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Tremonti e il rigore, Draghi e il rigor mortis

Se c’è un numero da non pronunciare in presenza di Giulio Tremonti è il 47. “Morto che parla”, avrebbe scherzato Totò, ma quel 47 che agita i sonni del ministro dell’Economia è tutt’altro che un fantasma. Anzi, è vivo, vivissimo nonostante i 62 anni di età. Sessantadue anni come quelli portati magnificamente da Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia che nel ’47 è nato il giorno 3 settembre. Sessantadue anni e tre mesi in più di Draghi come quel decreto luogotenenziale del 4 giugno 1947, n.408 che mai nessuno ha abrogato e che stabilì che un Governatore della Banca d’Italia poteva autosospendersi dalle funzioni per assumere provvisoriamente l’incarico di ministro o sottosegretario di Stato. Sembra preistoria: l’Italia repubblicana era ai suoi primi passi, Enrico De Nicola ancora Capo provvisorio dello Stato e quel decreto luogotenenziale- come spesso accade in Italia, era assolutamente ad personam. Tanto che fu soprannominato “decreto Einaudi”. Fu Alcide De Gasperi a volere quella norma, per convincere il Governatore di via Nazionale ad entrare nel suo IV governo. E con l’idea della autosospensione e del possibile rientro nella carica, De Gasperi ci riuscì. Luigi Einaudi divenne ministro del Tesoro e delle Finanze del suo governo e qualche mese dopo anche titolare di quel Bilancio che fu creato apposta per lui. Come stabiliva il decreto luogotenenziale mentre Einaudi provvisoriamente faceva il ministro, le funzioni di Governatore della Banca d’Italia erano trasferite al direttore generale o in caso di suo impedimento al vicedirettore generale (all’epoca ce ne era solo uno, oggi sono tre). Il direttore generale c’era- eccome- e rispondeva al nome di Donato Menichella. Divenne il facente funzioni di Governatore mentre Einaudi provvisoriamente veniva prestato alla politica e siccome in Italia provvisorietà va rima con eternità, Menichella presto si trasformò in Governatore a tutto tondo: nel maggio 1948 infatti Einaudi fu eletto presidente della Repubblica e a quel punto si dimise dalla Banca d’Italia. Storia e non preistoria, perché a turbare Tremonti è proprio il fatto che quel decreto luogotenziale sia stato tirato fuori dai polverosi archivi dall’ufficio legislativo di palazzo Chigi e inserito in una delle cartelle di documentazione destinate al presidente del Consiglio dei ministri. Silvio Berlusconi l’ha letto, ne ha fatto verificare la corrispondenza ai tempi e l’eventuale contrasto con norme successive e ha così appreso che anche oggi il Governatore della Banca d’Italia potrebbe legalmente autosospendersi e assumere un incarico da ministro. Secondo il dossier di palazzo Chigi quel decreto luogotenenziale era già stato tirato fuori dai polverosi archivi nella primavera del 2000, all’indomani delle elezioni regionali e delle dimissioni da presidente del Consiglio di Massimo D’Alema. Molte forze politiche provarono a corteggiare per finire la legislatura un impegno diretto del Governatore di Banca d’Italia dell’epoca, Antonio Fazio. E perché il pressing fosse più convincente si ritirò fuori l’ipotesi di una autosospensione provvisoria dalle funzioni con successiva reintegrazione. Non se ne fece nulla, ma i giuristi concordarono: si può fare. Berlusconi ce l’ha così chiaro che giovedì scorso, telefonando verso la mezzanotte italiana a un parlamentare del Pdl dalla dacia di Vladimir Putin che lo ospitava, ha borbottato la sua irritazione per il “caso Tremonti” e buttato là l’ipotesi di un Mario Draghi superministro dell’Economia spiegando che manco erano necessarie le dimissioni dalla Banca d’Italia perché c’è “il precedente Einaudi”. Una battuta sibilata, certo, di quelle che con i fedelissimi scappano a Berlusconi quando perde la pazienza. E che con Tremonti il premier avesse perso la pazienza è chiaro da numerose testimonianze dei fedelissimi in questi giorni. C’è anche chi lo ha sentito sbottare facendo altre soluzioni: “si sente protetto dalla Lega? Voglio vedere che dice la Lega se al posto di Tremonti io nomino un Giancarlo Giorgetti…”. Ma appunto si tratta di frasi in libertà che segnalano soprattutto la tensione che si è vissuta intorno al caso Tremonti. Berlusconi sa bene che quel rischio Italia sui titoli pubblici si correrebbe davvero sostituendo un Tremonti con un Giorgetti. Cosa che naturalmente non avverrebbe- anzi- in caso di sostituzione di Tremonti con Draghi. Berlusconi apprezza non poco Draghi, e negli ultimi tempi ripete spesso una battuta che attribuisce al Governatore: “Anche io concordo con la politica di rigore, ma se il rigore non si accompagna allo sviluppo rischia di essere solo rigor mortis”. Ma l’apprezzamento al momento non si è trasformato in un’offerta concreta ( e nemmeno in un sondaggio sulla disponibilità di Draghi), con annessa decisione di spodestare Tremonti. Il dossier Einaudi resterà lì sulla scrivania del premier pronto ad essere riaperto alla bisogna. Meglio se dopo le prossime regionali.

Le pagelle del Vaticano sulla politica italiana: Napolitano super. Berlusconi? Il principe fa quel che vuole, ma non si deve sapere. Draghi sì

Colloquio a distanza per gli auguri di buone vacanze con alto esponente vaticano. Chiaccherata in libertà anche sulle questioni di politica italiana. Con una sorta di pagella sulla politica italiana che qualche interesse può avere per tutti. Per questo mi permetto di riportarne la sostanza. Per il Vaticano il punto di riferimento assoluto è il rapporto ottimo con il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano. Del tutto assorbito, dimenticato il disappunto per l'intervento nel caso Eluana. Napolitsno viene apprezzato per l'equilibrio e per l'attenzione anche alle questioni d'oltretevere. "Ha grandi doti umane e saggezza. Ottimo il rapporto con il Pontefice. Apprezzato il suo ruolo di controllo e di suggerimento pacato all'attività di governo". Più imbarazzo per le vicende pubbliche di Silvio Berlusconi, che certo risultano poco digeribili a gran parte dei cattolici. "Nulla da dire sul rapporto con il governo. Le premesse sono state buone, non a tutte sono seguiti fatti. Berlusconi? Il principe da sempre fa quel che vuole. Ms la regola aurea è che non si sappia mai quel che fa...". Assai meno apprezzato nel centrodestra Gianfranco Fini, ma è comprensibile e forse reciproco. Poco interesse alla gara nel Pd. Mreno entusiasmo di quel che ci si immaginerebbe nei confronti di Pierferdinando Casini "Brutta quella sua campagna elettorale utilizzando nei manifesti immagini dei figli piccoli e della seconda moglie. Scelta di dubbio gusto". Non scalda oltretevere la corsa per la guida del Pd, anche se non si è particolarmente entusiasti della candidatura di Ignazio Marino, anzi. Ma la vera sorpresa viene dalla stima che il Vaticano nutre nei confronti di chi viene ritenuto "riserva della Repubblica", e cioè quel governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi che non a caso è stato ospitato poco tempo addietro sull'Osservatore romano. La stima e la simpatia nei confronti del banchiere centrale sono assai elevate, e certo maggiori di quelle che suscita il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti di cui per altro sono apprezzati alcuni interventi. Draghi è d'altra parte assai stimato anche in altri autorevoli ambienti cattolici, da Sant'Egidio all'Opus Dei fino a Comunione e liberazione. Sarà il Governatore forse la presenza più significativa all'imminente meeting per l'amicizia dei popoli, cui è stato invitato dall'integruppo parlamentare per la sussidiarietà fondato da Maurizio Lupi e a cui aderiscono anche Enrico Letta, Pierluigi Bersani e Gianni Alemanno...