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Giglio magico di Renzi: Delrio non ne può più, entra in squadra Dracula-Visco


Graziano Delrio è andato in vacanza distrutto: "Voglio tornare a fare il medico"

Nel Giglio magico di Matteo Renzi non c'è più posto per il sottosegretario Graziano Delrio. Forse non c'è mai stato, perchè pur essendo renziano della prima ora l'ex ministro del governo di Enrico Letta non è riuscito a trovare il feeling necessario con il premier fin dalla prima settimana di febbraio a palazzo Chigi. Renzi sostiene con i suoi più stretti collaboratori che appena arrivato a palazzo Delrio gli ha fatto trovare impacchettato senza preavviso Mauro Bonaretti, il nuovo segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri. Quando lo dice con occhi sgranati a dire il vero nemmeno i fedelissimi credono a Matteo: figurati se quella nomina non l'avete concordata insieme. Però capiscono che questa accusa probabilmente esagerata al suo primo sottosegretario è segno di una rottura ormai inevitabile fra i due.

Non è Renzi quello che congiura per la poltrona di Letta! E' Crozza



Ma no, che non può trattarsi di Matteo Renzi: è sicuramente Maurizio Crozza che lo sta imitando a volere andare a palazzo Chigi accoltellando Enrico Letta come nella più vecchia e ritrita congiura della storia comunista e postcomunista... Figurarsi se Renzi il rottamatore poteva prendere il potere con una stretta di mano data al personaggio politico più rottamabile di tutti: Giorgio Napolitano... Impossibile... e se cliccate qui vi dimostro perchè...

http://www.liberoquotidiano.it/blog/1402142/Non_pu%C3%B2_essere_Renzi_il_premier__che_va_a_palazzo_accoltellando_Letta.html

L'ABITACOLO 11-2 I DUE ENRICHI MINACCIANO RENZI

Forza, taglia!


http://www.liberoquotidiano.it/blog/1271093/FORZA-TAGLIA.html


Dice il ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni: “Vogliamo rilanciare l'economia riducendo le tasse su lavoro e imprese. Non possiamo farlo aumentando il debito, quindi dobbiamo ridurre le spese”. Siccome siamo in recessione, non si può tagliare gli investimenti: “Vogliamo ridurre”, continua Saccomanni, “le spese correnti ma non è un lavoro che consenta nel giro di poche settimane di reperire miliardi di euro come se avessimo la bacchetta magica”. Vero: ci vuole tempo per vedere i risultati di un taglio alla spesa. Infatti è per questo che immaginavamo che dal primo giorno le forbici di Saccomanni fossero già in azione. Invece deve esserci qualcuno che si è messo di traverso. Perchè il ministro spiega che oggi la spesa pubblica ammonta a 800 miliardi e tolti “redditi da lavoro, prestazioni sociali, interessi, spese in conto capitale, il totale su cui si può lavorare ammonta a 207 miliardi di euro”. Micca noccioline: in una somma così ci sarà abbastanza panna cui attingere, no? Però... Sì, c'è un però che fa capire lo stesso Saccomanni: “analizzeremo i tipi di spesa su cui intervenire più rapidamente, ma sia chiaro che i tagli indolori non esistono”. E ancora: “nessuno si illuda che vengano fuori spese misteriose da tagliare senza che nessuno protesti”. Ecco, se il ministro dell'Economia mette le mani avanti così, significa che fino ad ora qualcuno le ha già messe davanti alle sue forbici per fermarle. Noi quel qualcuno lo conosciamo bene, perchè sono anni che ci sgoliamo per fermare il partitone della spesa pubblica. E' la sinistra che in quella panna è sguazzata in questi anni, costruendo sulle tasche di tutti gli altri italiani carriere politiche e sindacali personali, gruppi di potere e di consenso. Poi certo, il partito della spesa pubblica ha una sua trasversalità: ma il suo cuore è li, al centro del bandierone rosso.
E' per questo che oggi viene voglia di gridare a Saccomanni: “Forza, taglia!” E non sarebbe male che l'urlo, la spinta, l'affiancamento al ministro senza se e senza ma venisse proprio da chi oggi desidera ridare vita a “Forza Italia”. Perchè quel programma “meno tasse” e “via la panna della spesa pubblica”, era proprio alle origini di quel movimento nel 1994. Dunque, Forza, taglia! E taglia per ridare una possibilità a questa Italia.
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Vista la necessità assoluta di non piegare ulteriormente i cittadini di questo Paese dopo l'anno e mezzo che hanno passato, avremmo voluto Enrico Letta e i suoi ministri con quelle forbici in mano a tagliare e ritagliare giorno e notte dai primi di maggio per trovare quelle risorse fondamentali con cui abbassare una pressione fiscale ormai intollerabile e rimettere qualche soldo nelle tasche di cittadini e imprese invece che in quelle dei pochi privilegiati che oggi vivono e si arricchiscono con quella panna. Ma non è ancora così tardi, e se quel “però” ripetuto da Saccomanni è un Sos lanciato per avere una mano con chi lo ostacola dentro maggioranza e governo, eccola qui la mano tesa. Tagliare si può, e qualsiasi dolore è lenito da un utilizzo saggio di quelle risorse ottenute. Tagliare si può anche in breve tempo, e su questo una vera lezione l'ha data durante il governo di Mario Monti il suo commissario alla spending review, Enrico Bondi. E' grazie ai suoi tagli che è stato evitato per sempre (non per tre mesi) un aumento dell' aliquota intermedia Iva dal 10 all'11%. Ed è stato spostato e coperto per un anno (non per tre mesi) anche l'aumento dell'aliquota ordinaria Iva dal 21 al 22%. Bondi mica disse che era impossibile, che poi qualcuno gli avrebbe fatto il broncio. In pochissime settimane ha guardato che cosa si spendeva, e ha tagliato. Può avere sovrastimato quella riduzione, che però ha funzionato per quasi 8 miliardi di euro strutturali. Quindi si può. E si deve:la panna è ancora molta, e perfino il risultato del governo Monti (che pure c'è stato) si è rivelato timido: nel 2012 la spesa pubblica si è ridotta di mezzo punto di Pil finalmente andando in contro-tendenza, ma il Pil si è impoverito di più scendendo del 2,4%. Anche quel taglio dunque è stato modesto. C'è tanto spazio, anche per non fare diventare distorsione della spesa pubblica qualche nuova protezione sociale che doveva essere temporanea (come quella della cassa integrazione in deroga). E allora, forza Saccomanni. Forza, taglia!

Quei 180 dipendenti se li paghino i Pd di Roma

Il governo di Enrico Letta si fa bello abolendo il finanziamento pubblico ai partiti. E' in gran parte falso, ma comunque ipocrita. Primo perché soldi pubblici arriveranno ancora per tre anni. Secondo perché ai partiti è dato un premio speciale. detrazioni al 52% per chi dona loro fino a 5 mila euro. Tanto per capirci quei 5 mila euro donati alle Onlus consentono una detrazione oggi del 19%, dall'anno prossimo del 26% (la metà esatta). E' ingiusto: i partiti OCCUPANO lo Stato, le Onlus si sostituiscono allo Stato dove colpevolmente manca. Di fronte a questa cinghia fasulla da tirare il tesoriere del Pd, Antonio Misiani, ha trovato l'uovo di Colombo: con la scusa dei soldi pubblici che mancano, ha annunciato a 180 dipendenti del partito che li manderà in cassa integrazione. In deroga, naturalmente: 18 mesi di stipendio pagati tutti dai contribuenti italiani. Così che cambia? Io un'idea ce l'ho: quei 180 dipendenti siano stipendiati tutti dai circa 60 parlamentari del Pd (Enrico Letta compreso) che vivevano a Roma già prima di essere eletti. Prendono 3.500 euro al mese di diaria per le spese di soggiorno a Roma (che non hanno) e 1.100 euro al mese di rimborso taxi per raggiungere l'aeroporto e volare a Roma (per loro grottesco). Con quei soldi si pagano almeno 120 dipendenti del Pd...

Il bluff di Grillo: M5s si è innamorato del Porcellum




Ogni volta che ne ha parlato Beppe Grillo è stato tranchant. L’ultima volta è accaduto domenica 21 aprile a Roma, durante la conferenza stampa alla Città dell’altra economia. “Legge elettorale?”, si è chiesto il portavoce nazionale del Movimento 5 stelle, “tutti parlano di legge elettorale, ma ci si può mettere d'accordo in un attimo: i tre gruppi principali si riuniscono e abroghiamo il Porcellum (...) Ci mettiamo mezz’ora, poi andiamo a votare con la legge precedente”. E invece mercoledì 24 aprile il Movimento 5 stelle ha presentato in Senato la sua proposta di legge elettorale. E a sorpresa la legge preferita è proprio il Porcellum, sia pure corretta in un solo punto, grazie all’introduzione di una preferenza. Il disegno di legge porta il numero 452, ha come primo firmatario il capogruppo M5s a palazzo Madama, Vito Antonio Crimi ed è controfirmata in ordine alfabetico da tutti i senatori del gruppo: da Alberto Airola a Giuseppe Vacciano. Il disegno di legge di fatto è composto di due parti. La prima serve a modificare il decreto legislativo sulla incandidabilità che Mario Monti ha varato lo scorso 31 dicembre. La seconda parte del ddl di fatto opera nel dettaglio una sola modifica al testo di legge del tanto vituperato Porcellum. La legge elettorale infatti resta in tutti i suoi punti fondamentali quella ideata da Roberto Calderoli e attualmente in vigore. Resta il premio di maggioranza alla Camera senza l’introduzione di alcuna soglia, grazie a cui anche avendo il 25% o meno dei voti si può più che raddoppiarne la rappresentanza che diventa del 55%. Resta identico il sistema elettorale al Senato della Repubblica, con quel rischio di non assegnare a nessuno la maggioranza relativa dei seggi rendendo ingovernabile il Parlamento. La modifica riguarda l’introduzione del voto di preferenza: nella scheda elettorale del Porcellum a fianco di ogni simbolo di partito sia alla Camera che al Senato sarà inserita una riga per esprimere una sola preferenza, scegliendo uno dei candidati inseriti nella lista. Votando quel candidato si voterebbe il suo partito automaticamente anche senza inserire crocetta sul simbolo.
La modifica alla legge Monti sulla incandidabilità riguarda due estensioni della normativa. Una per tutti i parlamentari che hanno già alle spalle due legislature, e che non potrebbero più essere candidati (di fatto si estenderebbe a tutti i partiti la regola che vale per M5s). La seconda per tutti “coloro che sono stati condannati con sentenza definitiva per delitto non colposo ovvero a pena detentiva superiore a mesi dieci e giorni venti di reclusione per delitto colposo”. Questi 10 mesi e 20 giorni sarebbero la pena minima comminata http://www.senato.it/documenti/repository/leggi_e_documenti/ultimi_atti_stampati/mer/452.pdftenendo conto degli sconti di legge e delle attenuanti per l’omicidio colposo “quando il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro”.
Questo Porcellum sposato a tradimento dal M5s (perfino ieri la loro delegazione ha chiesto provocatoriamente a Enrico Letta perché non viene abrogata la legge-porcata) indica come a Grillo in realtà interessi quel premio di maggioranza abnorme, che consentirebbe in caso di vittoria di governare da soli senza alleanze. Basta la preferenza, che è più democratica. Crimi prima spiega che “l’eliminazione del voto di preferenza ha anche favorito l’elezione di persone condannate per la commissione di reati”. Poi però ammette la regola della democrazia: “Se la nostra fosse una società di corrotti e delinquenti, allora sarebbe giusto che anche in Parlamento sedessero corrotti e delinquenti”.

Tanto loro ne pagano pochissime. Ecco perché i mandarini di palazzo snobbano il taglio delle tasse

L’unica cosa importante l’hanno già ottenuta da tempo: il fisco non mette le mani nelle loro tasche. Sarà per questo che Pierluigi Bersani, Antonio Di Pietro ed Enrico Letta fanno spallucce alla riforma fiscale proposta da Silvio Berlusconi. Due sole aliquote, una del 23 per cento e una al 33 per cento oltre quei centomila euro che sono circa la metà di quel che guadagnano i Bersani, Di Pietro e Letta jr? Il magnifico trio appena sceso in campo contro l’abbassamento delle tasse se ne può allegramente infischiare: tutti e tre dovrebbero versare al fisco il 43% del loro reddito, più i contributi per assistenza e previdenza. Ma facendo parte della casta dei mandarini che le leggi le impone agli altri lasciando per sé un trattamento di lusso, i Bersani- Di Pietro e Letta jr all’erario girano il 17,36% di quel che davvero finisce nelle loro tasche, come capita per altro a chi è stato eletto alla Camera (e al Senato il fisco è ancora più leggero: 15,32%). Chi ha un reddito imponibile di 9 mila euro lordi all’anno, pari a 692 euro lordi al mese, paga in proporzione più tasse del segretario del Pd, del suo vicesegretario e dal padre-padrone dell’Italia dei valori: il 23 per cento. E’ per questo che i mandarini del centrosinistra, nati e cresciuti a palazzo dove vigono sempre regole speciali, non riescono a capire perché ci si lamenta delle tasse troppo alte. Non le devono pagare loro, non le devono pagare i loro amici, i collaboratori di una vita: in quel mondo le tasse un tempo non si pagavano del tutto, poi si è fatto finta di pagarle come tutti i comuni mortali. Così oggi i deputati si intascano netti ogni mese 5.486,58 euro, dopo avere pagato ritenute previdenziali di 784,14 euro, assistenziali di 526,66 euro, un contributo per l’assegno vitalizio di 1006,51 euro e Irpef per 3.899,75 euro. Così sembrerebbero come tutti gli altri. Ma poi si mettono in tasca ogni mese esentasse 4.003,11 euro di diaria, 4.190 euro netti “a titolo di rimborso forfetario per le spese inerenti il rapporto fra eletto ed elettore”, circa 1.100 euro al mese di rimborso per taxi che né Bersani né Letta né Di Pietro di solito prendono, e poco meno di 300 euro al mese netti a titolo di rimborso spese telefoniche. I senatori si intascano invece qualcosina in più, perché durante una delle varie auto-riduzioni della indennità sotto il pressing della protesta popolare, hanno girato la testa dall’altra parte lasciando che fossero solo i deputati a tirare un pochino la cinghia: prendono quindi 150 euro al mese più dei colleghi di base e rimborsi assai più generosi. E’ per questo che i mandarini della riforma fiscale non sentono proprio alcun bisogno...