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Minzo, sono un rivoluzionario. Ecco perchè vogliono mettermi al muro

 Per cercare di farlo parlare del caso di Santoro,
bisogna proprio tirarlo per i capelli. Ed è impresa im-
possibile, perché di capelli Augusto Minzolini, diretto-
re del Tg1, non abbonda. Poi lui ha ben altri problemi
in testa in queste settimane. «I Simpson, ad esempio». I
Simpson? «Eh, sì, i Simpson ci hanno fatto ballare pa-
recchio a settembre. Non so nemmeno da dove sbu-
cassero, ma sono stati l’avversario più insidioso del
Tg1», spiega tutto serio il direttore della prima testata
Rai. Ma come, non è Mentana con il suo Tg a La 7 a farvi
ballare? «Ah, io stimo molto Enrico e sono pure suo
amico.Malui non cihatolto davvero ascolto.Hafatto
un’operazione furba. Non fa un vero tg,mauna sorta
di talk show sulla politica: 7-8 notizie massimo. E sac-
cheggia il pubblico di Rai Tre, che è più impegnato e va
matto per quelle cose. Sono loro a leccarsi le ferite:
guardi le curve degli ascolti...». Minzo (gli amici e tifosi
lo chiamano così, per tutti gli altri è ironicamente il “di -
rettorissimo”, appellativo coniato da Berlusconi) scio-
rina tabelle e grafici preparati dagli uffici. Ed è vero:
Mentana porta via ascoltatori di Rai 3 e li restituisce alla
fine del suo tg. Cosa che non accade nel week end,
quando su Rai 3 c’è un piatto forte come Fabio Fazio.
Ma noi eravamo andati dal direttore del Tg1 per parla-
re di Santoro. Perché il mondo politico sembra avere
fatto un’equazione: i sostenitori deidue sonoacerrimi
nemici, e brandiscono il nome del direttore Rai più
odiato a vicenda come un’arma. «Volete fare fuori
Santoro? Allora via anche Minzo», dicono gli uni. «Vo-
lete fare fuori Minzo? Prima via Santoro», rispondono
minacciosi gli altri... Mica si può eludere il tema.
Minzolini, che effetto le ha fatto quel “vaffa” di Santo-
ro?

«Ah…Io non l’ho visto. Me l’hanno riferito. Ma io che
c’entro?»
C’entra, c’entra. I suoi nemici dicono che anche lei l’ab -
bia fatta fuori dal vaso con i celebri editoriali...

«Ma io ho mica mai insultato nessuno! E poi Santoro fa
un editoriale alla settimana. Io sono direttore del Tg1
da16 mesieho fatto solo 14 editoriali.Non siamopro-
prio paragonabili. Lui fa uno show, io un tg».
Pensa che sia sproporzionata, come si dice, la decisio-
ne di tenere Santoro via dal video due settimane?

«Io non sono l’azienda, e quindi non posso rispondere
nel merito. Certo è un po’ paradossale che un dipen-
dente possa liberamente insultare il capo-azienda.
Immagini poi se quell’azienda è la Rai, con 14 mila di-
pendenti! Fosse concesso a chiunque saremmo sem-
pre in assemblea ad organizzare il Vaffa del momento.
realizzeremo il manifesto politico di Beppe Grillo...».
I suoi critici dicono però che anche lei faccia un uso
personale della tv, con quegli editoriali...

«Ah, certo di personale c’è la mia testa. Penso e dico
quello che penso. Ma non demonizzo nessuno. Ogni
direttore responsabile di testata esprime la sua opinio-
ne negli editoriali, mica li ho inventati io. Ai miei critici
- come li chiama lei - non importa un fico secco di que-
sto. Vogliono altro...».
Altro?
«Legga Beppe Giulietti che oggi fa una dichiarazione
su come dovrebbe essere la scaletta del Tg1 di stase-
ra, vaticinando “e invece lui non la farà così”. Ec-
co il desiderio: fare la scaletta come se non ci
fosse alcun direttore al Tg...».
Giulietti è un ex giornalista. Magari voleva solo
darle un consiglio professionale...

«Ex giornalista? Mi ricorda un clamoroso
scoopfirmatodalui? Si ricordaanchesoloun
magnifico servizio di Giulietti? Io ricordo solo
che quando faceva il giornalista faceva dei lun-
ghissimi comunicati sindacali... La scaletta vor-
rebbero fare. Come Vincenzo Vita, un lot-
tizzatore che ora deve essersi pentito,
viste le lezioni che ci dà...».
Suvvia, Minzolini. Dove credeva
di essere andato? La Rai è un’azienda politica, un po’ deve stare al gioco...

«Mi sembra un’azienda dove tutto è permesso a una
parte politica e guai se le stesse cose le fa un’altra parte.
Questa èun’azienda cresciutaa panee centro sinistra,
dove la cultura dominante è quella. Fin dalla prima Re-
pubblica: grandi infornate di sinistra dc e vecchio pci.
Tutti ancora lì in posizione dominante».
E lei mica sarà una vittima? È il direttore del Tg 1, il can-
tore di Berlusconi...

«Io cantore? Le sembro l’esponente di un regime?
Quando c’è un regime sono gli oppositori che vengo-
no messi al muro. Sono i rivoluzionari ad essere fucila-
ti. Io sarei il cantore del regime eppure ogni giorno c’è
qualcuno che vuole mettermi al muro. Strano, no? Al-
lora significa che il vero rivoluzionario sono io. E che il
regime è quello di chi mi vuole fucilare. Poi guardi, io
noncanto proprio nulla. Dico quello che penso, e che
pensavo anche quando scrivevo su La Stampa. Sono
stato sempre garantista. E lo sarò sempre».
Anche con Gianfranco Fini?
Sì, anche con Fini. Della casa a Montecarlo
ne abbiamo parlato perché è entrata nel
dibattito politico. Non l’abbiamo trat-
tata come un caso giudiziario. Faccia-
mosolo lacronaca,mica unacampa-
gna».
Lei però è nel mirino dei finiani. Di-
cono che li censura nel tg.

«Ma non è vero! Guardi i dati di set-
tembre sulla par condicio. Ai finiani è
stato concesso il doppio del tem-
po dato alla Lega. E non
è conteggiato lo spazio concesso a Fini, che
fa il presidente della Camera ed è considerato istituzione».
Bella risposta! Adesso vorranno la sua testa i leghisti...
«Mica posso impazzire con la par condicio. Ne tengo
conto, ma bisogna pure che ci siano le notizie. E la “no -
tiziabilità” di una posizione politica».
Però il suo Tg non abbonda di notizie politiche...
«Devo tenere conto anche degli ascolti. Guido un tg
generalista. Se facessiun quartod’oradi politicacome
Mentana, lo share crollerebbe. Già sono costretto a da-
re notizie obbligatorie -non michiedaquali -chenor-
malmente fanno fuggire i telespettatori...».
Così riempe il tg di cronaca rosa e bianca che fanno di-
menticare i veri problemi...

«Guardi, quei servizi sono ripresi quasi sempre dai
giornali del mattino. Che ci criticano ma spesso non
leggono nemmeno le loro pagine. Diamo tante noti-
zie, ma poi alleggeriamo per mantenere gli ascolti. Al-
trimenti tutti fuggono su Canale 5, dove poi c’è Striscia
la Notizia».
Lei ha questo simulacro degli ascolti, ma lo share del
Tg1è caduto. Lilli Gruber dice che ai suoi tempi era so-
pra il 40 per cento...

«Bene, mettiamo di nuovo Lilli Gruber a condurre, e lo
share non si muoverà di un millimetro. È cambiato il
mondo da quell’epoca. C’è la tv digitale, la platea si è
allargata di un milione di ascoltatori, l’offerta si è decu-
plicata. Non possiamo più fare quegli share. Ma gli
ascolti tengono. Vado meglio di un anno fa».
Cioè?
«Ho aumentato la distanza dal mio concorrente diret-
to, il Tg5, che è l’unico altro tg generalista. Cresciamo e
abbiamo modernizzato il prodotto. Rinnovando an-
che i volti dei Tg...».
...epurando conduttori famosi, come la Busi e la Ferra-
rio...

«Epurando? Ma come si fa a parlare di epurazione?
Stavano a condurre da decenni. Io ho dato una possi-
bilità ad altri. Per una vita decine di giornalisti del Tg1
hanno aspettato il loro turno. Che non arrivava mai.
Ora hanno una chance. Come i molti precari che ho
assunto. Ce ne era uno che aveva 52 anni. Emancoso
che idee abbia in testa...».

Santoro e Annozero sono il peggio. Fanno danni alla giustizia. A dirlo non è il cav, ma una toga rossa

Chissà se Edmondo Bruti Liberati, procuratore aggiunto di Milano ed esponente di spicco di Magistratura democratica ieri sera ha visto anche il nuovo processo via web tv e satellite imbastito da Michele Santoro a Bologna. Un mix fra processo politico a Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi e di un processo vero, una docu-fiction con primo attore Marco Travaglio e per sceneggiatura le carte della procura di Trani. In scena anche i soliti attori che recitavano coordinati da Sandro Ruotolo i brogliacci delle intercettazioni. Chissà se l’ha visto. Perché cosa ne pensi anche una delle più autorevoli “toghe rosse” di Italia, non è più un mistero. Bruti Liberati lo ha detto fuori dai denti il 23 marzo scorso, partecipando a un seminario di formazione del Csm a Roma. Spiegando che Annozero e Santoro sono nocivi alla giustizia, e come per i fumatori di tabacco, bisognerebbe proprio dire loro di smettere. “Con le trasmissioni di Matrix su Erba”, ha detto Bruti Liberati, “è stato insidiato il primato, per me negativo, fino ad allora detenuto da Porta a Porta: si è passati decisamente al genere della docu-fiction, con verbali di intercettazione recitati da attori. Ma poiché la gara al peggio è sempre aperta, ecco Michele Santoro che con Annozero si spinge oltre e la docu-fiction si espande con la messa in scena di interi verbali di dichiarazioni recitati da attori, il tutto sotto gli occhi di una nuova sua compagnia di giro”. Benvenuta allora, secondo il procuratore aggiunto di Milano, la decisione dell’Autorità di garanzia nelle comunicazioni che ha posto un freno alle docu-fiction giudiziarie. Ma Bruti Liberati va oltre, perché secondo lui bisognerebbe impedire anche ai magistrati per dovere deontologico di partecipare ad Anno zero o trasmissioni simili se si mandano in onda docu-fiction giudiziarie. L’imperativo è uno solo, secondo il procuratore aggiunto di Milano: “il magistrato non coopera, nemmeno con la sua semplice presenza, a legittimare trasmissioni nelle quali si imbastisce il processo parallelo”. Bruti Liberati è nettissimo: “dai delitti di sangue si è passati ai processi di mafia, criminalità organizzata e criminalità economica, affrontati anche essi con il canone della spettacolarizzazione, che ha trovato nuovi moduli. La presenza di magistrati in trasmissioni di questo tipo a prescindere dalle dichiarazioni che rendono e anche se la vicenda non è trattata dal loro ufficio, ineluttabilmente conferisce autorevolezza al processo parallelo. Ed è il colmo che, sempre ‘a fin di bene’, si intende, per evidenziare la vera VERITA’ (maiuscolo testuale, ndr), siano proprio magistrati a sponsorizzare il processo parallelo. Da certi contesti invece un magistrato, a mio avviso, deve puramente e semplicemente tenersi alla larga. Agli inviti a partecipare a certi dibattiti televisivi è possibile rispondere NO grazie (anche se ciò- e ne ho avuta personale esperienza, suscita lo sbalordimento degli interlocutori, abituati a ricevere pressanti sollecitazioni a partecipare piuttosto che dinieghi)”. Secondo il procuratore aggiunto di Milano i magistrati non debbono accettare nemmeno la proposta di una “dichiarazione pre-registrata”, perché sarà comunque “oggetto di un montaggio e rimane incontrollabile il come la dichiarazione preregistrata sarà inserita nel corso della trasmissione”.

DinosauRAI, quelli che si piazzano sulle tv di viale Mazzini e non li scollano più

Michele Santoro è il conduttore più longevo della storia della Rai e probabilmente della stessa televisione italiana. Soprattutto è il giornalista che da più anni fa sempre lo stesso programma, cambiando di tanto in tanto il nome e la scenografia dello studio (e per un triennio anche azienda, buttandosi fra le braccia del “nemico” Silvio Berlusconi). E’ passato quasi un quarto di secolo da quell’esordio da conduttore su Rai 3, un sabato sera del lontano 1986, la prima edizione di Samarcanda. Un quarto di secolo sempre uguali a se stesso che rappresenta un primato non solo per la tv italiana, ma anche in giro per il mondo. Bruno Vespa, che spesso viene associato a Santoro per contrapposizione, in effetti ci litiga anche lui da un quarto di secolo. Ma all’epoca faceva il giornalista del Tg1, e non il conduttore. Porta a Porta ha un marchio affermato e la sua bella età. Ma a fronte del Santoro show quel pogramma è poco più di un ragazzino: è iniziato nel 1996, ed ha 14 anni di età. Prendiamo un altro dinosauro della tv pubblica, bravo, bravissimo (anche Santoro lo è) come Giovanni Minoli. Anche lui ha condotto e fatto interviste sempre alla stessa maniera. Il suo programma, Mixer, è andato in onda a lungo sui teleschermi pubblici: 18 anni. Poi Minoli ha fatto altro e se ogni tanto ancora oggi riesuma il modello Mixer, lo fa in punta di piedi, sul satellite o non occupando più la programmazione di punta dell’azienda. Perché finchè funziona il modello Santoro, che provi a proporgli di fare altro e lui scatena piazze e procure per la lesa maestà, nessun altro può crescere nella televisione pubblica. Non è un caso se l’unico nuovo conduttore emerso in questi anni e a cui è stata data una vera chance, e cioè Giovanni Floris con la sua Ballarò, ce l’ha fatta solo grazie al contestatissimo editto bulgaro di Berlusconi. A Santoro non fu rinnovato il contratto (grazie a quel gesto ora starà in tv a vita), i palinsesti si liberano all’improvviso e un giovane come Floris- che come si è visto aveva talento- è potuto emergere. Senza quell’editto sarebbe ancora dietro a una scrivania polverosa ad attendere che qualche conduttore decidesse di rinunciare alla sua dittatura nell’etere. E avrebbe avuto qualche difficoltà anche a conquistarsi un posto in prima fila almeno come conduttore del Tg. Anche lì non scherzano. Si ironizza tanto sull’attaccamento alle poltrone dei politici e della Prima Repubblica, ma i giornalisti, anche nella seconda Repubblica non sono da meno. Al Tg1 c’è una conduttrice ex giovane (ma anziana non è) che però offre il suo bel volto ai telespettatori da un’epoca in cui perfino Santoro era ancora relegato a qualche rubrichetta di cinema e cultura sul Tg3. E’ Tiziana Ferrario, che dal 1982, spostandosi da un’edizione all’altra, conduce il Tg1. Anche qui un primato assoluto, sfiorato solo da un altro conduttore ancora in servizio, Maurizio Mannoni del Tg3, che ha iniziato nel 1987, e sono 23 anni. Terzo posto per Maria Luisa Busi, che è lì da 19 anni e sembra ancora una ragazzina. Quarta piazza per Maria Concetta Mattei (18 anni al Tg2). Ma non scherzano nemmeno Paolo Di Giannantonio (15 anni), Dario Laruffa (15 anni) e Attilio Romita (15 pure lui, ma fra Tg2 e Tg1). Intendiamoci anche altri conduttori di tg hanno dominato per anni sullo stesso teleschermo. Ma non lo fanno più, come Bianca Berlinguer (22 anni) e Lilly Gruber (19 anni). Hanno scelto ruoli diversi e dato la possibilità a qualche giovane di non trascorrere tutta la vita in attesa della propria chance. Tanti anni così e si rischia pure di essere ripetitivi. Se si percorre l’orologio della storia di Santoro si trova sempre lo stesso copione immancabile. Stesse trasmissioni, stesse polemiche, stessi magistrati pronti a intervenire, stesse reazioni: scioperi bianchi, piazze. Come ieri sera. Perché anche il Santoro day di Bologna non è affatto una novità. Accadde durante la campagna elettorale del 1992. In onda stava andando Samarcanda, e una puntata scatenò furiose polemiche: quella sull’assassinio di Salvo Lima. Santoro chiese alle folle antimafia di Palermo se erano contente di quella scomparsa, e venne giù il mondo. Gianni Pasquarelli, direttore generale della Rai, propose al consiglio di sospendere tutte le trasmissioni, Samarcanda compresa, durante la campagna elettorale. E così si decise: in onda solo le tribune elettorali. Non si sa come, Santoro riuscì a reagire e a mandare in onda uno spot di protesta: sigla di Samarcanda, ospite in studio e tutti zitti. Perché la Rai aveva messo il “bavaglio”. E non finì lì. Sciopero bianco, sit in di protesta in Sicilia, Samarcanda itinerante. E naturalemte minaccia di lasciare la Rai e denuncia in procura di Roma per sospensione di pubblico servizio e abuso di ufficio (Pasquarelli fu indagato). Bis nel 1993, con la Rai dei professori (Claudio Demattè presidente, Gianni Locatelli direttore generale, Pierluigi Celli capo del personale). Le Santoro-news furono ribattezzate “Il rosso e il nero”. Dovevano partire un giovedì, ma la rai non aveva promosso un suo caporedattore come voleva Santoro. Lui protestò come se quello fosse atto di censura. E annunciò di non andare in onda, sollevando sindacati e piazze. In nessuna azienda questo sarebbe stato tollerabile da parte di un dipendente. Ma non era un dipendente qualsiasi: era Santoro, il dittatore della tv che sarebbe durato al potere più di Benito Mussolini. E la purga ha riguardato tutti gli altri. Lui è ancora lì.

Ingrassato con la Rai, Santoro non si può mai mettere a dieta

Articolo 27 del contratto di lavoro giornalistico: “il direttore, il condirettore, il vicedirettore può essere licenziato anche in assenza di giustificata causa o di giustificato motivo”. Vale per tutti i giornalisti italiani meno uno: Michele Santoro. Per lui e per la Rai che sarebbe il suo editore, non vale il contratto di lavoro giornalistico. E’ direttore a prescindere e a vita, per editto (italiano, ma assai più bulgaro di quello celebre) di un magistrato. Non è licenziabile, non è contestabile, non è sostituibile. Si trattasse di un qualsiasi altro giornalista, di quelli che a differenza sua sono sottoposti a regole e contratti, domani sera andando in onda da Bologna dovrebbe dire addio alla Rai per evidente violazione dell’esclusiva contrattuale. E invece non accadrà, perché Santoro è protetto da un lodo assai superiore a quello ideato da Angelino Alfano: per lui immunità assoluta, e non per via costituzionale. Nemmeno ha dovuto scomodare una legge. E’ bastato un editto di un giudice. Da ore gli avvocati della Rai sono al lavoro per verificare la violazione del contratto di esclusiva che Santoro ha firmato in cambio di oltre 700 mila euro, ma è tempo buttato via. Come con una certa amarezza sosteneva ieri un alto dirigente: “tanto esiste in Italia un giudice disposto a dare ragione alla Rai contro di lui? Possiamo avere tutte le ragioni del mondo. Nessuno ce le riconoscerà”. E’ vero: come si può pensare che ci sia un giudice disposto a dare torto al nuovo leader del partito delle procure? Lui è fuori dalla legge. Vi è sopra. In più è pure un incantatore di serpenti, talmente abile da avere schierato a propria difesa proprio quei babbioni del sindacato unico dei giornalisti. Che c’entra la Fnsi a protezione di Santoro? E’ come se la Caritas si mobilitasse a garantire un pasto caldo a Silvio Berlusconi. Michele chi? Occupa militarmente una serata tv Rai dal 1987. Lì si è fatto blindare dall’editto italo-bulgaro, come un tappo sul prime time della tv di Stato. Per colpa sua non avranno chance nuovi talenti, non potrà crescere un giovane, qualche precario resterà precario a vita. Basta guardare quel che è accaduto in queste settimane. Con una decisione più che discutibile la Rai ha sospeso in campagna elettorale tutti i talk show. Meno puntate significa anche meno lavoro. Meno stipendio per tutti quelli che lì lavoravano e non essendo vip non godevano di un minimo garantito. Che hanno fatto Fnsi e Usigrai? Bracci di ferro, manifestazioni, comizi di fuoco per ottenere che a parte i contratti che durano pochi mesi e pochi euro, ai poveri precari non fosse tolto un mese di stipendio così? Figurarsi! Se ne preoccupa Santoro di quei poverelli? No, lui è impegnato a tenere alto il suo peso politico, che vale oro. E quindi, se il conduttore principe se ne frega dei suoi precari, ci deve pensare il sindacato? Quello come sempre è alla corte del vero potente, mica lì a curarsi dei poveracci. Cari signori della Rai, ritirate allora i vostri avvocati e giuristi. Inutile aggiungere al danno anche lo sberleffo di Santoro e dei suoi amichetti in tribunale. Arrendetevi, lui non è un dipendente. Da tempo le parti sono invertite. E’ un capo di partito, il più forte che c’è. Lo volevano fare fuori ai tempi di dc e psi. Ma è ancora lì, nello stesso posto. Sono democristiani e socialisti a non esserci più. Quella di domani sera sarà solo una manifestazione di partito. Lo ha certificato Sky Tg24 che la trasmetterà in diretta: “l’abbiamo fatto anche con il Pdl a San Giovanni”. E allora beccatevi l’onorevole Santoro. Non si nega una piazza per un comizio in campagna elettorale. Poi ci dirà la questura quanti l’avranno seguito…

Ma quanto minacciano la Rai questi politici! Bersani l'ha fatto tante volte da sembrare un terrorista

Il Pd deve ringraziare che nessun procuratore di provincia ha provato a mettere ai suoi dirigenti il telefono sotto controllo. Altrimenti il partito oggi sarebbe travolto dalle inchieste su concussione e minacce nei confronti dell’Autorità di garanzia nelle comunicazioni. Perché è proprio il partito di Pierluigi Bersani (e le formazioni politiche che hanno originato il Pd) quello che negli anni della par condicio più di tutti ha provato a fare mettere il bavaglio a trasmissioni televisive e perfino ad articoli di giornale che non ne tessevano le lodi. Per 98 volte il Pd o suoi singoli esponenti hanno presentato esposti all’Authority, ed è un record assoluto. Perché al secondo posto figurano i radicali (alleati del Pd) che per 70 volte hanno cercato di mettere il bavaglio a tv e giornali. Le attuali opposizioni da quando esiste la par condicio hanno tentato questa “minaccia” 190 volte, il Pdl (e in qualche caso Silvio Berlusconi come singolo firmatario) ci ha provato solo 27 volte, e visto che la Lega è caduta in tentazione altre 9 volte, l’attuale governo lo ha fatto 36 volte. A ragionare come i giudici di Trani, la maggioranza ha minacciato la libertà di stampa una volta ogni cinque minacce degli avversari. Vero che Michele Santoro è stato uno dei bersagli preferiti: 27 minacce politiche contro i programmi da lui condotti. Ma anche qui c’è una sorpresa: nove volte da Berlusconi & c e 13 volte dal centrosinistra che avrebbe dovuto incensarlo. Altra vittima eccellente della politica è stato Bruno Vespa: ha incassato in questi anni 21 minacce, 16 delle quali provenienti dal centrosinistra. Terzo posto per Emilio Fede, con 16 minacce, quasi tutte provenienti dalle fila di Pd, radicali e dintorni. Se si guardano invece le aziende, non c’è proprio par condicio: 147 volte minacciata la Rai, 90 volte Mediaset e 17 volte La7. Fra le principali vittime, grazie alla rilevanza avuta durante le amministrative, la TgR Rai, con 16 minacce rivolte, 7 dal centro destra e 6 dal centrosinistra. Nel mirino delle pressioni sulla par condicio anche la stampa quotidiana, minacciata ben 236 volte. In testa i quotidiani Finegil del gruppo Espresso a pari merito con Il Messaggero (21 minacce ciascuno), seguiti da Il Giornale (20 minacce), dal Resto del Carlino (19 minacce), dal Corriere della Sera (17 minacce) e da Repubblica (13 minacce). Ma se in tanti fanno la faccia feroce e mostrano i denti, il risultato non è poi diverso da quello emerso dalle telefonate di Trani fra Berlusconi e il commissario dell’Authority tlc, Giancarlo Innocenzi: un buco nell’acqua. Nel 75 per cento dei casi di minaccia l’autorità di garanzia nelle comunicazioni infatti se la cava con un’alzata di spalle: archivia o dichiara manifestamente infondati i rilievi. In un caso su quattro invece interviene, quasi sempre per chiedere al presunto colpevole di sanare autonomamente la possibile violazione di parità di condizioni fra le forze politiche. Anche qui di solito la riparazione avviene subito. In caso contrario l’Autorità dà una bella tiratina di orecchie al colpevole e tutto finisce a tarallucci e vino. In pochissimi casi arriva davvero la punizione voluta da chi aveva minacciato. Si contano 12 casi dal 1994 (quando l’autorità non esisteva e c’era ancora il Garante unico). Sette volte la sberla è arrivata a Mediaset e cinque volte alla Rai. Si strapperà i capelli, ma la vera vittima delle minacce, non è Michele Santoro. Il più colpito da frustate dei politici concessori è infatti Emilio Fede con il suo straordinario Tg4, che dal 1994 ad oggi si è visto comminare sanzioni per 850 mila euro (con decisioni talvolta ribaltate in pretura o davanti al Tar). Il povero Santoro vale come vittima tanto quanto Irene Pivetti: 150 mila euro a testa. L’ex deputato leghista si è presa la sanzione minacciata in unica soluzione: nel 2006 per un programma su Rete 4. Santoro invece per fare 150 mila euro ci ha messo otto anni. I primi centomila sono arrivati nel 2001 per una puntata del Raggio Verde in cui aveva linciato senza contraddittorio Marcello Dell’Utri. Gli altri sono stati aggiunti nel 2009 per una puntata di Annozero punita per la presenza di Beppe Grillo che insultava senza freno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il senatore Pd nonchè celebre oncologo Umberto Veronesi. Due uomini politici nati e cresciuti nel centro sinistra.

Santoro, da Servire il Popolo a Servire i pm...

Eccolo il leader che non c’era del partito che c’è più di tutti. Si sono trovati a Trani, Michele Santoro e il partito dei giudici. A “Michele chi?”, che in venti anni le ha provate tutte o quasi, mancava il partito della vita. Le toghe rosse erano prive di un vero leader. Sì, c’era Marco Travaglio, il giornalista più coccolato dalle procure, ma lì mancava la stoffa per l’avventura. Bravo ragazzo, solo che con la politica c’azzecca poco. Che meraviglioso incontro a Trani! Il tribuno televisivo insediato a vita nei palinsesti Rai per decisione giudiziaria di fronte all’ultima leva dei pm che impazziscono per la ribalta del piccolo schermo. Michele già calato nella parte, sotto braccio il faldone dei faldoni, quello che può fare aprire altre mille inchieste, centinaia di intercettazioni, mettere a soqquadro il Parlamento, fare ballare il settimo piano della Rai, rivoltare come calzini Autorità di garanzia, commissioni di vigilanza, maggioranze e opposizioni. Il matrimonio atteso da una vita. Perfino per uno come Santoro, svezzato dai maoisti di Servire il popolo che ai giudici avrebbero volentieri appiccato il fuoco. Poi cresciuto nella Telekabul di Alessandro Curzi e Angelo Guglilemi, da cui si è smarcato in fretta in cerca della piazza di cui diventare capopolo. Samarcanda, Il Rosso e il Nero, Temporeale, la fuga in braccio al nemico (Moby Dick su Mediaset), Il Raggio verde, Sciuscià, Annozero. Animale televisivo ma soprattutto politico in cerca della piazza della sua vita. Qualche giro di valzer ( e di Valter) con il pci-pds-ds-pd che lo ha portato perfino a Strasburgo. E l’attrazione per compagnia dell’antimafia, girotondi, bandiere arcobaleno, grillini dell’antipolitica, fazzoletti viola. Sempre inquieto, perché alla fine mai nessuno si è fidato di lui, l’ha voluto fino in fondo. Salvo il periodo dorato a Mediaset e – ironia della sorte- l’epoca gloriosa con i superpoteri affidatigli da Letizia Moratti nella prima Rai del centrodestra, Santoro non è riuscito a digerirlo mai nessuno dei manager delle aziende in cui lavorava. Qualcuno l’ha preso di petto, ed è andata male: toccare Michele chi? è come mettere le mani bagnate su fili scoperti della luce: si resta fulminati. E quando il poveretto se ne accorge troppo tardi, agonizzante a terra, manca ancora il colpo di teatro finale, quello che renderà chiaro a tutti come quello a terra sia il carnefice, e l’immacolato Santoro la povera vittima della prepotenza altrui. Uno così era proprio predestinato a diventare il leader naturale del partito dei giudici. Hanno lo stesso dna. Li sentite da anni? Hanno scagliato frecce, bombe a meno, scud sempre contro lo stesso bersaglio. E se quello prova a difendersi, ad alzare almeno uno scudo a protezione, le parti si invertono: diventa lui l’invasore e i poveri magistrati gli assediati. Certo a Trani avevano le idee un po’ confuse. In questi giorni anonime fonti giudiziarie dal sen sfuggite avevano sparacchiato un po’ di tutto. Berlusconi indagato anzi no. Berlusconi, Minzolini e Innocenzi indagati per concussione. Solo uno. No, due. Macchè, tutti e tre. Smentisco tutto, Minzolini non è indagato. Che avete capito? E’ indagato sì, ma in un altro contesto. Interdetto Berlusconi dai pubblici uffici. Ma no, interdetto Minzolini. O Innocenzi? O forse interdetto a tutti l’uso dell’American Express. Beh, un po’ di caos c’era laggiù. Forse il pm, Michele Ruggiero, era troppo giovane. Si era distratto pensando a villetta e terreni appena donati dai genitori a due passi dal lungomare di Bari. Ma ora niente paura. E’ arrivato a Trani il procuratore capo, anzi il capo dei procuratori. Ci pensa Santoro a dare una dritta all’inchiesta, a farle fare il salto di qualità. Con il suo faldone di carte subito segretate ha reso inutile il viaggio degli ispettori di Angelino Alfano, ormai un passo indietro rispetto agli eventi. Ha già ottenuto la generosa protezione del Csm, che ha blindato l’inchiesta contro i diritti assegnati dalla Costituzione al ministro della Giustizia. La rivoluzione è già iniziata. L’ex leader di “Servire il popolo”, neo fondatore di “Servire i pm” è già lì, sulle barricate.

Barzelletta sul Berlusca indagato in campagna elettorale? Sì, ma è vecchia, raccontatene un'altra

A raccontarla una sera fra gli amici, ti prenderebbero subito per rimbambito. “La sapete l’ultima? Quella su Silvio Berlusconi indagato a due settimane dal voto?”. Giù fischi: “Uh, è vecchia, vecchissima”. Eppure è la barzelletta che funziona meglio sotto elezioni. Anche questa volta: Silvio Berlusconi è indagato a Trani. Il reato è gravissimo: gli è scappato un vaffa (forse più di uno) al telefono nei confronti di Michele Santoro. Purtroppo nel codice penale si sono dimenticati un articolo in proposito, così i magistrati di Trani per sottolineare il peso di questa lesa maestà, hanno pensato bene di affibbiare al presidente del Consiglio ben due reati: concussione e minacce. La vittima di tanta ferocia istituzionale sarebbe Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Autorità di garanzia nelle comunicazioni. Berlusconi si è lamentato con lui a proposito di due puntate di Annozero, quelle che hanno reso una star prima Patrizia D’Addario e poi il pentito-bluff di mafia Gaspare Spatuzza. E siccome l’autorità che si chiama di garanzia non riusciva a garantire nonostante le pubbliche proteste la vittima di questo linciaggio tv, che era appunto Berlusconi, lui si sarebbe sfogato al telefono con Innocenzi: “altro che autorità, siete ridicoli! Dovreste dimettervi tutti”. Nella barzelletta che si racconta a Trani questa sarebbe la terribile minaccia. Se in Italia dici a qualcuno “dovresti dimetterti”, puoi stare certo che il giorno dopo il poveretto impaurito lascia subito la poltrona. E infatti Innocenzi è lì al suo posto, dove per altro l’aveva nominato anni fa Forza Italia, partito guidato dal Cavaliere. Con l’iscrizione ufficiale del premier nel registro degli indagati, alla procura di Trani sta però per sfuggire il boccone più grosso dell’inchiesta: la competenza diventa di Roma, e gli incartamenti vanno spediti tutti nella capitale. Dove i magistrati rideranno assai poco: se i magistrati lì non infilzeranno subito Berlusconi, finiranno sbranati da colleghi e giornalisti che già preparano titoloni sul “Porto delle nebbie”. A questo punto la barzelletta non funziona più. Altro che ridere, non si capisce più nulla. Infatti i magistrati pugliesi hanno iscritto nel registro degli indagati anche l’oggetto delle minacce, Innocenzi, per favoreggiamento. Il poveretto così si trova nel duplice ruolo di vittima e di carnefice. Indagato c’è anche il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, e finalmente si conosce l’ipotesi di reato: rivelazione del segreto istruttorio. Qui ancora ci sarebbe un po’ da ridere. Perché l’accusa viene proprio da quei magistrati che hanno così blindato a doppia mandata l’inchiesta segretissima, da trovarsela pubblicata in lungo e in largo sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. L’accusa a Minzolini è di avere divulgato a mezzo mondo di essere stato sentito come teste ai primi di dicembre nell’inchiesta sull’American Express. Gli avevano detto “mi raccomando, resti fra noi”, e invece lui è stato intercettato con mezzo mondo mentre raccontava l’esperienza vissuta. In questi giorni il direttore del Tg1 deve avere sensibilmente peggiorato la propria situazione: l’inchiesta era ancora segretissima per tutti quelli che non avevano ancora letto Travaglio, e lui ha nuovamente tradito il patto con i magistrati rivelando tutto prima ai lettori di Libero in un’intervista e ieri perfino ai fan di Enrico Mentana che lo ha ospitato nel suo programma sulla web-tv del Corriere della Sera. Se i pm di Trani avessero fatto prima un giro a Montecitorio, avrebbero trovato centinaia di politici della prima e della Seconda Repubblica in grado di metterli in guardia: “se volete mantenere un segreto, non raccontatelo mai a Minzolini. Quello non sa tenersi un cecio in bocca”. E’ un sorriso amaro però quello che si leva da Trani. Perché ormai questa vicenda è entrata a gamba tesa a pochi giorni dal voto in una campagna elettorale già imbrigliata come mai era accaduto dai tentacoli di procure, Tar, vicende giuridiche e giudiziarie. A dire il vero sono due le campagne elettorali che gli uffici giudiziari pugliesi ormai condizionano: quella dei politici per le regionali e quella tutta interna ai giudici togati per l’imminente elezione del prossimo consiglio superiore della Magistratura. Già che c’erano quei ferrei custodi del segreto istruttorio hanno fatto trapelare confuse notizie di telefonate fra Innocenzi e uno dei leader di Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe: Cosimo Maria Ferri, attuale consigliere del Csm. Un po’ di fango fatto girare anche in quel ventilatore, senza che un fatto reale sia emerso e verificato. Riso amaro per tanti, dunque, e uno solo che in questa barzelletta triste riesce ancora a prendersi sul serio: Michele Santoro. Grazie a Trani può recitare la parte che da anni gli varrebbe l’Oscar come migliore attore protagonista: quella della vittima. Lo ha fatto anche ieri all’Infedele di Gad Lerner. Strana vittima quella che da più di 20 anni domina l’informazione televisiva (per tre anni addirittura, colpito insieme a Berlusconi dalla sindrome di Stoccolma: ha lavorato a Mediaset) e che pur di evitare lo sbocciare di nuovi talenti in grado di oscurarlo, si è fatto ibernare in prima serata Rai da una sentenza della magistratura che ce lo conserverà in eterno.

C'è un processo che ha Di Pietro contro Berlusconi. Il pm è Santoro. Le carte sono in mano a Fini. E non è fiction

C’è un processo che prevede un presunto colpevole, e qui non si fatica ad immaginare: è Silvio Berlusconi. Ha una parte offesa che ha denunciato il premier, e anche qui sembra tutto scontato: si tratta di Antonio Di Pietro. Ha naturalmente un pm che accusa, che si chiama Santoro. E qui la novità è solo che non si tratta di docu-fiction: non è un processo televisivo, ma un processo vero. E per il pm Santoro si tratta di banale omonimia: non c’è parentela con il Torquemada della tv di Stato. Il processo si sta svolgendo a Bergamo, tribunale presso cui Di Pietro circa un anno fa ha querelato Berlusconi dopo una puntata di Porta a Porta in piena campagna elettorale 2008 in cui il leader del Pdl aveva apostrofato così l’ex pm: “E’ un emerito bugiardo che non ha nemmeno la laurea valida”. Da lì appunto querela e processo. Che è già stato congelato in conseguenza del lodo Alfano, ma è ripreso il 18 novembre scorso in una breve udienza preliminare davanti al gip Patrizia Ingrascì in cui non si sono presentati né querelante né querelato (entrambi per legittimo impedimento) e a dire il vero nemmeno i due avvocati di fiducia (Sergio Schicchitano per Di Pietro, Niccolò Ghedini per Berlusconi), che si sono fatti sostituire da due giovani corrispondenti del foro locale. Pochi minuti d’udienza, per accogliere la richiesta della difesa, e cioè verificare con la Camera se Berlusconi dava del bugiardo a Di Pietro coperto o meno da immunità parlamentare. E poi intero fascicolo messo in busta e spedito il 25 novembre scorso con destinazione Camera dei deputati. La posta fra istituzioni non deve essere un modello di efficienza, perché per amara ironia del caso quel fascicolo giudiziario, quello con Di Pietro parte offesa, Berlusconi presunto colpevole e Santoro pubblico ministero, è arrivato nelle mani del presidente della Camera, Gianfranco Fini lunedì 14 dicembre, il giorno dopo l’aggressione a Berlusconi in piazza del Duomo a Milano. Nel bel mezzo della bagarre parlamentare fra Pdl e lo stesso Di Pietro che con toni da querela e controquerela stavano appunto commentando i fatti della domenica milanese. Per altro al “bugiardo” dato da Di Pietro a Berlusconi era subito arrivato come contro-risposta un “bugiardo” di Di Pietro a Berlusconi, ed era stata immediatamente annunciata una contro-querela che però mai è stata presentata. Più volte Di Pietro ha presentato in questi anni querele a Silvio Berlusconi perfino di fronte a giudizi generici sulla magistratura che non lo citavano direttamente. Al contrario, pur essendosi sentito dare del “bugiardo”, del “corruttore”, del “criminale” e anche del “mafioso”, Berlusconi ha annunciato querela a Di Pietro ma poi l’ha presentata in una sola occasione, assai recente, quando durante la campagna per le europee il leader dell’Italia dei Valori definì il premier “un magnaccia di veline”. Il processo è a Campobasso, dove il gip in prima battuta ha ritenuto subito non meritevole di alcuna considerazione la querela di Berlusconi (“magnaccia di veline” non sarebbe stata offesa politica). Ghedini però è riuscito a opporsi alla archiviazione del fascicolo e a tenere in piedi un procedimento che probabilmente mai si farà. Per altro se non ci sono molte querele contro Di Pietro- nonostante il linguaggio colorito più volte usato che certamente porterebbe un giornalista diritto a supercondanna- è perché si sa già in partenza che le azioni giudiziarie sarebbero inefficaci. Difficile trovare un collegio di magistrati che dia torto a un ex magistrato a capo del partito dei magistrati. Non solo: l’unica volta che per Di Pietro qualche rischio ci sarebbe stato, perché a querelare era un altro magistrato come Filippo Verde, il leader dell’Italia dei valori ha alzato immediatamente zitto zitto lo scudo che aveva a disposizione in quel momento: quello dell’immunità da parlamentare europeo, che lo ha tolto dalle pesti nella primavera scorsa. L’unica volta in cui avrebbe potuto dimostrare di razzolare come predicava, rifiutando l’immunità parlamentare e diventando davanti alla legge un cittadino come tutti gli altri, Di Pietro ha scelto la comoda pelliccia dell’immunità. E chissenfrega dei suoi di pietrini delusi.

Ma sì, mandiamo un vaffa alla Rai

Ma sì, mandiamolo questo vaffa alla Rai e al suo canone. Paolo Garimberti si indignerà, ma il modo per smettere legalmente di pagare il canone è spiegato perfino da lui sul sito ufficiale dell'azienda di viale Mazzini (http://www.abbonamenti.rai.it/Ordinari/IlCanoneOrdinari.aspx#DisdAbb) ed è un diritto di tutti i cittadini farlo. E credo sia giunto il momento per un segnale da inviare da più di una parte. C'è un caso Michele Santoro- Marco Travaglio, ma anche un caso Bruno Vespa, e di casi ormai ce ne sono a decine. Qui non è più questione di banale lottizzazione: in fondo quella in malo modo e con una forma per cui bisognava turarsi il naso, garantiva diritti di molti, quasi tutti. Rappresentava idee diverse, ma largamente diffuse. Ma oggi i veri partiti che hanno occupato la Rai non sono quelli palesemente rappresentati in Parlamento. L'informazione della tv di Stato e la sua programmazione di punta sono in mano al Partito dei magistrati, al Partito di Repubblica, al Partito di Mediaset e al Partito di questo o quel conduttore. Che cosa ha più di interesse pubblico una televisione così? Sì, è giunto il momento di dare davvero un segnale sul canone. Che faccia capire la lezione. La disdetta legale è un'arma politica finora poco utilizzata (ci ha pensato solo Beppe Grillo in passato), e che a parte i 5, 16 euro da versare per chiedere di sigillare il proprio televisore, comporta pochi disagi al cittadino che la fa: il giorno che mai davvero qualcuno venisse a mettere quei sigilli, basta andare a ripagare il canone per farseli togliere e tornare a guardare la tv come si vuole. Ma e qualche brivido freddo sarà corso sulla schiena dei tanti e tanti militanti e dirigenti e beneficiari del partitone Rai, magari l'andazzo attuale finirà. E allora mandiamolo questo vaffa alla Rai!

Conservateci Berlusconi,che per noi sono soldoni

Non ci fosse Silvio Berlusconi, dovrebbero inventarselo. Perché magari il tipo non andrà giù a loro, che dell’antiberlusconismo hanno fatto una ragione di vita. Ma sicuramente i loro cari faranno il tifo per tenere il Cavaliere più a lungo in vita. Perché grazie ai dividendi di lunghi anni passati in trincea contro Berlusconi, è sicuramente cambiata in meglio la vita dei vari Beppe Grillo, Michele Santoro, Marco Travaglio, Serena Dandini, Fabio Fazio, Vauro Senesi, Nanni Moretti, Sabina Guzzanti. A guardare la crescita del tutto anticiclica dei loro contratti, dei loro 730 e perfino dei beni dichiarati al catasto, poche professioni sono così redditizie come quella dell’antiberlusconismo in servizio permanente ed effettivo. Chissà se privo della trama principale dei suoi saggi Marco Travaglio riuscirebbe a scalare la vetta delle classifiche e dei diritti d’autore facendo felici Editori Riuniti, Chiare Lettere e Garzanti. Chissà se Michele Santoro sarebbe riuscito comunque ad approdare nella sua amata Amalfi e conquistare il buen retiro sognato da una vita, come ha fatto il 26 giugno scorso acquistando il rustico isolato (6,5 vani), con annessi due agrumeti e un vigneto da sogno. E senza mettere Berlusconi al centro della sua satira, Sabina Guzzanti ce l’avrebbe fatta a sbarcare a Favignana e conquistare lì con l’aiuto di Banca nuova la terra e le mura per godersi il meritato risposo? Sono tutti più ricchi e famosi da quando il Cavaliere è in campo. Ecco come. Beppe GRILLO- Prima o seconda Repubblica, Grillo è fra i pochi a non dovere quasi tutto al politico da lui ribattezzato “psiconano”. Ma sulla breccia anche in quel campo non si resiste decenni ai massimi livelli. Berlusconi gli è servito per evitare il declino e restare sulla breccia cambiando abito e un po’ mestiere. Non ci sono dati ufficiali recentissimi, ma la sua dichiarazione dei redditi ha sfiorato i 5 milioni di euro. Guadagna con gli spettacoli e con il blog, oltre a qualche diritto di autore. Ha fatto la fortuna di uno studio grafico, il Casaleggio e associati, che gli cura il sito Internet e che ormai fattura circa 2 milioni di euro all’anno. Grillo ha una società immobiliare, la Gestimar, amministrata dal fratello. E direttamente o indirettamente ha la proprietà di 19 fabbricati e un terreno in tutta Italia: 10 a Genova, 4 a Olbia (Porto Cervo e Golfo Aranci), 3 in provincia di Livorno, due a Rimini e uno a Valtournanche, in Valle d’Aosta. Michele SANTORO- La sua principale entrata viene dalla Rai e dal contratto che gli ha rifirmato il direttore generale, Mauro Masi: circa 700 mila euro all’anno suddivisi fra stipendio base e conduzione delle varie puntate. Anche lui ha puntato i suoi risparmi sul mattone: risulta proprietario di tre fabbricati a Roma , di uno a Salerno, città natale, e di un fabbricato e tre terreni (due agrumeti e un vigneto) ad Amalfi, acquistati appunto all’inizio dell’estate durante le pause televisive Marco TRAVAGLIO- La sua ultima dichiarazione dei redditi ufficiale risale al 2005 ed era inferiore ai 300 mila euro annui. Oggi quella cifra la fa con i diritti di autore di un solo libro. Secondo l’ultimo bilancio ufficiale di una delle case editrici che lo pubblicano, Chiare Lettere, in gran parte si deve a Travaglio il monte.-diritti del 2008, circa 800 mila euro. Il suo successo spesso è diviso con altri colleghi che non sempre riescono a scalare le vette delle classifiche, come Pietro Gomez. Gestisce un blog (ma i ricavi lì sono pochini) e ora è diventato azionista del nuovo quotidiano Il Fatto. La sua partecipazione al programma di Santoro viene retribuita con un gettone da 1.700 euro a puntata per 35 puntate. Non è certo la sua attività più redditizia. Serena DANDINI- Conduttrice e autrice simbolo di Rai Tre, inventata da Angelo Guglielmi e difesa con le unghie da Paolo Ruffini, vale per la Rai 710 mila euro all’anno, un po’ più di Santoro: 300 mila come conduttrice e 410 mila come autrice. Ma se li guadagna: il compenso è legato a ben 118 puntate. I risparmi della coordinatrice della satira antiberlusconiana sono finiti anche qui nel mattone: La Dandini,dopo avere donato a figlia e marito una casa di famiglia, risulta intestataria di due fabbricati a Roma (uno acquistato da Nicola Caracciolo, fratello del compianto Carlo, editore di Repubblica e dell’Espresso) e di tre fabbricati e due terreni in provincia di Lecce, nel comune di Disio. Li ha acquistati nel 2007: imponente il rustico su cui ha fatto lavori di ampliamento (13 vani) e l’annesso ficheto. La Dandini ha anche una sua società di produzione, la Goa production, che nel 2008 ha fatturato 292.249 euro con un utile netto di 36.707 euro Sabina GUZZANTI- La figlia prediletta di Paolo Guzzanti non vive certo di quei mille euro a presenza che offre Santoro per le sue apparizioni tv spesso facendo la caricatura del cavaliere. Ma quei flash servono a Sabina per fare lievitare il fatturato della sua attività principale: spettacoli, libri, film. Anche la Guzzanti si è trasformata in imprenditrice e controlla la maggioranza assoluta del capitale della Sss produzioni srl dove la sigla sta per “secol superbo e sciocco”. Nel 2008 ha fatturato 266.840 euro con un utile di 45.114 euro. Anche per lei risparmi nel mattone: ha acquistato nell’isola di Favignana (famosa per il tonno) quattro fabbricati e quattro terreni, in parte ad uso pascolo e in parte seminativo. Nanni MORETTI- Dopo essere diventato ricco sui guai della sinistra (celebre il suo “D’Alema dì qualcosa di sinistra”), il regista ha fatto boom con il suo Caimano, il film che fa di Berlusconi una macchietta terribile. Una decina di milioni il risultato ottenuto dalle sue Sacher film e Sacher distribuzione grazie agli incassi al botteghino e ai diritti pay tv. Come tutta la squadra anti-berlusconiana investimenti sicuri nel mattone: 5 fabbricati a Roma, anche se in parte provenienti dall’asse ereditario. Fabio FAZIO- L’antiberlusconiano versione oratorio. Il più caro di tutti per la Rai, visto che il sujo contratto vale circa 2 milioni di euro all’anno. Un vero e proprio re del mercato immobiliare: ha 4 fabbricati a Milano, 5 fabbricati e 12 terreni in prov incia di Savona, fra Celle ligure e Albisola. E questo dopo avere venduto a Celle solo un anno fa una delle case di famiglia per 1,5 milioni di euro. franco.bechis@libero-news.eu

36° giorno di caccia a Noemi- Flop internazionale della stampa di inchiesta

La caccia è giunta al 36° giorno, ma la volpe si è conservata intatta la sua pelliccia, fuggendo ai migliori cani da caccia sguinzagliati in mezzo mondo, che finora hanno rimediato una tale figuraccia da rischiare la condanna a una vita con la pantofola fra i canini... Sissignori, per incastrare sul caso di Noemi Letizia il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non si è badato a mute nè a spese. Ma il risultato sembra al momento assai magrolino. Repubblica ha messo in campo il suo migliore cacciatore, uno che dovrebbe scoprire tartufi anche a mille metri di profondità. Ma il povero Giuseppe D'Avanzo ha rimediato sì e no quel tubero-patata di Gino Flaminio, perfino con il dubbio di non averlo scovato, ma rimediato al mercato a 7-800 euro all'etto...Dopo 36 giorni in mancanza di meglio ha dovuto virare su un passaggio a bordo in aereo di Stato per Mariano Apicella, roba che perfino Clemente Mastella se l'era cavata all'epoca con una alzatina di spalle. Michele Santoro con la sua potenza di fuoco non è riuscito nemmeno a fare una direttina che sia una dal celebre ristorante di Casoria, cosa che 24 ore dopo è riuscita perfino a Lorenzo Cesa e Ciriaco De Mita che quelle sale hanno occupato per un tradizionalissimo pranzo elettorale. Il Corriere di Ferruccio De Bortoli, all'insegna del vorrei ma non posso si è dovuto accontentare una volta sola del bollettino degli umori del giorno di Veronica Lario. Il temutissimo Espresso è sceso in campo, ha sparato le sue rivelazioni sull'harem berlusconiano ma avendo il braccino corto non è riuscito nemmeno a rimediare una fotina di quelle che un anno fa fecero boom sulla prima pagina di Oggi. Magro bottino anche nella caccia al fotografo che avrebbe ben 1200 scatti sul Capodanno in allegria di villa Certosa. Pieno di topa- si dice. Ma l'unico topo beccato come mamma ha fatto è Mirek Topolanek, premier ceco. Sì, è proprio il simbolo della caccia grossa: ti attendi la topa, ti rimane in mano un Topolanek. Ma visto che la caccia è internazionale è scesa in campo perfino la stampa straniera. Antipastino offerto da Tana de Zulueta su The Guardian. Lei fu celebre giornalista (senza firma, è la regola) del "prestigioso" The Economist. Per due legislature è stata pure parlamentare italiana. Da più di venti anni vive in Italia, ma parla più o meno come Alberto Sordi in "Un americano a Roma". E con questa perfetta conoscenza del paese che la ospita e della sua professione ha spiegato ai lettori del Guardian che Berlusconi ormai ha occupato anche il Corriere della Sera, mettendoci alla guida Gianni Riotta. Complimenti! A parte la scoperta della militanza di Riotta nel Pdl, a noi tutti era sembrato fosse divenuto direttore del Sole 24 Ore, non del Corriere. Ma il meglio è venuto dal Times, altra "prestigiosa testata". Qui il tartufo scovato al mercato da Richard Owen era niente meno che un'intervista alla mamma di Noemi Letizia, pronta a minacciare: "Silvio dovrà fare per lei quello che non ha fatto per me". Evviva, solo che poi messo alle strette lo stesso Owen ha dovuto ammettere che la signora non era mai stata intervistata e che anzi aveva scopiazzato male da un giornale italiano "che non mi ricordo più quale sia!". Fatto sta che non Berlusconi invocava mamma Letizia, ma nostro Signore! Ironia della sorte il Times che voleva dare la spallata a Berlusconi è finito per scambiarlo con Dio... E lì le spallate hanno poca speranza. D'altra parte si tratta dello stesso giornale che in un editoriale stigmatizza che "Berlusconi si accompagni a donne 50 anni più giovani di lui". Già, il Times, quello di Rupert Murdoch, classe 1931. Sposato con Wendy Deng, classe 1968. Trentasette anni di differenza. L'età giusta- di più no- per il bon ton oltremanica... Resta in questa grande caccia lo spazio per la contraerea. E anche lì, risultati magrolini. Alle mute di Repubblica ha provato a resistere (legittima difesa, certo) Mario Giordano con il suo Giornale. Ha cercato in questi 36 giorni la prova regina: quella che il teste (teste, beh...) chiave di D'Avanzo, Gino Flaminio, avesse raccontato solo dietro compenso. La prova è arrivata. Con tanto di foto e filmato: Flaminio per vuotare il sacco ha chiesto soldi. E la consegna di 500 euro è stata documentata. Glieli ha dati un giornalista. Del Giornale...