Non c'era solo Matteo Salvini con Antonio Razzi a omaggiare i vertici della dittatura della Corea del Nord. Anche se per tutti i giornali in viaggio è andata solo quella coppia, i politici presenti erano ben di più. C'era la renziana Laura Venittelli (Pd), i due vendoliani di Sel Gianni Melilla e Arcangelo Sannicandro, il cinque stelle Gianluca Castaldi e anche altri due leghisti: Paolo Grimoldi e Stefano Borghesi. Come racconta Razzi il viaggio serviva a fare fare pace alle due Coree... e pare che ci siano riusciti in una strana fabbrica là dove nasce il ginseng...
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Ad omaggiare il dittatore coreano con Razzi e Salvini c'erano anche Pd, Sel e M5s
Non c'era solo Matteo Salvini con Antonio Razzi a omaggiare i vertici della dittatura della Corea del Nord. Anche se per tutti i giornali in viaggio è andata solo quella coppia, i politici presenti erano ben di più. C'era la renziana Laura Venittelli (Pd), i due vendoliani di Sel Gianni Melilla e Arcangelo Sannicandro, il cinque stelle Gianluca Castaldi e anche altri due leghisti: Paolo Grimoldi e Stefano Borghesi. Come racconta Razzi il viaggio serviva a fare fare pace alle due Coree... e pare che ci siano riusciti in una strana fabbrica là dove nasce il ginseng...
Caro Berlusconi, ha detto una sciocchezza sugli ebrei. Chiesa scusa e zittisca i suoi
I figli degli ebrei nella Germania di Hitler non
hanno avuto il privilegio di sentirsi perseguitati. Per avere un sentimento
bisognerebbe essere vivi, e quasi nessuno è sopravvissuto. Pochi figli degli
ebrei hanno avuto il privilegio della vita anche fuori i confini della Germania
dell’epoca. La mia famiglia è stata fra i pochi. Non tutti. Zio (mio prozio)
Sergio era rimasto a Torino, mentre gli altri fuggivano a Coazze, dove
pensavano di restare al sicuro. Lo presero i tedeschi in via Roma con la
fidanzata e un amico. Finì ad Auschwitz, dove lavorò arrivando a consumare
l’ultimo lembo di pelle. Non si reggeva più in piedi, se ne è andato nel fumo
del forno crematorio di quel campo. A mio nonno Aldo tolsero l’auto: gli ebrei
non potevano guidarla. Presero due biciclette, lui e nonna Lalla. La sera dopo
lei, sfinita non riuscì a tornare a casa. Si attaccò a un grosso furgone per
farsi trainare. E’ morta così e non ha visto il resto. Nonno aveva un magazzino
di pezze di stoffa: si chiamava Arnaud & Colombo. Gli fu dato fuoco, tutto
distrutto. A Coazze quelli che pensavi amici non lo erano. Fecero la soffiata.
Qualcuno fu preso e la sua vita finì lì. Nonno fu fortunato. Vendette tutto
quel che restava, lo trasformò in monete d’oro, e ne riempì una cintura. Prese mamma
e zio e fuggì di notte grazie a un barcaiolo sul lago verso la Svizzera. Nonno
e mamma non si videro per lungo tempo. Furono salvi grazie a quella cintura.
Sono nato per quelle monete d’oro e quel barcaiolo. Ma nessuno degli amici
dell’epoca ce la fece. Non ci furono altri “Franco” che ebbero la fortuna di
nascere.
Per me, come per chiunque abbia sfiorato da vicino
la storia del Novecento, “persecuzione” è una parola fatta di carne e sangue,
di pelle e ossa, di orrore e odio. Non so cosa abbiano imparato i figli di
Silvio Berlusconi nei licei, nelle scuole steineriane, nelle università o nei
master frequentati. So che a troppi è venuto un brivido di ghiaccio ieri
leggendo le parole che il Cavaliere ha affidato all’ultimo libro di Bruno
Vespa: «I miei figli dicono di sentirsi come dovevano sentirsi le famiglie
ebree in Germania durante il regime di Hitler. Abbiamo davvero tutti addosso».
Una sciocchezza assoluta, un paragone improponibile, una frase che è perfino
difficile immaginare possa sfuggire a un leader politico in sella da venti
anni, che è stato tre volte presidente del Consiglio.
Non c’è paragone possibile fra la vita che conducono
oggi i figli di Berlusconi, invidiata e invidiabile dalla stragrande
maggioranza dei figli d’Italia, e quel che capitò nell’Europa di Hitler ai
figli di Israele. Lo dovrebbe sapere più di molti altri il Cavaliere, che sul
rapporto privilegiato con gli ebrei costruì le alleanze internazionali dei suoi
governi. Non sembra possibile che possa essere sfuggita una sciocchezza
così al premier che pianse il primo febbraio del 2010 visitando a
Gerusalemme con Benjamin Netanyahu lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto. Sul
libro degli ospiti c’è la firma del Cavaliere sotto la scritta: “La nostra
anima vola, ‘non è vero, non può essere vero’ e poi, sconfitta, grida: ‘mai,
mai più’. Con commozione più grande…”. Possono fuggire di bocca sciocchezze
senza pensarci, anche se non dovrebbero scappare a un leader politico pur
portato alla esagerazione. Che Berlusconi possa sentirsi perseguitato, è
comprensibile. L’offensiva giudiziaria e politica subita è reale, non ha
paragoni con altre storie politiche e imprenditoriali in questo paese. Che i
suoi figli abbiano subito persecuzioni è assai meno vero, ma è comprensibile
che pesi anche per loro quello che sta passando il padre. In condizioni così si
comprende qualche esagerazione, come accade a tutti noi. Ci sorprende un
temporale violento, e lo chiamiamo “diluvio universale”. Di fronte ad
avvenimenti negativi diciamo “tragedia” anche quando non lo è. Ma a un uomo
politico prima che ad ogni altro non può sfuggire la sgradevolezza di quel
paragone fra traversie private e l’orrore dello sterminio di un popolo. Si
sbaglia anche in modo assai grave nella vita, ed è giusto chiedere ed ottenere perdono
per un brutto paragone come quello che abbiamo letto ieri. Caro Berlusconi, si
può scusare tanto più un leader che ha mostrato nei fatti la coscienza di quel
dramma della storia e l’amicizia con il popolo di Israele. Ma aiuterebbe non
poco a dimenticare l’incidente se lei ponesse subito un freno ai giannizzeri
che già si sono schierati a difesa del leader e di parole confuse e sbagliate.
Mai come in questo caso sono sembrati sgradevoli e inopportuni.
Lette e rilette le pagine di Woodcock, mi sono convinto: faccio parte della P4
Lette e rilette tutte le centinaia di pagine di Henry John Woodcock sulla nuova inchiesta che fa tremare il mondo, ho una certezza: faccio parte della P4 e forse ne ero pure ignaro. Non c’è un nome di quelli citati, compulsati, interrogati, indagati e perfino arrestati in questi mesi che io non conosca. Di più: sono stato al telefono con molti di loro, con qualcuno a pranzo, con altri a cena. Ho avuto colloqui clandestini davanti alla Libreria Feltrinelli in Galleria Alberto Sordi, anche perche per anni ho lavorato in giornali che avevano la sede lì. Conosco il capo della P4, Luigi Bisignani almeno dalla fine degli anni Ottanta. Gli ho parlato decine di volte. Ho preso aperitivi, caffè e fatto chiacchiere, tante chiacchiere con lui. E’ molto simpatico. Ho conosciuto Alfonso Papa invitato a pranzo dalla compianta donna Maria Angiolillo nel giardino dell’hotel Hassler. Con noi di volta in volta c’erano altri, magistrati, politici, imprenditori e giornalisti. Qualcuno in primo piano fra le carte della P4. A qualcun altro i magistrati non sono ancora arrivati, e quindi taccio perché è giusto che Woodcock e compagnia si sudino il loro bel lavoro. Conosco Gianni Letta, l’ho incontrato ben più di una volta fuori e dentro il palazzo. Con ingenuità ho perfino pensato di potere avere da lui qualche primizia. Ma è come spremere un sasso: impossibile. Conosco seconde e terzae fila di quella P4. Tutti. E quindi per forza ci sono dentro fino al collo. Mi consola un solo fatto: nella mia situazione ce ne sono almeno qualche altro centinaio che i pm segugi non hanno ancora pizzicato. Bisognerà fare una retata. Portare a Napoli per la gioia di Umberto Bossi mezzo palazzo e tutti i suoi dintorni, altro che ministeri via da Roma.
Sono nato a Torino, ma quando nel 1990 il lavoro mi ha portato a Roma ho capito che fare il giornalista qui è cosa del tutto diversa. Nella capitale anche i muri hanno relazioni, parlano, e sanno tutto di tutti. Le notizie circolano come il vento. Ad ogni angolo trovi uno che la sa lunga, che dopo due minuti ti dice “amico mio”, lascia cadere con sicurezza segreti inconfessabili, gossip comprovati. Il vero problema è che siccome tutti sono così, è difficile distinguere. Non si sa mai se una notizia sia vera o solo una leggenda metropolitana che gira di bocca in bocca nel palazzo. Basta che uno sussurri “vogliono arrestare tizio”, “c’è una inchiesta su Caio” che il vento si gonfia e diviene tempesta. Passa di bocca in bocca, si arricchisce di certezze e particolari. Magari non è vero nulla di nulla. Magari solo il dieci per cento. Così è difficilissimo fare il mestiere di giornalista. Si può inciampare in castronerie assolute. Ma avere la notizia, l’indiscrezione anche fasulla, fa gonfiare il petto a tanti e li fa sentire importanti. Ho conosciuto – e stanno in questa P4- personaggi che erano ritenuti misteriosi custodi di grandissimi segreti. E invece si inventavano quasi tutto, come ogni verifica seria dimostrava. Ma vallo a spiegare agli altri.
A Roma parlano tutti, fra amici. Anche i più alti magistrati. Quasi due decenni fa- era il 1993. una sera di fine agosto andai a cena a casa di una delle persone citate nell’inchiesta (non è Bisignani), di cui ero amico. C’erano altri invitati, e fra loro importanti magistrati della procura di Roma. Chi mi invitò non li avvisò che ero un giornalista. E io tacqui per ascoltarli. Raccontarono cose incredibili, che facevano parte della loro inchiesta. Avevano sequestrato delle cassette di sicurezza, trovato i fondi neri del Sisde, la lista dei ministri dell’Interno (tutti meno uno- Amintore Fanfani) che li avevano presi. Uno di loro- Oscar Luigi Scalfaro- in quel momento era al Quirinale. A me non sfuggì. Le fonti erano autorevoli, il giorno dopo scrissi tutto quel che avevo sentito. Titolammo “scoppia il caso dei fondi neri Sisde”. Nessun giornale riprese la notizia. Ma il Quirinale- che capì, smentì il giornale da poco nato per cui scrivevo. E lo fece dopo sei ore di riunione anche la procura di Roma. Era vero tutto, e il caso sarebbe scoppiato 25 giorni dopo quando fu interrogato un agente del Sisde deviato. Così sarebbe accaduto decine di altre volte in quella casa o in altre, davanti a un aperitivo al bar o in un tavolo di ristorante. Perché a Roma le notizie circolano così. Bisognerà arrestarci tutti
ps. la foto sopra dimostra tutto: un po' sfocata, ma è il Bisignani di oggi (non di 20 anni fa come vedete su tutti i giornali) insieme a chi scrive. Poco più di un mese fa...
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