dell’articolo 29 c.p. deve applicarsi all’imputato la sanzione accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni. Appare opportuno rimettere alla fase esecutiva del giudizio, anche in relazione alla pendenza a carico dell’odierno imputato di altri procedimenti giudiziari, l’eventuale applicazione del beneficio dell’indulto ex l. n. 241 del 2006, pur astrattamente applicabile nel caso di specie”. Un periodo destinato al “copia e incolla” in caso di condanna di Berlusconi. Il più velenoso, perché anche se impugnato in appello renderebbe più difficile la permanenza del cavaliere a palazzo Chigi e assai imbarazzante sul punto il rapporto con il Quirinale.
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C'è una tenaglia che si stringe intorno a Berlusconi. Milano-Firenze-Palermo e in due mosse il cav sarà ko
Le procure italiane stanno cercando con una manovra a tenaglia di mettere in mutande Silvio Berlusconi. Scacco al re in due mosse. Prima mossa, a Milano: processo rapido, più rapido della legge sul processo breve. E già a gennaio l’attuale premier potrebbe trovarsi condannato per corruzione nel caso Mills. Pena accessoria, immediatamente esecutiva: sospensione dai pubblici uffici per anni cinque. Non indultabile in automatico, perché ci sono in corso altri procedimenti. Un missile su palazzo Chigi in grado di mettere fine alla carriera politica del cavaliere. Seconda mossa: Palermo, Caltanissetta o Firenze. Non è ancora chiaro da dove partirà la cannonata decisiva. A Palermo tutto è già pronto: riaperto dopo 15 anni il fascicolo di indagine n.6031/94, pronta la nuova iscrizione per concorso esterno in associazione mafiosa per Berlusconi Silvio+ 13. E in qualsiasi momento può partire la richiesta del pm di sequestro preventivo del patrimonio del Cavaliere. Tanto la tesi giudiziaria è quella scritta e riscritta mille volte nei libelli anti-cav, da Mario Guarino a Marco Travaglio: all’origine della Fininvest ci sono capitali oscuri. Mafiosi.
Attenzione: non è fantagiustizia. E’ quel che si sta preparando, anche se la caccia grossa come è evidente non troverà la preda immobile paralizzata dalla paura. Ma la partita è iniziata. Con un solo obiettivo: lasciare in mutande Berlusconi, e consegnargli solo la magra soddisfazione di rendere del tutto inutili un paio di procedimenti civili che proprio in queste ore si stanno incardinando: quello sulla immediata esecutività della sentenza Mesiano a favore di Cir (sui 750 milioni di euro, il cui pagamento è temporaneamente sospeso, si deciderà a dicembre), e naturalmente quello sulla separazione per colpa del coniuge innescato da Veronica Lario.
Quella delle procure è ormai una tenaglia che si sta stringendo intorno all’inquilino di palazzo Chigi. Verbali di pentiti di mafia stanno facendo il giro di un numero consistente di procure italiane, ogni volta aggiornati con particolari succulenti. Presunte rivelazioni di Gaspare Spatuzza in viaggio da mesi sulla Firenze-Palermo-Firenze e già approdate al processo a Marcello dell’Utri, appena aggiornate da un ultimo paragrafo, quello sul presidente del Senato, Renato Schifani (cui aveva appena mandato l’avviso di garanzia Il Fatto quotidiano). Verbalini di un altro personaggio a cui alla bisogna torna sempre la memoria utile al momento, come Pietro Romeo, quello che di tanto in tanto rivela qual cosina sul Berlusconi mafioso e stragista. Anche loro in viaggio sulla direttissima Firenze-Palermo. Materiale che oltre ad affacciarsi nel processo a Dell’Utri per dare il colpo di grazia sta riempendo di nuovi contenuti quel “contenitore di sistemi criminali” che è il fascicolo 6031/94, inventato nella notte dei tempi da Roberto Scarpinato e Giancarlo Caselli. Lì furono già iscritti per concorso esterno Berlusconi e Dell’Utri per poi finirne archiviati. Ma il fascicolo non si chiude mai, pronto a rinascere come le teste dell’Idra grazie alle leggio speciali anti-mafia che tutto consentono di riaprire. Siamo ai primi passi della caccia, e ci vuole un po’ di coraggio. Perché intorno non c’è più il popolo plaudente e assetato di vendetta di quegli anni lontani e manco c’è più a Palermo un mastino alla Caselli. Chissà che quei verbali, verbalini e fascicoli non riprendano insieme alla richiesta di sequestro preventivo dei beni del Cavaliere la strada per Firenze, dove la procura da tempo sta lavorando ai fianchi il boss decisivo, quel Filippo Graviano nercessarissimo per confermare le accuse a Berlusconi dei pentiti.
L’altra tenaglia, quella milanese, si sta stringendo con assai meno misteri. Ha un solo nemico da infilzare prima che le sbarri la strada, e non è manco così difficile, visto che si tratta di quel disegno di legge sul processo breve che già molti alleati del presidente del Consiglio stanno lavorando ai fianchi. Tolto di messo quello, è sostanzialmente scontata la condanna in primo grado per il caso Mills. Lodo Alfano o meno il processo è già stato istruito condannando l’avvocato inglese e indicando nelle motivazioni non solo il reato (corruzione), ma anche il corruttore: Berlusconi. Ma c’è un passaggio contenuto nella sentenza di primo grado che già scrive la parte più insidiosa per il cavaliere. E’ all’inizio della pagina 368 della decisione giudiziaria: “Ai sensi dell’articolo 29 c.p. deve applicarsi all’imputato la sanzione accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni. Appare opportuno rimettere alla fase esecutiva del giudizio, anche in relazione alla pendenza a carico dell’odierno imputato di altri procedimenti giudiziari, l’eventuale applicazione del beneficio dell’indulto ex l. n. 241 del 2006, pur astrattamente applicabile nel caso di specie”. Un periodo destinato al “copia e incolla” in caso di condanna di Berlusconi. Il più velenoso, perché anche se impugnato in appello renderebbe più difficile la permanenza del cavaliere a palazzo Chigi e assai imbarazzante sul punto il rapporto con il Quirinale.
C'è un pm che vuole ribaltare Berlusconi e tutto tace
Immigrati e intercettazioni telefoniche sono emergenze fittizie. “L’emergenza reale è quella democratica”. Parola di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo che sostiene- pur senza citare un nome, che chi oggi è al governo dell’Italia ha “demolito i pilastri dello Stato”, che prima ha “assediato, poi assaltato e occupato per i suoi interessi privati”. Di più, ha favorito per interessi privati l’invasione “di spazi della politica da parte di poteri criminali che hanno penetrato le istituzioni”. Così, secondo la ricetta espressa da Ingroia a un convegno di Magistratura democratica a Roma, oggi i magistrati debbono “riuscire a ristabilire un contatto con la parte migliore della società e dell’opinione pubblica” per “ribaltare il corso degli eventi soltanto mettendo le premesse per la nascita e la crescita una politica con la P maiuscola”. Parole forti, con passaggi ancora più clamorosi, che Ingroia ha pronunciato a Roma al residence di Ripetta davanti allo stato maggiore di Md, a due membri del Csm e a Stefano Rodotà. Il magistrato di Palermo che ha condotto l’indagine su Marcello dell’Utri sostiene che era meglio il rapporto fra politica e mafia all’epoca di Giulio Andreotti: “Nella cosiddetta prima trattativa c’era una politica che- uno Stato, diciamo così, che intrecciava i rapporti con pezzi dei poteri criminali per finalità- diciamo così, di ordine pubblico (quindi politici e non privati). Nella cosiddetta seconda trattativa lo Stato è scomparso e ci sono interessi privati che si siedono al tavolo degli interessi criminali per contrattare privatamente i rispettivi obiettivi”.
Ingroia ha esordito nel silenzio generale (e con qualche applauso) spiegando che “Noi abbiamo davanti una sistematica demolizione dei pilastri dello Stato. Cioè quello che rende le cose a mio parere particolarmente drammatiche è che noi non abbiamo una politica che vuole sottoporre la magistratura sotto il controllo della politica. Oggi non abbiamo politica. E non abbiamo Stato. Cioè il ruolo di mediazione, con tutti i difetti e le accentuazioni che la politica svolse nella prima repubblica. Semplicemente non c’è più. Lo Stato e la politica sono stati oggetto prima di un assedio, poi di un assalto, di interessi privati e quindi oggi lo Stato è occupato da interessi privati, che non fanno politica, ma realizzano soltanto i propri interessi”. E ancora, scagliandosi contro le ipotesi di riforme istituzionali appena tratteggiate dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “noi siamo oggi senza politica, ma solo in mano di interessi privati che della politica si sono impossessati. I colpi subiti dallo stato di diritto con l’accentramento del potere dell’esecutivo non sono solo finalizzati a costruire uno Stato secondo un modello diverso da quello istituzionale costruito dalla Corte Costituzionale . Si tratta semplicemente di una scelta nella quale un nucleo di interessi personali e privati ha individuato il potere l’esecutivo come quello che gli consente di fare meglio i proprio interessi. E secondo questi interessi ha modellato un nuovo modello di Stato e un nuovo modello istituzionale.” Ed ecco la ricetta del magistrato anti-Berlusconi: “Dobbiamo riuscire a ristabilire un contatto con la parte migliore della società e dell’opinione pubblica. L’opinione pubblica non c’è più, perché parte di questo disegno è distruggere l’opinione pubblica, trasformandola in soggetti sui quali viene riversato il pensiero unico, la verità unica. Il dispregio dell’opinione altrui, dei fatti: trasformare tutti i fatti in opinioni, in modo che tutto sia opinabile e nulla sia vero. Di fronte a questo quadro, che fare? Avere consapevolezza che si può ribaltare il corso degli eventi…”.
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