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Marianna, o del nulla



A fine luglio ero davanti al Nazareno. Nella sede del Pd stava terminando il dibattito sulla relazione di Matteo Renzi e i big uscivano alla spicciolata snobbando la replica del premier. Via Matteo Bersani, via Guglielmo Epifani, via Nico Stumpo, via Francesco Boccia. Tutti inseguiti da troupe di Rai news, di Sky e delle varie web tv, oltre che da quei simpaticoni che si piazzano dietro le telecamere a farsi immortalare seguendo le orme di Gabriele Paolini, il più celebre disturbatore delle dirette video. 

Ad omaggiare il dittatore coreano con Razzi e Salvini c'erano anche Pd, Sel e M5s



Non c'era solo Matteo Salvini con Antonio Razzi a omaggiare i vertici della dittatura della Corea del Nord. Anche se per tutti i giornali in viaggio è andata solo quella coppia, i politici presenti erano ben di più. C'era la renziana Laura Venittelli (Pd), i due vendoliani di Sel Gianni Melilla e Arcangelo Sannicandro, il cinque stelle Gianluca Castaldi e anche altri due leghisti: Paolo Grimoldi e Stefano Borghesi. Come racconta Razzi il viaggio serviva a fare fare pace alle due Coree... e pare che ci siano riusciti in una strana fabbrica là dove nasce il ginseng...

Auto blu, aereo blu: la campagna di Renzi la paghi tu

La fattura sarà saldata dai contribuenti italiani. Nell'ultimo mese il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha fatto ventre a terra campagna elettorale per il suo partito e per i principali candidati al Parlamento europeo come alle amministrative collegate. Da Milano a Palermo, da Napoli a Pordenone, da Firenze a Reggio Calabria, da Genova a Cesena, Renzi è stato infaticabile, unendo in qualche giornata chiave anche 5 comizi elettorali, visite alle realtà produttive locali e partecipazioni televisive registrate nel frattempo o confinate a fine giornata alla diretta dagli studi delle varie emittenti.

Non si salva nessuno a Eni, Enel e Poste *E Tremonti ispira Matteo* Sono socio Avis... e del Pd.. * Silvio attento, che er gatto se lo magnano

Fino all’ultimo qualcuno ha consigliato prudenza, ma alla fine il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sembrano irremovibili. Quando prima di Pasqua il Tesoro comunicherà la lista per i consigli di amministrazione delle società controllate (Enel, Eni, Finmeccanica, Poste le più importanti, ma ci saranno anche Enav, Poligrafico dello Stato, Sogesid), si capirà bene “l’operazione Napalm” che ha in mente il premier: nessuna riconferma di peso nei consigli di amministrazione uscenti. L’opzione zero rinnovi è legata anche alla vicenda degli emolumenti: siccome il Tesoro non può che dare indicazioni, è più facile che siano rispettate alla lettera da nuovi entranti. Le nuove regole saranno: riduzione dei compensi per presidenti (che secondo le nuove regole di governance Eni ed Enel dovranno essere indipendenti) e amministratori delegati e non cumulabilità delle deleghe con eventuali incarichi dirigenziali interni. Questo significa che se un amministratore delegato sarà anche direttore generale della società, dovrà optare per una delle due retribuzioni. L’indicazione del Tesoro riguarderà anche i cosiddetti secondi livelli: ci si attende una riduzione complessiva del costo della dirigenza del 25% rispetto al mandato precedente. Obiettivo di carattere generale, la cui realizzazione è però lasciata all’autonomia del management, anche per limitare il rischio di un esodo dei migliori manager di quelle società. *************** E per il Def torna di moda Giulio Tremonti
Il varo è atteso dal consiglio dei ministri per il prossimo 9 o 10 aprile. Nel Def- documento di economia e Finanza- si leggeranno ancora una volta le slides dei progetti di Matteo Renzi. In modo un po’ più ufficiale (il testo sarà trasmesso per la parte del programma delle riforme anche alla commissione Ue che lo valuterà) e un po’ più dettagliato, ma ancora molto generico. Spunta però una regola che si definisce nuova e ha però sapore antico: in tutti i prossimi provvedimenti economici (da quello sull’Irpef fino alla prossima legge di stabilità per il 2015) cambieranno tutte le clausole di salvaguardia, che sono le alternative automatiche in grado di sostituire e garantire le coperture finanziarie previste. Mai più- dicono al Tesoro dove la nuova regola è stata pensata dal viceministro Enrico Morando- clausole di salvaguardia che aumentino le tasse o diminuiscano le detrazioni fiscali, che è poi la stessa cosa (era il meccanismo previsto nell’ultima legge di stabilità da Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni). D’ora in avanti ogni clausola di salvaguardia si baserà sui tagli di tutti i capitoli di spesa: del 5%, del 10% a seconda dei casi. Ecco il sapore antico: era quello che avveniva con vituperati “tagli lineari” di Giulio Tremonti… ******* Le associazioni non segrete di Matteo
Nella sua dichiarazione patrimoniale Matteo Renzi dà la sua parola di scout e garantisce: “Dichiaro di non appartenere ad alcuna società segreta”. Poi elenca le associazioni a cui invece aderisce: l’Avis (è un donatore di sangue), L’Aia- associazione italiana arbitri di cui è socio onorario per gentile omaggio del 2011 di Giancarlo Abete e Marcello Nicchi e… dài, che poi c’è anche una terza associazione a cui appartiene… Ah, eccola: il Pd… ************ Berlusconi animalista? Sì, ma attenti al gatto
Piccola discussione forzista colta in un angolo del Senato. Si sta commentando l’ultima idea di Silvio Berlusconi di fare adottare ai suoi cani e gatti per conquistare l’elettorato animalista. Porterà voti? Augusto Minzolini ricorda che quando dirigeva il Tg1 lo share saliva di almeno 2 punti ogni servizio sugli animali di compagnia. Lo interrompe un funzionario romano del gruppo: “Dotto’, ma nun c’era ‘a crisi. Di questi tempi, se fa adottà er gatto, ‘a sera ‘o trova ner forno: s’o magnano…”.

Quei 180 dipendenti se li paghino i Pd di Roma

Il governo di Enrico Letta si fa bello abolendo il finanziamento pubblico ai partiti. E' in gran parte falso, ma comunque ipocrita. Primo perché soldi pubblici arriveranno ancora per tre anni. Secondo perché ai partiti è dato un premio speciale. detrazioni al 52% per chi dona loro fino a 5 mila euro. Tanto per capirci quei 5 mila euro donati alle Onlus consentono una detrazione oggi del 19%, dall'anno prossimo del 26% (la metà esatta). E' ingiusto: i partiti OCCUPANO lo Stato, le Onlus si sostituiscono allo Stato dove colpevolmente manca. Di fronte a questa cinghia fasulla da tirare il tesoriere del Pd, Antonio Misiani, ha trovato l'uovo di Colombo: con la scusa dei soldi pubblici che mancano, ha annunciato a 180 dipendenti del partito che li manderà in cassa integrazione. In deroga, naturalmente: 18 mesi di stipendio pagati tutti dai contribuenti italiani. Così che cambia? Io un'idea ce l'ho: quei 180 dipendenti siano stipendiati tutti dai circa 60 parlamentari del Pd (Enrico Letta compreso) che vivevano a Roma già prima di essere eletti. Prendono 3.500 euro al mese di diaria per le spese di soggiorno a Roma (che non hanno) e 1.100 euro al mese di rimborso taxi per raggiungere l'aeroporto e volare a Roma (per loro grottesco). Con quei soldi si pagano almeno 120 dipendenti del Pd...

Come gli zombie... I partiti che erano sciolti e già morti, resuscitano e ci portano via 85 milioni di euro


E’ come in quei film in cui il caro estinto all’improvviso si sveglia, scopre di essere vivo e balza fuori dalla bara sano come un pesce. Come gli zombie, come nel ritorno dei morti viventi fra qualche giorno a luglio resusciteranno partiti politici di cui spesso ci si era scordata l’esistenza. E con loro perfino quelli di cui in pompa magna si era celebrato da tempo il funerale. Tutti pronti a correre con il cappello in mano all’ufficio tesoreria dei due rami del Parlamento. E riscuotere insieme un maxi assegno da 85 milioni di euro, gentilmente offerto da ignari contribuenti italiani. Poverini, loro sui giornali si leggono in queste settimane di lite e dispettucci fra chi vuole le correnti Pdl e chi le vede invece come fumo negli occhi. Altro che correnti, però! Nel partitone fondato da Silvio Berlusconi ci sono ancora due veri e propri cicloni: Forza Italia e Alleanza Nazionale. Li avevamo dati per morti entrambi, e invece fra pochi giorni usciranno entrambi dalla tomba per mettersi in tasca un assegnone uno da 25,7 milioni di euro e l’altro da 13,1 milioni di euro. Spunterà perfino una sigletta di cui ci si era ormai dimenticati: la Casa delle libertà. Con il vestitino di Cdl Trentino riscuoterà 280 mila euro. Il solito trattamento di favore per i cari estinti del governo? Macchè, gli zombie stanno per saltare fuori anche dalle fila dell’opposizione. Si materializzerà perfino quel fantasma di Romano Prodi che appena appare fa venire uno stranguglione sia all’attuale segretario del Pd, Pierluigi Bersani che al suo predecessore, Walter Veltroni. Perché dalla tomba sta per uscire nientemeno che l’Ulivo. Passerà alla cassa per ritirare un assegno da 16,1 milioni di euro. E sarà in  buona compagnia, perché per la manina terrà uno zombino, “Insieme con l’Unione” pronto a riscuotere un milione e 677 mila euro. A sinistra c’è addirittura da organizzare un festival del caro estinto. Perché oggi c’è il Pd, nato sulle ceneri dei Ds e della Margherita di Francesco Rutelli, con qualche mozzicone verde, qualche altro socialista e le intere truppe dei radicali. Dopo essere nato ha già divorziato da una parte di se stesso: Rutelli ha preso il volo e fondato l’Api, già tonificata dai rimborsi elettorali per le ultime regionali. Ma sotto la cenere c’è una moltitudine di morti viventi che sta per svegliarsi. Defunti i Ds? Noo. Sono morti che camminano e stanno per andare a incassare dal popolo italiano un assegnone da 9,3 milioni di euro. Defunta la Margherita? E chi l’ha detto? E’ solo sciolto quel partito. Ma esiste ancora e sta per prendersi un maxi-contributo da 6,1 milioni di euro. E radicali e socialisti? Un tempo si fusero insieme e diventarono la Rosa nel pugno, formazione politica tragicamente defunta ai suoi primi passi. Niente lacrime: risorgerà a luglio per prendersi il milione e 331 mila euro a cui ha ancora diritto. I verdi? Qualcuno di loro si è riciclato nel Pd, gli altri sono a spasso non più rappresentati in Parlamento. Morti però no: li tiene in vita un assegnone lì pronto ad essere sventolato, e sono ancora un milione e 54 mila euro.
Vi ricordate ancora di Fausto Bertinotti e del suo erede alla guida di Rifondazione comunista? No? Niente paura: loro si ricordano ancora di voi e del buon cuore di tutti i contribuenti italiani. Perché se l’avete dimenticato, fra pochi giorni girerete a Rifondazione comunista un bonifico da 6,98 milioni di euro. E siccome Oliviero Diliberto è scomparso più di loro, ma un po’ di invidia ancora la coltiva, passerà anche lui alla cassa. I suoi comunisti italiani hanno ancora diritto a mettere le mani su un piatto ricco dove troveranno un milione e 188 mila euro. Poco più di quelli restati per il povero Clemente Mastella che fosse stato per lui mai avrebbe celebrato il funerale della sua Udeur. Buone notizie: ha ancora da riscuotere un milione e 91 mila euro e l’estrema unzione può essere ancora rimandata.
Per fare 85 milioni- tutti sottratti alle tasche degli italiani nell’assoluto disinteresse di chi ha firmato la finanziaria del gran rigore- manca ancora qualche mancia che gentilmente bisogna offrire a mini-sigle forse nemmeno notate sui palcoscenici della politica. Ha diritto a 366 mila euro l’Unione estero. Poco più di quei 316 mila euro che finiranno nelle tasche dell’Unione-Svp. mancano all’appello 113 mila euro della Lista consumatori, altri 77 mila euro destinati al movimento politico “Per l’Italia-Tremaglia” che fa quasi rima e i poco meno di 34 mila euro dovuti a Forza Italia-An Valle D’Aosta, primo esperimento in laboratorio alpino di quel sarebbe diventato il Pdl. Tutti morti, ma con le tasche più vive che mai.

Giù le mani dalle nostre indennità! Basta toccare la loro tasca e perfino l'Idv si trasforma in casta

Riformate tutto, ma non tagliateci lo stipendio. A sorpresa in Senato è risorta fra le fila dell’opposizione la casta, che sta facendo fuoco e fiamme per garantire superstipendi ai prossimi eletti nei consigli regionali. Pd e Idv hanno infatti sollevato eccezione di costituzionalità nei confronti dell’articolo 3 del decreto legge a firma Silvio Berlusconi, Roberto Calderoli ed altri, che punta a calmierare fra le altre anche le spese delle Regioni per il funzionamento dei propri organi istituzionali: consiglio e giunta. A dire il vero non è che avesse calato la mannaia sugli stipendi. Ha solo proposto una norma quadro di buon senso, lasciando piena autonomia a ciascuno: “Ciascuna Regione”, stabilisce l’articolo, “a decorrere dal primo rinnovo del consiglio regionale successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto, definisce l’importo degli emolumenti e delle utilità, comunque denominati, ivi compresi l’indennità di funzione, l’indennità di carica, la diaria, il rimborso spese, a qualunque titolo percepiti dai consiglieri regionali in virtù del loro mandato, in modo tale che non accedano complessivamente, in alcun caso, l’indennità spettante ai membri del Parlamento”. Insomma: superstipendi sì, ma non più di quelli che si concedono a deputati e senatori. Sembrava filare liscia, e invece, apriti cielo! Quando hanno visto quel taglio per i loro beniamini, coro di proteste nelle fila del Pd e perfino dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. “E’ incostituzionale, è incostituzionale!”, hanno tuonato all’unisono scoprendosi improvvisamente superfederalisti, e a poco è servita la spiegazione della maggioranza di non volere prevaricare le Regioni: ognuna deciderà autonomamente, nel limite però di un tetto di spesa che anche i cittadini dovrebbero apprezzare. Il braccio di ferro è in corso, e per ripicca Pd e Idv hanno inondato le commissioni riunite (Affari costituzionali e Bilancio) di palazzo Madama di centinaia di emendamenti. Che non solo puntano a sventare il calmiere governativo sugli stipendi della casta, ma a fare allargare i cordoni della borsa nei confronti dei loro beniamini e affiliati, tutti professionisti della politica che non saprebbero come sbarcare il lunario senza le generosità pubblica. Nelle fila del Pd pioggia di proposte per fare risorgere dopo il taglio governativo (già ammorbidito dalla Camera)le comunità montane anche quando sono a livello del mare. Clamoroso fra i tanti un emendamento dell’Italia dei valori, primo firmatario Pancho Pardi (ma ci sono anche altri pezzi grossi come Felice Belisario e Stefano Pedica) che getta nel cestino anni di prediche inutili (ed evidentemente un po’ false) sui costi della politica e la necessità di tirare la cinghia. I valorosi dipietristi (emendamento 4.53) chiedono infatti di restituire ad amministratori e consiglieri di enti locali dalle mani bucate quel taglio del 30% dei loro stipendi che nel 2009 aveva loro comminato Giulio Tremonti come punizione per non avere rispettato l’equilibrio dei conti previsto dal patto di stabilità. La nuova casta è dunque tornata.

Il doppio gioco di Renzi, il Pd che spiana la strada al manager della cricca

C’è anche il volto nuovo del Pd a Firenze, il sindaco Matteo Renzi, nell’ultimo filone di inchiesta della procura di Firenze sui grandi appalti. Secondo la documentazione raccolta nel faldone numero 7 allegato all’ordinanza di custodia cautelare in carcere di 4 esponenti della cricca degli appalti pubblici, uno dei più importanti imprenditori intercettati, Riccardo Fusi della Btp, godeva di un canale privilegiato per orientare il piano regolatore di Firenze. Glielo aveva trovato un suo collaboratore, Lorenzo Nencini (figlio di Mario, imprenditore) che era riuscito ad agganciare un collaboratore del sindaco, Marco Carrai e ottenere nel piano urbanistico il via libera alle due sole aree di interesse Btp: quella del Panificio militare e quella della Manifattura Tabacchi. La rivelazione delle intercettazioni è in qualche modo clamorosa, perché pubblicamente Renzi invece aveva giocato il ruolo di avversario di Fusi-Btp per avere bloccato il suo progetto di tranvia con tanto di fermata in piazza Duomo. Ma le intercettazioni raccontano come in realtà all’imprenditore, già coperto dal risarcimento sulla revoca di quell’appalto, della tranvia non importasse nulla, e l’interesse fosse proprio in quel che in anticipo aveva ottenuto dalla giunta Renzi. Così la raccontano i Ros: “La sera del 21 settembre Mario Nencini accenna a Riccardo FUSI che il figlio Lorenzo ha parlato con l’imprenditore Marco Carrai, indicato quale ‘braccio Destro’ del sindaco Matteo Renzi, e di aver avuto, come anticipazioni, le linee guida del nuovo sindaco in materia urbanistica”. Il Nencini conferma che “ha ricevuto notizie positive sia per il Panificio Militare che per Manifattura Tabacchi” e aggiunge: “Prioritari sono non un metro cubo in più nella città ... e sarà solo valutato il Panificio e la Manifattura Tabacchi”. Fusi rivela di avere già avuto la stessa anticipazione da una sua fonte, Andrea Bacci e che- aggiungono i carabinieri- “il sindaco sbloccherà tutto quello che interessa loro direttamente”. Nencini prova a dare però anche la notizia che ritiene cattiva: “il sindaco vuole ridimensionare la realizzazione della tramvia ... te avevi la tramvia su piazza del Duomo tua? Ed ora se non la fanno più?” Annotano i carabineri: “ Fusi non sembra preoccuparsi di questa evenienza nella considerazione che ha già un contratto firmato in mano”. E allegano l’intercettazione ridanciana dello stesso Fusi: ‘Mario... (ride)... bene... se non la fanno più mi daranno i soldi ... mi daranno ... oh Mario ... (ride) ... se la vita è così non c'è mica problemi... secondo te, c'ho un contratto firmato dal 2003 e te poi ti svegli la mattina e tu mi dici che non me lo fai più, secondo te io che fo? ... (…) loro possono dire quello che vogliono ... ma te mi insegni che quando ho un contratto d'appalto firmato se non me lo fai fare tu mi paghi... e per spostarlo devo essere d'accordo io su quanto tu mi dai di differenza... (…) … o Mariolino ... via ... è tutto positivo!”.

A noi mai giù le tasse. A se stessi i partiti si graziano 500 milioni

I partiti politici stanno per regalarsi un maxi condono. Proprio nel momento in cui negano agli italiani un taglio delle tasse, grazie a un emendamentino alla legge mille proroghe vogliono approvare un colpo di spugna da 500 milioni di euro perdonando peccati passati e perfino futuri grazie a un nuovo condono sulle multe per avere affisso manifesti abusivi. L’idea è venuta a due ex tesorieri (Pontone, An e Lusi, Margherita) che hanno firmato una modifica al decreto legge mille proroghe per sanare ogni affissione abusiva dal 10 marzo 2009 fino alla prima parte della campagna elettorale in corso con il semplice pagamento di mille euro in ogni provincia. Lo sconto è analogo a quello previsto dal mille proroghe di un anno fa, che stabiliva un condono tombale per gli anni 2005-2009. Non è gran pagare, perché secondo stime attendibili in un anno elettorale le multe complessivamente comminate dai comuni ai partiti valgono 150 milioni di euro. Cifra a cui va aggiunto il costo per rimuovere i manifesti abusivi:circa 20 milioni all’anno. Grazie al condono invece di pagare 170 milioni ciascun partito se la può cavare con poco più di 100 mila euro all’anno. Tutti insieme poco più di un milione di euro. Roba da stappare spumante e festeggiare, come farebbe qualsiasi cittadino se il comune facesse uno sconto simile sulle multe per sosta vietata: un euro ogni 170 dovuti. Eppure nemmeno il clamoroso regalo offerto a Pd-Pdl e tutti gli altri all’inizio del 2009 li ha resi contenti. La possibilità di chiudere con 4 milioni di euro in tutto un contenzioso superiore ai 400 milioni non ha fatto felici i tesorieri né del centro destra né del centro-sinistra: nessuno ha colto la super-promozione. Semplicemente hanno fatto spallucce e non hanno pagato sperando che tutto finisse come sempre nel dimenticatoio. Invece molti comuni che almeno a quegli spiccioli non vogliono proprio rinunciare, hanno fatto recapitare a Pd, Pdl e compagnia bella delle minacciose cartelle esattoriali. Ma niente paura, ci pensa appunto il nuovo emendamento Lusi-Pontone, che sembra piacere proprio a tutti i partiti. Non solo arriva il nuovo condono 2009-2010, ma si allungano perfino i termini draconiani per aderire al condono precedente, quello 2005-2009. Bisognava versare quei mille euro a provincia entro il 31 marzo 2009. Bene, ora quel colpo di spugna è prorogato al 31 marzo 2010 e per la prima volta nella storia parlamentare comprende perfino le violazioni ancora non commesse, e che gli stessi partiti sanno bene che commetteranno. La rinuncia a incassare quasi 500 milioni di euro dovuti, per quanto il condono sui manifesti abusivi dei partiti sia ormai triste tradizione italiana, fa impressione nel momento in cui il governo in carica dice di non potere concedere sconti fiscali di alcuna natura ai contribuenti italiani, pur riconoscendo che la pressione tributaria sia alta. Se si potesse incassare quella somma, ad esempio si potrebbe scontare se non proprio eliminare uno dei tributi locali più odiati dai contribuenti italiani: la tassa sui rifiuti. C’è poi una grande differenza rispetto al passato, ed è che i partiti hanno i forzieri pieni grazie a un finanziamento ottenuto dai contribuenti italiani che con buona dose di ipocrisia si continua a chiamare rimborso elettorale. Lo Stato continua a rimborsare ai partiti più di quanto loro non spendano nelle campagne elettorali, stampa di manifesti inclusa. Ma se nel 1994 di fronte a una spesa di 36 milioni di euro ai partiti sono stati “rimborsati” 47 milioni di euro, nell’ultima campagna elettorale la sproporzione è stata ben più evidente: spesi 136 milioni, “rimborsati” 503 milioni di euro. Pd, Pdl, Udc e Idv avrebbero quindi tutte le risorse in cassa (hanno poi incassato anche il generosissimo rimborso delle europee) per pagare le multe che invece si condonano. Se proprio nel governo la vocazione al condono è insopprimibile, meglio regalarlo a tutti i contribuenti, con la prospettiva di incassare assai di più. Chissà, anche quei mille euro all’anno per le multe future potrebbero rivelarsi un affare per migliaia di cittadini: un forfettone sulla sosta vietata. Resterebbe da spiegare un’ultima cosa a tutti: perché mai si fanno tante leggi e si stabiliscono punizioni draconiane se poi si sa dal primo giorno che non verranno rispettate? A questo punto meglio libero manifesto in libero Stato.

Mani in tasca del fisco di casa. Altro che federalismo: +43% le tasse locali in 5 anni. Complice anche un vecchio errore di Visco

E’ il salasso della porta accanto. Mentre a Roma si discute di tanto in tanto di possibile taglio delle tasse, dalla periferia negli ultimi cinque anni è arrivata una vera e propria stangata fiscale. Le addizionali regionali e comunali, una degli oltre milleottocento travestimenti che lè’esattore delle tasse si è inventato in Italia per infilare i suoi tentacoli nelle tasche dei cittadini, sono aumentate negli ultimi cinque anni in media del 43%. In gran parte per un ritocco verso l’alto delle addizionali stesse, e per il resto grazie alla trovata del duo Romano Prodi- Vincenzo Visco che nella finanziaria 2007 sostituirono le deduzioni con le detrazioni aumentando la base imponibile di tutti i contribuenti. Il risultato fu che la stessa aliquota locale (ad esempio un’addizionale regionale dello 0,9%) invece di essere applicata come avveniva al 95% del reddito lordo, dal primo gennaio 2007 è stata applicata al 100% del reddito, con una tragica magia: si sono pagate più tasse anche se formalmente nessuno le aveva aumentate. Ma proprio nei due anni di governo dell’Unione la gran corsa alla tassazione sembra avere contagiato al di là degli schieramenti anche gli amministratori locali. Su 118 città capoluogo di provincia che Libero ha preso in considerazione grazie ai dati del Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia, ben 91 hanno visto aumentare sensibilmente la tassazione addizionale Irpef, per ritocco verso l’alto o dell’addizionale regionale o di quella comunale. Una sola, la città di Lodi, ha visto diminuire la pressione fiscale locale dell’11,76% grazie al fatto che non è variata l’Irpef della Regione Lombardia e si è invece dimezzata quella comunale (passata da 0,4 a 0,2%). Per 26 città invece la pressione fiscale risulta oggi invariata rispetto al 2005 o perché non è stato effettuato alcun ritocco alle aliquote o perché comune e Regione si sono in qualche modo compensati con impatto zero sulle tasche dei cittadini. Sono nove le città capoluogo di provincia in cui la pressione fiscale locale ha raggiunto il tetto massimo del 2,2% previsto dalla legge (1,4% per l’addizionale Irpef regionale e 0,8% per quella comunale): Benevento, Campobasso, Catania, Cosenza, Imperia, Messina, Novara, Rieti e Siracusa. A inizio anno ce ne era anche un’altra, Palermo, che però da qualche giorno ha deciso con un decreto di dimezzare per il 2010 l’aliquota Irpef comunale (dallo 0,8 allo 0,4%), che resta comunque il doppio di quella in vigore nel non lontano 2005. Sono quattro le città in cui la pressione fiscale locale si è almeno raddoppiata. Tutte nel Mezzogiorno. Il record è di Caltanissetta (aumento del 122,22%), seguita da Lecce (116,66%), Catania e Ragusa (100%). Ma assai vicina al raddoppio è andata anche una città abruzzese come Pescara (98,88%). Oltre a queste cinque sono comunque 23 le città in cui la pressione fiscale territoriale è aumentata nel corso dei cinque anni più del 50%. Mentre sono solo quattro le città che hanno optato per un addizionale comunale zero. Tutte al Nord: Brescia, Milano, Trento e Venezia. Per chi abita lì si paga solo l’Irpef dovuta secondo scaglione nazionale di reddito e almeno la quota minima stabilita per legge sull’addizionale regionale: 0.90%. Scontano comunque una pressione fiscale locale sopra il 2% anche senza raggiungere il tetto massimo altre 16 città di provincia: Ancona, Ascoli Piceno, Bologna, Caltanissetta, Chieti, Crotone, Fermo, Genova, L’Aquila, La Spezia, Latina, Ragusa, Salerno, Sondrio, Varese e Vibo Valentia. Così è sulla carta, anche se per i comuni della provincia de L’Aquila compresi nel cratere del terremoto le tasse almeno ora non verranno pagate né a livello nazionale né a livello locale. Quando vuole il fisco riesce perfino ad avere cuore. Ma non ci riesce fino in fondo. Perfino nella regione terremotata si avvertono i cittadini con un avviso a caratteri microscopici che in effetti sì il pagamento delle tasse è al momento congelato. Ma si aggiunge in calce un’avvertenza grottesca: “Si precisa che, pur in presenza della proroga della sospensione, i pagamenti spontanei non sono inibiti e che, se effettuati, non sono rimborsabili”. Se qualcuno sbagliandosi quindi a L’Aquila e dintorni andrà a versare le tasse, in nessun ufficio delle imposte ci sarà qualcuno che gli dirà di no, che può fare con più comodo. E una volta intascati i soldini, il contribuente resterà beffato.

Trovato il leader del Pd. E' un pastore sardo che da 30 anni batte Berlusconi

Non c’è bisogno di congresso, e nemmeno di lotte estenuanti fra le fazioni. Il leader ideale del Partito democratico c’è già, anche se pochi lo conoscono. Vive in Sardegna, a due passi dalla costa Smeralda. Pochi chilometri da villa Certosa. E’ il campione dell’opposizione a Silvio Berlusconi. E non usa colpi bassi nè campagne di stampa organizzate: solo le regole del gioco. Potrebbe piacere perfino ad Antonio Di Pietro. Si chiama Paolo Murgia. Di mestiere fa il pastore. E’ l’unico italiano che da ben 30 anni riesce a tenere in scacco proprio Berlusconi. Che le ha provate tutte, proprio tutte. Anche offrendo montagne di soldi. Ma gli è andata sempre male. Perché Murgia gli tiene testa e non molla... Ne sanno qualcosa i poveri amministratori di Edilizia Alta Italia, società del gruppo Fininvest. Dal 1980 stanno cercando di realizzare il progetto “Costa turchese”, un comprensorio di ville, abitazioni e alberghi e un porto turistico da 2 mila posti barca. Ma una parte del terreno non viene liberata da Murgia e dalle sue pecore. “Ci pascolo da una vita”, sostiene lui, “su questa terra ho l’usucapione. Non la cedo”. E via a guerre di carta bollata davanti a Tar e tribunale di Tempio Pausania. “Nel novembre 1984”, racconta nell’ultimo bilancio il presidente di Edilizia Alta Italia, “con verbale di conciliazione giudiziaria che pose fine all’ennessimo procedimento, la società concesse a Murgia, a titolo gratuito e sino a revoca, il diritto di pascolo su una parte dei terreni in località Murta Maria confidando con ciò di porre fine alle pretese e alle azioni prevaricatrici del soggetto”. Murgia mica se è accontentato, i suoi pascoli avevano bisogno di più terra. E ha sconfinato. Altre guerre di carta bollata, ma per la società di Berlusconi nulla da fare. Nessuna sentenza definitivamente favorevole. E pastore e pecore lì sul per tutti gli anni ‘90. Quando sembrava arrivata la svolta, ecco nel 2004 giungere invece Renato Soru e la sua legge ambientale che vieta ogni nuova costruzione vicina alla costa. Qualche mese fa nuova speranza. Via Soru, arriva Ugo Cappellacci. Edilizia alta Italia esulta: “le recenti elezioni amministrative”, nota la relazione al bilancio 2008, “permettono di ipotizzare nel medio periodo un allentamento e una migliore definizione degli odierni vincoli...”. Si può costruire dunque. Ma c’è sempre Murgia di mezzo. Il pastore ha rifiutato un’offerta in denaro. E anzi, ha sconfinato prendendosi altri terreni da pascolo. Di nuovo carta bollata. Tutto fermo, davanti al tribunale. Ma il pastore è lì. E Berlusconi non riesce a costruire... Franco Bechis

IL CASO BINETTI/ QUI CASCA IL PD: SONO ANCORA COMUNISTI

Sono passate 36 ore, e Walter Veltroni non ha ancora drammaticamente preso le distanze dall'intervista di Anna Finocchiaro pubblicata su L'Unità di sabato. Eppure il capogruppo del Partito democratico ha avuto parole molto dure sul caso Binetti. Parole non diverse da quelle espresse nei confronti delle opinioni dissenzienti dai vecchi comitati centrali del Pcus. "Se se ne dovrà andare dal Pd si vedrà", esordisce la novella purgatrice Finocchiaro, e aggiunge "Vorrei che fosse chiara una cosa: il dissenso di Binetti appare anche per il modo con cui è stato espresso, così radicale da non potere essere iscritto dentro quella discussione che è in atto nel Pd e che riguarda la ricerca di una soluzione condivisa rispetto ai temi cosiddetti eticamente sensibili". Ma non basta. Aggiunge la Finocchiaro: "Non credo sia un problema solo del Pd, riguarda la democrazia. Quando si è chiamati a pronunciarsi su temi delicati, come sono quelli eticamente sensibili, si deve procedere secondo un principio condiviso: la razionalità democratica (...) A quel principio non si può derogare, è la precondizione del confronto, considerando che siamo senatori della Repubblica e non liberi pensatori...". Dunque per il nuovo Pd, come per il vecchio Pcus e tutti i regimi totalitari, la coscienza dei singoli non può derogare al (peraltro assai oscuro) "principio della razionalità democratica". A parte l'aspetto grottesco di un atteggiamento così discriminatorio nei confronti di una coscienza non allineata proprio quando si discute dei diritti delle minoranze (i gay), il caso Binetti rischia di polverizzare quanto di buono si poteva intravedere nella nascita del partito democratico. Che sembra restare nell'alveo della tradizione comunista più oscurantista.