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D'Alema? Comunista e filoterrorista. Parola di Veltroni agli Usa
Massimo D’Alema ha un limite più forte di lui: in fondo all’animo resta sempre un comunista e al momento buono questa sua formazione ideologica salta fuori. Parola di uno che lo conosce come le sue tasche: Walter Veltroni. E’ il 26 febbraio 2008, siamo all’inizio dell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento italiano. Romano Prodi è già ko insieme al suo governo, Silvio Berlusconi già marcia verso palazzo Chigi. Il suo avversario questa volta è proprio Veltroni. Sembra battuto in partenza, ma i primi sondaggi lo accreditano di una certa rimonta. Il politico è noto, ma nel governo ha sempre avuto ruoli di secondo piano. Non è così conosciuto a livello internazionale. Per questo il 26 febbraio l’ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, invita a pranzo Veltroni. Insieme affrontano tutte le questioni internazionali che interesano gli Usa, comprese alcuni comportamenti di politica estera del governo Prodi che hanno allarmato il principale alleato italiano. Tutto il colloquio poi viene fedelmente trascritto dall’ambasciatore e inviato alla segreteria di Stato americana. E il rapporto Spogli nel silenzio generale ora è finito su Wikileaks.
Si parla di politica italiana, della campagna elettorale, di politica economica, di questioni energetiche e soprattutto dei dossier internazionali del momento. A un certo punto Spogli mostra a Veltroni una entusiastica dichiarazione del ministro degli Esteri uscente del governo Prodi, che era appunto D’Alema, con cui si congratulava per l’assunzione del potere a Cuba da parte di Raul Castro. “Veltroni”, scrive Spogli alla segreteria di Stato Usa, “è apparso imbarazzato e ha detto che spesso il retroterra ideologico di D’Alema salta fuori dalle sue dichiarazioni”. Una presa di distanza notevole, sia pure in un colloquio riservato che probabilmente Veltroni immaginava sarebbe restato fra le mura dell’ambasciata. Ma non è stata l’unica sciabolata del fondatore del Pd verso il rivale di partito da una vita. Quando si è passati ad affrontare il dossier sul Medio Oriente Veltroni è passato dalla sciabola al bazooka nei confronti di D’Alema. Ecco come ha annotato il colloquio Spogli: “Veltroni è stato aspramente critico sull’atteggiamento di D’Alema nei confronti di Israele, e in particolare ha aggiunto testualmente che ‘non si possono fare affari con organizzazioni terroristiche’ come Hamas e gli Hezbollah”.
Dunque per Veltroni D’Alema era un ex comunista che cercava di nasconderlo, ma poi inciampava sempre nel peccato originale ideologico, e da ministro degli Esteri aveva tanto pelo sullo stomaco da cercare di fare affari con i terroristi palestinesi. Bel ritratto offerto agli americani dell’uomo che in quel momento era ancora ufficialmente ministro degli Esteri di un governo di centrosinistra.
Pur di accreditarsi con gli americani però Veltroni sembrava pronto a dire di tutto. Anche a prendere le distanze da Prodi, presidente del Consiglio in carica. Quando il pranzo è virato sulla questione iraniana infatti Spogli si è lamentato spiegando che l’atteggiamento di Prodi verso l’Iran è stato il dossier di politica estera italiana che più ha causato frizioni con gli Stati Uniti. L’ambasciatore “ha citato il caso delle sanzioni economiche verso l’Iran, criticando il governo Prodi per i suoi frequenti incontri ad alto livello con leader del governo iraniano”. Secondo il cablogramma inviato da Spogli a Washington Veltroni ha preso subito le distanze da Prodi: “e ha rimarcato che l’Iran rappresenta una ‘chiara minaccia’, sostenendo che la continuità delle sanzioni economiche è vitale e concordando sul fatto che incontri ufficiali ad alto livello con funzionari del governo iraniano (il riferimento è a Prodi, ndr) indeboliscono e insidiano il messaggio della comunità internazionale”. Per finire sulla politica internazionale- ma questo era più che scontato- Veltroni ha rassicurato gli Usa: “se vincerò io le elezioni, non potranno esserci incomprensioni e disaccordi”. Spiega Spogli: “Veltroni ha enfatizzato la sua decisione di non correre in una coalizione dove potesse ancora avere un ruolo la sinistra estrema, spiegando che così il suo governo avrebbe avuto una voce chiara sulle relazioni transatlantiche dell’Italia”. Così anche sull’Afghanistan “Veltroni ha riconosciuto i problemi incontrati dalla Nato sul territorio e ha assicurato che l’Italia potrà e vorrà impegnarsi di più lì”.
Nel colloquio anche fiumi di miele nei confronti di quello che avrebbe dovuto essere il suo vero avversario, Silvio Berlusconi. “Veltroni ha spiegato che la complicata legge elettorale italiana può forzare a politiche bipartisan, facendo mettere d’accordo lui e Berlusconi. Però ha aggiunto che l’accordo nelle sue intenzioni è limitato alle sole riforme istituzionali e alla legge elettorale”.
Infine il capitolo energia: Spogli si è lamentato del fatto che negli ultimi anni, proprio con il governo Prodi, l’Italia è divenuta troppo dipendente dalla Russia. “Veltroni ha rassicurato che questa dipendenza verrà corretta attraverso soluzioni di medio termine (4-7anni), con la costruzione di rigassificatori e altre infrastrutture”
E' il Dubai? No, è la Camera. Dove ogni deputato ha un ufficio da sceicco
Se c’è una cosa che tutti
sanno da tempo è che i deputati lavorano come matti. Sono proprio stakanovisti:
entrano a palazzo nelle prime ore del mattino di lunedì, e staccano solo al
venerdì sera tardissimo. Poi vanno a lavorare in collegio. Sarà sicuramente per
questo che un giorno un presidente della Camera si impietosì: poverini, vengono
qui a Roma da molto lontano, e noi ci limitiamo a pagare loro solo quella
misera diaria perché la notte quando sono qui abbiano un tetto sotto cui
ripararsi (circa 50 mila euro all’anno a testa). E se hanno bisogno di lavorare
un attimo in pace? Poverini, mica possono sedersi davanti al computer in stanze
comuni, in un’open space in cui non c’è alcun rispetto della privacy. Quel
presidente dal cuore d’oro si chiamava Luciano Violante, che ai deputati quando
fu eletto promise: “avrete tutti un ufficio personale dove lavorare in assoluta
tranquillità”. Violante non era uno da promettere così per dire, e realizzò il
sogno di tutti i deputati stakanovisti. Fino da allora la Camera forniva qualche
bella stanza a Montecitorio ai leader e ai più fortunati e agli altri dava un
contributo per pagarsi un ufficio in centro. C’erano ancora le lire e il tutto
veniva a costare meno di 3 miliardi all’anno. In euro esattamente un milione e
475 mila. Avere realizzato quel sogno costa invece oggi agli italiani che
pagano l’ufficio ai deputati la bellezza di 84 milioni di euro in più all’anno.
Nel 2010 infatti la Camera
pagherà ai fortunati proprietari di casa che hanno affittato quegli uffici 86
milioni e 206 mila euro fra affitti e manutenzioni. Il fortunato in realtà è
quasi uno solo: Sergio Scarpellini, proprietario della Milano 90 che incasserà
da solo più di 50 milioni di euro sui 53,8 di pure pigioni pagate dalla Camera.
Fra affitto e manutenzione, senza contare il personale addetto e gli arredi, la
promessa fatta all’epoca da Violante è venuta a costare ogni anno la bellezza
di 136.863 euro per deputato. Con una cifra così in mano a dire il vero
ciascuno di loro quella stanzetta con scrivania e computer avrebbe potuto
comprarla tranquillamente anche nel palazzo più esclusivo di Roma. Certo
avrebbe potuto farlo per loro e per tutti gli anni a venire la stessa Camera
dei deputati. Che invece preferisce regalare ogni anno quei soldi a
Scarpellini, che è naturalmente felice come una Pasqua. Se ne rendevano
benissimo conto anche gli uffici tecnici dell’epoca. Il segretario generale
della Camera dei deputati, Mauro Zampini, lo fece presente al collegio dei
Questori dell’epoca: con quei maxi affitti per gli uffici si rischiava di
buttare via i soldi, meglio comprare. Lo suggerì cifre alla mano: uno degli
immobili destinato a ospitare nuovi uffici stava per essere comprato da
Scarpellini per 110 miliardi di lire dalla Emsa del gruppo Telecom (allora
guidato da Roberto Colaninno) per essere poi affittato alla Camera per 18 anni
(9+9) al prezzo di 12 miliardi di lire all’anno. L’affare sarebbe stato
comprarlo direttamente. Ma l’ufficio di presidenza della Camera disse di no,
con un ragionamento politico sottile: erano in corso i lavori della bicamerale
per le riforme guidata da Massimo D’Alema. Si stava per votare una proposta di
riduzione dei deputati da 630
a 400. Comprare poteva significare buttare via i soldi:
da lì a pochi anni i deputati sarebbero stati meno e il palazzo sarebbe
diventato inutile. Sono passati 13 anni da allora e il numero dei deputati è
restato sempre lo stesso. In compenso i primi uffici sono sembrati strettini e
dopo quel palazzo ne sono stati affittati altri 3 comprati per l’occasione
sempre da Scarpellini. Alla fine per pagare casa e ufficio ogni anno a ogni
deputato la Camera
regala ai fortunati padroni di casa la bellezza di 120 milioni di euro.
Significa quasi 200 mila euro a onorevole ogni anno. In un’azienda avrebbero
licenziato da tempo l’amministratore protagonista di tale sperpero di soldi.
Alla Camera no: hanno mandato via solo quel segretario generale dell’epoca che
aveva avuto qualche dubbio sui contratti. Certo, hanno fatto felice come una
Pasqua Scarpellini che grazie a quell’insperato biglietto da visita di
Montecitorio si è messo a comprare un immobile dietro l’altro, riaffittandolo
alla pubblica amministrazione: Senato, comune di Roma, Tar del Lazio, Consiglio
di Stato, authority varie, perfino la gestione del bar che serve Giorgio
Napolitano all’interno del più prestigioso palazzo delle istituzioni, il Quirinale. E quando nel 2008 ha dato un’occhiata al
bilancio della sua Milano 90 si è trovato dentro palazzi che valevano oltre un
miliardo di euro. Qualche debito, ma ricavi da affitti per 77 milioni e un
utile da 445 mila euro che in anno di crisi del mercato immobiliare era grasso
che colava. Fra i conti sbucava anche una piccola marachella, come il persistente
omesso pagamento dell’Ici al comune di Roma, che non è esattamente un titolo di
vanto per il padrone di casa della Camera dei deputati.
Ma non c’è solo Scarpellini a
dare risposta all’incredibile desiderio di mattone del Palazzo. Ad affittare
alla Camera ci sono anche altre firme note e meno note del mattone:
l’Immobiliare Tirrena di Tommaso Addario, l’Inail, la Cosarl della famiglia
Colombo (gli stampatori di tutti gli atti parlamentari), e Marina Micangeli, un
tempo azionista di maggioranza del gruppo Ciga e grande amica di Donatella Dini.
Il solo con cui Montecitorio abbia fatto un affare è il Patriarcato di
Antiochia dei Siri con sede a Beirut, proprietario di un ampio appartamento in
piazza di campo Marzio, affittato dal lontano 1988 per 34 milioni di lire che
ora sono diventati 51.382 euro.
Bertolaso a confronto con Prodi in Umbria ha fatto davvero il miracolo!
Quanti dei 22.604 sfollati
del terremoto in Umbria del 26 settembre 1997 un anno dopo hanno avuto
sistemazione in una casa? Nemmeno uno. E alla data del 26 settembre 1999, a due anni esatti dal
sisma? A quella data era stata consegnata una abitazione, una villetta in
legno, a 28 famiglie sulle 9.285 colpite dal sisma. Un ano dopo, e cioè a tre
anni dal sisma, risultavano consegnati alloggi alternativi a 821 nuclei
familiari dei 9.285 originari. Per mesi i terremotati umbri hanno vissuto in
tenda, poi sono arrivati i container. E quelli sono restati per anni. Al 31
dicembre 2009, e cioè dodici anni e tre mesi dopo il sisma, ancora 8 famiglie
vivevano nei containers.
In Abruzzo gli sfollati hanno
toccato la vetta di 67.459 persone, 35.690 delle quali sistemate in tendopoli,
gli altri in hotel e case private. Otto mesi dopo in tenda non c’era più
nessuno. A un anno dal terremoto il problema di una abitazione permanente
riguarda solo 1.750 persone che in gran parte hanno visto classificata la loro
abitazione come inagibile dopo il mese di agosto 2009. Non sono né in tenda né
per strada: ospiti in albergo o in alloggi temporanei ad affitto agevolato.
Tutti gli altri hanno avuto sistemazione in una vera casa, spesso costruita a
tempo record. Quelle previste nel progetto C.a.s.e. (complessi antisismici
sostenibili e ecocompatibili) sono state tutte realizzate e consegnate: 4.449
abitazioni completamente arredate per 15 mila persone. In più il progetto Map,
villette in legno, previsto per 8.500 persone, è già stato realizzato in ampia
parte e consegnato a 5.700 persone. Tanto per fare un raffronto, le prime
villette in legno in Umbria hanno iniziato a sostituire i containers solo nel 2001, a quattro anni esatti
dal terremoto. L’Osservatorio sulla ricostruzione della Regione Umbria così
dopo mesi descriveva il “successo”: “Noi che
sappiamo cosa significa aver paura della terra che trema, noi che
dormiamo fuori anche se le nostre case sono agibili, invidiamo "la gente
dei container", loro non devono preoccuparsi più della terra che trema,
hanno un'abitazione sicura. Poi il tempo passa, la paura si attenua, allora i
container sono sì un ambiente sicuro e protetto ma piccolo, caldo in estate e
freddo in inverno (…)Passano gli anni, e aumenta il disagio di vivere nel
container, ma stanno per arrivare le casette di legno, e le case in muratura ed
altre soluzioni alternative al container. Entro il 2001 i villaggi di container
vengono trasformati in villaggi fatti prevalentemente da casette molto più
confortevoli e per molti il container resta solo un ricordo, per i più piccoli
l'unico ricordo della propria abitazione per molti vecchi l'ultimo ricordo e
per molti il ricordo di un forte disagio ma un grande insegnamento: tutti
possiamo vivere con molto meno di ciò che abbiamo”. Cioè quattro anni in una
stamberga di latta che diventa una ghiacciaia di inverno e un forno di estate,
e bisognava pure ringraziare il governo di Romano Prodi, quello di Massimo D’Alema,
quello di Giuliano Amato e la giunta rossa umbra perché vivendo da clochard si
poteva scoprire che “tutti possiamo vivere con molto meno di ciò che abbiamo”.
Altro che rivolta delle carriole, ci sarebbe stata da fare. Ma laggiù nessuno è
stato così sciacallo da mettersene alla testa e organizzarla. Bisogna avere
anche lo stomaco per fare cose così, e nel centro destra nessuno se l’è sentita
di speculare così sui guai dei terremotati.
In Umbria l’unica cosa che tentarono di
fare subito era la concessione di contributi diretti per la riparazione di
edifici privati attraverso programmi denominati di “ricostruzione leggera”, ma
anche lì l’amore smodato della sinistra di governo per la burocrazia mandò
gambe all’aria l’intero progetto. Ecco come lo spiega la relazione stessa
dell’Osservatorio: “Dopo la presentazione, entro i termini, delle domande e la
pubblicazione, in fasi successive, di quelle finanziate, è iniziata, nel periodo aprile-agosto 1998, la progettazione degli
interventi da concludersi entro novembre 1998 (120 giorni dalla pubblicazione). Tale termine è stato
prorogato per consentire l’integrazione dei progetti ed è stato fissato a febbraio 2000 il termine ultimo per il rilascio delle
concessioni contributive”. Quel che si poteva fare in pochi mesi è stato così
sbloccato solo in due anni e mezzo. Nel solo comune de L’Aquila a un anno dal
sisma hanno già ricevuto senza tante pastoie burocratiche contributi definitivi
per riparazione e ricostruzione simile a quella “leggera” dell’Umbria 6.242
persone sulle circa 9 mila che avevano fatto domanda. Altre 27.316 persone hanno
ricevuto il cosiddetto “Cas”, contributo di autonoma sistemazione che può
arrivare fino a 700 euro al mese.
Per arrivare a qualcosa di
vagamente paragonabile a quello realizzato finora in Abruzzo per l’Umbria ci è
voluto più di un lustro, e non è stata quella la gestione più scandalosa di una
ricostruzione post terremoto in Italia.
E chi mai abolisce il lodo D'Alema, Latorre, Bindi, Casini?
All’indomani della bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta Massimo D’Alema ha sospirato come fa chi mastica di legge e certe cose le ha sempre capite: “La sentenza ripara ad un vulnus che era evidente nella legge: la lesione del principio di uguaglianza fra tutti i cittadini”. Certo che il leader ombra del Pd la sapeva lunga: sono anni che lo ripete. Lo disse sei anni fa quando si affacciò in Parlamento il lodo Maccanico. Lo aveva ripetuto qualche mese dopo quando quel testo si trasformò in Lodo Schifani: “è incostituzionale. Viola il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. Chissà se D’Alema ha mai letto le carte del mini processo che gli ha fatto il 3 novembre 2008 la commissione giuridica del Parlamento europeo guidata da Klaus- Hiener Lehne. Processo fortunato, perché di fronte alle pretese del tribunale di Milano che chiedeva l’autorizzazione a procedere per utilizzare le intercettazioni telefoniche D’Alema-Consorte nell’inchiesta sui furbetti del quartierino, la sentenza è stata la rigorosa applicazione del “lodo-Strasburgo”: a quel paese i giudici, non si toglie l’immunità a D’Alema. Ma se il leader del Pd avesse letto quelle carte, sarebbe trasalito: perché per non mandarlo in pasto ai giudici come un qualsiasi cittadino italiano, i suoi colleghi di Strasburgo hanno fatto riferimento ai privilegi concessi da una legge italiana: la legge 20 giugno 2003, n. 140. E sapete come si chiama in altro modo quella legge? Lodo Schifani. Perché al suo interno stabiliva privilegi per la alte cariche dello Stato (e le norme sono state bocciate dalla Corte suprema), ma anche privilegi per tutti gli altri eletti, e grazie a quelli si è salvato D’Alema.
Tutti uguali davanti alla legge? Certo- e per le proteste del Pdl dopo la bocciatura del lodo Alfano è insorta anche Rosy Bindi, protagonista di uno scontro televisivo al fulmicotone con Silvio Berlusconi. La Bindi proprio ieri ha assicurato che mai e poi mai il Pd avrebbe voluto reintrodurre la piena immunità parlamentare: se no si viola il principio di uguaglianza di tutti i cittadini. Non parlava naturalmente di se stessa. Non era cittadina, ma ministro della Repubblica quando il 6 aprile 1998 ha goduto del celebre “lodo Montecitorio”. Un giudice screanzato della procura di Napoli la voleva mettere sotto processo al tribunale dei ministri per falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e abuso di ufficio per avere gestito con una certa allegria le nomine all’istituto Fondazione senatore Pascale di Napoli da ministro della Sanità. Che disse la Rosy all’epoca: “indaghi pure signor giudice, come farebbe per qualsiasi cittadino?” Manco per sogno, invocò e ottenne l’immunità parlamentare. E la Camera la sottrasse alla giustizia.
Per la stessa vicenda di D’Alema (inchiesta furbetti del quartierino) erano coinvolti altri due suoi colleghi di partito. Piero Fassino, che disse ai giudici “indagate pure, non ho nulla da nascondere” e chiese ed ottenne da Montecitorio il via libera. E Nicola Latorre che invece ha goduto dello scudo del “lodo palazzo Madama”: il Senato il 27 marzo 2009 ha mandato a stendere i magistrati milanesi perfino tirando loro le orecchie con una reprimenda identica al comunicato del Pdl dopo la bocciatura del lodo Alfano: “avete violato il principio di leale collaborazione fra i poteri dello Stato”.
Qualche anno prima avevano utilizzato il rassicurante “lodo Montecitorio” altri due deputati del Pd, convinti evidentemente che quando la giustizia lambisce la propria vita meglio lasciare perdere i grandi principi e mettersi al riparo di un bello scudo. Lo ha utilizzato il 18 dicembre 1998 Salvatore Margiotta, coinvolto nell’inchiesta della procura di Potenza sulle estrazioni petrolifere in Basilicata. Persone intercettate con lui al telefono furono arrestate, e le accuse erano pesanti: associazioni per delinquere, concorso in turbativa di asta e corruzione. Ma lui non fu gettato in pasto ai giudici. Tre anni dopo- era il 25 luglio 2001- stessa fortuna per Riccardo Marone: il tribunale di Napoli voleva sospenderlo dai pubblici uffici con l’accusa di concorso in abuso di ufficio, in falso ideologico aggravato e continuato e in truffa aggravata. Ma i suoi colleghi alla Camera gli hanno fatto scudo, e i magistrati sono rimasti a bocca asciutta.
Anche gli Udc grazie ai lodi Parlamentari si sono evitati bei guai con la giustizia. E’ accaduto al ligure Vittorio Adolfo, che è sfuggito al tribunale di Sanremo (ipotesi di reato corruzione propria continuata, turbata libertà degli incanti e truffa). Come lui si è salvato Michele Ranieli (concorso in concussione con l’ex direttore generale della Asl locale) protetto dai giudici di Vibo Valentia. E’ andata peggio all’abruzzese Remo di Giandomenico. Accusato di corruzione e concussione, è stato salvato dal lodo Montecitorio nel febbraio 2006. Ma la legislatura è finita lì. E Pierferdinando Casini non ricandidandolo ne ha segnato il destino: qualche settimana dopo è stato comunque arrestato dalla procura di Larino.
Anche Antonio Di Pietro non è stato uguale come tutti di fronte alla legge. Davanti a un suo collega- il giudice Filippo Verde- che voleva da lui 210 mila euro, è fuggito chiedendo il lodo Strasburgo: immunità da parlamentare europeo. Uan volta ottenuto, la beffa: Di Pietro ha ammesso che aveva pure ragione il giudice Verde. Lo aveva accusato di avere trafficato con il lodo Mondadori e lui non c’entrava nulla. Tutta colpa di un “copia e incolla” sbagliato. L’avesse fatto con lui uno qualsiasi dei giornalisti italiani oggi dovrebbe vendersi casa per ripagargli il danno. Ma appunto, un giornalista è solo un giornalista. Di Pietro appartiene a una casta superiore. E – dimenticavamo- naturalmente “tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge”.
C'è il regime, Eugenio e Pippo confinati alla prima di Baaria
Qualche sera fa due anziani signori, uno con la barba bianca- e per questo assai saggio- l’altro con un noto toupè che da lustri ferma l’inesorabile incedere del tempo si sono trovati in fondo a una sala cinematografica a Roma. Si sono guardati in faccia preoccupati e hanno sentenziato: “Siamo in un regime”. Uno dei due anziani signori era il fondatore di un giornale che è diventato ormai un partito: Eugenio Scalfari. L’altro era il volto del conduttore vivente più noto nella storia della tv pubblica italiana: Pippo Baudo. Il racconto di quella memorabile sera vissuta al confino di una prima cinematografica nell’anno secondo della terza presa del potere di Silvio Berlusconi, era la chicca – un po’ nascosta- dell’editoriale domenicale di Scalfari su Repubblica: “Sono stato all’anteprima di Baaria di Giuseppe Tornatore dedicata a Giorgio Napolitano. La sala era gremita e gli onori di casa li facevano i dirigenti di Medusa e di Mediaset com’era giusto che fosse perché il film l’hanno prodotto loro. E chi altri avrebbe potuto in Italia? Un film di sinistra senza ammiccamenti.Entrando ho visto al mio fianco Pippo Baudo. Mi ha detto: “C’è il regime al completo”. Era vero, ma quando il regime è costretto ad applaudire il talento culturale di chi gli si oppone, vuol dire che qualche cosa si sta muovendo”.
Il regime, già. E in effetti quella sera in sala oltre ai due anziani carbonari c’erano (secondo le cronache mondane) a parte il Capo dello Stato nelle prime fila: Massimo D’Alema con la moglie Linda Giuva, Fausto e Lella Bertinotti, Luca Cordero di Montenzemolo con la moglie Ludovica, Walter Veltroni, Nicola Zingaretti, Piero Marrazzo, Achille Occhetto, Bianca Berlinguer, Antonio Di Bella, Giuliano Ferrara, Clemente Mimun, Gianni Riotta, Ettore Bernabè… e poi sì, anche Gianni Letta e la sua signora Maddalena e Fedele Confalonieri. “C’è il regime al completo”.
Detta così potrebbe sembrare una barzelletta. Ancora più divertente perché se la sono raccontata un signore come Scalfari che ha provato- spesso senza successo- per lustri a fare e disfare governi, vertici delle partecipazioni statali, accordi finanziari e industriali usando il gruppo editoriale che ha contribuito a fondare come un vero e improprio soggetto politico. E davanti a lui quel Baudo che per 47 anni ha occupato i teleschermi della tv di Stato (salvo qualche scorribanda- profumatamente pagata- sui teleschermi del Biscione), per 13 volte condotto il Festival di Sanremo, per anni ha dominato la domenica pomeriggio tv e ogni volta che gli dicevano “dai, Pippo, proviamo uno più giovane. Fai una pausa?”, la buttava in politica e urlava “sono arrivate le epurazioni, c’è la pulizia etnica”. Fa ridere vedere i due uomini che più hanno rappresentato il regime della stampa e della tv andare in ghingheri a una cerimonia di regime e dirsi appunto “ma qui c’è tutto il regime!”.
Ma non fa ridere affatto, perché la questione è assai seria. E’ identica a quella tassa “Michele Santoro” che la tv di Stato e tutti i cittadini debbono pagare da venti anni. Lui occupa i teleschermi ogni anno, fa quel che vuole in barba a regole, editti, aziende, governi e il regime siamo noi che non possiamo sfuggirgli e pure siamo costretti a finanziarlo. Nove giornali su dieci pubblicano da decenni gli stessi pensieri, le stesse idee, difendono lo stesso identico diritto di espressione e se provi altrove a dire una cosa contraria- magari alzando la voce perché è difficile farsi sentire lì in mezzo- il regime sei tu.
Il prossimo tre ottobre il sindacato unico dei giornalisti porterà in piazza i nove decimi delle testate giornalistiche e televisive italiane. Una grande manifestazione di libertà. Contro quell’altro decimo che naturalmente è “il regime”. Sì, il regime. Quello che fa buttare un libro di testo che non sia in linea con il 99 per cento degli altri adottati e imposti in scuole e università. E se qualcuno si alza in piedi e prova a dire “ma se rivedessimo i criteri dei libri di testo?”, eccolo il fascista, l’uomo del regime. Quello che soffoca il libero pensiero, così libero che ha impedito in un’università italiana perfino il diritto di parola a un Papa. Sì, c’è davvero un regime in Italia. Ed è quello che non solo non permette ad alcun altro diritto di parola. Ma che punta il suo dito contro te se provi con coraggio a prendertelo
E' fatta, immunità in Senato per l'ex assessore Pd alla Sanità pugliese. Per Tedesco, il dalemiano, la scossa non ci sarà
Giovedì 9 luglio la giunta per le elezioni del Senato ha preso atto dell'opzione del senatore Paolo De Castro per il mandato da europarlamentare e delle sue dimissioni da Palazzo Madama. Al suo posto è già subentrato il primo dei non eletti Pd nelle elezioni politiche 2008 alla circoscrizione Puglia: Alberto Tedesco. Si tratta dell'assessore alla Sanità della giunta di Nicky Vendola che nel febbraio scorso si è dovuto dimettere dopo essere stato coinvolto nell'inchiesta sulla sanità pugliese, e per i suoi rapporti con l'imprenditore Giampaolo Tarantini. E' l'inchiesta da cui secondo Massimo D'Alema sarebbe arrivata la celebre "scossa" a Silvio Berlusconi. Non si prenderà la scossa invece il dalemiano Tedesco, che da ora può contare sullo scudo dell'immunità parlamentare
Primo golpino? Già sventato
Se golpe (o golpino) era davvero in corso, bisogna dire che in poche ore il suo primo atto è fallito. Finito ko in poche ore fra la casa Bianca e il Quirinale. Con Barack Obama che a colpi di «my friend» ha smontato in pochi minuti il caso di un presunto isolamento internazionale di Silvio Berlusconi. E con il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, che in pochi minuti ha sedato la rivolta del Csm contro il governo, fermando la spallata, respingendo le dimissioni di tre magistrati e chiedendo ai giudici di stare al loro posto e di rispettare il Parlamento che fa il suo dovere: legiferare. Un successo l’incontro negli Usa, per quanto minimizzato da parte della stampa italiana... Solo poche ore prima dell’incontro alla Casa Bianca Massimo D’Alema aveva preconizzato scenari tragici per un Berlusconi già quasi sotto scacco. E chi lo aveva intervistato davanti alle telecamere Rai, e cioè l’ex presidente della tv di Stato, Lucia Annunziata, aveva tradotto subito dopo: “‘c’è la sensazione che la stagione di Berlusconi stia entrando in un grave momento di debolezza, da cui potrebbe scaturire, o deflagrare, una crisi istituzionale più ampia. A innescare la crisi potrebbe essere l’arrivo di altri scandali, di altre foto spiacevoli. Temo storie torbide, credo che l’immagine internazionale di Berlusconi, già complicata nei rapporti con l’amministrazione Obama, possa risultare ulteriormente danneggiata’’. IL ritornello è simile a quello più volte recitato in questi mesi dallo stato maggiore del Pd: quel che un’opposizione non è in grado di fare facendo il suo mestiere, cioè mettere in crisi il governo e dargli la spallata grazie ai responsi delle urne, è affidato in modo un po’ torbido ad altri poteri: media, tycoon internazionali, pressing dall’estero, e soprattutto giudici (unico potere su cui il Pd esercita ancora influenza). Basta ripercorrere le cronache politiche di questi mesi per leggere la soddisfazione Pd per una presunta crisi fra il governo italiano e l’amministrazione Obama. Fantasie, e si è visto alla Casa Bianca, dove a parte le manifestazioni di simpatia personali il presidente Usa ha quasi nominato Berlusconi consigliere per i rapporti con la Russia in vista del G8. Anche sul fronte dei giudici Napolitano ieri ha inviato un messaggio di una chiarezza esemplare, proteggendo il senso stesso della democrazia italiana. Una dimostrazione in più che la spallata non verrà da poteri oscuri, perché c’è ancora chi ha il senso dello Stato. Gli unici errori che Berlusconi deve temere sono negli atti del suo governo...
Franco Bechis
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