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Caccia agli evasori? Ottimo sulla carta. Ma quell'emendamento farà macelli



Lo slogan- che ha il marchio di Giulio Tremonti- non è male: “invece di un contributo di solidarietà avremo un contributo dall’evasione”. Certo: sostituire una nuova tassa messa su chi pagava già le tasse, con misure per fare pagare chi normalmente le evade è un’ottima idea. Non è di sinistra, di centro né di destra: è semplicemente giusto. Se il quadro è questo, i contenuti del pacchetto anti-evasione approdato ieri come emendamento governativo alla manovra, non strappano gli applausi. Alcune norme sono confuse, altre perfino pericolose per la libertà di tutti, altre irrealizzabili e molte vanno nella giusta direzione, speriamo con altrettanta efficacia.
Il primo difetto è sulle coperture: i conti non tornano. Tremonti ieri ha sostenuto che le norme anti-evasione compensano il mancato gettito del contributo di solidarietà, poi però il governo ha depositato la relazione tecnica e si è scoperto che nei tre anni la caccia agli evasori porterà 1,1 miliardo di euro contro i 3,8 del contributo di solidarietà. Resterebbero da trovare quindi 2,7 miliardi di euro, e non sono pochi.
Il secondo difetto è nel testo scritto sulla norma più semplice. Come previsto dalle anticipazioni della vigilia, saranno resi pubblici i redditi degli italiani a cura dei Comuni. Si può condividere o meno la scelta. Nell’aprile 2006 l’Agenzia delle Entrate mise on line i redditi di tutta Italia. Al ministero stava facendo le valigie Vincenzo Visco, e tutto il centro destra tuonò gridando allo scandalo. Vero che alcuni degli stessi che allora si indignarono oggi applaudono la misura (ad esempio l’attuale sindaco di Roma, Gianni Alemanno), molti però storcono ancora il naso. Il testo presentato dovrebbe farlo storcere a tutti. Perché si annuncia un decreto del presidente del Consiglio dei ministri in cui saranno “stabiliti criteri e modalità per la pubblicazione, sul sito del Comune, dei dati relativi alle dichiarazioni anche con riferimento a determinate categorie di contribuenti ovvero di reddito”. Categorie di contribuenti? Categorie di reddito? Ma possibile che questa estate al governo non riesca una ciambella con il buco giusto? E’ lo stesso film che stiamo vedendo da settimane. Se si decide una cosa la si fa, senza tanti fronzoli, se o ma. E’ invece qui è come sulle pensioni: per fare finta di non toccarle, toccandole, ci si è inventati la via tortuosa sui riscatti di laurea e servizio militare, dandosela poi a gambe levate di fronte alla rabbia dei cittadini. Se il testo rimane questo, diventerebbe un abuso. Si scelga di mettere on line i redditi di tutti gli italiani, e lo faccia la Agenzia delle Entrate. Affidare questo compito ai comuni vuole dire discriminare contribuente da contribuente: non tutti hanno siti Internet, non tutti hanno uomini e risorse tecniche ed economiche per compiere quella operazione. La trasparenza o vale per tutti, o deve essere stabilita dalla legge e non a capocchia per alcune categorie di cittadini che debbono essere più trasparenti degli altri (i politici ad esempio). Ma è evidente cosa accadrebbe facendo scegliere a ciascun comune, a questa o quella maggioranza politica il mostro da sbattere on line. Stanno sull’anima gli avvocati? E allora mettiamo solo loro. E così via. Come anche è senza senso scegliere fra “categorie di redditi”. Tutti o nessuno. Tanto più che gli evasori o hanno redditi zero, e quindi non compaiono in lista. O hanno redditi bassi, che contrastano con il loro tenore di vita. Sul tema anche un’avvertenza: l’operazione richiederebbe una modifica della legge sulla privacy. Perché con quella attuale è vietata. Lo certificò nel 2008 il Garante, ma soprattutto le inchieste delle varie procure della Repubblica per violazione della legge sulla privacy. Costarono il posto al direttore dell’epoca dell’Agenzia delle Entrate, Massimo Romano. Ultima annotazione: nessun altro paese del mondo mette on line i redditi dei propri contribuenti. Lo fa solo con le liste degli evasori una volta scoperti. Ci sarà un perché.
Seconda misura che lascia perplessi: la caccia agli evasori è affidata ai Comuni, che possono tenersi d’ora in avanti il cento per cento di quello che scopriranno. Ottimo. Meno buona la condizione imposta: entro il 31 dicembre 2011 dovranno tutti dotarsi di consigli tributari, altrimenti non un euro scoperto potrà finire nelle loro casse. I consigli tributari furono inventati per decreto luogotenenziale nel 1945 nell’Italia che ancora non era stata liberata dai nazisti. Poi sono scomparsi. Li hanno rispolverati decenni dopo per la legge “manette agli evasori”. Dovrebbero essere elettivi. Con tanto di campagna elettorale in ciascun quartiere del comune. Un costo pazzesco. Quando Tremonti li ha rispolverati nel 2010, dando fra 90 e 120 giorni ai comuni per istituirli obbligatoriamente (senza però sanzioni in caso di niet), quelli lo hanno mandato a quel paese. La maggioranza dei Comuni non li ha istituiti. Perché farli con le regole sarebbe costato troppo. Nominarli direttamente si prestava a ricorsi e andava a finire come è finita: sono zeppi di politici trombati, e comunque hanno tutti poltrone divisi fra i partiti che amministrano i comuni. Ora che si imponga nel momento in cui si vorrebbero diminuire i costi della politica, un catafalco di questo tipo è un controsenso in sé. Affidare poi alle seconde fila della casta la grande caccia agli evasori è minimo minimo una pia illusione. Vogliamo scommettere che da lì non arriverà un euro?
Infine la norma sul carcere per chi evade 3 milioni di euro. Principio giusto, e tetto accettabile per le persone fisiche e per le piccole e medie imprese. Diverso il caso delle grandi imprese: rispetto al fatturato la cifra potrebbe essere relativamente bassa. E con  la legge sulla responsabilità penale delle imprese, tutti i rappresentanti in consiglio di amministrazione potrebbero finire in carcere per un contenzioso fiscale. Forse è esagerato.

Per chi abita a Roma fisco incubo: si pagano 113 tasse

Sarà la vicinanza con il palazzo, sarà la particolare fantasia degli amministratori in loco, ma se c’è una città dove il fisco è davvero campione, è Roma. Fra tributi regionali, provinciali e comunali chi abita nella capitale non ha davvero il problema di come occupare il tempo libero. In tutto ci sono 113 tasse, imposte, tributi, percentuali su concessioni che magari non daranno enormi incassi, ma certo rappresentano un record in Italia e una fortuna per i commercialisti che operano nella città eterna. Nella tabella qui in pagina si può trovare solo un rapido esempio, sacrificato alla necessità di comparazione con altre grandi città. Ma le frecce all’arco del fisco romano sono cinque o sei volte più numerose degli esempi riportati. Non che brilli la trasparenza: la provincia di Roma guidata dal modernissimo e supermediatico Nicola Zingaretti è fra le poche in Italia a non avere inserito nel proprio sito Internet un bilancio analitico consuntivo o di previsione della propria istituzione. Ma alle tasse, per quanto si voglia nasconderle, i cittadini alla fine non possono sfuggire. Così non è difficile trovare nemmeno in casa Zingaretti, dove si celebrano le grandi opere in calendario e ci si bea dell’invarianza delle aliquote fiscali, quali e quante tasse alla fine bisogna pagare. Grazie a lui, ai sindaci che si sono susseguiti a Roma e soprattutto ai presidenti della Regione Lazio (un vero e proprio tassificio), nella capitale la mannaia del fisco non risparmia quasi nessuno. Tutto è tassa. Le quote locali di quelle grandi e note, come Irpef, Irap e Iva regionale, che scattano contemporaneamente al centro e in periferia. Quelle più note sui rifiuti o sull’auto (il bollo regionale). Ma anche una raffica di tasse che colpiscono ogni tipo di attività produttiva e perfino di hobby. In Lazio sono tassate tutte le concessioni: quelle per l’apertura e l’esercizio delle farmacie, quelle per aprire e mantenere ambulatori, case di cura, presidi medico-chirurgici o di assistenza ostetrica, gabinetti di analisi per il pubblico a scopo di accertamento diagnostico, e perfino l’abilitazione alla ricerca e alla raccolta dei tartufi. In altre regioni, come il Piemonte (che ad Alba ha una tradizione), esiste la tassa sui tartufi, ma riguarda solo quelli raccolti che per altro vengono messi sul mercato a prezzi proibitivi. Sempre in Lazio l’elenco continua con il tributo speciale per il conferimento in discarica dei rifiuti solidi, il tributo regionale per l’abilitazione all’esercizio professionale, la tassa sugli apparecchi radiografici che varia a seconda dei volt. E’ più severa di quella sul canone Rai: se si posseggono più apparecchi, scatta integrale sul primo e al 50% sugli altri. E come il canone Rai viene rinnovata ogni anno. Sempre in campo sanitario sono tassati tutti i posti letto privati. Poi c’è una addizionale tutta laziale sulle acque di derivazione pubblica, che segue le più comuni addizionali energetiche. Si riscuotono come in ogni regione le accise su benzina e gasolio, ma anche l’assai più rara imposta regionale sulle concessioni demaniali marittime. C’è una tassa per la partecipazione alle procedure concorsuali, e una singolare tassa fitosanitaria, che costringe a pagare quattro diverse tariffe per avere a) l’autorizzazione alla produzione e al commercio dei vegetali; b) l’autorizzazione all’uso del passaporto delle piante; c) per l’import-export dei vegetali; d) per l’esercizio annuale delle ditte operanti nel settore. Più leggera a Milano la pressione fiscale sulle persone fisiche e le famiglie, che intanto possono godere della rinuncia alla addizionale Irpef comunale e su una raffica di agevolazioni fiscali. In Lombardia per altro le Entrate fanno il pieno grazie al business: è la Regione dove si incassa più Irap (il doppio del Lazio) e dove è più alta- con distanze siderali dagli altri- la compartecipazione al gettito Iva.

Mani in tasca del fisco di casa. Altro che federalismo: +43% le tasse locali in 5 anni. Complice anche un vecchio errore di Visco

E’ il salasso della porta accanto. Mentre a Roma si discute di tanto in tanto di possibile taglio delle tasse, dalla periferia negli ultimi cinque anni è arrivata una vera e propria stangata fiscale. Le addizionali regionali e comunali, una degli oltre milleottocento travestimenti che lè’esattore delle tasse si è inventato in Italia per infilare i suoi tentacoli nelle tasche dei cittadini, sono aumentate negli ultimi cinque anni in media del 43%. In gran parte per un ritocco verso l’alto delle addizionali stesse, e per il resto grazie alla trovata del duo Romano Prodi- Vincenzo Visco che nella finanziaria 2007 sostituirono le deduzioni con le detrazioni aumentando la base imponibile di tutti i contribuenti. Il risultato fu che la stessa aliquota locale (ad esempio un’addizionale regionale dello 0,9%) invece di essere applicata come avveniva al 95% del reddito lordo, dal primo gennaio 2007 è stata applicata al 100% del reddito, con una tragica magia: si sono pagate più tasse anche se formalmente nessuno le aveva aumentate. Ma proprio nei due anni di governo dell’Unione la gran corsa alla tassazione sembra avere contagiato al di là degli schieramenti anche gli amministratori locali. Su 118 città capoluogo di provincia che Libero ha preso in considerazione grazie ai dati del Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia, ben 91 hanno visto aumentare sensibilmente la tassazione addizionale Irpef, per ritocco verso l’alto o dell’addizionale regionale o di quella comunale. Una sola, la città di Lodi, ha visto diminuire la pressione fiscale locale dell’11,76% grazie al fatto che non è variata l’Irpef della Regione Lombardia e si è invece dimezzata quella comunale (passata da 0,4 a 0,2%). Per 26 città invece la pressione fiscale risulta oggi invariata rispetto al 2005 o perché non è stato effettuato alcun ritocco alle aliquote o perché comune e Regione si sono in qualche modo compensati con impatto zero sulle tasche dei cittadini. Sono nove le città capoluogo di provincia in cui la pressione fiscale locale ha raggiunto il tetto massimo del 2,2% previsto dalla legge (1,4% per l’addizionale Irpef regionale e 0,8% per quella comunale): Benevento, Campobasso, Catania, Cosenza, Imperia, Messina, Novara, Rieti e Siracusa. A inizio anno ce ne era anche un’altra, Palermo, che però da qualche giorno ha deciso con un decreto di dimezzare per il 2010 l’aliquota Irpef comunale (dallo 0,8 allo 0,4%), che resta comunque il doppio di quella in vigore nel non lontano 2005. Sono quattro le città in cui la pressione fiscale locale si è almeno raddoppiata. Tutte nel Mezzogiorno. Il record è di Caltanissetta (aumento del 122,22%), seguita da Lecce (116,66%), Catania e Ragusa (100%). Ma assai vicina al raddoppio è andata anche una città abruzzese come Pescara (98,88%). Oltre a queste cinque sono comunque 23 le città in cui la pressione fiscale territoriale è aumentata nel corso dei cinque anni più del 50%. Mentre sono solo quattro le città che hanno optato per un addizionale comunale zero. Tutte al Nord: Brescia, Milano, Trento e Venezia. Per chi abita lì si paga solo l’Irpef dovuta secondo scaglione nazionale di reddito e almeno la quota minima stabilita per legge sull’addizionale regionale: 0.90%. Scontano comunque una pressione fiscale locale sopra il 2% anche senza raggiungere il tetto massimo altre 16 città di provincia: Ancona, Ascoli Piceno, Bologna, Caltanissetta, Chieti, Crotone, Fermo, Genova, L’Aquila, La Spezia, Latina, Ragusa, Salerno, Sondrio, Varese e Vibo Valentia. Così è sulla carta, anche se per i comuni della provincia de L’Aquila compresi nel cratere del terremoto le tasse almeno ora non verranno pagate né a livello nazionale né a livello locale. Quando vuole il fisco riesce perfino ad avere cuore. Ma non ci riesce fino in fondo. Perfino nella regione terremotata si avvertono i cittadini con un avviso a caratteri microscopici che in effetti sì il pagamento delle tasse è al momento congelato. Ma si aggiunge in calce un’avvertenza grottesca: “Si precisa che, pur in presenza della proroga della sospensione, i pagamenti spontanei non sono inibiti e che, se effettuati, non sono rimborsabili”. Se qualcuno sbagliandosi quindi a L’Aquila e dintorni andrà a versare le tasse, in nessun ufficio delle imposte ci sarà qualcuno che gli dirà di no, che può fare con più comodo. E una volta intascati i soldini, il contribuente resterà beffato.

Duecentomila euro per evitare lo tsunami Gabanelli

Una società pubblica, appartenente al gruppo Enel, la Sogin spa, ha investito 200 mila euro per proteggere il proprio amministratore delegato, Massimo Romano, da un’inchiesta di Report e della sua conduttrice, Milena Gabanelli. Una cifra che vale circa 5 volte il costo medio di una puntata di Report (42.600 euro) e che comunque ha raggiunto il suo obiettivo: grazie all’intensa attività di lobbing dei consulenti arruolati per arginare e ammorbidire la Gabannelli, Romano e la sua gestione Sogin sono rimasti fuori dall’inchiesta andata in onda il 2 novembre 2008. L’incredibile vicenda emerge fra le pieghe di un procedimento giudiziario in fase istruttoria ancora nel dicembre 2009, intentato a Report e alla stessa Gabanelli (perfino con esposto all’ordine dei giornalisti, subito archiviato) da una delle vittime di quella puntata sul ritorno del nucleare, un deputato della Lega Nord, Massimo Polledri. Sentendosi diffamato da un passaggio di quella trasmissione, Polledri ha prodotto in giudizio faldoni di materiale sui contatti fra Report e Sogin e altrettanto ha fatto a sua difesa la Gabanelli, che ha contestato anche il testo di una mail che poteva sembrare imbarazzante per l’autonomia della conduttrice (testo che invece sembrerebbe artefatto). Ma le carte processuali raccontano comunque una vicenda assai interessante. La puntata di Report andata in onda il 2 novembre 2008 a cura del giornalista Sigfrido Ranucci con il titolo “L’eredità”, è stata preparata lungamente prima dell’estate. E ha rischiato di fare dormire sonni poco tranquilli al povero Massimo Romano, amministratore della Sogin nominato a quell’incarico nel 2007 durante il governo di Romano Prodi. Per evitare rischi, Romano è andato a contattare un pool di consulenti di immagine e comunicazione, firmando alla fine un contratto da 200 mila euro più 20 mila euro di rimborsi spese con uno dei massimi professionisti del settore: la Ad hoc communications di Mario Pellegatta. Il contratto formalmente aveva ad oggetto una consulenza generica, ma nel rapporto fatto arrivare a Romano dopo lo scampato pericolo del 2 novembre è risultato chiaro come la sostanziale missione fosse proprio quella di annullare il rischio Gabanelli. Ad hoc, che già aveva avuto rapporti professionali precedenti con Romano e Sogin, firmò il nuovo contratto con validità dal primo luglio 2008, proprio mentre Report stava girando l’inchiesta sulla gestione delle scorie nucleari avanzando rilevanti dubbi proprio sul ruolo di Sogin e su eventuali violazioni della legge esistente da parte della società pubblica. Grazie alla capacità dei consulenti, per evitare un danno di immagine a Romano e alla società, si riesce a combinare un incontro faccia a faccia con la Gabanelli, probabilmente conviviale, comunque fissato per le ore 13,30 del 17 luglio 2008 all’hotel de Russie, uno dei più esclusivi di Roma, a pochi metri da piazza del Popolo. A 24 ore dal faccia a faccia con la Gabanelli il consulente di Sogin, Mario Pellegatta, inviò una mail a Romano con un dettagliato rapporto sull’inchiesta che stava conducendo la trasmissione Rai e l’annotazione “in preparazione incontro di domani”. Il rapporto, comprensibilmente, era più che altro un elogio sul lavoro compiuto da Ad Hoc per allenare i dipendenti e dirigenti Sogin a rispondere alle domande del giornalista di Report. Allenamento che sembrava avere dato i risultati voluti: “alle domande critiche”, sosteneva la relazione a Romano, “gli intervistati hanno risposto senza offrire appigli o elementi deboli”. Si elencavano poi le domande fatte arrivare per iscritto alla società pubblica dal giornalista di Report, e i suggerimenti ulteriori forniti dai consulenti, tipo: “Sono da evitare frasi con espressioni improprie. La telecamera è sempre accesa (…) “. Fornita anche un’avvertenza strategica: mai fidarsi della correttezza professionale della Gabanelli e dei suoi collaboratori: “Il giornalista utilizza i cosiddetti tempi morti fra una ripresa e l’altra o durante le pause per rifocillarci, per trattare temi critici che avrebbe intenzione di approfondire. Non abbiamo la certezza che nelle sue borse (in particolare nello zainetto che ha sempre con sé) non vi sia un microfono nascosto. Occorre quindi limitare le conversazioni con il giornalista allo stretto necessario o a temi di conversazione banali e quotidiani…”. L’incontro al De Russie probabilmente ha avuto l’effetto sperato da Romano. Tanto che prima di andare in onda con l’inchiesta, la Gabanelli offre all’amministratore delegato della Sogin la possibilità di una intervista, che viene però (su consiglio dei consulenti) cortesemente rifiutata, inviando una breve dichiarazione alla conduttrice che per mail assicurò “ne daremo conto”. Il 2 novembre andò in onda la puntata tanto temuta. Dura, e non poco, con Sogin, che viene infilzata sia da studio che durante l’inchiesta condotta sul campo, sempre riferendosi però a presunte colpe dei manager che precedettero Romano, in testa il generale Carlo Jean nominato da Silvio Berlusconi qualche anno prima. Anche quando vengono rilevate criticità contemporanee, non una parola di Report è spesa a critica della gestione Romano: contro la società sì, ma contro il manager mai. Successo quindi raggiunto: con quei 200 mila euro messa alla berlina Sogin ma salvato il suo capo azienda, che a quello puntava. Inutile dire che il giorno dopo il trionfo sarebbe stato celebrato in un carteggio fra Sogin e i consulenti di Ad Hoc, dove questi ultimi tripudiavano: “alla luce della puntata di Report andata in onda ieri, 2 novembre 2008, è evidente che la strategia e i processi di comunicazione hanno raggiunto gli obiettivi che si proponevano, ovvero: proteggere la grande professionalità dei tecnici, sottolineare la discontinuità fra le gestioni precedenti e l’attuale, limitare gli errori di comunicazione che erano emersi nelle passate puntate”. Insomma con soldi pubblici una società pubblica ha pagato una somma consistente per ammorbidire (riuscendovi) l’inchiesta di una trasmissione della tv pubblica, pagata con soldi pubblici, per difendere la sola questione privata esistente: il buon nome di un manager nominato dal centro sinistra che pur di salvare se stesso ha accettato di fare andare a fondo la società che avrebbe dovuto difendere. Una storia davvero tutta italiana.

Ora quei 740 diventano armi improprie. Unico antidoto: la trasparenza

Tutte le dichiarazioni dei redditi degli italiani sono state on line per meno di 24 ore. Dopo le rivelazioni di Italia Oggi ieri l'Agenzia delle Entrate ha fatto marcia indietro. Il suo sito Internet preso d'assalto fino dal primo mattino è andato in tilt. Poi il Garante della privacy ha contestato la decisione di pubblicare tutti i 740 vietandone l'ulteriore diffusione. Vincenzo Visco, il viceministro delle Finanze prima ha difeso l'operazione-trasparenza, poi è andato a palazzo Chigi per difendersi da un infuriato Romano Prodi. Insorge la nuova maggioranza di centro-destra, tace scuotendo la testa Giulio Tremonti. Ma una cosa è certa: quei dati sono finiti in molte mani in quelle ore. E diventano pericolosi...Ieri abbiamo sottolineato come un'operazione storica come la pubblicazione su un sito Internet del governo per la prima volta nella storia d'Italia delle dichiarazioni fiscali di tutti i cittadini avrebbe meritato un dibattito pubblico e un annuncio con tanto di fanfara. Farla alla chetichella, come è avvenuto, e poi giustificarsi come ha fatto ieri l'Agenzia delle Entrate con lo schermo di norme del 1991 e del 2005 mai applicate, è non solo tartufesco, ma assai poco credibile. Fatta la frittata, c'era un solo passo peggiore da compiere, ed è statoi puntualmente mosso ieri: lasciare in balia di chiunque quei dati, e poi all'improvviso toglierli di torno aggiunge un danno vero alla beffa iniziale. Perché quei dati nel frattempo sono stati scaricati- parzialmente o completamente da centinaia o migliaia di naviganti. Lo abbiamo fatto anche noi, nella redazione di Italia Oggi. Ma il nostro scopo è dichiarato: pubblicarli, e questo faremo, fornendo ogni spiegazione di lettura. Altre mani potrebbero però avere motivi meno trasparenti. Gli stessi dati potrebbero essere utilizzati nascondendone alcuni e mettendone in rilievo altri. I file così diventano possibili armi di ricatto in mano a chi ha pochi scrupoli. L'operazione trasparenza che poteva essere cavalcata, difesa e perfino rivendicata in pubblico, ora si è trasformata in un dossier di quelli che circolavano un tempo nei servizi segreti deviati. Tutto questo va evitato, qualsiasi opinione uno abbia avuto sull'opportunità o meno di mettere nella piazza virtuale mondiale quei dati fiscali. Il dibattito che ieri si è aperto, e che ha fatto gridare allo scandalo molti esponenti del centrodestra che fra pochi giorni avranno le leve di comando del governo, lascia presagire l'intenzione di mantenere oscurate quelle dichiarazioni dei redditi. Commenti e preoccupazioni sono legittime, personalmente condivido alcune preoccupazioni sui rischi che si corrono, ma quando i buoi sono scappati dalla stalla tutto è inutile. Ora la principale urgenza è non trasformare in attentato alla democrazia quella che- altrimenti gestita- avrebbe potuto essere una grande prova di democrazia. Le dichiarazioni dei redditi non sono coperte da segreto. La loro pubblicità- sia pure in forma cartacea- era da tempo garantita dalla legge. Anche se gli italiani restano assai gelosi dei segreti sul proprio tenore di vita, nel mondo questa trasparenza è costume consolidato da molti anni. Non è uno scandalo in sè mettere su Internet- a disposizione di tutti- quei dati cartacei. Forse più pericoloso in alcune regioni italiane che in altre: dove regna la criminalità organizzata, i dati facilmente reperibili sono buona guida per orientarsi nella richiesta di pizzo, nelle estorsioni, nella preparazione di rapimenti e rapine. Ma è un rischio che ormai va corso. Come spiega saggiamente Renato Brunetta nell'intervista che troverete all'interno, il vero pericolo è avere pochi dati nelle mani di pochi. Ne siamo convinti, e faremo la nostra parte per evitare questo rischio. Abbiamo iniziato da noi, giornalisti di Italia Oggi, mettendo in piazza il nostro reddito 2005 che era rintracciabile da chiunque in quegli elenchi. E lo faremo per tutti gli altri nei prossimi mesi. Redditi divisi per categorie professionali, anche per un confronto utile a tutti. Redditi divisi per comune di appartenenza, perché a questo punto meglio che i dati siano completi e a disposizione di ogni comunità. Verranno meno le tentazioni di un utilizzo improprio. Se ci fermerà la legge, non potremo che arrenderci. Ma lo riterremmo un errore, non di poco conto. Ora l'esercizio più importante è l'assoluta trasparenza democratica. Ve lo garantiremo, con le nostre piccole forze...

Cacia al 740 del vicino- Visco ha messo tutti i redditi in piazza

Quanto guadagna Francesco Totti? Basta andare su www.agenziaentrate.gov e in pochi minuti lo saprete. Città di Roma, contribuenti 2005, alla lettera “T”. Eccolo, il pupone: 10 milioni e 85 mila euro lordi. Più o meno il doppio della dichiarazione presentata nella stessa città da un altro personaggio famoso, Maurizio Costanzo. Tre volte il reddito 2005 di Paolo Bonolis, uno dei personaggi televisivi più pagati. Cinque volte la dichiarazione dei redditi di John Elkann, l'erede della famiglia Agnelli in Fiat. Per fare un Totti ci vogliono più di sei Francesco Gaetano Caltagirone (1,5 milioni). Ma solo due Beppe Grillo e mezzo (4,2 milioni). Ogni curiosità sarà soddisfatta. Per la prima volta sono online tutti i redditi degli italiani (...)(...) Ci sono tutti, milioni di dichiarazioni di persone fisiche, di persone giuridiche, di società di persone. C'è il vip da rintracciare, e per i lettori di Italia Oggi qualche curiosità abbiamo iniziato oggi a soddisfare. Ma c'è anche lo sconosciuto al grande pubblico con la sua bella dichiarazione dei redditi. Quello che ritieni ricchissimo e invece dichiara un reddito da barbone. Il compagno di ufficio che ritenevi pari a te, e invece guarda tu cosa gli devono avere dato extra. Il vicino di casa che zitto zitto sembrava un poveraccio, ed ecco lì quanto guadagna che ci vogliono sei stipendi tuoi per farne mezzo suo. E quell'altro del palazzo a fianco, sì, quello della Ferrari nascosta in garage, tirata fuori nei week end? Come fa a guadagnare quella manciata di euro? Signori, ecco l'ultimo regalo di Vincenzo Visco prima di svuotare i cassetti del ministero e passare il testimone alla squadra di Giulio Tremonti. Tutto legittimo, naturalmente. I redditi degli italiani non sono mai stati coperti da segreto di Stato. Il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, prima di inserire sul suo sito Internet tutti i dati ha scritto al Garante della privacy, Francesco Pizzetti, per chiedere ed ottenerne l'autorizzazione. Ma proprio nel passaggio delle consegne fra un governo e l'altro questa clamorosa novità inserita un po' alla chetichella, pubblica ma non strombazzata, potrebbe avere l'effetto di avvelenare non poco i pozzi. Una caccia al reddito del vicino promossa ora rischia di creare un clima sociale ancora più difficile di quello già esistente. Dentro un posto di lavoro, in una piccola comunità, in ogni ambiente scatterebbe l'invidia per qualsiasi tipo di differenza non giustificata. Forse una consultazione di questo tipo- e chissà se è proprio questo il motivo della pubblicazione- è in grado di produrre schiere di delatori, pronti ad aiutare per qualche piccola vendetta il fisco denunciando tenori di vita non compatibili con quei redditi ora conosciuti e confrontati con il proprio. Ricordo per altro che proprio i protagonisti di questa operazione trasparenza avevano gridato al delitto e allo scandalo all'inizio della scorsa legislatura per un accesso non autorizzato a questo tipo di dati da parte di operatori della stessa agenzia delle Entrate o di militari della guardia di Finanza che giocherellavano con le banche dati sbirciando le dichiarazioni dei redditi di questo o quel potente di turno. “Spiati”, si disse, montando uno scandalo politico-mediatico che poi si è dissolto nelle aule di tribunale. Quel che allora suscitò orrore, è divenuto regola, strumento di par condicio. Si possono sbirciare in un modo o nell'altro i redditi della Casta? Bene, lo si faccia anche con i signori Rossi, Verdi e Bianchi che magari erano in prima fila da veri voyeur. Quei dati di così facile accesso sul sito dell'Agenzia delle Entrate non sono illegittimi- e lo abbiamo sostenuto anche all'epoca delle presunte spiate ai politici, che tali non erano. Fanno la gioia di noi giornalisti che siamo sempre a caccia di notizie così. Ma rischiano di produrre conseguenze non dominabili: mettere tutto nella piazza virtuale, che non si dimentica e resta lì a disposizione senza ulteriori spiegazioni, sembra atto di democrazia, ma è arma affilata e molteplice taglio. Non sarebbe stato male- a proposito di democrazia e trasparenza- affrontare prima una pubblica discussione sulla opportunità o meno del gesto...