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Quando c'è di mezzo un giudice, il Csm manda a quel paese la legge

Con 10 voti a favore, 4 contrari, 5 assenti e 7 astenuti il plenum del Csm ieri ha salvato il giudice Leonardo Bonsignore, presidente del Tribunale di Cagliari, dal trasferimento di ufficio per incompatibilità familiare, riconoscendo in effetti che la legge lo avrebbe imposto, ma si può non rispettare. La decisione ha lasciato qualche ferita interna, sia perché il voto finale ha ribaltato la decisione presa in commissione, sia perché il relatore di maggioranza, Mauro Volpi (votato da Rifondazione), ha fatto un riferimento alle recenti polemiche sulle procedure elettorali spiegando come “in questo periodo che tanto si protesta è bene che la forma prevalga sulla sostanza”. Il caso è molto semplice, e per altro nasce dalla segnalazione del diretto interessato: a Cagliari il giudice Bonsignore presiede il Tribunale, e la sua legittima consorte, Lucia La Corte, presiede il Tribunale per i minorenni. Secondo l’articolo 19 della legge sull’ordinamento giudiziario e le circolari interpretative “sussiste sempre situazione di incompatibilità fra magistrati in rapporto di parentela o affinità sino al terzo grado, coniugio o convivenza, preposti alla dirigenza di uffici giudiziari giudicanti o requirenti della stessa sede. Nel solo caso di Tribunali o Corti organizzati con una pluralità di sezioni per ciascun settore di attività civile e penale, il Consiglio può escludere che ricorra in concreto una situazione di incompatibilità se siano adottati accorgimenti tali da assicurare che i magistrati operino senza alcuna interferenza e senza che si abbia alcuna incidenza negativa sulla funzionalità dell’ufficio”. Ascoltato dal Csm il giudice Bonsignore ha assicurato che con la moglie non poteva esserci alcuna interferenza possibile: lei giudica i minori e lui gli adulti: “né in astratto né in concreto si ravvisa alcuna incompatibilità, stante l’insussistenza di interferenze fra le attività e le funzioni dei due uffici considerate le competenze del tutto separate di detti uffici”. Probabilmente in sostanza il giudice Bonsignore, che a Cagliari sta bene e che comprensibilmente non aveva alcun desiderio di essere allontanato dalla consorte, aveva ragione: lui e la signora avrebbero avuto davvero poche o nulle occasioni per pestarsi i piedi o agire in cartello familiare. Ma la legge consentiva di chiudere occhio solo in occasioni particolari, precisamente elencate. E in quelle non rientrava il caso di Cagliari. Peggio: con una piccola inchiesta, è venuto fuori che per legge il presidente del Tribunale distrettuale ha “dovere di vigilanza nei confronti dei giudici del tribunale dei minorenni”, quindi anche sulla moglie. Bonsignore si è difeso: “è una legge del 1946, totalmente e integralmente disapplicata in tutta Italia. In ogni caso assolutamente mai si sono verificate a Cagliari in concreto interferenze né mai c’è stata esplicazione alcuna del potere di sorveglianza”. Per la commissione del Csm poco contava la buona condotta auto-certificata dal magistrato: la legge è legge, e si deve rispettare, per cui marito e moglie non potevano stare entrambi a Cagliari. Ieri il plenum grazie anche al voto di Nicola Mancino ha graziato invece per buona condotta i due coniugi, decretando che le leggi si possono anche non rispettare

Le sentenze sono sacre! Ma il Csm non le rispetta

Le sentenze non si discutono, si rispettano e si applicano. Questa massima, ripetuta come una cantilena da magistrati, giuristi e legulei, vale per tutti. Beh, non proprio per tutti. Per tutti i comuni mortali. Meno i magistrati. Già, perché la sentenza riguarda loro, mica la debbono per forza rispettare. La buttano nel cestino. Come ha fatto nell’ultimo anno e mezzo per ben due volte il massimo organo di autogoverno della magistratura, il Csm. Due volte infatti il Consiglio di Stato ha annullato per irregolarità la nomina di Giovanni Palombarini a procuratore generale aggiunto della Corte di Cassazione. Due volte il Csm ha fatto finta di nulla e buttato nel cestino la decisione del massimo organo della giustizia amministrativa. E mercoledì scorso ha rinominato Palombarini procuratore generale aggiunto della Cassazione con la stessa procedura (una chiacchierata in commissione, stretta di mano e pacche sulle spalle) già annullata due volte per irregolarità. Palombarini era stato nominato a quell’incarico il 18 ottobre 2007. Tre magistrati che ritenevano di avere più titoli di lui hanno fatto ricorso. E vinto con decisione del Consiglio di Stato numero 3513 del 2008. Solo uno di loro, Vitaliano Esposito, ha ritirato poi l’azione giudiziaria. Non perché si sia convinto che Palombarini avesse più titoli di lui. Solo perché Esposito è stato nominato dal Csm a un grado più alto, quello di procuratore generale di Cassazione, e non avrebbe avuto senso continuare a battagliare per essere retrocesso. Davanti all’annullamento della nomina, il Csm non ha nemmeno lontanamente pensato di fare autocritica. Qualcosa tipo riguardare bene i curricula, esaminare tutti i candidati e poi scegliere con profonde motivazioni quello più adatto all’incarico, come stabiliva il Consiglio di Stato. Macchè, quelli Palombarini volevano e Palombarini hanno rinominato semplicemente riconvocandolo in commissione per una brillantissima audizione e stabilendo che sì, lui era l’uomo giusto. Inutile dire che di fronte a quello che loro sembrava un sopruso bello e buono, i due esclusi che attendevano giustizia, e cioè Carmelo Renato Calderone e Antonio Siniscalchi, hanno ripresentato ricorso al Csm. I supremi giudici amministrativi il 31 dicembre 2009, un po’ spazientiti per il comportamento dei colleghi del Consiglio superiore della magistratura, hanno bocciato con sentenza il loro comportamento e in più licenziato dall’incarico lo stesso Palombarini. Il Consiglio di Stato spiega che “non vi era adeguata motivazione in ordine alla ritenuta prevalenza del dott. Palombarini sugli altri candidati a fronte di quanto risultante dai fascicoli personali degli stessi: imn particolare emergeva dagli atti che il dott. Esposito vantava una più lunga e variegata esperienza presso gli uffici di legittimità e che sia il dott. Calderone che il dott. Siniscalchi potevano vantare maggiore esperienza dirigenziale specifica”. Di più: “illegittimo era il ruolo determinante che era stato assegnato, quanto al requisito delle attitudini e capacità organizzative, all’audizione del dotto. Palombarini, atteso il carattere integrativo e sussidiario che per, consolidata giurisprudenza, l’audizione personale riveste rispetto alle risultanze documentali relative ai precedenti in carriera dei candidati”. Come dire che uno studia per anni da mattino a sera, lavora come una bestia, macina titoli su titoli e poi a un concorso gli preferiscono un altro solo perché è più brillante e simpatico nella conversazione. Agli esclusi secchioni girano le scatole. Al Consiglio di Stato hanno bollato questa decisione con il timbro che dovrebbe essere più infamante per il Csm: “illogica e illegittima”. E così il 31 dicembre il Consiglio di Stato ha concluso: “Alla luce dei rilievi fin qui svolti, s’impone una decisione di accoglimento delle domande di parte ricorrente. Alle amministrazioni intimate, pertanto, va ordinato di porre in essere tutti gli atti necessari per la corretta ottemperanza al giudicato in questione, attraverso una ulteriore rinnovazione della valutazione comparativa”. Il 20 gennaio il Csm si è riunito e ha semplicemente rinominato Palombarini al suo posto, facendo spallucce al consiglio di Stato. Palombarini, il candidato per cui si buttano nel cestino le sentenze, non è di primissimo pelo. Nato a Gorizia nel 1936, va per i 74 anni. Nel 1981 è stato eletto segretario generale di Magistratura democratica e successivamente presidente della stessa corrente dei magistrati. Grazie a Md fra il 1990 e il 1994 è stato eletto nel consiglio superiore della magistratura. Ai suoi contendenti beffati per la seconda volta dal Csm resta ancora una possibilità: quella della causa civile per avere almeno il riconoscimento economico dei loro diritti. Ogni anno decine di magistrati, perfino quelli in pensione, scelgono quella strada per avere riparazione dalle ingiustizie del Csm. E ottengono il dovuto senza incontrare resistenza: tanto il loro aumento di stipendio e lo scatto di pensione viene pagato da Giulio Tremonti, mica da Nicola Mancino e dai suoi colleghi.

Tremonti fa il Babbo Natale del Csm

La vera sorpresa è arrivata l’ultima settimana a palazzo dei Marescialli. Ai membri del Consiglio superiore della Magistratura, a poche ore dal Natale, è stato il segretario generale dell’organo a rilevanza costituzionale, Carlo Visconti, a portare la buona novella: “Giulio Tremonti ha cambiato idea. Arrivano due milioni di euro in più in cassa”. Un vero e proprio regalo di Natale in anticipo per Nicola Mancino & c, che ormai vi disperavano: nonostante i tagli draconiani imposti fin dal suo primo giro davanti alle Camere dalle tabelle di bilancio allegate alla finanziaria, il durissimo Tremonti si è fatto commuovere dai magistrati. Loro chiedevano una integrazione di bilancio di 5 milioni di euro, le porte sembravano chiuse, ma alla fine la notizia dei due milioni di euro in arrivo ha fatto sorridere tutti. Forse almeno per Natale i magistrati saranno un po’ più buoni con il governo che tanta generosità ha mostrato nei loro confronti. Tanta, anche perché quella del Csm non è proprio una storia di povertà alla San Francesco di Assisi. Basti pensare che per fare funzionare il parlamentino dei giudici togati e non togati che con cuore assai tenero controllano e puniscono (praticamente mai) le malefatte della categoria nel 2001 bastavano 18,9 milioni di euro. La cifra è lievitata nel bilancio di previsione 2009 (solo contributo pubblico, perché di entrate ce ne sono altre) a 29,6 milioni di euro, con un aumento percentuale del 56,7%. Insomma, non erano gli alti papaveri della magistratura i primi a doversi lamentare per la rigidità della crisi, tanto più che per loro tirare un po’ la cinghia non sarebbe stato un dramma: il grosso del bilancio- a parte gli stipendi- se ne va a pagare spese di viaggio e “formazione” di componenti e dipendenti. Ma proprio il loro caso segnala la svolta natalizia del ministro Tremonti. La trasformazione dell’arcigno custode dei conti e forzieri pubblici in un Babbo Giulio Natale è stata per altro più che evidente in Senato in occasione dell’approvazione in terza lettura della legge finanziaria. A palazzo Madama il governo non ha messo la fiducia nel testo, anche se non ha concesso alcun tipo di modifica per non dovere tornare alla Camera per la quarta lettura. Qualche maldipancia più nella maggioranza che nell’opposizione è sbucato fuori qua e là. In commissione difesa anche più di un maldipancia, con un intervento assai pesante da parte del relatore Luigi Ramponi (Pdl- ex An) molto critico sulla decisione di spostare fondi dei militari a tamponare i problemi di bilancio di Gianni Alemanno al comune di Roma. Ma in mezzo alle baruffe e pur dovendo spostare ogni decisione concreta all’anno prossimo, è arrivata la strenna natalizia del vice-Tremonti, Giuseppe Vegas. E’ stato l’uomo della finanziaria nella commissione Bilancio ad accettare- come mai era avvenuto in questi anni- tutti gli ordini del giorno di maggioranza e opposizione, perfino quelli bocciati in altre commissioni proprio per la perplessità del governo. Un dono di Natale (gli ordini del giorno impegnano il governo formalmente se non sono accettati come seplice raccomandazione) inatteso ai più. Anche perché nella lista delle richieste che il governo ha detto “esaudirò, non subito, ma esaudirò”, c’è davvero di tutto, e non proprio di poco conto: riforma dell’Irpef, limatura dal 2010 di un po’ di Irap, revisione di quegli studi di settore che da anni sono diventati un incubo per le partite Iva, estensione della cedolare secca sugli affitti -che in finanziaria è prevista per la sola provincia de L’Aquila- in via sperimentale già nel 2010 su tutto il territorio nazionale con una prima possibilità di detrazione delle spese sostenute per il canone di locazione della prima casa. E come capita con i regali di Natale, il governo promettendo di esaudire non ha separato letterina da letterina, accettando davvero di tutto: dalla richiesta di rimettere qualche soldarello nel Fondo unico per lo spettacolo, a quella di finanziare la partecipazione delle scuole ai prossimi giochi della Gioventù, fino alla assicurazione che l’anno prossimo verranno integrati i fondi delle associazioni combattentistiche. Una rivoluzione copernicana per Tremonti. Che ha commosso tutti, con questo suo cuore improvvisamente grande come un melone. Ma chissà quanto durerà…

Il Csm piccona già la legge Maroni sugli immigrati

Che fosse contrario l’aveva fatto sapere a chiare lettere, forse andando al di là delle proprie competenze costituzionali prima che il Parlamento votasse il testo di legge. Ora il Csm di Nicola Mancino ha assestato una picconata decisa al pacchetto sicurezza e più in generale alle norme di leggi penali e amministrativi che dovrebbero regolare l’espulsione degli immigrati clandestini. La scorsa settimana il plenum di palazzo dei Marescialli si è diviso su una pratica della ottava commissione, originata da un quesito del presidente del tribunale di Genova e ha stabilito che le udienze di convalida per l’espulsione davante ai giudici di pace non possono più essere effettuate in locali della Questura. Anche a rischio di fuga dell’immigrato. La questione sembrava di poco conto, e per altro la pratica, originata nel 2008, non ha nemmeno citato le nuove norme divenute legge (il reato di clandestinità) pochi giorni prima del plenum del Consiglio superiore della magistratura. A Genova per alcuni anni i processi di convalida delle espulsioni sulla base della legge Bossi-Fini si sono tenute nei locali messi a disposizione del Questore in modo da potere procedere con l’espulsione in tempi brevi dopo il fermo dell’immigrato irregolarmente presente sul territorio italiano. Poi è cambiato il coordinatore dell’ufficio dei giudici di pace e ha stabilito che in questura no, non si poteva fare. Bisognava andare come per tutti gli altri processi in un’aula di tribunale. Il questore preoccupato ha elencato quelle che secondo lui erano le conseguenze negative della decisione: “necessità che gli stranieri fossero trasferiti nei locali dell’ufficio del Giudice di pace, ritardi nei provvedimenti di convalida, pericolo che gli stranieri si sottraessero alla vigilanza degli agenti di polizia, non essendo possibile adottare nei loro confronti i mezzi di coercizione normalmente adoperati nei confronti dei detenuti”. E così infatti stava avvenendo, per questo il presidente del Tribunale che non sapeva optare per l’una o l’altra tesi ha chiesto aiuto al Csm. Era il 14 ottobre 2008. E con i tempi del Csm, simili a quelli di una gestante, nove mesi dopo è stata partorita la decisione. No, la dignità di uno straniero e il suo diritto a un’aula di tribunale adeguata è più importante del rischio di fuga. Dibattito lacerante, anche un po’ superato dalla storia, quello che per più di un’ora ha coinvolto il Csm. Ma ala fine si è stabilito che celebrare un processo in locali della Questura è da stato di polizia. E i clandestini potranno darsela a gambe in attesa dell’aula giusta... Franco Bechis