Silvio Berlusconi oggi ha in tasca 3,8 miliardi di euro. Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario in tasca ha 80 milioni di euro. I tre figli di Silvio e Veronica, e cioè Eleonora, Barbara e Luigi, possono già contare su 1,2 miliardi di euro grazie ai beni assegnati dal padre. Dipende proprio da questi tre parametri il valore di quel che diventerà il trattamento di fine rapporto della seconda moglie del cavaliere. In termini giuridici si chiama legittima, ma quando ci sono di mezzo i figli e un patrimonio in gran parte legato alle vicende di borsa, è assai difficile da calcolare. Fra moglie e marito per altro c’è qualcuno che ha messo non un dito, ma un ditone da 750 milioni di euro: è Carlo De Benedetti, che grazie alla causa intentata da Cir a Fininvest e già vinta in primo grado rischia non solo di rendere più povera tutta la famiglia, ma anche di rendere inutile qualsiasi accordo consensuale fatto oggi dai coniugi Berlusconi davanti al giudice. Anche per questo dividere il più grande patrimonio d’Italia non sarà uno scherzo da ragazzi. Le caratteristiche stesse della causa potrebbero incidere e non poco sul valore del bene. Basti pensare che dei 3,8 miliardi di euro oggi attribuibili al cavaliere ben 2,5 sono legati alla patrimonializzazione di quattro titoli quotati: Mediaset, Mediolanum, Mondadori e Mediobanca. Stesso discorso per i tre figli di secondo letto: 850 milioni su 1,2 del loro patrimonio possono risentire della volatile sensibilità dei mercati finanziari. Anche se non è stata la chiave principale di questi mesi di separazione fra i coniugi, ora qualsiasi passo sopra le righe nella causa di liquidazione di Veronica rischia di fare perdere anche a lei una parte della posta in gioco.
Silvio oggi può contare su circa 700 milioni di euro di liquidità a diretta disposizione grazie alla quota distribuibile del patrimonio delle quattro holding di controllo di Fininvest a lui riconducibili, e alla liquidità depositata sui loro conti correnti presso la Arner bank e il Monte dei Paschi di Siena. Due miliardi e mezzo il valore di capitalizzazione di borsa dei titoli riportabili alla sua persona fisica, altri 178 milioni di valori mobiliari in società non quotate e circa 420 milioni in immobili. Il pezzo più pregiato in portafoglio resta Villa Certosa, che nel bilancio della società che la controlla (Immobiliare Idra) è stato da poco rivalutato in 168 milioni di euro (terreno più fabbricati). Seconda per valore proprio la villa di Macherio dove abita in Italia Veronica: 78 milioni di euro, che potrebbero entrare a pieno diritto nel conto del trattamento di fine rapporto della signora. Vale di meno villa San Martino ad Arcore (52 milioni), ed appare incedibile: a quelle mura è davvero affezionato il premier. Ci sono poi altri immobili a Roma, in Sardegna e a Segrate che potrebbero entrare a fare parte della trattativa. A Silvio Berlusconi persona fisica sono intestati 6 fabbricati a Milano (frutto dell’eredità paterna), due piccoli terreni (poco più di un agro) pratosi a Castelveccana, nel varesotto e dieci fabbricati a Lesa, sul lago Maggiore, in provincia di Novara. Il premier li ha comprati il 30 settembre 2008 da una coppia di coniugi, Daniele Mulacchiè e Marina Girola. Costituiscono il complesso di Villa Lapejre o Villa Correnti sulla statale del Sempione: un piano interrato, un piano sottoterra, uno sottotetto e tre piani fuori terra, oltre a un edificio per il custode, uno ad uso darsena, un edificio “adibito a sala hobby/palestra con terrazza, bagno e ripostiglio”, vari box, parcheggio auto coperto e “parco su cui insistono piscina e annesso spogliatoio, campo da tennis e campo da bocce”. Valore stimato in circa 12 milioni di euro. Infine le partecipazioni immobiliari estere, quella nella Bridgeston Ltd alle Bermuda e quella nella Sweet Dragon Limited a Dubai.
Veronica ha sostanzialmente tre partecipazioni mobiliari: quella nella San Daniele srl, ora in liquidazione, quella nel “Foglio edizioni” (38%) che edita il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara e quella nella Finanziaria Il Poggio, il braccio immobiliare dell’ex first lady italiana. Attraverso questa controlla altre due società: la Orchidea reality corporation a New York e la Palace Gate mansions ltd a Londra. Nel ramo immobiliare ha acquistato una serie di palazzi e abitazioni di un certo valore in Sardegna, a Londra (a Kensington, dove Veronica passa parte del suo tempo), a Bologna, Milano e New York, sulla 55 strada. Il pezzo più di pregio è acquisto recente: 135 porzioni di fabbricato a Milano Due, con la proprietà di gran parte di palazzo Canova. Operazione conclusa il 31 marzo 2009, quando già iniziava ad esserci il grande freddo con il marito. Lo testimonia anche un atto che non ha precedenti: per acquistare palazzo Canova Veronica ha dovuto bussare per la prima volta nella sua storia in banca e chiedere un mutuo. Così la Banca popolare di Sondrio le ha concesso un finanziamento ventennale di 20 milioni di euro di capitale oltre a 10 milioni di euro di interessi e 4 milioni in spese di istruttoria, al tasso di interesse annuo del 2,85%.
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Silvio-Veronica, scene da un patrimonio- Tutte le cifre del divorzio del momento
Silvio Berlusconi oggi ha in tasca 3,8 miliardi di euro. Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario in tasca ha 80 milioni di euro. I tre figli di Silvio e Veronica, e cioè Eleonora, Barbara e Luigi, possono già contare su 1,2 miliardi di euro grazie ai beni assegnati dal padre. Dipende proprio da questi tre parametri il valore di quel che diventerà il trattamento di fine rapporto della seconda moglie del cavaliere. In termini giuridici si chiama legittima, ma quando ci sono di mezzo i figli e un patrimonio in gran parte legato alle vicende di borsa, è assai difficile da calcolare. Fra moglie e marito per altro c’è qualcuno che ha messo non un dito, ma un ditone da 750 milioni di euro: è Carlo De Benedetti, che grazie alla causa intentata da Cir a Fininvest e già vinta in primo grado rischia non solo di rendere più povera tutta la famiglia, ma anche di rendere inutile qualsiasi accordo consensuale fatto oggi dai coniugi Berlusconi davanti al giudice. Anche per questo dividere il più grande patrimonio d’Italia non sarà uno scherzo da ragazzi. Le caratteristiche stesse della causa potrebbero incidere e non poco sul valore del bene. Basti pensare che dei 3,8 miliardi di euro oggi attribuibili al cavaliere ben 2,5 sono legati alla patrimonializzazione di quattro titoli quotati: Mediaset, Mediolanum, Mondadori e Mediobanca. Stesso discorso per i tre figli di secondo letto: 850 milioni su 1,2 del loro patrimonio possono risentire della volatile sensibilità dei mercati finanziari. Anche se non è stata la chiave principale di questi mesi di separazione fra i coniugi, ora qualsiasi passo sopra le righe nella causa di liquidazione di Veronica rischia di fare perdere anche a lei una parte della posta in gioco.
Silvio oggi può contare su circa 700 milioni di euro di liquidità a diretta disposizione grazie alla quota distribuibile del patrimonio delle quattro holding di controllo di Fininvest a lui riconducibili, e alla liquidità depositata sui loro conti correnti presso la Arner bank e il Monte dei Paschi di Siena. Due miliardi e mezzo il valore di capitalizzazione di borsa dei titoli riportabili alla sua persona fisica, altri 178 milioni di valori mobiliari in società non quotate e circa 420 milioni in immobili. Il pezzo più pregiato in portafoglio resta Villa Certosa, che nel bilancio della società che la controlla (Immobiliare Idra) è stato da poco rivalutato in 168 milioni di euro (terreno più fabbricati). Seconda per valore proprio la villa di Macherio dove abita in Italia Veronica: 78 milioni di euro, che potrebbero entrare a pieno diritto nel conto del trattamento di fine rapporto della signora. Vale di meno villa San Martino ad Arcore (52 milioni), ed appare incedibile: a quelle mura è davvero affezionato il premier. Ci sono poi altri immobili a Roma, in Sardegna e a Segrate che potrebbero entrare a fare parte della trattativa. A Silvio Berlusconi persona fisica sono intestati 6 fabbricati a Milano (frutto dell’eredità paterna), due piccoli terreni (poco più di un agro) pratosi a Castelveccana, nel varesotto e dieci fabbricati a Lesa, sul lago Maggiore, in provincia di Novara. Il premier li ha comprati il 30 settembre 2008 da una coppia di coniugi, Daniele Mulacchiè e Marina Girola. Costituiscono il complesso di Villa Lapejre o Villa Correnti sulla statale del Sempione: un piano interrato, un piano sottoterra, uno sottotetto e tre piani fuori terra, oltre a un edificio per il custode, uno ad uso darsena, un edificio “adibito a sala hobby/palestra con terrazza, bagno e ripostiglio”, vari box, parcheggio auto coperto e “parco su cui insistono piscina e annesso spogliatoio, campo da tennis e campo da bocce”. Valore stimato in circa 12 milioni di euro. Infine le partecipazioni immobiliari estere, quella nella Bridgeston Ltd alle Bermuda e quella nella Sweet Dragon Limited a Dubai.
Veronica ha sostanzialmente tre partecipazioni mobiliari: quella nella San Daniele srl, ora in liquidazione, quella nel “Foglio edizioni” (38%) che edita il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara e quella nella Finanziaria Il Poggio, il braccio immobiliare dell’ex first lady italiana. Attraverso questa controlla altre due società: la Orchidea reality corporation a New York e la Palace Gate mansions ltd a Londra. Nel ramo immobiliare ha acquistato una serie di palazzi e abitazioni di un certo valore in Sardegna, a Londra (a Kensington, dove Veronica passa parte del suo tempo), a Bologna, Milano e New York, sulla 55 strada. Il pezzo più di pregio è acquisto recente: 135 porzioni di fabbricato a Milano Due, con la proprietà di gran parte di palazzo Canova. Operazione conclusa il 31 marzo 2009, quando già iniziava ad esserci il grande freddo con il marito. Lo testimonia anche un atto che non ha precedenti: per acquistare palazzo Canova Veronica ha dovuto bussare per la prima volta nella sua storia in banca e chiedere un mutuo. Così la Banca popolare di Sondrio le ha concesso un finanziamento ventennale di 20 milioni di euro di capitale oltre a 10 milioni di euro di interessi e 4 milioni in spese di istruttoria, al tasso di interesse annuo del 2,85%.
Berlusconi non è un cittadino normale. Con tutte quelle cause è più pericoloso di Totò Riina e Al Capone
Ci sono numeri che parlano da soli. Centonove processi, 2.500 udienze, 530 perquisizioni e acquisizioni di documenti da parte della Guardia di Finanza. Oltre duecentomilioni di euro spesi per la propria difesa. Questi numeri non raccontano la storia giudiziaria di Totò Riina e della cupola della mafia. Sono la fotografia dell’assedio giudiziario a Silvio Berlusconi fra il 1994 ed oggi. Non esiste un paragone possibile nella storia giudiziaria di Italia. Non esiste un cittadino finito come l’attuale presidente del Consiglio nel mirino della magistratura. E non è solo storia italiana: a 102 processi non sono stati sottoposti né i criminali nazisti né Al Capone. Ecco a cosa serviva il lodo Alfano: a rendere- almeno per un po’ di tempo- il cittadino Berlusconi un po’ più simile a tutti gli altri cittadini italiani. Per altro c’è una sola indagine sulle 109 che hanno coinvolto Berlusconi legata alla sua attività politica: quella sulla presunta compravendita dei senatori nel 2007 per fare cadere il governo di Romano Prodi. Quella indagine si è fermata in udienza preliminare proprio per il lodo Alfano. E ha danneggiato Berlusconi, perché forse per la prima volta la stessa pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione della pratica, non ravvisandone alcun fondamento. Gli altri 108 procedimenti sono relativi all’imprenditore Berlusconi, al ruolo da lui ricoperto in Fininvest. La maggiore parte è nata durante Mani pulite, quando molti imprenditori sono finiti nel mirino della magistratura. Accadde a Cesare Romiti in Fiat (ed era un manager operativo), a Carlo De Benedetti, a Salvatore Ligresti, a decine e decine di costruttori e imprenditori. Qualcuno fu indagato, qualcuno altro arrestato. De Benedetti trascorse qualche ora- il tempo necessario per un lungo interrogatorio- nel carcere di Regina Coeli dove fu portato dopo qualche giorno di latitanza. A Raul Gardini costò la vita, distrutto dal timore di un arresto dopo essere stato distrutto come imprenditore da altri poteri forti dell’epoca (in testa Enrico Cuccia e la sua Mediobanca) che gli avevano sfilato il secondo gruppo industriale e finanziario del paese. Ma in tutti gli altri non si ricorda un accanimento giudiziario paragonabile a quello subito dall’imprenditore Berlusconi. Che a differenza degli altri il Cavaliere sia sceso in politica non dovrebbe pesare nulla per magistrati che hanno il solo compito di accertare i fatti ed individuare possibili reati. Se si confrontano i fascicoli giudiziari di tutti i grandi imprenditori dell’epoca, non c’è paragone possibile. La maggiore parte dei procedimenti avviati nei confronti di Berlusconi per altro si basa su uno dei teoremi classici di Mani pulite: non poteva non sapere. Anche quando singoli reati compiuti all’interno del gruppo Fininvest sono stati accertati, non si è trovata prova diretta di un coinvolgimento di chi ne era prima presidente e poi solo azionista di maggioranza. Quell’apodittico “Non poteva non sapere” fu invece scartato per altri grandi protagonisti dell’impresa pubblica e privata dell’epoca. Due esempi su tutti: il gruppo Fiat dove la magistratura non osò mai coinvolgere l’avvocato Gianni Agnelli nelle numerose inchieste che portarono ad indagare e processare numeri due e tre come Romiti e Francesco Paolo Mattioli. E il gruppo Iri, dove le inchieste portarono via a carrettate manager di lungo corso, sostenendo che ovunque si pagavano tangenti, e l’unico ad esserne all’oscuro era il presidente dell’epoca, Romano Prodi. Il futuro capo dell’Ulivo incappò una sola notte in un faccia a faccia con Antonio Di Pietro, di cui non uscì mai verbale. Qualcuno nei corridoi ascoltò le grida dei pm, e non se ne seppe più nulla. Lì tutto terminò.
Centonove procedimenti che spesso nascono l’uno dalle ceneri dell’altro. Quando si teme la prescrizione, le procure definiscono nuove ipotesi di reato sugli stessi identici fatti. La vicenda dei diritti televisivi pagati da Fininvest alle major all’estero ne ha già generato almeno una decina. L’ultimo procedimento è ancora in culla, e tramontate decine di altre ipotesi, è stato rivelato alla vigilia della decisione della Corte costituzionale sul lodo Alfano: gli stessi fatti già non accertati (in regolari processi senza scudo penale) negli anni 2004-2007 oggi si sono trasformati in una fantomatica accusa di appropriazione indebita. Non ancora formulata “per non fare pressioni sulla Corte”.
Il cavaliere inseguito dal Fisco. Anche sotto Tremonti
In un anno per ben tre volte il fisco ha bussato, con modi un po’ rudi, alla porta principale dell’impero di Silvio Berlusconi, quella del gruppo Fininvest. Per due volte, alla fine del 2007 e all’inizio del 2008, lo ha fatto regnante Romano Prodi e con Vincenzo Visco viceministro delle Finanze. La terza volta è capitata con lo stesso Berlusconi a palazzo Chigi e con Giulio Tremonti al ministero dell’Economia. Porta perfino una data simbolo di disgrazie, quella dell’11 settembre 2008, giorno in cui è stato consegnato a Fininvest un verbale di contestazione relativo a partite Ires, Irap e Iva dell’anno 2004. A rivelarlo è la nota integrativa al consolidato della capogruppo di Berlusconi da poco depositata al registro delle imprese. Con stile asciutto, la capogruppo guidata dalla primogenita del premier, Marina Berlusconi, spiega che “sul finire del 2007 e del 2008 alla società sono stati notificati due avvisi di accertamento- riferiti alle annualità 2002 e 2003- emessi dall’Ufficio delle Entrate- Roma I in esito alla verifica parziale condotta da personale della Direzione regionale della Lombardia». Per farla breve, nel primo si contesta la deduzione di una svalutazione della partecipazione in Trefinance sa, che è la finanziaria estera del gruppo, e nella seconda l’indebita fruizione del credito di imposta sui dividendi percepiti da un’altra partecipata, Euridea (la ex Standa) prima che questa venisse ceduta a terzi. Fininvest ha chiesto all’amministrazione, come fanno tutti, la formulazione di una proposta di accertamento con adesione. Ma è stata respinta: il regalino finale di Prodi e Visco. Alla società non è restata altra arma che avviare il contenzioso tributario “per vedere annullate entrambe le pretese dell’amministrazione finanziaria”. Ma ancora sotto il governo di centro sinistra è arrivata la richiesta di dare un’occhiata anche ai conti 2004. Da lì è partita l’indagine che si è concretizzata nel verbale di contestazione a Fininvest dell’11 settembre 2008. Per contestare “l’indebita deduzione di costi ai fini Ires e Irap e la mancata regolarizzazione ai fini Iva di movimenti finanziari ritenuti corrispettivi di prestazione di servizi”. Ritenendo di avere ragione, Fininvest non ha stanziato alcun fondo rischi, e quindi non si conosce l’entità delle tre contestazioni. Ma il gruppo è ormai abituato insieme a quello con i pm anche al braccio di ferro con il fisco. Avvenne anche in Spagna, dove nel 2008 dopo 10 anni un giudice ha dato ragione a Berlusconi, liberandogli 21,6 milioni...
Franco Bechis
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