Ci sono due nomi che rischiano di trasformarsi in una buccia di banana nella causa di separazione fra Silvio Berlusconi e Veronica Lario. Sono nomi di società off shore: Century One e Universal One ltd, e sono apparsi a più riprese in una serie di processi davanti alla procura di Milano. Due nomi chiave nella sentenza di condanna di primo e di secondo grado dell’avvocato britannico David Mills. Sono riapparsi nel filone sui diritti tv e nel procedimento Mediatrade. Ma le stesse due sigle sono state utilizzate dalla difesa di Silvio Berlusconi per uno dei rari successi giudiziari ottenuti: quello che allontanato dal capo di Piersilvio e di Marina Berlusconi una delle ipotesi investigative più gravi, il riciclaggio. Ma la storia di Century One e Universal One rischia di trasformarsi ora in un’arma a doppio taglio per il Cavaliere. Fra i motivi della condanna di Mills c’è soprattutto quello di avere taciuto i “beneficial owners” dei due trust durante la deposizione testimoniale al processo All Iberian. L’avvocato inglese che nel 1997 aveva trascurato il particolare (e per questo è accusato di averlo fatto apposta, poi ripagato da Fininvest), in una successiva deposizione ha ricostruito la vera storia dei due trust. Nacquero all’inizio degli anni Novanta, grazie alla collaborazione fra Mills, Carlo Bernasconi , Livio Gironi e Candia Camaggi (che ne scelse i nomi per affinità con il mondo del cinema). I beneficiari erano appunto i figli di primo letto del Cavaliere, che nel frattempo però aveva già concepito gli altri tre figli con Veronica (l’ultimo, Luigi, era nato nel 1988). Secondo la ricostruzione contenuta negli atti del processo i due trust sarebbero serviti a mettere in sicurezza parte del patrimonio di Berlusconi a favore dei due figli di primo letto, Piersilvio e Marina. Così scrivono i magistrati milanesi a pagina 99 della sentenza di primo grado con cui condannano l’avvocato inglese: “La falsità e reticenza delle dichiarazioni di Mills in ordine alla reale proprietà delle società Century One e Universal One risulta dalle prove orali e documentali raccolte. Egli era a perfetta conoscenza che le società erano state create per volontà diretta di Silvio Berlusconi, che intendeva così trasmettere una parte del proprio patrimonio ai figli Marina e Piersilvio- mantenendone però il controllo fino al proprio decesso, con una facoltà decisionale delegata solo a Gironi, Foscale e Confalonieri, da comunicarsi per il tramite esclusivo dello studio di David Mills- e che i capitali ad esse afferenti erano gestiti da Paolo Del Bue per conto della famiglia Berlusconi. Di quanto sopra la deposizione confessoria di Mills del 18 luglio 2004 davanti ai pm milanesi- sul punto mai ritrattata- e le sue affermazioni agli ispettori di Inland Revenue, costituiscono pieno riscontro”.
Questa deposizione di Mills dell’estate 2004 è stata utile- come ricordato- proprio per allontanare il sospetto di riciclaggio dalla testa di Piersilvio e Marina. Ma rischia di entrare a pieno diritto nella causa di separazione fra Silvio e Veronica. Perché un faldone intero di documenti processuali è lì a dimostrare come il cavaliere si sia adoperato fin dagli anni Novanta per proteggere un asse ereditario privilegiato di cui non c’era né evidenza né contabilità ufficiale. Non si sa quanti soldi siano stati trasferiti su quei due trust. Ma i magistrati milanesi scrivono: “è documentata in atti l’entità dei prelievi in contanti effettuata negli anni 1991-1994 sui conti di ciascuna società: quasi 71 miliardi di lire italiane sul conto di Century One, oltre 32 miliardi di lire italiane su quello di Universal One. I relativi giustificativi il 3 gennaio 2002 furono trasmessi all’autorità giudiziaria elvetica nell’ambito della commissione rogatoriale in corso”.
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Nella guerra dei Berluscones Marina e Piersilvio inciampano in Mills
Ci sono due nomi che rischiano di trasformarsi in una buccia di banana nella causa di separazione fra Silvio Berlusconi e Veronica Lario. Sono nomi di società off shore: Century One e Universal One ltd, e sono apparsi a più riprese in una serie di processi davanti alla procura di Milano. Due nomi chiave nella sentenza di condanna di primo e di secondo grado dell’avvocato britannico David Mills. Sono riapparsi nel filone sui diritti tv e nel procedimento Mediatrade. Ma le stesse due sigle sono state utilizzate dalla difesa di Silvio Berlusconi per uno dei rari successi giudiziari ottenuti: quello che allontanato dal capo di Piersilvio e di Marina Berlusconi una delle ipotesi investigative più gravi, il riciclaggio. Ma la storia di Century One e Universal One rischia di trasformarsi ora in un’arma a doppio taglio per il Cavaliere. Fra i motivi della condanna di Mills c’è soprattutto quello di avere taciuto i “beneficial owners” dei due trust durante la deposizione testimoniale al processo All Iberian. L’avvocato inglese che nel 1997 aveva trascurato il particolare (e per questo è accusato di averlo fatto apposta, poi ripagato da Fininvest), in una successiva deposizione ha ricostruito la vera storia dei due trust. Nacquero all’inizio degli anni Novanta, grazie alla collaborazione fra Mills, Carlo Bernasconi , Livio Gironi e Candia Camaggi (che ne scelse i nomi per affinità con il mondo del cinema). I beneficiari erano appunto i figli di primo letto del Cavaliere, che nel frattempo però aveva già concepito gli altri tre figli con Veronica (l’ultimo, Luigi, era nato nel 1988). Secondo la ricostruzione contenuta negli atti del processo i due trust sarebbero serviti a mettere in sicurezza parte del patrimonio di Berlusconi a favore dei due figli di primo letto, Piersilvio e Marina. Così scrivono i magistrati milanesi a pagina 99 della sentenza di primo grado con cui condannano l’avvocato inglese: “La falsità e reticenza delle dichiarazioni di Mills in ordine alla reale proprietà delle società Century One e Universal One risulta dalle prove orali e documentali raccolte. Egli era a perfetta conoscenza che le società erano state create per volontà diretta di Silvio Berlusconi, che intendeva così trasmettere una parte del proprio patrimonio ai figli Marina e Piersilvio- mantenendone però il controllo fino al proprio decesso, con una facoltà decisionale delegata solo a Gironi, Foscale e Confalonieri, da comunicarsi per il tramite esclusivo dello studio di David Mills- e che i capitali ad esse afferenti erano gestiti da Paolo Del Bue per conto della famiglia Berlusconi. Di quanto sopra la deposizione confessoria di Mills del 18 luglio 2004 davanti ai pm milanesi- sul punto mai ritrattata- e le sue affermazioni agli ispettori di Inland Revenue, costituiscono pieno riscontro”.
Questa deposizione di Mills dell’estate 2004 è stata utile- come ricordato- proprio per allontanare il sospetto di riciclaggio dalla testa di Piersilvio e Marina. Ma rischia di entrare a pieno diritto nella causa di separazione fra Silvio e Veronica. Perché un faldone intero di documenti processuali è lì a dimostrare come il cavaliere si sia adoperato fin dagli anni Novanta per proteggere un asse ereditario privilegiato di cui non c’era né evidenza né contabilità ufficiale. Non si sa quanti soldi siano stati trasferiti su quei due trust. Ma i magistrati milanesi scrivono: “è documentata in atti l’entità dei prelievi in contanti effettuata negli anni 1991-1994 sui conti di ciascuna società: quasi 71 miliardi di lire italiane sul conto di Century One, oltre 32 miliardi di lire italiane su quello di Universal One. I relativi giustificativi il 3 gennaio 2002 furono trasmessi all’autorità giudiziaria elvetica nell’ambito della commissione rogatoriale in corso”.
Diritti tv, ma quell'inchiesta è come il maiale. Sempre la stessa, non si butta via mai nulla
C’è un nuovo Berlusconi nel mirino della procura di Milano. Grazie al pm Fabio De Pasquale, che ha chiuso l’indagine Mediatrade sui diritti tv, Piersilvio Berlusconi potrà imparare dal padre anche un secondo mestiere, quello di imputato. Il primogenito del premier infatti è iscritto nel registro degli indagati per frode fiscale insieme al padre, a Fedele Confalonieri e una sfilza di altri personaggi ex manager o fornitori di Mediaset per cui a seconda dei casi è stata aggiunta anche l’ipotesi penale di appropriazione indebita e di riciclaggio. L’accusa non è proprio nuova di giornata. L’anticipò Repubblica a fine settembre, pochi giorni prima della decisione della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. Venne scritto che un nuovo reato (quello di appropriazione indebita) era stato scovato dai pm milanesi nel canovaccio giudiziario che per altro era restato immutato, dando origine a una lunga serie di processi in parte conclusi con il non doversi procedere per intervenuta prescrizione, in parte bloccati dal lodo Alfano. Il quotidiano di Carlo De Benedetti raccontò con toni melodrammatici il tormento del povero pm De Pasquale: lui l’indagine l’aveva praticamente conclusa, ma che fare? Se avesse depositato la richiesta alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano, sarebbe sembrata una pressione sulla Corte. L’avesse fatto all’indomani, qualcuno avrebbe interpretato la scelta come una vendetta su Berlusconi. Così sono passati quattro mesi, e la chiusura delle indagini è stata formalizzata ieri. L’unica cosa ignota perfino a Repubblica era la decisione del battesimo giudiziario per Piersilvio. Questa notizia era stata ipotizzata a dire il vero proprio da Libero il 13 novembre scorso, in un articolo dove citando le ultime mosse dei pm e il dispositivo della sentenza di condanna di David Mills, si sosteneva che dopo Silvio la procura sembrava volere attaccare anche i figli. Il giorno successivo però è giunta in redazione una lettera di smentita dell’avvocato del premier, Nicolò Ghedini. Assai secca: “le prospettazioni contenute nell’articolo di Libero non trovano alcun riscontro nella realtà. Marina e Piersilvio Berlusconi sono già stati ritenuti ampiamente estranei a qualsiasi fattispecie penalmente rilevante”. Ottimista l’avvocato, ma così sicuro e tranchant che anche noi ne dovemmo prendere atto. Si capisce come quella di ieri per lui sia divenuta doccia fredda se non ghiacciata. Tanto da tuonare: “estendere l’incolpazione a Piersilvio Berlusconi, colpevole evidentemente di essere figlio di Silvio, è sconnesso da qualsiasi logica e da qualsiasi realtà fattuale”.
Non essendoci molto di inedito nel nuovo procedimento, perché gran parte del materiale di indagine è già stato fatto filtrare di mese in mese sulla stampa, c’è una cosa che colpisce in quest’ultima offensiva giudiziaria nei confronti del premier e ormai della sua famiglia. Una cosa che accomuna il filone dei diritti tv al processo Mills: la procura non ha grandi novità fra le carte di indagine. Sostanzialmente sono le stesse per cui si sono già imbastiti e conclusi processi nel 2005 e nel 2006. Sulla base dello stesso canovaccio giudiziario (l’acquisto dei diritti tv attraverso Frank Agrama dagli Usa passando per numerosi paesi europei) con cui la preda (il cavaliere) è sfuggita ai suoi cacciatori (la procura di Milano) per intervenuta prescrizione si ipotizza un reato diverso non prescritto e si imbastisce un secondo processo con lo stesso menù. Non più falso in bilancio o evasione fiscale, ma appropriazione indebita. Così come nel processo Mills si è escogitata sulla stessa materia processuale la formula assai innovativa della corruzione successiva: uno corrompe un professionista, e quello si fa corrompere sulla base di una semplice promessa. E siccome il cavaliere è uomo di parola, anni dopo quella promessa (che non aveva nemmeno cambiali firmate prima) viene onorata. Oramai quella fra i Berlusconi e i giudici di Milano è guerra senza esclusione di colpi. Il premier sfugge a un processo con una leggina? E i pm non buttano via nulla. Si tengono i faldoni e scovano all’interno un nuovo reato. Altro processo, altra leggina a fare da scudo. All’infinito.
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