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Ci mancava la Rai. Che vuole fare causa al governo per 1,6 miliardi


La Rai sta pensando di intentare una causa da 1,6 miliardi di euro al proprio azionista, con il rischio di creare una nuova voragine nei conti pubblici. Il documento è stato preparato dagli uffici legali e finanziari dell’azienda di viale Mazzini e dovrebbe approdare in consiglio di amministrazione entro poche settimane. La causa riguarda la mancata corresponsione del canone di abbonamento necessario a pagare dal 2005 ad oggi gli oneri da servizio pubblico previsti dal contratto di servizio con lo Stato. A ventilare la maxi-causa era stata il 12 luglio scorso lo stesso direttore generale della Rai, Lorenza Lei, di fronte alla commissione parlamentare di vigilanza presieduta da Sergio Zavoli. “Non c’è dubbio”, aveva spiegato la Lei, “che mi adopererò in tutti i modi per ottenere quanto necessario, visto che in relazione alla separazione contabile, la Rai nei diversi anni ha accumulato crediti nei confronti dello Stato, la cui somma potrebbe aggirarsi intorno a un miliardo di euro”. Sempre il direttore generale aveva anticipato “l’intenzione dei vertici aziendali di valutare in consiglio di amministrazione la possibilità di adire le vie giudiziarie ordinarie al fine del recupero dello sbilancio risultante dalla contabilità separata fra costi dell’offerta di servizio pubblico e ricavi da canone”.
Il direttore generale quantificando a memoria la cifra della possibile causa si era comunque sbagliata per difetto. Qualche conto più vicino alla realtà è indicato nella nota integrativa al bilancio consolidato della Rai per il 2010, approvato proprio alla vigilia dell’ultima estate. Fra i ricavi dalle vendite sono indicati un miliardo e 600 milioni di euro da canone ordinario e 60,9 milioni di euro da canoni speciali (quelli pagati da alberghi, ristoranti, bar e altri esercizi commerciali). In nota si aggiunge che “il meccanismo di determinazione del canone unitario previsto dal testo unico dei servizi dei media audiovisivi e radiofonici (cosiddetta “contabilità separata”) evidenzia una carenza delle risorse da canone per il periodo 2005-2009 per un importo superiore a 1,3 miliardi di euro, di cui oltre 300 milioni di euro riferiti al solo 2009”. A questa somma (1,3 miliardi) vanno aggiunti anche i crediti per mancato trasferimento del canone necessario a pagare il servizio pubblico relativi al 2010. Si stanno ultimando i conteggi, ma sembrano anche in questo caso vicini ai 300 milioni di euro. La somma totale per cui si valuterà l’opzione di recupero giudiziario dal ministero dell’Economia ammonta dunque a 1,6 miliardi di euro.
Ad assicurare la Rai quegli introiti è l’articolo 47 del testo unico sui media televisivi e radiofonici. Che obbliga la Rai alla separazione contabile fra servizio pubblico e commerciale e lo Stato a trasferire all’azienda le risorse pubbliche (ottenute dal canone) necessarie a pagare la spesa da servizio pubblico. Il canone infatti non è stabilito né riscosso dalla Rai. Finisce in cassa al ministero dell’Economia che poi paga il servizio pubblico alla Rai. E’ lo stesso governo a stabilire nel contratto di servizio, poi approvato dalla commissione parlamentare di vigilanza, quali attività inserire nella programmazione come servizio pubblico. La Rai prende atto di quel contratto e lo applica. E ogni anno fa bilanci separati delle attività pubbliche e commerciali. Sottrae la pubblicità incassata anche con spot in programmi di servizio pubblico, si fa certificare da un revisore dei conti esterno (fino all’ultimo anno è stato la Deloitte) la propria contabilità pubblica, e invia il conto al governo. Che dovrebbe semplicemente pagarlo usando i proventi del canone. Ma questo appunto non avviene, perché ogni anno è trasferita una cifra inferiore ai costi di 200-300 milioni di euro. Il canone infatti non basta, anche perché l’evasione è altissima. Proprio nell’audizione di luglio citata il direttore generale della Rai ha svelato come l’evasione del canone ordinario sia arrivata a 550-600 milioni di euro, mentre quella del canone speciale è addirittura il doppio del riscosso: circa 120 milioni di euro. Alla Rai basterebbe la metà di quella cifra per compensare lo sbilancio da servizio pubblico. Ma la caccia agli evasori non compete all’azienda. Che può solo avviare la causa per i crediti nei confronti dell’azionista. Certo, creare adesso a Tremonti una grana da 1,6 miliardi di euro sarebbe un vero colpo basso. Ma in Rai c’è anche un rappresentante della Corte dei Conti, che potrebbe causare qualche problema ai consiglieri se non difendono il patrimonio aziendale.

Rai, via Santoro crolla il cavallo. Lei pronta ad abbattere la sede di viale Mazzini, cercasi disperatamente nuovopalazzo

La Rai si prepara a traslocare dalla sua sede centrale in viale Mazzini 14 a Roma, quella di fronte alla quale svetta il celebre cavallo scolpito da Francesco Messina. Il palazzo dove hanno sede il presidente Paolo Garimberti, il direttore generale Lorenza Lei, il consiglio di amministrazione, le direzioni di reti e strutture e in tutto lavorano 1.500 dipendenti, non può più essere utilizzato per motivi sanitari. E’ stato costruito con ampio uso di amianto, e costerebbe troppo bonificarlo. Per questo la Rai sta cercando un’altra sede. E questa settimana ha pubblicato su alcuni quotidiani l’avviso per una indagine di mercato con invito ad offrire in vendita immobili nella zona Nord del comune di Roma. La richiesta è quella di inviare all’azienda “manifestazioni di interesse alla cessione di immobili e/o terreni con diritti edificativi con destinazione uffici”. Servono immobili con “superficie lorda totale ricompresa fra 20 mila mq e 60 mila mq”, con “localizzazione nel comune di Roma in particolare nei municipi II (Flaminio, Parioli, Pinciano, Trieste), IV (Montesacro), XVII (Prati, Borgo Pio), XIX (Aurelio, Trionfale, Primavalle) e XX (Della Vittoria, Tor di Quinto)”, e cioè a Roma Nord. La richiesta preferenziale è per un immobile a Prati, ma siccome non è semplice avere quelle cubature in zona, la ricerca si è estesa. Le offerte dovranno essere inviate alla direzioni acquisti e servizi della Rai presso l’ufficio ricezioni e spedizioni di via Pasubio 7 in busta chiusa e indicazione del mittente e dell’oggetto della missiva. Siccome non sarà né facile né rapido trovare una nuova sede centrale già utilizzabile, la Rai si è preparata una soluzione temporanea che comporterà un robusto trasloco in più parti della città. Mentre si cerca un nuovo palazzo, intanto la direzione generale sta trattando per la vendita della sede attuale in viale Mazzini. Naturalmente anche l’acquirente avrà il problema dell’amianto, ma non quello di piazzare 1.500 persone che già lavorano lì. Dovrà abbattere il palazzo, ma avrà diritto a ricostruirne uno della stessa cubatura e destinazione di uso per cui ha già i diritti. Nel frattempo si cercherà una sistemazione per alti vertici e dipendenti della sede di viale Mazzini della Rai. Si era pensato a un trasferimento di tutti in una nuova palazzina a Saxa Rubra dove hanno sede i telegiornali e molti studi di trasmissione delle reti, ma il Comune di Roma non concede le licenze per la cubatura necessaria. Un po’ di capienza c’è, ma non posto per accogliere tutti. Così l’intenzione è quella di compiere un grande riassetto nelle sedi.
Il consiglio di amministrazione, il direttore generale e le strutture di direzione Rai saranno spostati temporaneamente, finchè non sarà pronta la nuova sede centrale, nella attuale sede del centro di produzione radio di via Asiago. Una parte delle strutture radio (non è ancora chiaro se sarà una o più reti o alcune strutture trasversali alle reti più gli studi di registrazione di alcune trasmissioni) sarà trasferita a Saxa Rubra, presumibilmente fra le proteste.
Il risiko immobiliare che partirà con la ricerca della nuova sede centrale della Rai (e chissà se si potrà avere ancora il cavallo di Messina di fronte all’entrata) non sarà l’unico atto di quello che la tv pubblica chiama “un programma di razionalizzazione e efficientamento delle proprie strutture direzionali e produttive sul territorio di Roma”. Fra l’altro la Rai cercherà di definire la destinazione degli studi di produzione in affitto dalla Dear in via Romagnosi. L’ipotesi più probabile è quella dell’acquisto della struttura.