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Non si salva nessuno a Eni, Enel e Poste *E Tremonti ispira Matteo* Sono socio Avis... e del Pd.. * Silvio attento, che er gatto se lo magnano
Fino all’ultimo qualcuno ha consigliato prudenza, ma alla fine il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sembrano irremovibili. Quando prima di Pasqua il Tesoro comunicherà la lista per i consigli di amministrazione delle società controllate (Enel, Eni, Finmeccanica, Poste le più importanti, ma ci saranno anche Enav, Poligrafico dello Stato, Sogesid), si capirà bene “l’operazione Napalm” che ha in mente il premier: nessuna riconferma di peso nei consigli di amministrazione uscenti. L’opzione zero rinnovi è legata anche alla vicenda degli emolumenti: siccome il Tesoro non può che dare indicazioni, è più facile che siano rispettate alla lettera da nuovi entranti. Le nuove regole saranno: riduzione dei compensi per presidenti (che secondo le nuove regole di governance Eni ed Enel dovranno essere indipendenti) e amministratori delegati e non cumulabilità delle deleghe con eventuali incarichi dirigenziali interni. Questo significa che se un amministratore delegato sarà anche direttore generale della società, dovrà optare per una delle due retribuzioni. L’indicazione del Tesoro riguarderà anche i cosiddetti secondi livelli: ci si attende una riduzione complessiva del costo della dirigenza del 25% rispetto al mandato precedente. Obiettivo di carattere generale, la cui realizzazione è però lasciata all’autonomia del management, anche per limitare il rischio di un esodo dei migliori manager di quelle società.
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E per il Def torna di moda Giulio Tremonti
Il varo è atteso dal consiglio dei ministri per il prossimo 9 o 10 aprile. Nel Def- documento di economia e Finanza- si leggeranno ancora una volta le slides dei progetti di Matteo Renzi. In modo un po’ più ufficiale (il testo sarà trasmesso per la parte del programma delle riforme anche alla commissione Ue che lo valuterà) e un po’ più dettagliato, ma ancora molto generico. Spunta però una regola che si definisce nuova e ha però sapore antico: in tutti i prossimi provvedimenti economici (da quello sull’Irpef fino alla prossima legge di stabilità per il 2015) cambieranno tutte le clausole di salvaguardia, che sono le alternative automatiche in grado di sostituire e garantire le coperture finanziarie previste. Mai più- dicono al Tesoro dove la nuova regola è stata pensata dal viceministro Enrico Morando- clausole di salvaguardia che aumentino le tasse o diminuiscano le detrazioni fiscali, che è poi la stessa cosa (era il meccanismo previsto nell’ultima legge di stabilità da Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni). D’ora in avanti ogni clausola di salvaguardia si baserà sui tagli di tutti i capitoli di spesa: del 5%, del 10% a seconda dei casi. Ecco il sapore antico: era quello che avveniva con vituperati “tagli lineari” di Giulio Tremonti…
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Le associazioni non segrete di Matteo
Nella sua dichiarazione patrimoniale Matteo Renzi dà la sua parola di scout e garantisce: “Dichiaro di non appartenere ad alcuna società segreta”. Poi elenca le associazioni a cui invece aderisce: l’Avis (è un donatore di sangue), L’Aia- associazione italiana arbitri di cui è socio onorario per gentile omaggio del 2011 di Giancarlo Abete e Marcello Nicchi e… dài, che poi c’è anche una terza associazione a cui appartiene… Ah, eccola: il Pd…
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Berlusconi animalista? Sì, ma attenti al gatto
Piccola discussione forzista colta in un angolo del Senato. Si sta commentando l’ultima idea di Silvio Berlusconi di fare adottare ai suoi cani e gatti per conquistare l’elettorato animalista. Porterà voti? Augusto Minzolini ricorda che quando dirigeva il Tg1 lo share saliva di almeno 2 punti ogni servizio sugli animali di compagnia. Lo interrompe un funzionario romano del gruppo: “Dotto’, ma nun c’era ‘a crisi. Di questi tempi, se fa adottà er gatto, ‘a sera ‘o trova ner forno: s’o magnano…”.
Imposta di bollo, anche Alfano la subisce per non dire no a Silvio e Doris
Hanno fatto un nuovo partito, sanno di avere fatto scelte sbagliate. Ma gli scissionisti di Angelino Alfano non sanno dire di no a Silvio Berlusconi ed Ennio Doris sui capital gains
http://www.liberoquotidiano.it/blog/1355968/Perch%C3%A8-non-avete-alzato-i-capital-gains--Risposta-di-Alfano--c-Silvio-non-vuole.html
La furia di Pannella su Epifani: "maiale, zozzone, avvoltoio"
La mattina di venerdì 13 settembre 2013 davanti a Montecitorio Marco Pannella ha partecipato a una manifestazione sull'eutanasia promossa dalla associazione Luca Coscioni. Nell'intervento il leader radicale ha avuto parole di fuoco nei confronti del segretario Pd, Guglielmo Epifani, cui contesta il radicalismo giustizialista mostrato in tv nei confronti della vicenda di Silvio Berlusconi, sui referendum promossi da Pannella e delle ipotesi di amnistia. A Epifani il leader radicale ha dato prima del "gran zozzone", poi del "maiale", infine dell' "avvoltoio", arricchendo così il già nutrito vocabolario zoologico della politica italiana.
con questa manovra mi autosospendo da elettore di centro destra
Il centro destra di Silvio Berlusconi vinse le elezioni del 2001 al grido “meno tasse per tutti”. Promise due sole aliquote, una al 23% e l’altra al 33% spiegando che con tasse più alte è inevitabile evadere. Alle due aliquote non arrivò, ma almeno scese a 4 (23%, 33%, 39% e 43%). Nel 2006 vinse le elezioni Romano Prodi e ricambiò tutto grazie a Vincenzo Visco: cinque aliquote (23%, 27%, 38%, 41% e 43%). Gli italiani si ribellarono, il centrodestra li portò in piazza, costrinse il governo ad elezioni anticipate e assicurò: cambiamo subito il fisco di Visco. Nei primi tre anni non ha toccato una virgola.
COME LA SINISTRADa ieri ha aggiunto due nuove aliquote portando le tasse al record dei record. Le ha ribattezzate “contributi di solidarietà” e assicura che saranno temporanee. C’è chi dice della durata di due, chi spinge per almeno tre anni. Oltre al danno c'è dunque anche la beffa lessicale: quelle sono tasse, non contributi. E si aggiungono alle tasse locali record, anche quelle conseguenze delle manovre finanziarie. Se ora l’aliquota Irpef più alta a livello nazionale è del 53%, per un cittadino di Roma sarà oggi del 55,30% e probabilmente dal primo gennaio prossimo del 55,60% perché la Regione Lazio, che si vede tagliare ulteriori trasferimenti, sarà costretta a riportare l’addizionale regionale Irpef dall’1,40% attuale all’1,70% che già chiese ai suoi abitanti nel 2010.
Negli incubi ricorrenti degli italiani forse apparivano tasse simili in un governo di Giuliano Amato, l’uomo che nel lontano 1992 mise le mani sui conti bancari degli italiani portando via di notte il sei per mille. A fatica si potevano temere esiti così nefasti votando un governo di Vincenzo Visco, che ha l’immagine di un Dracula del fisco anche più di quel che effettivamente abbia combinato. Ma un governo Berlusconi nemmeno negli incubi sarebbe apparso così vorace. Il fisco era la sua bandiera esistenziale, e vederla così rovinosamente ammainata ieri era davvero inimmaginabile.
CRISI NERA
Dicono che non ci fosse via di uscita, che i morsi della speculazione e il pressing di Ue e Bce non offrivano alternative. Che la situazione sia difficile, è vero. Ma quando si vota un governo è anche perché si sceglie una politica economica che soprattutto in casi simili si vuole vedere. Se Berlusconi e Tremonti al dunque utilizzano le stesse ricette di Prodi e Visco, che cambia votare uno schieramento o l’altro? È grazie a scelte così che la politica diventa incomprensibile, sempre più lontana dai cittadini. Con un’aggravante: è falso che non esistessero altre strade percorribili. A che cosa serve aumentare le tasse in modo così esponenziale? A fare cassa subito. Le tasse hanno sempre questo vantaggio: oggi le decreti, domani le hai nei tuoi forzieri. C’era questo bisogno immediato? Allora il tema non era la speculazione, ma qualche errore di calcolo nei conti pubblici attuali. E allora andrebbe spiegato a fondo, magari chiedendo scusa come fanno i manager giapponesi. Un bell’inchino e il capo cosparso di cenere davanti agli italiani. Però non ci sono solo le tasse a dare sollievo di cassa immediato. Anche il blocco della spesa ha lo stesso effetto. Basterebbe bloccare le finestre di uscita delle pensioni di anzianità e accompagnare il provvedimento con una corsa verso quota 100 (35 anni di contributi e 65 anni di età) assai più rapida di quanto non preveda oggi la normativa. Questa sarebbe stata una riforma strutturale che da anni chiede l’Europa, e a cui comunque non potremo sfuggire.
ELETTORI TRADITI
Era addirittura prevista dalla rivoluzione liberale berlusconiana, non avrebbe tradito alcuna bandiera. Tanto valeva usare l’emergenza per attuarla con decisione. Non lo si è fatto per preservare un buon rapporto con i sindacati, che evidentemente Berlusconi preferisce agli elettori di centrodestra. Altri tagli di spesa hanno valore simbolico, e confusamente appaiono nella manovra. Ma in gran parte poggiano sulla terza robusta diminuzione dei trasferimenti verso gli enti locali. Così se la devono vedere loro, e pagarne pegno politico con i cittadini. Bella idea, e allora a che diavolo serve un governo nazionale se alla prima occasione sa solo scaricare tutto sugli altri?
Visto che la bandiere vengono ammainate al primo venticello, vorrei chiedere al governo che senso ha a questo punto sventolare ancora quella del no alla patrimoniale. Aumentando Irpef e tassazione delle rendite finanziarie di fatto mezza patrimoniale è già attuata. Con un difetto: colpisce e duramente, non i ricchi, ma i ricchi già noti al fisco, perché pagano tutte le tasse sull’unghia. Saranno costretti a farlo o magari sono pure scemi e ci tengono a contribuire al loro paese. Nell’una e nell’altra condizione non si intravede un buon motivo per prenderli a sonori ceffoni come si è fatto. Se si fosse decisa una patrimoniale straordinaria sugli immobili con esclusione delle prime case, forse molti di quei cittadini onesti sarebbero stati colpiti lo stesso, ma almeno sarebbero stati costretti a pagare anche gli evasori fiscali. Fra le due era perfino più equa la patrimoniale.
Può anche essere che dalla bozza arrivata in consiglio dei ministri ieri sera alla legge vera e propria che sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale dopo voto parlamentare, qualche stortura venga pure raddrizzata. Non c’è da avere gran fiducia, ma si può attendere. Personalmente nel frattempo di fronte a questa manovra con una formula che va di moda adesso, mi autosospendo da elettore del centrodestra.
Ma quale Gheddafi! Sarkò ha dichiarato guerra all'Italia
Da tre anni il presidente francese Nicolas Sarkozy si occupava in prima persona e con il suo staff di due affari colossali che però non riuscivano mai ad andare in porto: la vendita alla Libia di una intera flotta aerea da combattimento confezionata da Dassault e un colossale investimento transalpino per costruire centrali nucleari a Tripoli e dintorni. I due affari colossali erano stati concordati fra lo stesso Sarkozy e il colonnello Mohamar Gheddafi nel dicembre 2007 a Parigi, quando il leader libico piantò fra mille polemiche la sua tenda davanti all’Eliseo. Bersagliato da critiche oltre che dagli intellettuali (in prima fila il filosofo Bernard Henry Levy), anche da esponenti del suo partito, Sarkozy si difese sostenendo che da Gheddafi aveva ottenuto oltre a un impegno diretto sul rispetto dei diritti civili in Libia, anche la firma su contratti preliminari da favola che avrebbero riversato sulle imprese francesi più di 10 miliardi di euro. I contratti a dire il vero non li ha mai visti nessuno, ma è stato proprio il presidente francese a rivelarli all’indomani di quel faccia a faccia con il dittatore libico. Una cosa però è certa: nonostante il pressing dell’Eliseo, quell’accordo con la Libia non ha dato nemmeno il più pallido dei risultati attesi. Dassault ha ottenuto soltanto una mini-commessa per sistemare quattro vecchi Mirage venduti nel passato a Gheddafi. E ogni accordo preliminare con la Francia contenuto in quel pacchetto del 2007 è stato reso carta straccia da Gheddafi che di volta in volta ha sostituito le imprese francesi con quelle russe o quelle italiane, facendo schiumare di rabbia Sarkozy. Che ha una sola fortuna: oggi in Libia non sta bombardando né interessi né infrastrutture francesi. Il primo obiettivo, la flotta aerea del colonnello libico è composta da 20 velivoli tutti di fabbricazione russa: Mig 21s, Mig 23s e Sukhol 22s. Due dei quattro vecchi Mirage francesi sono stati portati a Malta dai piloti che hanno disertato ben prima della risoluzione Onu. Quasi tutti di fabbricazione russa i 40 elicotteri da guerra posseduti dal colonnello, compresi i Mi-18 identici a quelli che Vladimir Putin ha venduto alla Nato per la missione in Afghanistan. Solo quattro sono invece americani: vecchi Chinooks rimessi in sesto in Italia da aziende del gruppo Finmeccanica.
Per lunghi mesi il presidente francese le ha provate davvero tutte per sigillare gli accordi con Gheddafi. Ha formato perfino una sorta di cabina di regia all’Eliseo per sostenere in ogni modo le mega commesse militari di Dassault. Ha provato a coinvolgere nell’operazione gli Emirati Arabi Uniti, che si sono detti disposti sia ad addestrare piloti libici per quegli aerei ( i Rafales) che montavano su missili Scalp Cruise (americani), sia a co-finanziare l’operazione libica rinnovando con Dassault la propria flotta. Nel pressing su Gheddafi Sarkozy ha messo in campo nel novembre scorso il migliore amico francese del colonnello, Patrick Ollier, ex presidente del gruppo di amicizia franco-libico, divenuto in quei giorni ministro per i rapporti con il Parlamento. Ollier, testa di ponte con il regime libico, è per altro il compagno convivente del ministro degli Esteri Michele Aliot Marie, costretta alle dimissioni a fine febbraio dopo che è stata scoperta una sua vacanza di Natale a spese del presidente tunisino Ben Alì. Se si aggiunge lo stretto legame fra il premier francese Francois Fillon e Hosni Moubarak, si può ben capire quanta passione per i diritti civili nell’Africa Mediterranea possa avere mosso la Francia in questa spedizione punitiva contro Gheddafi.
Che le persecuzioni delle popolazioni civili contassero assai poco per Sarkozy è testimoniato dai lunghi report pubblicati su una agenzia che produce una newsletter riservata, “Maghreb Confidential”, assai vicina all’Eliseo di cui riporta con frequenza commenti ufficiali o ufficiosi. Da quelle note emerge la progressiva e crescente stizza del presidente francese per i patti economici con la Libia che restavano incagliati e spesso venivano soffiati dalla Russia di Putin e da due colossi italiani che sebrano avere fatto venire l’ulcera a Sarkozy: Eni e Finmeccanica. Stizza perfino per il ruolo ricoperto dall’ex cancelliere tedesco Gerard Schroeder a inizio 2010 come advisor a fianco di Deutche Ban in grado di soffiare ai francesi una importante commessa per costruire la metropolitana di Tripoli.
Così già a fine novembre scorso Sarkozy aveva iniziato la sua contro-offensiva verso Gheddafi, trovando la leva per sollevare molti segreti del regime libico. In quei giorni è arrivato a Parigi con tutta la sua famiglia uno degli uomini più vicini al colonnello, Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi. Ufficialmente era in Francia per affrontare una delicata operazione. Ma si trattava solo di una scusa. Lo ha capito subito il colonnello, che ha firmato di suo pugno un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti. Mesmari è stato fermato formalmente dalla polizia francese e ai primi di dicembre ha fatto domanda a Sarkozy di asilo politico per sé e la sua famiglia. Da quel momento è diventato il più prezioso collaboratore della Francia, svelando tutti i segreti militari ed economici della Libia. E offrendo a Parigi le chiavi del paese. A patto naturalmente di sgombrare la Libia dalla presenza di Gheddafi e della sua corte.
Berlusconi dilaga in Rai? Allora su Repubblica è uno tsunami!
Lo scandalo è stato scoperchiato ieri dal quotidiano di Ezio Mauro: Silvio Berlusconi dilaga nei tg. Secondo lo scoop di Repubblica nel mese di gennaio scorso Berlusconi ha totalizzato 402 minuti nei telegiornali Rai, battendo Giorgio Napolitano (secondo con 169 minuti) e surclassando Pierluigi Bersani (terzo con 72 minuti). Libero oggi è in grado di aggiungere scoop a scoop. Nel mese di gennaio 2011 Berlusconi non ha dilagato solo in tv. Ha dilagato proprio su Repubblica, il quotidiano diretto da Mauro. E’ stato il politico più nominato del mese con ben 1.007 citazioni in 30 giorni di articoli: ogni giorno negli articoli di Repubblica il nome di Berlusconi è apparso 35 volte. In due giorni di gennaio è stato citato 36 volte. E per 94 volte (tre volte al giorno) il nome di Berlusconi è apparso nei titoli del quotidiano o con il cognome, o con il nome “Silvio”, o con la funzione “premier”. Secondo posto anche qui per Napolitano: 244 citazioni in un mese e 32 titoli con il suo nome. Nella classifica di Repubblica il terzo posto a sorpresa spetta a Niki Vendola: ben 265 citazioni (più di Napolitano anche grazie a Checco Zalone), ma solo 26 titoli con il suo nome. E al quarto posto arriva finalmente Pierluigi Bersani, penalizzato evidentemente più da Mauro che da Augusto Minzolini e dal suo tg1: per lui 209 citazioni e 26 titoli dedicati. Questa volta i dati non sono dell’Osservatorio di Pavia, ma dell’Osservatorio Bincher (cioè di chi scrive) che ha compulsato la raccolta cartacea di Repubblica e ha trovato le citazioni grazie all’archivio informatico del quotidiano di Mauro. I due scoop per altro si equivalgono: la classifica dei più presenti è solo parzialmente diversa, e le proporzioni fra Berlusconi e gli altri sono assai simili. Un segreto però c’è: si chiama cronaca quotidiana. Se Repubblica come i Tg Rai hanno dato questo superspazio al presidente del Consiglio, è perché proprio a gennaio è esploso il caso Ruby: le perquisizioni alle Olgettine, i mandati di comparizione, l’autorizzazione a procedere inviata alla Camera, le centinaia di pagine di intercettazioni telefoniche e poi naturalmente anche la difesa di Berlusconi di fronte all’onda che lo stava travolgendo. Repubblica ha pubblicato, i tg Rai hanno mandato in onda: era la cronaca di gennaio. Anche un bambino può capire come tutto quello spazio ( i dati dell’osservatorio di Pavia citati non si riferiscono alle interviste o alle dichiarazioni, ma alla presenza complessiva di Berlusconi in tv anche come oggetto di notizia) non fosse un favore e tanto meno uno spot al premier, ma semmai l’esatto contrario. Tanto che quei titoli di giornale e di tg hanno fatto perdere in quel periodo al premier numerosi punti di consenso (poi parzialmente recuperati a febbraio). Oltre il caso Ruby fra i titoli che riguardavano Berlusconi per altro c’era anche l’accusa di alcuni pentiti di mafia di essere stato lui il mandante delle stragi del 1992 e del 1993. Secondo Repubblica un altro spot indebito al cavaliere…
FOSCA BINCHER*
- * Oggi sul blog ospito una cara amica....
Per il Cavaliere (dopo Topolanek) tassa Zappadu da 30 milioni
Ha dovuto prima staccare un assegno da 24,5 milioni di euro a titolo di finanziamento infruttifero. E poi trovarsi di fronte a una perdita di 7,6 milioni di euro, che è quella con cui si è chiuso il bilancio 2009 della Immobiliare Idra. Silvio Berlusconi ha dovuto pagare a caro prezzo la difesa della sua privacy dopo le incursioni con tanto di tele-obiettivo di Antonello Zappadu, il fotografo che lo ritrasse fra il 2008 e il
Papi si è comprato il suo primo comunista: Peppone
Grazie a una lunga e complessa transazione durata più di un decennio Silvio Berlusconi è diventato dal 2009 ufficialmente l’erede di Giovanni Guareschi. O quasi. Fatto sta che gli appartiene in diritto Peppone insieme al suo eterno rivale don Camillo, in versione cinematografica. Pagando 41.562 euro all’anno di royalties infatti la Videodue srl controllata indirettamente (attraverso Dolcedrago) dal premier italiano si è conquistata il diritto di trasmettere dove e quando vuole la serie su don Camillo e Peppone. La piccola tassa finirà (come spiega il bilancio 2009 della Videodue, appena depositato) agli eredi di Renè Barjavel e Julien Duvivier, sceneggiatori della fortunatissima serie interpretata da Fernandel e Gino Cervi.
Come capo azienda ora è meglio Piersilvio di Silvio
Nell’anno più difficile 254
nuovi investitori pubblicitari sui 1.017 complessivi di Publitalia. E un’altra
quarantina già arrivati nel primo trimestre 2010. Non solo, Digitalia 08, la
concessionaria del digitale Mediaset, che ha raggiunto il punto di pareggio già
nel 2009 con un anno di anticipo rispetto alla tabella di marcia. Così
Piersilvio Berlusconi è riuscito proprio nel 2009-2010, in cui la crisi
internazionale ha piegato gran parte delle economie occidentali, a battere
l’orso e a fare assai meglio di quanto non sia riuscito a papà Silvio che con
Giulio Tremonti era alla guida dell’azienda Italia. Mentre i conti pubblici
avevano innestato il passo del gambero lasciando sul campo migliaia di feriti,
Piersilvio ha tenuto la corazzata Mediaset e perfino la creatura più colpita
dalla crisi, Publitalia, sulla cresta dell’onda, facendo addirittura guadagnare
fette di mercato (la concessionaria del primo gruppo di tv private italiana ha
conquistato nel 2009 il 64% del mercato, un punto in più dell’anno precedente).
Proprio mentre Sipra (concessionaria Rai) perdeva il 17,4%, Rcs (Rizzoli
Corriere della Sera) il 17,6%, Il Sole 24 System il 21,5%, Manzoni (Repubblica
e Finegil) il 24 per cento (e la sola Repubblica il 14,5% del proprio fatturato
pubblicitario). Ma la vera scommessa vinta da Piersilvio è proprio quella del
digitale, testimoniata oltre che dal sorprendente risultato di Digitalia 08,
anche dai ricavi 2010 di Mediaset premium, cresciuti del 54,6% nei primi tre
mesi dell’anno sfiorando i 215 milioni di euro e avviandosi ormai a ripagare
anche nel risultato gli investimenti effettuati.
Tremonti, guerra santa ai carrozzoni. Però salva il suo...
Venti enti pubblici sciolti per decreto. Duecentotrentadue associazioni, fondazioni, istituti e centri di varia cultura e umanità per cui d’ora in avanti sarà assai difficile ottenere un contributo pubblico. La finanziaria tutta tagli di Giulio Tremonti non ha fatto poco nella sua parte di eliminazione degli sprechi. Eppure la notizia vera non è in quei 20 che volano via e in quei 232 messi in parziale quarantena (il Tesoro comunque conserverà il 30% dei fondi erogati a loro da corrispondere a quelli più bisognosi e meritevoli). La vera notizia è quella degli enti che rimangono. Sono dieci volte quelli che si sciolgono. O le fondazioni, le associazioni e gli istituti che continueranno a vivere di contributo pubblico: un elenco anche qui dieci volte più lungo di quello che deve stringere la cinghia. Solo il ministro dell’Economia, dopo anni di privatizzazioni e liberalizzazioni, è ancora azionista diretto di una trentina di società pubbliche, che a loro volta ne controllano decine di altre. Tutte fondamentali e utilissime, naturalmente. E chissà se Tremonti conosce la fondamentale missione di Studiare Sviluppo srl, che lui controlla al 100%. Se gli è sfuggita, faccia un giretto sul sito Internet della società. Lo spiegano i manager sotto la pomposa voce “mission” (perché usare l’italiano nel tempio della finanza pubblica di Roma è ormai proibito). Eccola: “Studiare Sviluppo, soggetto strumentale di Amministrazioni centrali, realizza attività orientate principalmente verso settori tematici e progettuali coerenti con gli interessi prioritari e gli obiettivi strategici dei propri referenti istituzionali”. Avete capito qualcosa? Direi di no. Allora facciamoci spiegare meglio: “In particolare, la Società opera a valere su due linee di intervento: supporto ad Amministrazioni o Enti pubblici, sul territorio nazionale, nella programmazione e gestione di strumenti di sviluppo territoriale e locale; partecipazione a progetti internazionali, finanziati prevalentemente dall’Unione Europea, relativi a consulenza istituzionale, institutional building e assistenza tecnica a Governi e Amministrazioni pubbliche di Paesi terzi”. Ancora nulla? Sembra l’ultimo inutile carrozzone dello Stato italiano? I manager di Studiare Sviluppo pensano di essere fondamentali: “la Società gestisce iniziative che si caratterizzano per il loro contenuto innovativo e sperimentale, e rispetto alle quali l’azione permette all’Amministrazione di ricavare utili indicazioni di policy sulla materia trattata”. Per carità di patria bisognerebbe non procedere oltre. E tacere uno dei progetti fondamentali che il Tesoro sta finanziando. Si chiama “Storie interrotte” e “consiste nella diffusione, con diversi mezzi di divulgazione e comunicazione (sperimentazione scolastica, produzione teatrale, trasmissioni radiofoniche tematiche, produzioni editoriali, audio-riviste, web), della conoscenza del ruolo, del pensiero e dell’azione di cinque figure-chiave originarie del Sud d’Italia, che hanno segnato la storia nazionale: Francesco Crispi, Francesco Saverio Nitti, Donato Menichella, Luigi Sturzo e Giuseppe Di Vittorio”. Davanti a un monumento simile all’inutilità di cui Tremonti è unico azionista e che sopravvive anche a una finanziaria come questa, allora si capisce meglio il piagnucolìo delle vittime dei tagli. Viene quasi voglia di solidarizzare con chi si è visto portare via il contributo pubblico o ridurre i gettoni di presenza. Perché a lui sì e a studiare sviluppo no? Domande che restano senza risposta. E che possono essere ripetute all’infinito. I carrozzoni sono centinaia e centinaia. Ma perché lo è il comitato nazionale per la nascita di Cesare Pavese cui Tremonti ha tolto i 33.600 euro del finanziamento dei Beni culturali e non lo è invece quello per le celebrazioni della nascita di Amintore Fanfani, rifinanziato senza battere ciglio con 60 mila euro? E per gli amanti del genere restano in vita con soldi pubblici anche il comitato per il centenario della nascita di Mario Pannunzio (222 mila euro), quello per i 400 anni della morte di padre Matteo Ricci (180 mila euro), quello per lo studio e la valorizzazione del Tesoro di San Gennaro (174 mila euro), quello per ricordare la nascita di Massimo Mila (90 mila euro), di Paolo Bonomi (60 mila euro), di Mario Tobino (90 mila euro) e decine di altri. Basta non essere stati proprio nessuno ed essere morti o nati da almeno un secolo, che anche in tempi di magra come questi continuano ad arrivare finanziamenti pubblici: 5 milioni nel 2010 a questo scopo. Brindano perché salvano il tesoretto gli altri duemila sfuggiti all’occhio di Tremonti. Il Centro di ecologia teorica, come la Fondazione Gramsci Romagna che beffa l’omonima fondazione nazionale, depennata dalla lista. L’associazione combattenti e reduci insieme ai partigiani salvi per un soffio. Niente fondi alla Fondazione Adriano Olivetti, ma arrivano 48 mila euro al Comitato per i 100 anni della nascita della Olivetti spa. Chiusi i rubinetti alla Pro civitate cristiana di Assisi, ma affluiscono fondi pubblici nelle casse del Forum per i problemi della pace e della guerra. L’elenco è infinito, e lo offriremo giorno dopo giorno ai lettori di Libero. Certo, se si vuole tagliare, non mancheranno altre occasioni.
Se sbaglia il Pdl, si punisca il Pdl. Non i suoi elettori
Che sia per i pasticci dei polli del Pdl o per quelle volpi dei magistrati che una ne pensano e cento ne trovano, alla fine i soli ad essere puniti saranno gli elettori. Dopo la decisione del Tar del Lazio di non ammettere il simbolo del Pdl non avranno infatti diritto di scelta le centinaia di migliaia di cittadini simpatizzanti per il Pdl nella provincia di Roma. Di più: siccome il merito del ricorso verrà discusso a maggio, dopo avere votato, c’è anche il fondato rischio che il voto delle Regionali venga successivamente invalidato. E’ già accaduto in tempi recenti a Messina per molto meno: una lite sull’eredità del simbolo ex Psi fra Bobo Craxi e Gianni De Michelis. Così alla beffa iniziale per gli elettori Pdl potrebbe aggiungtersi la beffa bis per tutti: sostenere con le proprie tasche i costi di due elezioni invece di una.
Ieri sera l’unica cosa certa era che il contestato decreto interpretativo varato dal governo venerdì scorso a nulla è servito. I listini di Roberto Formigoni in Lombardia e di Renata Polverini nel Lazio sono stati ammessi alla competizione elettorale a prescindere. Il Tar del Lazio di quel decreto se n’è semplicemente fatto un baffo. Non avevano tutti i torti quindi Giorgio Napolitano, e il suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro a sostenere che non il Pdl bisognava salvare, ma il diritto costituzionale di scelta dei suoi elettori, che oggi sono maggioranza nel paese e anche nelle due regioni, Lazio e Lombardia, dove si è verificato il braccio di ferro sull’ammissione delle liste. Lo spirito della Costituzione e delle leggi elettorali non può essere quello di punire gli elettori. Semmai sono loro che possono punire i partiti negando il loro voto. Bisognerebbe dunque trovare nelle norme elettorali la soluzione opposta a quella che emerge da questa vicenda: punire i partiti che commettano leggerezze ed errori e non gli elettori, che colpe non possono avere. Una sanzione proporzionata a un caso come quello di Roma, in cui il presentatore di lista arriva all’appuntamento in colpevole ritardo, potrebbe essere quella della decadenza dal diritto del rimborso elettorale per quella lista. Non è piccola punizione: per il Pdl del Lazio significherebbe dire addio a circa 11 milioni di euro in cinque anni, stando ai sondaggi della vigilia. Questo tipo di sanzione colpirebbe davvero i polli e non gli elettori (che anzi risparmierebbero qualcosa, visto che quei rimborsi vengono finanziati con le loro tasse). Poi ciascun partito se la vedrebbe con i responsabili delle negligenze da cui pretendere ristoro per il danno subito.
Una soluzione simile offrirebbe giustizia e non soppressione di diritti costituzionali come sta avvenendo. L’applicazione alla lettere della forma delle attuali regole elettorali non ha nulla a che vedere con la vera giustizia. Tanto più che le regole non sono uguali per tutti in tutta Italia. Ad esempio scalda tanto gli animi il decreto interpretativo del governo che non ha modificato nulla della legge (tanto che a nulla è servito), ma il Pd è stato zitto e ben felice davanti alla scelta della Regione Umbria di cambiare le regole del gioco elettorale con una nuova legge del gennaio 2010, che ha modificato tempi e modi di presentazione delle liste esentando dalla raccolta firme tutti i partiti che potevano contare su un gruppo consiliare già costituito. Sappiamo quanto sianmo generose le assemblee legislative nel concedere deroghe alla composizione dei gruppi: così nel Parlamento si è già fatto un regalino non da poco ad Antonio Di Pietro. In Umbria il gioco è servito a tenere fuori dalla porta i radicali, che lì davano fastidio. Un sopruso passato in cavalleria. Si riempono tutti la bocca di prediche sul rispetto delle regole, ma appena le regole mettono a rischio la loro pagnotta, possono finire tranquillamente sotto i piedi. E’ quella pagnotta che deve essere pena del contrappasso. Ma la tolgano ai partiti, non ai cittadini.
Il partito di Bersani è già vecchio. La politica deve staccare dalla Resistenza e dal risorgimento
Da un paio di mesi a questa parte Silvio Berlusconi ha un ambasciatore in più e probabilmente manco lo sa. Eppure è un fiore di ambasciatore, perché fa la spola fra la sua Perugia, dove Paolo Mancini, classe 1948, è Professore Ordinario di Sociologia delle Comunicazioni presso la Facoltà di Scienze Politiche, e Londra. Oxford University, Westminster università, London School of economics. Domani sarà al Reuter institute di Londra a fare da controparte a Carlo De Benedetti. “E mi ha chiamato già un altro conferenziere, John Loyd, credo preoccupato di riequilibrare quel che dirà l’ Ingegnere”. Conferenze, seminari, piccoli corsi universitari. Tutti su un solo tema: Berlusconi e la sua rivoluzione nella politica italiana e non solo. Ad Oxford ha appena tenuto un ciclo di seminari sul tema. Ad ottobre è stato l’ospite centrale in un lungo speciale della tv moscovita in lingua inglese (vista in tutto il mondo), Rt, dal titolo “Lo strano caso di Silvio Berlusconi”. Lo ha difeso con garbo e moderazione, anche sui temi più scivolosi, come la vicenda escort spiegando che questo in Italia è un problema per l’opinione pubblica e le gerarchie cattoliche, non per l’opinione pubblica in generale: perché semmai la maggiore parte degli italiani, ma anche dei russi, degli inglesi, dei francesi o degli spagnoli, vorrebbe essere al posto di Berlusconi Ed è curioso, perché il professore Mancini non è un tifoso del cavaliere. Anzi: in università raccontano venga dalle radici socialiste e sia un moderato di sinistra. Però studia, come racconta lui stesso a Libero il fenomeno politico del cavaliere. E lo esporta come materia davanti agli studenti britannici, spiegando come il modello Berlusconi, seguito da quello Blair e da quello Obama sia soprattutto una rivoluzione nel modo di fare politica e abbia travolto i partiti tradizionali su una via senza ritorno. “Vero”, spiega Mancini, “all’estero c’è un grande interesse verso il fenomeno politico Berlusconi. Ad Oxford il titolo del seminario che ho tenuto era “Behind of the common sense”, cioè al di là del senso comune. E infatti secondo me con il premier italiano c’è qualcosa di molto più importante del senso comune: ed è il mutamento radicale delle forme della politica”. Con lui, sostiene il professore perugino (che invero è nato a Foligno) si segna “la fine dei partiti tradizionali di massa, nel bene e nel male. Con Berlusconi ha preso una strada, con altri che sono seguiti ne ha preso diverse. Ma da lì è finito il modello del partito ideologico di massa”. Eppure quel modello in Italia è ancora forte, e vi pianta le sue radici anche il Pd di Pierluigi Bersani: “Non voglio attaccare dicendo questo”, si schermisce Mancini, “il nuovo partito della sinistra italiana., ma è certo che non avrà più spazio nelle forme che hanno ormai preso la democrazia e la politica. Forme che Berlusconi ha appunto riempito dei suoi contenuti e che Obama ha riempito di contenuti assai diversi. Ma non ha più futuro una forma ideologica di partito”. E cosa saranno allora i partiti del dopo Berlusconi? “Il fatto”, spiega Mancini, “è che ognuno vuole ritrovare se stesso, con la propria vita di ogni giorno, molto pragmatica, nella forma di un partito. Il valore ideologico c’è sempre di meno, è destinato a spegnersi”. Cioè? “Sono a Perugia, la famiglia di mia moglie viene dalle radici più consolidate della sinistra cattolica. Ma quando loro e quelli della loro generazione avranno terminato l’esperienza della resistenza, quando quella generazione sarà scomparsa, si porterà via con sé quelle radici. Mio figlio ad esempio vive una esperienza totalmente diversa, c’è poco da fare. Quei partiti, nonostante sforzi come quello di Bersani, sono assolutamente destinati a scomparire. Sopravviverà nell’area solo qualche esperienza totalmente diversa, pensi a cosa è stato ad esempio il Labour di Tony Blair…”
SOS Magistrati- Gli italiani non ci amano più! Per colpa di Berlusconi...
A seguire i sondaggi non c’è solo Silvio Berlusconi. Da due anni a questa parte quelli sul gradimento sono miele per il presidente del Consiglio italiano che non perde occasione per sbandierarli anche all’estero. Sono fiele invece, quasi un incubo per l’associazione nazionale magistrati guidata da Luca Palamara. Nel direttivo centrale dell’Anm spesso quel dato del 33% di italiani che hanno ancora fiducia nella magistratura veniva citato dalla buonanima del giudice Maurizio Laudi, uno dei magistrati più critici verso la categoria di appartenenza. Quel 33% è apparso come un incubo anche nell’ultimo convegno organizzato da Magistratura democratica il 5 novembre scorso al residence di Ripetta. Lo ha ricordato anche in apertura Rita Sanlorenzo, segretario di Md, descrivendo una “magistratura delegittimata, magistratura che ha perso ormai il consenso dell’opinione pubblica, quello che la sostenne e la supportò negli anni della lotta al terrorismo, negli anni della lotta alla mafia, all’inizio di Mani pulite”. Poi la Sanlorenzo ha provato a farsi coraggio: “la misurazione del consenso è una lente di per sé ingannevole. I magistrati hanno bisogno più che di consenso, della fiducia dei cittadini”. Ma la teoria non sfonda presso i suoi colleghi. Ah i tempi di mani pulite, quando tutto il paese era con noi! Il lamento percorre la magistratura in tutte le sue componenti da mesi e si è fatto lancinante negli ultimi due anni. Facendo scattare l’allarme e cercare le contromisure. Come ha sostenuto durante uno dei direttivi centrali dell’associazione Paolo Corder. Giudice presso il tribunale di Venezia, “occorre un pacchetto di iniziative che possa ridare credibilità alla magistratura di fronte all’opinione pubblica”. E mica è il segno di una profonda autocritica all’interno della categoria. No, perché pochi magistrati pensano che questa caduta radicale di consenso nell’opinione pubblica derivi da comportamenti abnormi di colleghi. In due anni di direttivo centrale dell’Anm solo la buonanima di Laudi ha provato a buttarla lì (ad esempio nel direttivo del 26 giugno scorso a proposito delle intercettazioni disse “Oggi ci si dimentica degli abusi intervenuti in materia, sia per le intercettazioni a strascico che per la loro propalazione all’esterno, e che questi comportamenti hanno fatto sì che larga parte del paese è stufa”). Ma è stato appunto l’unico. Per tutti gli altri la caduta del consenso ha una causa sola: Berlusconi. Anche se quel nome nessuno pronuncia mai direttamente né in pubblico né in privato.
La parola più gettonata fra i magistrati è “emergenza democratica”. L’ha evocata Antonio Ingroia al convegno di Md, spiegando che “si può ribaltare il corso degli eventi soltanto ), cercando di creare alleanze interne alla società con le parti più sensibili e consapevoli degli interessi in gioco”. Di “emergenza democratica” ha parlato il segretario di Unicost, Marcello Matera, al direttivo centrale Anm del 17 ottobre scorso: “l’emergenza democratica è tale da imporci di mettere per un momento da parte, in secondo piano, divergenze che ci sono fra noi. Abbiamo tutti la consapevolezza della storia, e non possiamo ignorare che questa fase storica ricorda molto, molto, molto una fase storica che ha interessato la Francia fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Quando con referendum popolare si sono abolite l’assemblea nazionale e le assemblee locali e sono state sostituite da un triconsolato e da prefetti e questori. Solo dieci anni dopo il taglio delle teste della più grande rivoluzione dell’era moderna”. Piacciono ai magistrati i riferimenti storico-letterari che aiutano a drammatizzare ulteriormente. Così al convegno Md Ciro Riviezzo, movimento per la Giustizia e membro del Csm, ha tuonato: “C’è un pensiero unico, siamo in pieno nella logica del pensiero unico. L’opinione avversa non solo viene confutata, ma viene addirittura demonizzata aprioristicamente. Viene esclusa, ritenuta pericolosa. Non dobbiamo aspettare Orwell e il 1984. Ci siamo già dentro”.
Usano parole più forti dei politici di opposizione. Ragionano su come ribaltare il corso di Berlusconi e del berlusconismo ormai apertamente, senza finzioni. Francesco Vigorito, giudice del tribunale di Roma, sostiene “Oggi lo stato di diritto è in crisi. Oggi si sostiene che la politica in quanto espressione della volontà popolare sia l’unica forma di democrazia. E lo si dice oggi in una fase in cui la qualità della democrazia ha subito dei colpi perché è cambiato il punto di riferimento generale, la funzione pubblica di governo dell’economia è caduta, c’è stato il passaggio dallo stato sociale allo stato aziendale. Dobbiamo capire che fare, quali sono le vie di uscita. Una domanda che riguarda non solo la magistratura, ma l’intero mondo dell’opinione pubblica progressista. Allora dobbiamo avere più capacità organizzative, fare in modo che la società ci senta come un valore per tutti. E’ un percorso che mai come adesso è urgente compiere”. Ma non sanno come agganciare quella che chiamano “società civile progressista”, non sanno come ritrovare quel consenso popolare senza il quale la spallata diventa difficile. “La magistratura”, dice Giuseppe Santalucia, magistrato di Md alla suprema Corte di Cassazione, “magistratura si trova da un lato compressa da una maggioranza che ha voglia di semplificare il principio di maggioranza decidendo molto di più di quello che è fisiologicamente decidibile, dall’altro si trova esposta ai bisogni di risposta dei cittadini. E quindi ha la necessità di essere efficiente, e quindi necessità di contrastare una maggioranza politica che -come dire- erode spazi”. Il capo del governo, spiega Santalucia, fa ampio uso di popolismo che “critica, ma non dà una risposta, una soluzione quando amplifica la frattura fra il popolo e l’elite. E la magistratura è una delle elite che soffre di più di questa apertura di una frattura populista di una propaganda che si è sempre più rafforzata per la concentrazione dei poteri mediatici in capo a chi detiene ormai da tantissimo tempo il potere politico in Italia. Questo ci espone a una aggressione da cui è assai difficile difendersi”. Anche se la via d’uscita è “riorganizzarsi”, “ridarci efficienza, tornare a fare presa sull’opinione pubblica”, come quasi in coro hanno detto tutti i partecipanti al convegno di Md galvanizzati dalle incitazioni di Stefano Rodotà. E per iniziare ha suggerito un altro membro del Csm, Elisabetta Cesqui: “Dobbiamo combattere quel mantra che ci sta schiacciando, quel sillogismo secondo cui i giudici politicizzati sono di sinistra, per cui tutti i giudici che fanno sentenze contrarie agli interessi di qualcuno sono politicizzati, ergo sono di sinistra”.
Berlusconi compra casa vicino alla tomba di Nerone- E a Macherio cintura Veronica
Forse è stato il suo ultimo regalo di Natale. Il 5 dicembre 2008 Silvio Berlusconi ha fatto staccare dai suoi manager della Immobiliare Idra un assegno da 300 mila euro, destinato al comune di Macherio. Una bella cifra che serviva a convincere il sindaco della piccola cittadina a sollevare il Cavaliere da un vecchio impegno: costruire sul terreno di fronte alla villa dove abita Veronica Lario un piccolo complesso da affidare in gestione al comune per la “realizzazione di iniziative culturali quali mostre, dibattiti e convegni” con “almeno 10 iniziative nel corso di ciascun anno solare”. Certo, la signora Lario in Berlusconi ha sempre amato la cultura, ma avere i convegni di fronte alla porta di casa probabilmente non sarebbe stato il massimo della vita. E quasi certamente il livello delle iniziative a Macherio non ambitissimo. Così- per l’ultima volta-pochi giorni prima del Natale Silvio ha fatto il suo regalo a Veronica: con l’indennizzo da 300 mila euro davanti a casa solo verde e tranquillità. Apprezzato o meno che fosse quel dono, il clima fra i due coniugi si sarebbe presto guastato fino alla frana dell’aprile scorso, quando esploso il caso Noemi è arrivata la richiesta di divorzio di Veronica. E che il clima fra i coniugi fosse radicalmente cambiato l’han capito a chiare lettere il 28 agosto scorso gli amministratori del comune di Macherio. Che si sono visti parare davanti gli amministratori della stessa Idra immobiliare di Berlusconi, che è proprietaria delle tre grandi ville di Silvio: quella di Macherio, quella di Arcore e villa Certosa a Porto Rotondo. “Vi ricordate quei terreni vicino alla casa di Veronica? Beh, si potrebbe fare altro”. E così hanno ceduto alla piccola comunità gratuitamente il diritto di realizzare proprio intorno alla villa della ex signora Berlusconi “una pista ciclopedonale” fra via Lambro e la recinzione della villa. Se prima il rischio era di avere un po’ di confusione davanti alla porta di casa una decina di volte l’anno, ora tutti i cittadini potranno pedalare ogni giorno davanti a villa Veronica sbirciando incuriositi.
La povera ex first lady potrà però rifugiarsi durante la costruzione negli altri suoi possedimenti personali (li ha comprati lei attraverso la Finanziaria il Poggio), come la casa di Londra a Kensigton o quella di New York a due isolati dalla Quinta strada. O magari andare a fare visita a mamma Flora Bartolini (questo il vero cognome di Veronica, che fu battezzata Miriam) nella splendida villa Erminia che l’anziana signora ha acquistato nel marzo scorso dal Gruppo Beni immobili di Brescia a Sirmione, sulle rive del lago di Garda.
Ma anche Silvio ha nel frattempo arricchito il proprio patrimonio immobiliare. Proprio quando stava esplodendo la vicenda Noemi, il 30 aprile scorso, il presidente del Consiglio aveva mandato i manager di una sua altra società, la Immobiliare due ville, a fermare un appartamento in un discreto complesso immobiliare immerso nel verde a poche centinaia di metri dalla via Cassia a Roma. Un diritto di opzione che il premier ha esercitato il 23 settembre scorso, mentre attendeva con qualche nervosimo il responso della Corte costituzionale sul lodo Alfano. Top secret il costo della transazione, ma si sa che si tratta di un piano intero in una piccola palazzina a due passi dalla tomba dell’imperatore romano Nerone, nell’omonima traversa della via Cassia. Nell’acquiostgo è stato compreso anche il garage e una vasta cantina. Nell’atto di vendita solo l’indicazione sul trasferimento che si effettua “a corpo nello stato di fatto in cui gli immobili attualmente si trovano, con ogni diritto, accessione, pertinenza, servitù e comunione, compresi i proporzionali diritti di comproprietà sulle parti comuni della palazzina quali risultano dalla legge e dal regolamento condominiale”. I lavori di ristrutturazione della residenza immersa in un verde spettacolare inizieranno nelle prossime settimane, ma non è detto che l’appartamento verrà utilizzato dal presidente del Consiglio. Spesso dopo averli acquistati nelle capitale (ne ha una decina), Berlusconi li cede in uso gratuito ai suoi più stretti collaboratori.
E’ stata comunque una estate intensa sotto il profilo immobiliare per Silvio. Ad Arcore, proprio di fronte a villa San Martino, nel cuore di agosto ha chiuso un accordo commerciale con Enel distribuzione, affittando una porzione di terreno vicino alla sua abitazione principale per costruirvi una piccola centralina elettrica destinata a servire buona parte degli abitanti del paese. Questa volta però non è gratis, e anche se è stgato tenuto riservato l’importo, Berlusconi ha stipulato un vero e proprio contratto di affitto annuale con il colosso dell’energia italiana guidato da Fulvio Conti e governato dal suo azionista principale, quel ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti.
Novità anche in Sardegna, dove il cavaliere è finalmente riuscito a mettere fine a una lite annosa con la propria vicina di casa, la signora Maristella Cipriani. Che i due avessero finalmente fumato il calumet della pace è apparso chiaro a tutti nel maggio scorso, quando Berlusconi candidò la Cipriani nelle liste del Pdl al Parlamento europeo. Avventura che non andò a buon fine (non è stata eletta), e che provò poi a sanare mettendo una buona parola con il neo presidente della provincia di Milano, Guido Podestà, per inserire la Cipriani in qualche assessorato. An che qui un buco nell’acqua. Ma la pace si è concretizzata in altro modo. Già a maggio in un preliminare di acquisto firmato insieme alla proposta della candidatura Berlusconi si è impegnato ad acquistare dalla Cipriani quei terreni di confine utilizzati per la vigilanza armata a tutela della sicurezza del premier che tante liti avevano causato in questi anni. La promessa è stata poi rispettata il 14 agosto scorso, con una piccola sorpresa. Non solo Berlusconi ha pagato alla Cipriani il disturbo arrecato con l’acquisto di quei terreni, ma ha pure aggiunto in dono alla signora altri terreni della Idra a titolo di compensazione. Impegnandosi pure a non piazzare più vicino a casa Cipriani “apparecchiature e impianti rumorosi che rechino disturbo alla limitrofa proprietà a rimuovere quelli attualmente esistenti allo scopo di rendere meno fastidiosi i rumori e possibilmente eliminarli del tutto”. In cambio la signora ha ritirato tutte le cause civili e amministrative nei confronti del premier.
Berlusconi non è un cittadino normale. Con tutte quelle cause è più pericoloso di Totò Riina e Al Capone
Ci sono numeri che parlano da soli. Centonove processi, 2.500 udienze, 530 perquisizioni e acquisizioni di documenti da parte della Guardia di Finanza. Oltre duecentomilioni di euro spesi per la propria difesa. Questi numeri non raccontano la storia giudiziaria di Totò Riina e della cupola della mafia. Sono la fotografia dell’assedio giudiziario a Silvio Berlusconi fra il 1994 ed oggi. Non esiste un paragone possibile nella storia giudiziaria di Italia. Non esiste un cittadino finito come l’attuale presidente del Consiglio nel mirino della magistratura. E non è solo storia italiana: a 102 processi non sono stati sottoposti né i criminali nazisti né Al Capone. Ecco a cosa serviva il lodo Alfano: a rendere- almeno per un po’ di tempo- il cittadino Berlusconi un po’ più simile a tutti gli altri cittadini italiani. Per altro c’è una sola indagine sulle 109 che hanno coinvolto Berlusconi legata alla sua attività politica: quella sulla presunta compravendita dei senatori nel 2007 per fare cadere il governo di Romano Prodi. Quella indagine si è fermata in udienza preliminare proprio per il lodo Alfano. E ha danneggiato Berlusconi, perché forse per la prima volta la stessa pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione della pratica, non ravvisandone alcun fondamento. Gli altri 108 procedimenti sono relativi all’imprenditore Berlusconi, al ruolo da lui ricoperto in Fininvest. La maggiore parte è nata durante Mani pulite, quando molti imprenditori sono finiti nel mirino della magistratura. Accadde a Cesare Romiti in Fiat (ed era un manager operativo), a Carlo De Benedetti, a Salvatore Ligresti, a decine e decine di costruttori e imprenditori. Qualcuno fu indagato, qualcuno altro arrestato. De Benedetti trascorse qualche ora- il tempo necessario per un lungo interrogatorio- nel carcere di Regina Coeli dove fu portato dopo qualche giorno di latitanza. A Raul Gardini costò la vita, distrutto dal timore di un arresto dopo essere stato distrutto come imprenditore da altri poteri forti dell’epoca (in testa Enrico Cuccia e la sua Mediobanca) che gli avevano sfilato il secondo gruppo industriale e finanziario del paese. Ma in tutti gli altri non si ricorda un accanimento giudiziario paragonabile a quello subito dall’imprenditore Berlusconi. Che a differenza degli altri il Cavaliere sia sceso in politica non dovrebbe pesare nulla per magistrati che hanno il solo compito di accertare i fatti ed individuare possibili reati. Se si confrontano i fascicoli giudiziari di tutti i grandi imprenditori dell’epoca, non c’è paragone possibile. La maggiore parte dei procedimenti avviati nei confronti di Berlusconi per altro si basa su uno dei teoremi classici di Mani pulite: non poteva non sapere. Anche quando singoli reati compiuti all’interno del gruppo Fininvest sono stati accertati, non si è trovata prova diretta di un coinvolgimento di chi ne era prima presidente e poi solo azionista di maggioranza. Quell’apodittico “Non poteva non sapere” fu invece scartato per altri grandi protagonisti dell’impresa pubblica e privata dell’epoca. Due esempi su tutti: il gruppo Fiat dove la magistratura non osò mai coinvolgere l’avvocato Gianni Agnelli nelle numerose inchieste che portarono ad indagare e processare numeri due e tre come Romiti e Francesco Paolo Mattioli. E il gruppo Iri, dove le inchieste portarono via a carrettate manager di lungo corso, sostenendo che ovunque si pagavano tangenti, e l’unico ad esserne all’oscuro era il presidente dell’epoca, Romano Prodi. Il futuro capo dell’Ulivo incappò una sola notte in un faccia a faccia con Antonio Di Pietro, di cui non uscì mai verbale. Qualcuno nei corridoi ascoltò le grida dei pm, e non se ne seppe più nulla. Lì tutto terminò.
Centonove procedimenti che spesso nascono l’uno dalle ceneri dell’altro. Quando si teme la prescrizione, le procure definiscono nuove ipotesi di reato sugli stessi identici fatti. La vicenda dei diritti televisivi pagati da Fininvest alle major all’estero ne ha già generato almeno una decina. L’ultimo procedimento è ancora in culla, e tramontate decine di altre ipotesi, è stato rivelato alla vigilia della decisione della Corte costituzionale sul lodo Alfano: gli stessi fatti già non accertati (in regolari processi senza scudo penale) negli anni 2004-2007 oggi si sono trasformati in una fantomatica accusa di appropriazione indebita. Non ancora formulata “per non fare pressioni sulla Corte”.
Dalla Rai a Della Valle tutti incappati nel cracl Lehman
La lista è lunghissima, gli importi spesso a sei cifre- anche se in dollari. E’ un piccolo esercito quello degli italiani in fila con il cappello in mano per il fallimento della Lehman Brothers. Sono in tutto 678 quelli che entro la tgerza settimana di settembre hanno presentato domanda di risarcimento diretta o indiretta ai curatori fallimentari della banca americana che ha suonato il gong per la crisi finanziaria internazionale. Ci sono società, singole persone, manager e dipendenti della filiale italiana della Lehman. Quasi tutte le banche italiane, Banca Intesa, Monte dei Paschi, Unicredit, Ubi , Mediobanca e Banca popolare di Milano in testa. Lo Stato, in primis il ministero dell’Economia e le sue società controllate. Praticamente tutti i grandi gruppi imprenditoriali italiani: Fiat, De Benedetti, Berlusconi, Benetton, Ligresti, Pesenti, Telecom Italia, Ferrero, De Longhi, Della Valle e decine di altri. Il record ce l’ha il ramo italiano della Zurich life, con 194 milioni di dollari di crediti verso Lehman. Ma non scherzano nemmeno la Cassa depositi e prestiti con i suoi 133 milioni, Carimonte con 113 e Telecom Italia con 68 milioni. E’ già un caso politico l’esposizione della Regione Marche che chiede al fallimento 72,4 milioni di dollari dopo avere assicurato all’indomani del crack di avere una esposizione ridicola e rischiare al massimo due milioni di euro. E’ in buona compagnia, perché nella lista dei creditori ci sono anche altre due regioni, il Lazio e la Sicilia, che hanno presentato domanda tenendo riservato l’importo richiesto. Con una cifra non particolarmente alta, 526 mila dollari, c’è anche la Rai che è stata fra le prime società italiane a insinuarsi nel fallimento già nel gennaio 2009. A suscitare qualche perplessità più che l’importo è la documentazione allegata. A parte una lettera per rivendicare il dovujto firmata dal direttore degli affari legali dell’azienda di viale Mazzini, Rubens Esposito, una tabella elenca le 21 operazioni intercorse fra la tv pubblica italiana finanziata dal canone di tutti i cittadini e la Lehman brothers: alcune (11) riguardano finanziamenti- anche derivati- alla capogruppo, altre (10) la controllata Rai cinema. E’ quasi andata bene alla fine se sui 56 e oltre milioni di dollari di rapporti con Lehman Rai rischia di rimetterci solo una mezza milionata.
Certo, anche personaggi che con la finanza ci sanno fare da una vita si sono bruciati le dita con Lehman. Ci è cascato Carlo De Benedetti con la sua Cir International sa, qualche guaio hanno subito perfino i suoi banchieri e commercialisti di fiducia, quei Segre che controllano la Bim di Torino. Fra le persone fisiche la più famosa ad avere presentato il conto è Andrea Della Valle- fratello di Diego e presidente uscente della Fiorentina- che con Lehman ha rimesso 3,5 milioni di dollari di investimenti personali. Mancano all’appello delle sue tasche sei strumenti finanziari sottoscritti fra il 2003 e il 2008, l’ultimo proprio alla vigilia del naufragio della banca americana. Ma anche questo non è un caso isolato. E d’altra parte al tribunale fallimentare di Milano la Lehman era stata inserita nel novembre 2007 dal presidente della sezione, Bartolomeo Quatraro, fra le società che potevano offrire i loro servizi ai creditori. Titoli e strumenti finanziari erano ritenuti dagli esperti altamente affidabili e quasi privi di rischio. Nell’elenco c’è più di un singolo investitore italiano che allega anche la lettera-beffa (una è di Banca Aletti, che ci ha rimesso non poco del suo) che all’improvviso comunicava al cliente che milioni di risparmi erano passati a valutazione di alto rischio. La settimana dopo quei soldi erano semplicemente svaniti insieme alle casse che i dipendenti della Lehman portavano in strada.
Un capitolo a parte meritano le richieste di risarcimento presentate dagli stessi top manager e dirigenti del gruppo Lehman. In un un lungo elenco di poveri dipendenti che reclamano il dovuto: liquidazione e pagamento degli ultimi stipendi,. Svettano i 15 milioni di dollari chiesti da Ruggero Magnoni e le decine e decine di milioni vantati come crediti dai suoi colleghi. Vogliono perfino il pagamento dei bonus legati a maxi-operazioni con cui hanno piazzato derivati a banche, società ed enti pubblici in Italia. Bonus per avere messo nei guai più di un ente locale del loro paese.
Il cavaliere inseguito dal Fisco. Anche sotto Tremonti
In un anno per ben tre volte il fisco ha bussato, con modi un po’ rudi, alla porta principale dell’impero di Silvio Berlusconi, quella del gruppo Fininvest. Per due volte, alla fine del 2007 e all’inizio del 2008, lo ha fatto regnante Romano Prodi e con Vincenzo Visco viceministro delle Finanze. La terza volta è capitata con lo stesso Berlusconi a palazzo Chigi e con Giulio Tremonti al ministero dell’Economia. Porta perfino una data simbolo di disgrazie, quella dell’11 settembre 2008, giorno in cui è stato consegnato a Fininvest un verbale di contestazione relativo a partite Ires, Irap e Iva dell’anno 2004. A rivelarlo è la nota integrativa al consolidato della capogruppo di Berlusconi da poco depositata al registro delle imprese. Con stile asciutto, la capogruppo guidata dalla primogenita del premier, Marina Berlusconi, spiega che “sul finire del 2007 e del 2008 alla società sono stati notificati due avvisi di accertamento- riferiti alle annualità 2002 e 2003- emessi dall’Ufficio delle Entrate- Roma I in esito alla verifica parziale condotta da personale della Direzione regionale della Lombardia». Per farla breve, nel primo si contesta la deduzione di una svalutazione della partecipazione in Trefinance sa, che è la finanziaria estera del gruppo, e nella seconda l’indebita fruizione del credito di imposta sui dividendi percepiti da un’altra partecipata, Euridea (la ex Standa) prima che questa venisse ceduta a terzi. Fininvest ha chiesto all’amministrazione, come fanno tutti, la formulazione di una proposta di accertamento con adesione. Ma è stata respinta: il regalino finale di Prodi e Visco. Alla società non è restata altra arma che avviare il contenzioso tributario “per vedere annullate entrambe le pretese dell’amministrazione finanziaria”. Ma ancora sotto il governo di centro sinistra è arrivata la richiesta di dare un’occhiata anche ai conti 2004. Da lì è partita l’indagine che si è concretizzata nel verbale di contestazione a Fininvest dell’11 settembre 2008. Per contestare “l’indebita deduzione di costi ai fini Ires e Irap e la mancata regolarizzazione ai fini Iva di movimenti finanziari ritenuti corrispettivi di prestazione di servizi”. Ritenendo di avere ragione, Fininvest non ha stanziato alcun fondo rischi, e quindi non si conosce l’entità delle tre contestazioni. Ma il gruppo è ormai abituato insieme a quello con i pm anche al braccio di ferro con il fisco. Avvenne anche in Spagna, dove nel 2008 dopo 10 anni un giudice ha dato ragione a Berlusconi, liberandogli 21,6 milioni...
Franco Bechis
Dite a De Benedetti di portare Repubblica anche nelle edicole in Puglia
Campanello di allarme per l'ingegnere Carlo De Benedetti. Scoperta forse una delle ragioni per cui Repubblica nonostante la trasformazione hard continua a perdere copie rispetto all'anno precedente (a giugno altri sette punti indietro). Il quotidiano di Ezio Mauro deve avere problemi di distribuzione. Certo è provato che non arriva nelle edicole pugliesi. Lo ha confessato implicitamente Niki Vendola, governatore della Regione, in un'intervista pubblicata oggi dall'Unità. Dopo avere sostenuto (lo fanno tutti, e lui si è adeguato) di essere vittima di un complotto dei magistrati baresi che conducono le inchieste sulla sanità e dopo avere comunque scaricato alla velocità della luce il suo primo assessore indagato (Alberto Tedesco), il povero Vendola si berlusconizza e sostiene di essere vittima di una trappola non solo giudiziaria, ma mediatico- giudiziaria: tutti infatti parlerebbero delle inchieste sulla sua giunta, ma ci sono "altre due inchieste di cui nessuno parla: una riguarda Fitto, l'altra escort e cocaina e porta a Berlusconi". Dunque secondo Vendola nessuno parla dell'inchiesta su escort-Berlusconi. O non funziona la rassegna stampa della Regione Puglia, o Repubblica deve essersi dimenticata in questi mesi di approdare alle edicole pugliesi...
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