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Compagni, tutti in campagna! Ecco le seconde, terze e quarte case dei leader della sinistra

Compagni, si va in campagna! E se non si trova il casalino toscano, umbro o pugliese che fa tanto chic, allora si va al mare! A sinistra è esplosa da qualche anno la moda della seconda o terza casa di proprietà, purchè silenziosa, accogliente e accomodante le buone letture. Grazie alla moda è tutto un fiorire di affaroni immobiliari che contagiano senza distinzione di credo nouvelle e ancient vague del Pd, vecchi comunisti all’amatriciana, rifondaroli dell’ultima ora e radical chic che sorridono ormai trionfanti per avere imposto ad ogni portafoglio il trend preferito. Il luogo preferito dagli agenti immobiliari rossi- si sa- è quello spicchio di terra fra campagna e mare in Toscana, poco oltre il confine con il Lazio. Tanto per intenderci, Capalbio e dintorni. Hanno lì casa (qualcuno la prima, altri la seconda e la terza) Furio Colombo e Alice Oxman, Giorgio Napolitano e Claudio Petruccioli con rispettive consorti, ma a pochi chilometri la truppa si ingrossa. Cìè Giuliano Amato con signora che da anni svernano e passano l’estate ad Ansedonia, chissà se ancora a giocare un buon tennis. C’è  Piero Fassino che con un mutuo si è ristrutturato un casale dalle parti di Scansano, dove va con la moglie Anna Serafini quando gli viene a noia la casa romana a due passi dal Pantheon (che battaglie con i locali della piazza che non chiudono mai i battenti, né di sabato né di domenica!). C’è un professore rivoluzionario attualmente in prestito all’Italia dei Valori, come Pancho Pardi che ha in pochi chilometri ha ben due case: una nell’esclusivo Monte Argentario, regno della compianta Susanna Agnelli, e l’altra davanti alla spiaggia della Giannella, quasi attaccata ad Orbetello. Pulsa lì il cuore della seconda casa di sinistra. Ma non pochi hanno scelto l’Umbria. Vi è approdato con la consorte l’ex presidente della Camera ed ex padre di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti: relax nella magione di Massa Martana, sui colli perugini per fuggire dalla casona dei Parioli e dal suo traffico insolente. Bertinotti da anni ha pure un’alternativa piena di magia, come la seconda casa (quella umbra è la terza) di Dolceacqua all’ombra del castello e vicino alle rive del fiume che vi passa in mezzo. Incantevole, ma un po’ lontanina per chi abita a Roma: si è praticamente a Ventimiglia, sul confine con la Francia. Ottima- certo- in questi giorni, se si vuole cfare un salto a Cannes e vedersi Draquila, l’ultima diabolica invenzione della amata Sabina Guzzanti.
Sulle colline umbre oziano volentieri nella seconda o terza magione altri protagonisti delle migliori stagioni della sinistra. Come Andrea Manzella, a Città della Pieve, Tommaso Padoa Schioppa e la sua compagna Barbara Spinelli fra Orvieto e Parrano, in provincia di Terni. O Giovanna Melandri a Ficulle, nel casale donatole dalla seconda moglie del padre. A metà strada fra i toscani e gli umbri si aggira invece Giuseppe Fioroni, che nella sua Viterbo ha possedimenti immobiliari in più di un paese (sono cinque le case a lui intestate). Preferiscono il mare e il ritorno nelle terre natie invece Umberto Ranieri, che ha acquistato a Maiori sulla spiaggia salernitana la sua terza casa (le altre a Roma e Napoli). O Alfonso Pecoraro Scanio che può fermarsi a dormire quando vuole in due case nel salernitano, in quella di Napoli o in quella della capitale. A sinistra non dispiace neppure la Puglia. Ci abita ovviamente Niki Vendola, governatore della Regione, anche se non è molto che ha comprato una sua casa a Terlizzi. Ci viene Vincenzo Visco, a Martinafranca in provincia di Taranto, quando non preferisce raggiungere la sua seconda casa in Pantelleria. Ci ha messo piede dal febbraio scorso anche un altro ex presidente della Camera, Luciano Violante, che ha acquistato a Francavilla Fontana, provincia di Brindisi, forse un po’ stanco delle vacanze un po’ in grigio nella sua seconda casa di Cogne, in Valle D’Aosta.

Giù le mani dalle nostre indennità! Basta toccare la loro tasca e perfino l'Idv si trasforma in casta

Riformate tutto, ma non tagliateci lo stipendio. A sorpresa in Senato è risorta fra le fila dell’opposizione la casta, che sta facendo fuoco e fiamme per garantire superstipendi ai prossimi eletti nei consigli regionali. Pd e Idv hanno infatti sollevato eccezione di costituzionalità nei confronti dell’articolo 3 del decreto legge a firma Silvio Berlusconi, Roberto Calderoli ed altri, che punta a calmierare fra le altre anche le spese delle Regioni per il funzionamento dei propri organi istituzionali: consiglio e giunta. A dire il vero non è che avesse calato la mannaia sugli stipendi. Ha solo proposto una norma quadro di buon senso, lasciando piena autonomia a ciascuno: “Ciascuna Regione”, stabilisce l’articolo, “a decorrere dal primo rinnovo del consiglio regionale successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto, definisce l’importo degli emolumenti e delle utilità, comunque denominati, ivi compresi l’indennità di funzione, l’indennità di carica, la diaria, il rimborso spese, a qualunque titolo percepiti dai consiglieri regionali in virtù del loro mandato, in modo tale che non accedano complessivamente, in alcun caso, l’indennità spettante ai membri del Parlamento”. Insomma: superstipendi sì, ma non più di quelli che si concedono a deputati e senatori. Sembrava filare liscia, e invece, apriti cielo! Quando hanno visto quel taglio per i loro beniamini, coro di proteste nelle fila del Pd e perfino dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. “E’ incostituzionale, è incostituzionale!”, hanno tuonato all’unisono scoprendosi improvvisamente superfederalisti, e a poco è servita la spiegazione della maggioranza di non volere prevaricare le Regioni: ognuna deciderà autonomamente, nel limite però di un tetto di spesa che anche i cittadini dovrebbero apprezzare. Il braccio di ferro è in corso, e per ripicca Pd e Idv hanno inondato le commissioni riunite (Affari costituzionali e Bilancio) di palazzo Madama di centinaia di emendamenti. Che non solo puntano a sventare il calmiere governativo sugli stipendi della casta, ma a fare allargare i cordoni della borsa nei confronti dei loro beniamini e affiliati, tutti professionisti della politica che non saprebbero come sbarcare il lunario senza le generosità pubblica. Nelle fila del Pd pioggia di proposte per fare risorgere dopo il taglio governativo (già ammorbidito dalla Camera)le comunità montane anche quando sono a livello del mare. Clamoroso fra i tanti un emendamento dell’Italia dei valori, primo firmatario Pancho Pardi (ma ci sono anche altri pezzi grossi come Felice Belisario e Stefano Pedica) che getta nel cestino anni di prediche inutili (ed evidentemente un po’ false) sui costi della politica e la necessità di tirare la cinghia. I valorosi dipietristi (emendamento 4.53) chiedono infatti di restituire ad amministratori e consiglieri di enti locali dalle mani bucate quel taglio del 30% dei loro stipendi che nel 2009 aveva loro comminato Giulio Tremonti come punizione per non avere rispettato l’equilibrio dei conti previsto dal patto di stabilità. La nuova casta è dunque tornata.