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Ravasi- Scola, i ballottaggi a Milano non finiscono qui


Questo ballottaggio avverrà di giovedì. Forse il prossimo, 2 giugno, nel silenzio di una giornata di festa. Forse quello dopo, il 9 giugno. Sarà allora che la Congregazione dei vescovi in seduta plenaria sceglierà l’uomo che dovrà guidare Milano. Una poltrona più importante di quella per cui si stanno battendo all’ultimo colpo Giuliano Pisapia e Letizia Moratti. Perché chi succederà al cardinale Dionigi Tettamanzi andrà a guidare la diocesi più grande del mondo e lascerà il segno sull’intera Chiesa italiana. I candidati non sono pochi, ma nella previsione dei più anche questo sarà un ballottaggio. Perché sono due i candidati che hanno più chance degli altri: il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la cultura, e il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia. Anche se le logiche della Chiesa sono assai diverse da quelle della politica, per mille e una ragione questo ballottaggio sembra davvero parallelo a quello per la poltrona di primo cittadino di Milano. In qualche modo ne è strettamente intrecciato. Ci sono fra i cattolici e perfino fra le gerarchie schiere di tifoserie dell’uno e dell’altro. Forse i due non così distanti né avversi, ma i loro sostenitori sì.
Per capire bisognava essere sabato o domenica scorsa davanti a una delle tante parrocchie di Milano all’uscita della Santa Messa. Molti avrebbero trovato gruppetti di universitari o liceali di Comunione e liberazione che distribuivano un volantino sulle elezioni politiche. Non materiale classico di propaganda elettorale: un lungo testo sul “bene comune” e la possibilità di “costruire luoghi di vita” citando le opere di carità e non solo del movimento ecclesiale rese possibili in questi anni a Milano. Durante il week end sono stati distribuite 200 mila copie di quel volantino, che solo indirettamente rappresentava un endorsement a Letizia Moratti. Non sono stati pochi i fedeli che all’uscita delle parrocchie hanno reagito con violenza verbale e talvolta fisica a quel volantino. Per chi ha vissuto quell’esperienza, la memoria è andata al clima che c’era in università e in città nel pieno degli anni Settanta. E attenzione: in questo caso non si trattava di gruppi politici militanti, ma di fedeli. Uno spaccato di cosa è oggi la Chiesa milanese che ben è emerso dopo quella domenica da una lettera aperta scritta su Il Fatto quotidiano dalla professoressa cattolica (assai coccolata in Curia a Milano) Roberta De Monticelli a una ragazzina di Cl sorpresa all’uscita da messa con quel volantino. Parole di commiserazione, più che indignate, sprezzanti, come ci si rivolgesse a un essere inferiore culturalmente e mentalmente. Lo specchio di quale sia il vero atteggiamento verso la diversità degli altri da parte di chi un giorno sì e un altro pure predica l’accoglienza verso mussulmani, rom, lesbiche, gay e tutte le minoranze possibili. Tutte meno i cattolici che non si adeguano alla loro cultura. Questo spaccato è la fotografia più chiara della chiesa ambrosiana. Ed è su queste sponde che si svolgerà quel ballottaggio fra i cardinali Ravasi e Scola, certamente al di là delle intenzioni dei diretti interessati e dei loro grandi elettori.
Non è un caso se fino a due settimane fa a Milano si dava per scontata l’imminente nomina del patriarca di Venezia. Certo, Scola aveva il peccato originale di essere cresciuto a fianco di don Luigi Giussani, nel movimento di Comunione e Liberazione. Ma da cardinale e da pastore lui stesso si è definito ex ciellino, sottolineando come la missione avesse a cuore l’intera chiesa e non una sola parte. Da quando Pisapia è uscito trionfatore dal primo turno elettorale, molti maldipancia della chiesa milanese a stento trattenuti sono pubblicamente emersi. La cosa più carina che si sente dire dalle parti della curia ambrosiana è “adesso la nomina di Scola è improponibile”. Nello stesso istante sono cresciute vertiginosamente le chance di monsignor Ravasi, prelato assai gradito alla intellighenzia radical-chic meneghina per la sua capacità di coccolare artisti, letterati ed esponenti di culture varie. I vincitori del primo turno vedono in lui la possibilità di una chiesa a disposizione del nuovo potere che avanza. In Scola invece si immagina un possibile capo dell’opposizione a questo potere, da evitare come fosse il diavolo.
Se la Chiesa fosse una democrazia, quel ballottaggio sarebbe già segnato. Ma una democrazia nel senso classico non è. Perché più di ogni altra cosa conta la scelta del Papa. E non sono pochi a ritenere che Benedetto XVI propenda decisamente per Scola. Il Papa ha riempito Ravasi di elogi per il lavoro che sta facendo ora, e a molti questo fiorire di complimenti a Roma è sembrato un chiudere la porta alla strada che porta a Milano.
Proprio perché questo si sa, nelle segrete stanze vaticane da settimane arrivano dossier anonimi sul cardinale Scola, in particolare sulla gestione amministrativa legata ad incarichi coperti dal prelato ora e in passato. Insomma, è una campagna “elettorale” che si sta svolgendo attraverso colpi bassi simili a quelli della politica. Il Papa ha imposto una procedura insolita. Ha chiesto che sia la congregazione dei vescovi in seduta plenaria a discutere delle nomine. E alla vigilia della riunione ha firmato il decreto di nomina in congregazione di uno dei cardinali più vicini a papa Ratzinger: il fidato monsignor Mauro Piacenza. Con il suo arrivo gli italiani coinvolti nella decisione saranno una decina. La maggioranza però è composta da cardinali stranieri, assai fedeli alle indicazioni del Papa. Loro da un elenco di 15 nomi hanno già individuato una cinquina (oltre a Ravasi e Scola anche Aldo Giordano, Francesco Lambiasi e Pietro Parolin). Ma sanno che si andrà al ballottaggio fra due soli. E che l’ultima parola spetta al Papa.

Murdoch scende in campo a fianco del Papa perchè si è convertito? A guardare il battesimo delle figlie sulle rive del Giordano, sembra di sì

La foto campeggia sulla prima pagina di “Hello!”, una sorta di “Chi” inglese nel gossip familiare delle celebrità mondiali. Rupert Murdoch ritratto insieme alla moglie Wendi Deng , alla regina Rania di Giordania, a Nicole Kidman, sorride nel giorno del battesimo delle due figlie di ultimo letto, le piccole Grace (8 anni) e Chloe (6 anni). La cerimonia si è svolta il 22 marzo scorso sulle rive del fiume Giordano, celebrata da un prete cattolico proprio nell’esatto luogo dove tre dei quattro vangeli (Marco, Luca e Matteo) raccontano che Gesù Cristo avesse ricevuto il battesimo da Giovanni Battista. Madrina di battesimo è stata appunto la Kidman, attrice che non fa mistero della sua fede cattolica. Padrino un attore cattolico australiano, Hugh Jackman. Un fatto non vissuto privatamente, perché l’ampio servizio fotografico che occupa le 18 pagine è certamente stato autorizzato da Murdoch. Tanto da volere sembrare un messaggio al mondo su una possibile conversione del più potente imprenditore dei media internazionali. L’ha interpretato così, ad esempio, l’editorialista del Guardian, Nicholas Blincoe, che ha commentato quelle foto sotto il titolo” Una rinascita per Rupert Murdoch?- Con il battesimo delle sue figlie sulle rive del Giordano forse il capo di News Corp sta segnalando la sua personale conversione”. Certo che alla nascita le due bimbe di Murdoch non sono state battezzate, e farlo dopo anni in modo così suggestivamente simbolico e pubblicizzato è certo segno di una decisione dei genitori lungamente pensata e maturata. Per altro giunge dopo un’altra conversione in seno alla famiglia Murdoch, quella vissuta assai più privatamente del figlio James, vero erede del padre nella News corp, e noto in Italia sia perché si occupa direttamente di Sky, sia per la sua partecipazione all’ultimo Meeting di Rimini, da cui sembra sia rimasto particolarmente segnato. Sono più di uno quindi gli elementi personali della famiglia di Murdoch che accompagnano la scelta recentissima del Wall Street Journal di scendere in campo nella battaglia mediatica sugli scandali pedofilia per difendere Papa Benedetto XVI. Iln più importante quotidiano finanziario del mondo, posseduto dai Murdoch, ha sfoderato nell’occasione la firma di uno dei suoi più potenti columnist, William McGurn. Non si tratta di un qualsiasi editorialista del gruppo, ma di un cattolico che ha e ha avuto in passato ruoli manageriali in News corporation e che da anni scrive i discorsi più delicati ( i cosiddetti “position papers”) per lo stesso Murdoch. Non lo ha fatto solo fra il giugno 2006 e il febbraio 2008 quando l’allora presidente Usa George W. Bush lo ha chiamato alla Casa Bianca a guidare il team di chi scriveva i suoi discorsi ufficiali, dietro un compenso di 261 mila dollari all’anno. Potrebbe esserci una scelta editoriale, in parte una scelta politica (Murdoch non ha in simpatia Barack Obama e i media del gruppo non hanno lesinato attacchi al presidente Usa anche sulla linea abortista), ma anche una profonda convinzione personale del tycoon del media in questo sostegno inatteso a Benedetto XVI. D’altra parte i rapporti diplomatici fra Murdoch e il Vaticano sono buoni da molti anni. Fu il magnate anglo-australiano a donare nel dicembre 1999 alla Conferenza episcopale americana i 10 milioni di dollari che servivano alla costruzione della nuova cattedrale di Los Angeles. Nel gennaio dell’anno precedente l’arcivescovo di Los Angeles, il cardinale Roger Mahony, aveva insignito Murdoch dell’ordine pontificio di San Gregorio Magno, con tanto di benedizione papale che scandalizzò molti cattolici romani. E forse sono stati proprio i rapporti che si crearono all’epoca a determinare la nuova svolta religiosa del magnate.

Se volete il Papa a processo, consegnate Obama a Spataro- La curiosa linea difensiva in Usa dell'avvocato di fiducia del Vaticano

Volete Benedetto XVI in aula come testimone nei processi sulla pedofilia nella chiesa americana? Benissimo, allora ordinate al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di andare a testimoniare a Milano sulle direttive date alla Cia per il rapimento di Abu Omar. A chiedere alla Corte suprema degli Stati Uniti l’applicazione di una sorta di par condicio giudiziaria è niente meno che lo Stato Città del Vaticano. Il paradosso legale è infatti formalmente depositato presso la Corte suprema americana da Jeffrey S. Lena, l’avvocato che coordina la difesa della Chiesa nei processi per pedofilia. La deposizione al processo è stata chiesta per papa Benedetto XVI da un avvocato del Kentucky, William McMurry, insieme a quella del cardinale Tarcisio Bertone, del cardinale William Levada e del nunzio apostolico in Usa, Pietro Sambi. Respinta una prima volta nel 2007 è stata ripresentata con documentazione a sostegno. Così il caso Kentucky è finito davanti alla Corte suprema americana insieme a quello dell’Oregon, in cui un tribunale vorrebbe chiamare a rispondere penalmente e civilmente il Papa e lo Stato Città del Vaticano degli abusi commessi da alcuni preti pedofili. La documentazione legale dei due fronti è approdata ora davanti alla Corte, che non ha ancora calendarizzato l’udienza. Gli avvocati delle vittime degli abusi hanno trasmesso un documento- per altro già rivelato dalla stampa britannica nel 2002- che secondo loro dovrebbe rappresentare la pistola fumante per dimostrare le responsabilità apicali del Vaticano nello scandalo. Si tratta di un documento non firmato di una sessantina di pagine, dal titolo “Crimen sollicitationis” che risale al 1962 e che secondo la tesi accusatoria sarebbe stato approvato dal “Papa buono”, Giovanni XXIII. Il documento fornisce istruzioni ai vescovi su come comportarsi davanti a casi di abusi sessuali o addirittura “comportamenti bestiali” che potessero emergere nell’episcopato. La regola era di proteggere accusati e vittime fino all’accertamento della verità mantenendo il massimo riserbo possibile sull’accaduto. Consigliando comunque di trasferire ad altra sede o altro incarico i sospettati. I procedimenti sarebbero stati immediatamente incardinati presso il Sant’Uffizio e secretati pena scomunica. Stesso segreto (e stessa pena in caso di violazione) avrebbe dovuto riguardare l’identità dei denuncianti e di eventuali testimoni. Denunce anonime dei fatti invece sarebbero state cestinate, a meno che già non gravassero sospetti su quei casi e si ritenesse quindi utile un’inchiesta. Al termine delle indagini riservate, se le accuse venivano ritenute del tutto infondate, ogni documento sarebbe stato distrutto. In caso di accuse indeterminate e senza riscontro, la pratica sarebbe stata archiviata e la documentazione conservata per inchieste future. In caso di prove riscontrate invece il processo sarebbe stato celebrato sentendo anche il colpevole. Queste istruzioni sarebbero state allegate anche a una nuova lettera inviata a tutti i vescovi nel 2001 dal cardinale Joseph Ratzinger, che guidava la congregazione per la dottrina della fede. E quindi secondo gli avvocati delle vittime di abusi dimostrerebbe la responsabilità apicale della Chiesa cattolica nel cercare di circoscrivere e insabbiare lo scandalo pedofilia. Dello stesso documento offre una lettura diametralmente opposta naturalmente l’avvocato Lena, secondo cui al massimo si dimostrerebbe l’intenzione della Chiesa di fare inchieste serie sui casi di abusi sessuali fin dal 1962 e il riserbo delle indagini sarebbe stato innanzitutto a garanzia delle vittime (sia per le conseguenze sulla vita privata sia per non esporle a tentativi di vendetta). Viene depositata dai legali vaticani anche una interpretazione del documento firmata da un esperto di diritto canonico, il professore Thomas P: Doyle che confuta tutte le tesi di McMurry. Quanto alla richiesta di testimonianza del Papa al processo, Lena prima rivendica presso la Corte suprema l’immunità diplomatica garantita a un capo di stato straniero come il pontefice, poi spiega che se questa richiesta fosse ritenuta esaudibile, allora avrebbero legittimità le richieste di tutte le corti di paesi stranieri di fare comparire a processo il presidente degli Stati Uniti nei casi di “extraordinary renditions” compiute dalla Cia in quei territori, “come è avvenuto in Italia”. Quanto all’organizzazione piramidale del Vaticano che imporrebbe il coinvolgimento dello Stato estero nell’azione civile intentata dalle vittime di abusi, l’avvocato Lena spiega alla Corte suprema che la Chiesa non è una società per azioni con a capo una holding di diritto vaticano, e che quindi non si può applicare la responsabilità amministrativa per un ente morale. La richiesta invece equipara il Vaticano a una qualsiasi multinazionale, pur non avendone in alcun modo la configurazione giuridica.

Benedetto XVI mangia meno strudel, ma è sereno. E' la Curia ad essere terrorizzata per l'offensiva sulla pedofilia

Chi lo ha visto tutti i giorni nelle ultime settimane racconta di un Benedetto XVI provato, stanco, fisicamente sofferente. Il Papa cammina con fatica perfino all’interno degli appartamenti pontifici, sorride ed assaggia appena un pezzetto dell’amato strudel con le mele annurche che gli preparano le collaboratrici laiche che da anni lo assistono. Mangia poco, spesso non tocca nemmeno quelle mozzarelline di bufala che il suo segretario, padre Georg Gaenswein, gli fa arrivare da Frattamaggiore. Anche la via Crucis seguita in papa mobile, le vacanze estive disdette per la prima volta scegliendo il meno faticoso ritiro di Castelgandolfo rendono evidenti a tutti questa sofferenza. Che non è solo esterna, perché il Papa- racconta chi gli sta più vicino- ha vissuto con grande dolore quel che è stato chiamato lo scandalo pedofilia nella Chiesa. Ma non si sente sotto assedio. Joseph Ratzinger è sereno, profondamente sereno. E ha a cuore oggi forse più di prima quella guida pastorale del suo popolo che è probabilmente la vera ragione dello scandalo e di quell’assedio che racconta quotidianamente la stampa di tutto il mondo. E’ la verità del cristianesimo, quell’unione fra fede e ragione raccontata nelle udienze del mercoledì attraverso le vite dei santi ad occupare il Papa. E non lo preoccupa quel che emerge perfino dentro la Chiesa. E’ nelle altre stanze vaticane che si vive con timore questo assedio di cui forse alcuni cardinali e alti prelati ingigantiscono oltremodo la portata. Non pochi rifiutano colloqui telefonici e- quando inevitabili- evitano accuratamente giudizi e riferimenti a vicende di cronaca. Perfino gli indirizzi di posta elettronica più riservati sono utilizzati con cautela e sospetto: chi vuole parlare lo fa solo a quattro occhi. Chiedi se immaginano una regia ad organizzare la campagna che monta ormai ha troppe radici diverse: quelle dell’ America puritana e di cultura ebraica, quelle anglicane, quelle semplicemente laiche e anticlericali da cui ti saresti atteso qualsiasi spallata, ma anche quelle cristiane, cattoliche, addirittura nella patria stessa del Pontefice. Sulle prime chi si incontrava in Curia ripeteva quasi rassicurante che forse regia c’era, ma solo per comuni interessi economici. I casi di pedofilia erano noti da anni, in ogni dettaglio proprio quelli che venivano sventolati in queste settimane. Se si alzava il tiro era solo per soldi: fare circolare come indiscreti documenti notori, farli pubblicare sui giornali e poi sfruttarne il clamore era utile a un manipolo di studi legali che puntando il dito sul Vaticano e trovando un giudice disposto a seguirli avrebbero fatto lievitare oltremisura risarcimenti e parcelle. Ma la furia delle onde in tempesta è seguita così devastante, si è unita a venti impetuosi e diversi nazione dopo nazione (si guardi all’Italia, dove il tiro al Papa ha sostituito dopo il flop elettorale immediatamente il tiro a Silvio Berlusconi), che oggi nelle stanze vaticane pochi credono sia solo questione di soldi. Per questo si ripercorrono le tappe di questo pontificato trovando uno dopo l’altro chi e perché soffia su quei venti. La Chiesa. C’è una data- chiave che spiega da dove nascono gtli attacchi interni al Papa. E’ quasi all’inizio del pontificato di Benedetto XVI: il 22 dicembre 2005, giorno dell’incontro con la curia romana per gli auguri natalizi. E del suo giudizio tagliente sul Concilio Vaticano II, che per il Papa non è stato una “apertura al mondo”, ma nel solco pieno della tradizione millenaria della Chiesa, solo un “passo fatto verso l’età moderna che appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto fra fede e ragione”. Detta così sembra solo una questione dottrinale, e invece all’interno della Chiesa è stato discorso di rottura decisa. Da lì il Papa è stato sentito come un nemico da gran parte dell’ala liberal e progressista degli episcopati. Lì e in altri discorsi sui valori fondamentali, sulla difesa assoluta della vita, si è consumato il vero scontro fra il Papa, il mondo laico e anticlericale (e questo era ovvio) ma soprattutto una parte non marginale della Chiesa. Se oggi la conferenza episcopale tedesca e buona parte di quella austriaca sono anche apertamente critiche del pontificato, il motivo è proprio in quel discorso del dicembre 2005, acqua ghiacciata sull’interpretazione rivoluzionaria del Vaticano II. Ebrei e mussulmani. Meno teologica e più facile da comprendere l’avversione del mondo mussulmano e di quello ebraico nei confronti del pontefice. Il discorso di Ratisbona incendiò subito l’Islam. La liberalizzazione del rito antico, che ha rispolverato la formula sulla conversione degli ebrei, il recupero della comunità lefebvriana (il vescovo negazionista, ma tutti erano sospettati di dottrina antisemita), l’annuncio prima di recarsi in Sinagoga della beatificazione di Pio XII hanno creato un solco profondo fra Benedetto XVI e i rabbini di tutto il mondo. Protestanti. Occasioni dirette di scontro non sono state così evidenti. Ma certo non è stato gradito il percorso di avvicinamento e perfino di apertura al rientro degli anglicani in seno alla chiesa cattolica romana. La Costituzione apostolica messa punto dal cardinale William Levada per l’occasione seguiva infatti una richiesta avanzata dalle comunità anglicane più tradizionaliste spaventate per l’apertura dell’ala liberal verso l’ordinazione di donne e omosessuali dichiarati. Più che come un gesto di comunione così quell’apertura del Papa è stata interpretata come un vero e proprio progetto scismatico sulla chiesa anglicana. Tutto questo teme la Curia, con cui peraltro il papa ha scarsissimi rapporti: gli unici che frequenta settimanalmente e da cui Benedetto XVI coglie umori di palazzo e apprende notizie dal mondo sono infatti il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il cardinale Giovanni Battista Re e il ricordato cardinale Levada. Altre cose arrivano sulla scrivania di Padre Georg grazie a una rassegna stampa filtrata dalla segreteria di Stato e che non sempre giunge nelle mani del Pontefice. Ma anche se a gocce e filtrato da racconti altrui, il Papa conosce bene quel che sta avvenendo nel mondo e nella Chiesa. Un vescovo gli ha riferito anche parole allarmate scritte in una lettera privata dall’ex presidente del Senato, Marcello Pera: “come è possibile che un miliardo di cristiani assistano in silenzio ed impotenti al tentativo di distruggere il Papa, senza rendersi conto che dopo questo non ci sarà più salvezza per nessuno?”. Certo, Benedetto XVI vive con dolore i fatti avvenuti nel suo gregge perché ne è il pastore. Ma non è preoccupato dell’assedio. Come ha ripetuto a chi ha incontrato anche in questi giorni: “è solo Cristo che assedia la Chiesa”.

Non si va in Paradiso passando dai paradisi fiscali. Così il Papa prepara la sua strada al rientro dei capitali

Sono passati più di 40 anni da quel 26 marzo 1967 quando Paolo VI tuonò contro l’esportazione illecita dei capitali dalle pagine della Populorum progressio, un’enciclica chiave nella storia della dottrina sociale della Chiesa. E quel passaggio, in un mondo così lontano da quell’epoca, riecheggia con forza nella nuova enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, che questa mattina verrà presentata ufficialmente in Vaticano e di cui Italia Oggi anticipa tre capitoli. «Paolo VI», ricorda papa Ratzinger, «invitava a valutare seriamente il danno che il trasferimento all’estero di capitali a esclusivo vantaggio personale può produrre alla propria Nazione». Insomma, non si va in Paradiso passando per i paradisi fiscali. La nuova enciclica sostiene che “tutto questo è valido anche oggi, nonostante che il mercato dei capitali sia stato fortemente liberalizzato e le moderne mentalità tecnologiche possano indurre a pensare che investire sia solo un fatto tecnico e non anche umano ed etico”. Non è tenero, Benedetto XVI, con gli imprenditori e con i manager che spesso sono stati all’origine della crisi finanziaria che sta mettendo in ginocchio il mondo. E per quanto un’enciclica sia fatta per attraversare il tempo, non mancano riferimenti anche di dettaglio all’attualità. Per il Papa uno dei rischi maggiori “è senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale. Sempre meno le imprese, grazie alla crescita di dimensione ed al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno capo a un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un unico territorio. Inoltre la cosiddetta delocalizzazione dell’attività produttiva può attenuare nell’imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di straordinaria mobilità». Ma non sono solo gli imprenditori ad avere perso il senso della propria responsabilità sociale: “Negli ultimi anni si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi”. Per anni, sostiene il Papa, “la perdurante prevalenza del binomio mercato-Stato ci ha abituati a pensare esclusivamente all’imprenditore privato di tipo capitalistico da un lato e al dirigente statale dall’altro”. La realtà non è più quella. E con parole che farebbero felici il ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti, e che fotografano con lucidità l’attuale situazione internazionale, il Papa spiega che “l’economia integrata dei giorni nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i governi ad una più forte collaborazione reciproca. Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato. In relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo sembra destinato a crescere, riacquistando molte delle sue competenze». Sarà grazie a questo ruolo riconquistato da stati e governi che si potranno riprendere in mano le redini della globalizzazione oggi sfuggite. Basta non assolutizzare i processi economici e ricordare che questi dipendono e sono governati sempre dagli uomini. “La globalizzazione”, dice Benedetto XVI citando in questo il suo immediato predecessore, “a priori non è buona nè cattiva (...) Opporvisi ciecamente sarebbe un atteggiamento sbagliato, preconcetto, che finirebbe per ignorare un processo contrassegnato anche da aspetti positivi (...) I processi di globalizzazione, adeguatamente concepiti e gestiti, offrono la possibilità di una grande redistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto”. E’ qui il senso vero del mercato come è inteso da Benedetto XVI: non giustifica più la sua esistenza con il solo criterio della giustizia commutativa (lo scambio classico fra bene e prezzo), che portata all’esasperazione lo distrugge, ma vivrà se saprà costruire una economia di mercato anche attraverso la giustizia distributiva e quella sociale. Una ricetta non banale proprio per il G8 alle porte... Franco Bechis

Quando il Papa è fallibile- Gaffe in un discorso ufficiale sull'Angola. Si cerca il responsabile dell'editing

L'annuncio è stato dato con tutta l'ufficialità del caso domenica 26 ottobre alla chiusura del Sinodo dei vescovi in una basilica di San Pietro piena all'inverosimile. Papa Benedetto XVI ha reso pubblico il suo primo viaggio in Africa, che si terrà nel marzo 2009. Inforcando gli occhiali e scorrendo il testo dattiloscritto nelle sue mani il pontefice ha spiegato: «È mia intenzione recarmi nel marzo prossimo in Camerun. Di lì proseguirò, a Dio piacendo, per l'Angola, per celebrare solennemente il 500° anniversario di evangelizzazione del paese». Una gaffe clamorosa: l'anniversario è già stato solennemente celebrato. Nell'anno giusto, il 1992. Da un papa: Giovanni Paolo II. Un errore. E in Vaticano è iniziata la caccia al colpevole... Potrà sembrare un errore veniale a chi legge. E probabilmente in Italia e in gran parte del mondo pochi sapranno della storia dell'Angola e tanto meno dell'anno in cui il cristianesimo è arrivato in quelle terre. Talmente pochi che nessun media italiano o internazionale, riportando fedelmente l'annuncio del Papa, si è accorto dell'errore. Eppure sedici anni di differenza per un anniversario così rilevante non sono pochi. E in Africa come nella stessa curia Vaticana l'errore non è passato sotto silenzio. Nessun commento all'esterno, come è immaginabile, ma un'immediata inchiesta interna. Perché la gaffe- naturalmente non dovuta a papa Ratzinger che si è limitato a leggere un discorso preparato per l'occasione, non ha provocato sconquassi nè casi politici internazionali come in altre occasioni è accaduto. Ma è stata rischiosa e denota almeno una certa faciloneria con cui si confezionano i testi che il Pontefice deve leggere di fronte al mondo. Sarebbe bastata una semplice ricerca su Google per conoscere l'anno esatto della ricorrenza della evangelizzazione dell'Angola. Ma è incredibile che in Vaticano nessuno sapesse della precedente celebrazione guidata con eco mondiale da Giovanni Paolo II. E ancora più che chi mette mano ai testi papali, sia che ne curi la bozza originaria sia che ne controlli l'editing prima che siano affidati alla lettura pubblica, non proceda a controlli accurati. Come questi primi anni di pontificato hanno dimostrato sulle parole di papa Ratzinger si concentra spesso l'attenzione del mondo come mai era accaduto. Si pensi solo a quanto avvenne dopo il discorso all'Università di Ratisbona e alle tensioni nate nell'Islam anche per un errore di comunicazione dello staff papale...

Trovato il Papa nero, Lombardi torna dal Papa bianco. Il Vaticano è stato senza portavoce nella bufera Veltroni-Sapienza

La 35° Congregazione mondiale dei gesuiti, 218 elettori sui 226 presenti ai lavori (tre membri ex officio e cinque membri nominati dal padre generale non hanno diritto di voto), ha eletto questa mattina il nuovo superiore generale, il cosiddetto "Papa nero" (perché è l'unico altro incarico vitalizio presente nella Chiesa): si tratta dello spagnolo Adolfo Nicola, che succede a padre Peter-Hans Kolvenbach, che -caso unico-ha voluto lasciare all'incarico. Nella notizia- importante perché i gesuiti sono l'ordine religioso più diffuso al mondo- ce ne è anche un'altra. Dal conclave per l'elezione del Papa nero- iniziato il 7 gennaio scorso- esce finalmente anche padre Federico Lombardi, il portavoce ufficiale del Vaticano. Che così può tornare dal Papa bianco, Benedetto XVI, che ne ha dovuto fare a meno proprio nei giorni più complicati del Vaticano. Il portavoce di Joseph Ratzinger infatti era chiuso a pane acqua in conclave- secondo la regola- e non poteva avere alcun contatto con l'esterno. Padre Lombardi non ha sostituti ufficiali, e così il Vaticano si è trovato sostanzialmente muto dopo l'incontro fra il Papa e Walter Veltroni, con tutto il seguito di polemiche, così come in pieno caso Sapienza. Le funzioni di padre Lombardi sono state rilevate impropriamente dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che però non ha in agenda i numeri dei direttori di giornali e di tutti i vaticanisti...