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Ora quei 740 diventano armi improprie. Unico antidoto: la trasparenza

Tutte le dichiarazioni dei redditi degli italiani sono state on line per meno di 24 ore. Dopo le rivelazioni di Italia Oggi ieri l'Agenzia delle Entrate ha fatto marcia indietro. Il suo sito Internet preso d'assalto fino dal primo mattino è andato in tilt. Poi il Garante della privacy ha contestato la decisione di pubblicare tutti i 740 vietandone l'ulteriore diffusione. Vincenzo Visco, il viceministro delle Finanze prima ha difeso l'operazione-trasparenza, poi è andato a palazzo Chigi per difendersi da un infuriato Romano Prodi. Insorge la nuova maggioranza di centro-destra, tace scuotendo la testa Giulio Tremonti. Ma una cosa è certa: quei dati sono finiti in molte mani in quelle ore. E diventano pericolosi...Ieri abbiamo sottolineato come un'operazione storica come la pubblicazione su un sito Internet del governo per la prima volta nella storia d'Italia delle dichiarazioni fiscali di tutti i cittadini avrebbe meritato un dibattito pubblico e un annuncio con tanto di fanfara. Farla alla chetichella, come è avvenuto, e poi giustificarsi come ha fatto ieri l'Agenzia delle Entrate con lo schermo di norme del 1991 e del 2005 mai applicate, è non solo tartufesco, ma assai poco credibile. Fatta la frittata, c'era un solo passo peggiore da compiere, ed è statoi puntualmente mosso ieri: lasciare in balia di chiunque quei dati, e poi all'improvviso toglierli di torno aggiunge un danno vero alla beffa iniziale. Perché quei dati nel frattempo sono stati scaricati- parzialmente o completamente da centinaia o migliaia di naviganti. Lo abbiamo fatto anche noi, nella redazione di Italia Oggi. Ma il nostro scopo è dichiarato: pubblicarli, e questo faremo, fornendo ogni spiegazione di lettura. Altre mani potrebbero però avere motivi meno trasparenti. Gli stessi dati potrebbero essere utilizzati nascondendone alcuni e mettendone in rilievo altri. I file così diventano possibili armi di ricatto in mano a chi ha pochi scrupoli. L'operazione trasparenza che poteva essere cavalcata, difesa e perfino rivendicata in pubblico, ora si è trasformata in un dossier di quelli che circolavano un tempo nei servizi segreti deviati. Tutto questo va evitato, qualsiasi opinione uno abbia avuto sull'opportunità o meno di mettere nella piazza virtuale mondiale quei dati fiscali. Il dibattito che ieri si è aperto, e che ha fatto gridare allo scandalo molti esponenti del centrodestra che fra pochi giorni avranno le leve di comando del governo, lascia presagire l'intenzione di mantenere oscurate quelle dichiarazioni dei redditi. Commenti e preoccupazioni sono legittime, personalmente condivido alcune preoccupazioni sui rischi che si corrono, ma quando i buoi sono scappati dalla stalla tutto è inutile. Ora la principale urgenza è non trasformare in attentato alla democrazia quella che- altrimenti gestita- avrebbe potuto essere una grande prova di democrazia. Le dichiarazioni dei redditi non sono coperte da segreto. La loro pubblicità- sia pure in forma cartacea- era da tempo garantita dalla legge. Anche se gli italiani restano assai gelosi dei segreti sul proprio tenore di vita, nel mondo questa trasparenza è costume consolidato da molti anni. Non è uno scandalo in sè mettere su Internet- a disposizione di tutti- quei dati cartacei. Forse più pericoloso in alcune regioni italiane che in altre: dove regna la criminalità organizzata, i dati facilmente reperibili sono buona guida per orientarsi nella richiesta di pizzo, nelle estorsioni, nella preparazione di rapimenti e rapine. Ma è un rischio che ormai va corso. Come spiega saggiamente Renato Brunetta nell'intervista che troverete all'interno, il vero pericolo è avere pochi dati nelle mani di pochi. Ne siamo convinti, e faremo la nostra parte per evitare questo rischio. Abbiamo iniziato da noi, giornalisti di Italia Oggi, mettendo in piazza il nostro reddito 2005 che era rintracciabile da chiunque in quegli elenchi. E lo faremo per tutti gli altri nei prossimi mesi. Redditi divisi per categorie professionali, anche per un confronto utile a tutti. Redditi divisi per comune di appartenenza, perché a questo punto meglio che i dati siano completi e a disposizione di ogni comunità. Verranno meno le tentazioni di un utilizzo improprio. Se ci fermerà la legge, non potremo che arrenderci. Ma lo riterremmo un errore, non di poco conto. Ora l'esercizio più importante è l'assoluta trasparenza democratica. Ve lo garantiremo, con le nostre piccole forze...

Quanto valgono le promesse di Veltroni? Nulla...

È stato difficile trovare una foto utile per la campagna elettorale di Walter Veltroni. Ne puoi passare decine e decine e non ce n'è una in cui il leader Pd venga bene. Non sorride quasi mai. Spesso è accigliato. Altre volte ombroso, si vede che cova dentro ira e non può tirarla fuori tradendo un clichè che si è imposto. Quando la Saatchi & Saatchi alla vigilia della campagna esaminò inutilmente una montagna di immagini, subito ne saltò all'occhio una, la sola. Uno scatto di Marco Delogu apparso sulla copertina di Class. Chiese la liberatoria al fotografo e all'editore che l'aveva pubblicata. Quel giorno comunicai io al portavoce di Veltroni, Roberto Roscani, il via libera. In cambio chiesi un'intervista. «Sì naturalmente...».

«Sì, naturalmente», è il ritornello che per 51 giorni mi è stato ripetuto in ogni modo. Per telefono, per sms, per e-mail. Perché Veltroni non dice mai «no». E la sua squadra si è abbeverata a questa tecnica micidiale. Nei 51 giorni Italia Oggi insieme a Class-Cnbc ha intervistato Silvio Berlusconi, Fausto Bertinotti, Pierferdinando Casini, Daniela Santanchè, Giuliano Ferrara e decine di altri, candidati premier o semplici candidati. Da Veltroni mai un no. «Adesso la facciamo, pazienta». Ho dato la disponibilità a salire sul pulman con le telecamere in qualsiasi ritaglio di tempo. Alle 7 del mattino, a mezzanotte. In qualsiasi luogo di Italia, con il semplice preavviso di qualche ora per trovare la troupe televisiva necessaria. «Ah, se è così, allora...», prometteva Roscani. Mai un no, fino a quando naturalmente ho capito da solo che il suo quasi sì mi avrebbe portato a schiantarmi sul muro dell'impossibilità. Naturalmente Veltroni è sempre stato libero di dare o non dare interviste a chi più gli piace, e non è in discussione questa libertà. Avesse detto «No, non mi interessa», fin dall'inizio, come fecero Romano Prodi e Silvio Sircana nel 2006, tutto sarebbe stato più semplice e chiaro. Allora chiesi: «Non vi interessa il giornale dei professionisti? Commercialisti, ordini professionali, categorie produttive? Non vi interessa rivolgervi a loro?». La risposta fu «No», sincera. Non ci volle molto nemmeno a comprenderne il motivo, visto che come primo atto di governo sui professionisti e sulle categorie produttive calò secco il bastone di Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco. Con la coerenza che a Prodi non è mai mancata, non si volle nemmeno per scherzo promettere quel che fin dall'inizio si sapeva bene non potere mantenere. E convengo fosse inutile e poco produttivo elettoralmente rivolgersi ai lettori di Italia Oggi, annunciando: «Votatemi, e vi prenderò a schiaffi». Sono passati due anni, è arrivata la svolta copernicana di Veltroni. «Vi interessa l'intervista al giornale dei professionisti?». Risposta «Sì», ma significava no, e a questo punto non c'è più dubbio. Altra domanda: «Vi interessano i professionisti?». Risposta «Sì». «Le categorie produttive, le partite Iva?». Risposta: «Sì». Cosa significhino quei sì io non sono in grado di dire, ma fossi lì a guidare un ordine professionale, un'associazione di categoria, avessi una partita Iva, toglierei dal ripostiglio l'armatura, buona per proteggere in caso di pericolo e ottima già adesso per toccare ferro. Dispiace per i lettori di Italia Oggi e per i telespettatori di Class-Cnbc, che non avranno questa possibilità, anche se hanno potuto leggere- e nei prossimi giorni ancora, programmi, pensieri ed opinioni di altri autorevoli esponenti del Partito democratico. Non potremmo dare loro le risposte alle curiosità e agli interrogativi che riguardano il leader del Pd come è accaduto con tutti gli altri candidati premier. Con o senza la viva voce di Veltroni questa campagna elettorale- per fortuna- volge alla fine. Probabilmente è stata fra le meno coinvolgenti degli ultimi anni. Diciamo pure noiosetta salvo rare e lodevoli eccezioni. Con le polveri ormai bagnate si prova a lanciare qualche fuoco di artificio nelle ultime ore. Silvio Berlusconi che vuole fare l'esame psicologico ai pm, e la spara così grossa che anche lui fatica a crederci. Veltroni che dopo avere costruito una campagna elettorale secondo lui di svolta buonista, di riconoscimento dell'avversario che non è un nemico, di civiltà, ieri s'è inventato niente meno che un patto di fedeltà alla Repubblica, manco ci fossero le truppe dei Savoia alle porte. Meglio finirla qui, senza altro squallore.

BERTINOTTI SI CONFESSA SULLA CASTA, IL CACHEMIRE, IL SALOTTO ANGIOLILLO E I FALLIMENTI DEL GOVERNO PRODI

Intervista di Italia Oggi e Class-Cnbc

Domanda. Presidente Fausto Bertinotti, è deluso da questa campagna elettorale?

Risposta. Confesso che per una parte si. Insisto su questo carattere scisso della campagna elettorale che, per uno come me che le ha fatte su entrambi i binari, è evidente. Una è la campagna elettorale massmediatica che è davvero potente e- io credo per un difetto di sistema-davvero poverissima. Francamente anche questa discussione su come dev'essere la campagna elettorale, aspra o dolce, è incomprensibile. L'altra campagna, quella nel paese reale, è autentica. Si può incontrare l'entusiasmo, come io l'ho incontrato all'università di Rende: un'aula magna gremita all'inverosimile di giovani. Lo stesso nella piazza di Bari. Oppure si può incontrare anche la durezza, il gelo di realtà dove i temi del lavoro sono ricorrenti, dove c'è un clima cupo, come se fosse inesorabile l'emarginazione, il peggioramento della qualità della vita. O si incontrano ancora condizioni contrastate, come alle case popolari, dove c'è sia la voglia di fare che la disillusione. Un paese scomposto in tante facce diverse che non entra nell'altro registro se non in maniera che fa un po' scandalo. Per cui è una campagna elettorale così schizofrenica, che è difficile da prendere nel bandolo. Se ce l'ha un bandolo…

D. Non si è sentito in una posizione schizofrenica che lei? intendo dire lei, presidente della camera, che scende in piazza con i senza casa dicendo hanno ragione a occupare le case...

R. Beh, questa è una condizione di dissolvenza. È ovvio che essendo candidato premier svolgo il ruolo principale in una campagna elettorale. Naturalmente quegli incarichi, che sono pochi ormai, sul terreno istituzionale di svolgo con grande cura, con grande separazione. Però, francamente, il contrasto non c'è. Lo si vede anche per l'altro ramo del Parlamento, dove presidente Franco Marini è impegnato come me nella campagna elettorale...

D... Non glielo chiedevo sul piano formale, ma su quello personale: la imbarazza un po' questo ruolo insieme di lotta e di governo?

R. Anche per questo vale la dissolvenza: uno sempre più dismette il suo abito di presidente della camera, sempre più indossa quello di una presenza nella scena della battaglia politica.

D. Pentito di aver accettato di fare il presidente della camera?

R. Noo, no, no. Anzi...

D. tornasse indietro lo rifarebbe?

R. Sì, certo. Debbo dire che, per il mondo da cui vengo, per la storia a cui appartengo, in qualche modo mi è sembrato anche di vestire un abito a nome di tanti altri. Ricorderò sempre il 1 maggio a Torino dopo le elezioni. Dissero “li c'è uno dei nostri”.

D. contento però di non dover partecipare alla sfilata del 2 giugno?

R. Assolutamente sì, assolutamente sì.

D. Però, a forza di fare il partito di lotta e di governo, è successo che quando voi siete governo si fanno politiche di destra, si tira la cinghia, il fisco porta via anche ai poveri quel poco che hanno. Quando c'è da ridistribuire ricchezza, i vostri governi cadono. E il compito spetta alla destra, con voli a protestare in piazza. Non le sembra un paradosso?

R. sì, quello che lei descrive è un paradosso della vicenda italiana. Non una legge di natura. Ma è vero quello che lei dice. In genere in Europa era fisiologico che i conservatori andassero al governo quando bisognava risanare e tagliare, e invece i socialdemocratici o la sinistra andavano al governo quando si trattava di redistribuire. E al massimo della politica dei due tempi. Poi la politica dei due tempi è stata incorporata nello stesso tipo di governo, quando gli esecutivi di centrosinistra hanno determinato un'intera stagione in Europa. Sono però le istanze di giustizia parte fondamentale del mandato degli elettori a quel tipo di governi. Non ci sarebbero mai stati i due anni di Romano Prodi senza quella richiesta di giustizia di cui noi ci siamo fatti parte diligente, facendo inserire in programma tante cose come le modifiche alla legge 30, il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq e tanto altro…

D. E invece?

R. invece quando il governo è partito, è avvenuto un combattimento suo interno. Il dibattito sulla contestualità o meno dei due tempi: il risanamento e la redistribuzione.

D. La risposta la conosciamo: no.

R. E, lì le forze moderate.... così si è imboccato un corso, dove insieme a delle cose buone come il ritiro delle truppe dal Iraq e la legge contro gli infortuni sul lavoro, nella sostanza, e cioè proprio nell'attesa di cambiamento, questa esperienza ha deluso. Non c'è dubbio su questo punto. E io vivo la stessa delusione della mia gente: è indubbio che non ce l'abbiamo fatta. Da qui appunto la conclusione politica, e la nascita della sinistra arcobaleno. Al di là della scelta di Walter Veltroni di andare da solo sono convinto che fosse ormai irripetibile l’esperienza del governo Prodi.

D. Lei citava prima alcuni incontri della sua campagna elettorale nelle piazze nei teatri d'Italia. Gli altri leader politici nei loro giri hanno incontrato magari scarso entusiasmo, ma quasi tutti raccontano di una rabbia e una delusione comune nei confronti del governo Prodi. È vero?

R. Assolutamente, è vero.

D. era così impopolare il governo?

R. Più che impopolare, ha deluso. Una parte importante del paese si aspettava delle cose che non sono avvenute. Specie la parte più sofferente del paese. Credo ci sia una solitudine operaia che non è stata contrastata dalle politiche del governo. Ci sono state tre occasioni, tutte perdute.

D. quali occasioni?

R. La prima è stata quella delle pensioni. Io continuo a pensare come allora che bisognava avere il coraggio di una misura limpida: esonerare dall'aumento dell'età pensionabile gli operai. Seconda occasione persa: il mercato del lavoro. Troppa cautela intorno alla legge 30, lasciando l'ultima parola alla Confindustria, che già aveva avuto vantaggi rilevanti con l'operazione sul cuneo fiscale. Infine, terza vicenda, e mi scusi la volgarità della parola, il tesoretto.....

D..... si figuri, siamo tutti volgari.....

R. Lì finalmente c'è una possibilità di spesa, e vi si è rinunciato per consolidare il consenso interno allo stesso governo, non quello esterno. L'avesse invece fatto, forse Prodi non sarebbe caduto.

D. mi scusi, ma voi eravate governo. Perché allora non avete minacciato di farlo cadere, usando l’arma suprema, quando si è trattato di discutere di pensioni, di mercato del lavoro, di tesoretto? magari aveste ottenuto qualcosa. D'ora in avanti potrete condizionare ben poco le decisioni politiche.....

R. l'arma suprema è sempre autodistruttiva. Se lei lancia l'atomica dove sta, muore. Questa era la difficoltà. In un governo che aveva la politica dei due tempi, su cui noi non eravamo d'accordo, ma c'era, sarebbe stato suicida porre fine a tutto nel primo tempo. Ci saremo preclusi il secondo tempo, quello della redistribuzione.

D. ma il secondo tempo non c'è stato lo stesso…

R. Non per colpa nostra, ma della parte moderata. Comunque avremmo tradito la nostra gente. Mi lasci dire però che non condivido quello che lei dice sulla nostra efficacia attuale. Chi lo sa quanto conteremo? dipende da che forza avrà la sinistra arcobaleno. Le faccio notare che i successi maggiori per la popolazione italiana sono stati ottenuti dall'opposizione. Lo statuto dei diritti dei lavoratori è stato varato con la sinistra all'opposizione, la riforma sanitaria pure.....

D. Erano però altri tempi…

R. vero, ma anche prima di questi altri tempi c'erano altri tempi ancora, come negli anni 50, in cui non conquistavano niente…

D. A quei tempi anche quattro radicali erano in grado di paralizzare le camere. Oggi, con i regolamenti che lei ben conosce, sarebbe impossibile. Oltretutto Veltroni e Berlusconi vorrebbero modificarli per rendere ancora meno possibile a piccoli gruppi condizionare la vita parlamentare.

R. Guardi però che questi regolamenti sono oggi sostanzialmente penalizzanti, non sostanzialmente decisori. La legge elettorale attuale e i regolamenti fanno sì che la maggioranza fatica a far valere le sue ragioni e le opposizioni fanno fatica a far valere qualsiasi capacità di influenza anche quando sono enormi, senza aver bisogno di piccoli gruppi. Qui, alla camera dei deputati, l'opposizione non è mai riuscita a far inserire un tema suo nell'agenda parlamentare. E la maggioranza ha dovuto ricorrere costantemente i decreti per poter andare avanti, e lo ha fatto con grande fatica, perché i decreti moltiplicano il tempo perso.

D. proprio per questo li vogliono riformare .....

R. Avete certo è terribile il combinato disposto tra regolamenti parlamentari e legge elettorale. Se lei pensa che la legge di bilancio occupa al Parlamento grosso modo tra settembre e dicembre, capirà come la produzione di indirizzo politico sia tragicamente amputata.

D. Lei cita casi nazionali ma non c'è anche un po' troppa Europa a condizionare la vita politica italiana? Glielo chiedo anche pensando al caso Alitalia.

R. che la politica europea debba in qualche modo condizionare, secondo me è in qualche modo obbligato. Perché la globalizzazione chiede, per poter essere influenti, e tu lavori su una massa critica economica e politica. Sotto la scala europea non c'è alcuna possibilità di fare politiche influenti: monetarie, di protezione, di intervento attivo. Il punto è un altro...

D. e cioè?

R. Questi signori che governano l'Europa sembrano essere gli ultimi sacerdoti di politiche liberiste che secondo me non andavano bene neanche in altri tempi, ma che in tempo di recessione diventano addirittura sconcertanti. Perché non le fanno neanche gli Stati Uniti d'America, che le predicano, ma non le fanno. La Federal Riserve interviene sistematicamente, come si è visto nel recente caso della Bear Stearns, salvata dall'intervento del denaro pubblico. Anche la Gran Bretagna ha nazionalizzato una sua banca in crisi. Mi si deve spiegare ora perché si può intervenire su una banca e non su Alitalia. Chissà perché risparmio sì, mentre occupazione e strategie industriali no. Questo è un errore dell'Europa…

D. E la sua ricetta quale è?

R. Coniugare diritti e competitività. Vinceremo con questo la competizione globale. Diritti del lavoro, piani per l’ambiente, valorizzazione di beni comuni come l’acqua, e così via. Con una soglia minima da cui comincia la sfida per la competizione…

D. vero che su questi temi sì che più vicini a Tremonti che a Veltroni?

R. Ci fosse qui Tremonti continuerebbe questo dibattito ci ha già visti protagonisti per lungo periodo, con elementi di dissenso radicale sulle ricette, e convergenze su alcune analisi. D'altra parte io appartengo a un movimento di critica della globalizzazione che per primo ha rotto il pensiero unico, spiegando che è un terreno accidentato, che può determinare la messa in discussione di diritti e produrre una vera e propria regressione di civiltà. Siccome Tremonti si è mosso su un terreno diverso da quello apologetico, c'è stato un dialogo. Quello che non mi convince è che da questo ti salvi con una politica protezionistica. Non mi convince perché l'arma di ritorsione dei paesi dell'America latina, come dell'est, sarebbe così imponente da renderla inefficace. Se vuoi competere con cinesi ed indiani devi pensare ad altri tipi di produzione e di organizzazione della produzione.

D. Quali?

R. Cinque anni fa noi sembravamo battuti in settori come il tessile e le calzature. Oggi non è più così, grazie alla qualità dei nostri prodotti. Io credo che una delle ricette possa essere la tracciabilità dei nostri prodotti, che vale per i generi alimentari con cui si difendono le produzioni biologiche del proprio paese e l'alta qualità dei prodotti naturali. Ma questa tracciabilità deve valere anche per il lavoro, per cui i prodotti possono girare per il mondo a patto che abbiano incorporato un minimo di diritti sociali, un minimo di retribuzione, un massimo di orario, un minimo di diritti sindacali. Tu devi essere competitivo perché hai una capacità di produzione diversa. È l'unica idea di lungo periodo.

D. Non teme che la qualità si possa imparare in fretta? I cinesi riescono anche in questo…

R. Sì, se si tratta di elaborare un buon tessuto. Ma se il tessuto si combina con un'idea di stile, con un tipo di abbigliamento, e con una qualità del prodotto che non è solo dipendente dalla tecnologia, ma dalla esperienza degli uomini, allora a Biella faranno una produzione laniera di qualità superiore perché c'è una rammendatrice che sa fare quello che nessun altro al mondo è in grado di fare. Perché vive in un luogo dove da 200 anni si è prodotta una sensibilità diffusa che ha a che fare proprio con la cultura. Le cito il caso del tessile, che secondo la letteratura industriale sarebbe dovuto scomparire già negli anni 70. E invece è stato salvato da quello che è stato chiamato il sistema moda, il made in Italy. È la stessa cosa che sta avvenendo nella produzione dei vini. Pensi a cos'era vent'anni fa il vino pugliese, o quello siciliano. Erano usati al massimo per tagliare i vini nobili. Oggi sono punti di eccellenza dell'Italia nel mondo. Magari anche grazie all'internazionalizzazione, ad enologi che arrivavano dalla Borgogna.

D. Era immaginabile l'esempio del tessile: in linea con la sua passione per il cachemire...

R. Ah, Ah… però io inviterei qualcuno ad andare a Solomeo in Umbria, dove c'è un signore che ha costruito questa avventura, di produzione di lane di cachemire, che vende in tutto il mondo. Andare lì e provar vedere la qualità di quel villaggio, di quel borgo, di quella produzione. In ogni caso io che non ho mai avuto il cachemire fino a qualche anno fa, quando qualcuno mi fece un dono, mi ricordo delle magliaie milanesi che me ne mandarono uno chiedendomi di apprezzare il loro lavoro. Io credo comunque che bisognerebbe avere un po' più di cura per parlare del lavoro delle persone e dei prodotti, anche di quelli che purtroppo non sono alla portata di tutti.

D. va bene, inventati gli attacchi sul cachemire. Ma sono veri quelli sulla casta, che le sono toccati proprio mentre lei era presidente della camera. I politici sono davvero una casta?

R. il termine mi pare improprio. Se si vuol dire che si sono venuti accumulando nei decenni anche dei privilegi per tutte le rappresentanze politiche in Italia, secondo me è vero. Bisogna intervenire, perché questi sono di nocumento grave alla politica, che spesso non risolve i problemi della gente, ma li complica. L'estraneità della gente è direttamente collegata all’ estraneità della politica della vita quotidiana della gente. Però non c'è la stessa avversione o denuncia quando il signor Ruggiero, amministratore delegato della Telecom, prende una liquidazione di € 17 milioni, equivalenti di 1000 anni di retribuzione di un solo operaio...

D. ma i signori Ruggiero sono pochi…

R. non è vero, sono centinaia di casi. Ma non voglio giustificarmi, io sono per colpire tutti privilegi, che si sono accumulati nei decenni...

D. Lei li ha vissuti adesso, da presidente della camera

R. per la prima volta quest'anno il bilancio della camera è inferiore a quello dell'anno precedente. Non era mai accaduto. Non sono stati erogati gli aumenti previsti dalla legge per gli stipendi dei deputati. Sono stati eliminati dei benefit. Ridotti i vitalizi. Pensi che un giornale come Libero, che sta facendo una campagna molto forte sui costi della politica, me lo ha riconosciuto pubblicamente…

D. Ah, sì?

R. sì, il vicedirettore in una conversazione pubblica ha riconosciuto che a leggi vigenti questa presidente della camera ha fatto quello che poteva. Sono contento. E so che questo è ben diverso da quello che bisognerebbe fare con modifiche strutturali, intervenendo sul numero dei parlamentari e abolendo il bicameralismo.

D. Torno al cachemire. Uno dei fotografi più famosi di Roma, Umberto Pizzi, aveva molta simpatia per lei. In un'intervista l'altro giorno ci ha confessato di essere rimasto deluso dal trovarla dove non si sarebbe aspettato, nei salotti…

R. no, so quel che dice. In un salotto, quello di Maria Angiolillo. Ci sono stato due volte, perché ho ricevuto un invito, con la presenza di numerose altre componenti politiche: da Piero Fassino, a leader autorevolissimi del centro, del centrodestra, dei Ds. Si trattava di colazioni serali con ampia presenza di tutte le componenti politiche. Sarei stato scortese a declinare l'invito, anche per il ruolo che esercitava. Questo è. In ogni caso ho una grande libertà perché sono sempre in grado di confrontare le ore passate davanti ai cancelli di una fabbrica con quelle passate nei cosiddetti salotti. Sono tranquillissimo da questo punto di vista.

D. altra polemica, non voluta. La tocca da vicino la questione giudiziaria in questa campagna elettorale. Un suo compagno di schieramento, Alfonso Pecoraro Scanio, è sotto indagine della procura di Potenza. Perché si tratti di giustizia ad orologeria?

R. no no, mai. Nessuno mi sentirà mai avanzato il sospetto sulla magistratura. Mai. Io penso che un politico debba sempre essere al di sopra di ogni sospetto. La magistratura faccia il suo corso. Non sono neppure sfiorato dal problema. Penso, per come lo conosco, che Pecoraio Scanio sarà in grado di dimostrare la sua estraneità ad ogni accusa. Ma penso che sia giusto fin d'ora dichiarare che se anche venisse eletto sarà a disposizione della magistratura concedendo tutto ciò che la magistratura chiederà. Certo, che capiti in campagna elettorale e un po' sconveniente. Sarebbe meglio che accadesse o prima o dopo. Ma non faccio polemiche.

D. i partiti che compongono la sinistra arcobaleno nel 2006 avevano circa l'11,5%...

R.... è cambiato il mondo...

D. cosa considera un successo alle prossime elezioni?

R. diciamo qualcosa di più di quello che ci attribuiscono i sondaggi…

D. … che la legge ci vieta di citare…

R. per questo lo dico.

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La Chiesa ha deciso: cattolici, non votate Veltroni!

Alla Chiesa ha offerto solo un rogo-simbolo, come fossimo ancora in tempi di Santa Inquisizione. Walter Veltroni ha deciso di escludere dalle liste un amico come Stefano Ceccanti, che ci è pure rimasto male per i modi. Ma il sacrificio si è reso necessario per bruciare sulla pira l'autore del testo di legge più estremo sui Dico, quello che uscì dagli uffici di Barbara Pollastrini e fu addolcito alla meglio da Rosy Bindi. Il fumo del rogo serviva a nascondere quel che nel frattempo stava avvenendo nella preparazione delle liste elettorali del Pd. Dove tutti i candidati cattolici di punta sono stati resi inoffensivi, spediti alla Camera dove non saranno determinanti. Aspetto che non è sfuggito alla Chiesa (...) Candidati simbolo come Paola Binetti e Luigi Bobba sono stati dirottati a Montecitorio, mentre in testa di lista per il Senato figurano tre radicali guidati da Emma Bonino. La pattuglia dei teodem di palazzo Madama che per la Chiesa è stata garanzia durante i faticosi mesi del governo di Romano Prodi, è stata sostanzialmente annientata da Veltroni. Resta in posizione sicura Emanuela Baio, è in bilico in Calabria Dorina Bianchi che dovrà sudare sette camice e accendere qualche cero per fare fruttare il quarto posto di lista cui è stata confinata (laggiù si eleggono 10 senatori: 6 per chi vince e 4 divisi fra tutti i perdenti). Al Senato approderà invece Umberto Veronesi, e con lui tanti altri sostenitori di leggi che preoccupano la Chiesa cattolica. Forse non era necessario nemmeno questo ultimo schiaffo, ma è probabile che le liste segnino definitivamente la linea del Piave per la Chiesa italiana (e non solo) in questa campagna elettorale. Ho avuto colloqui approfonditi in questi giorni con numerosi e autorevoli esponenti della Chiesa cattolica, al di qua e al di là del Tevere. E non è stato difficile cogliere una certa preoccupazione sulla competizione elettorale in corso. Nessuno tiferà apertamente, e non è più tempo di indicazioni vincolanti o di non expedit. Ma, nei colloqui pubblici come in quelli privati, quel che si coglie è lo scarso entusiasmo per la nascita del Partito democratico e l'impresa stessa tentata da Veltroni. Si è accennato nelle settimane scorse a due linee politiche esistenti, quella della Chiesa italiana ancora impersonata dal cardinale Camillo Ruini, e quella della segreteria di Stato Vaticana, guidata dal cardinale Tarcisio Bertone. La prima assai critica nei confronti del centrosinistra, e in tempi più recenti quasi solidale con il tentativo solitario di Pierferdinando Casini e della sua Udc. La seconda invece più ecumenica. Certo i ruoli solo diversi, e la segreteria di Stato del Vaticano non potrebbe mai permettersi rapporti freddi con qualsiasi tipo di governo italiano. Naturale quindi un rapporto costante di Bertone con il presidente del Consiglio in carica, Romano Prodi, che è anche un cattolico- modello nella vita personale prima che politica. Ma se i pastori seguono virtù e vizi dei singoli, chi guida alla Chiesa pensa più alla sostanza politica. Quali sono i temi che più contano oltretevere? Prima di tutto la vita umana. Viene considerato perciò non trattatabile qualsiasi proposito legislativo in grado di allargare le maglie della 194, di rivedere la legge sulla fecondazione assistita, di imboccare strade che per via diretta o indiretta portino all'eutanasia, e certo anche di smontare l'istituto della famiglia naturale. Propositi che in gran parte albergano nel dna del partito democratico di Veltroni e contro cui non sarà più possibile fare argine- come Prodi aveva garantito, mantenendo la promessa- attraverso la pattuglia dei teodem strategicamente posizionati. Per questo, mi dice un alto esponente delle gerachie vaticane «un cattolico colto e intelligente, in grado di riflettere, non può oggi votare per il Partito democratico. A meno che sia in chiara malafede». Un giudizio di fondo che accomuna le due linee apparenti della Chiesa italiana. Chiuse le porte al centrosinistra si guarda con interesse (pur senza particolare entusiasmo) ai programmi elettorali degli altri schieramenti. Docg quello dell'Udc di Casini, al di là degli stili di vita di molti suoi esponenti (che non sono passati inosservati). Importanti i riferimenti alla libertà di educazione contenuti nel programma del Pdl di Berlusconi e Gianfranco Fini, altri due politici che personalmente non suscitano grandi entusiasmi in Vaticano. Ma, come si dice, questo è quel che passa il convento.

POLTRONISSIME, Il dilemma di Cattaneo: meglio la vecchia carta La russa- Tremonti o la nuova Rovati-Micheli?

L'amministratore delegato di Terna, Flavio Cattaneo, come molti altri manager pubblici, sta vivendo ore di apprensione: lui, manager targato centrodestra, aveva stretto legami e amicizie trasversali in questo biennio e naturalmente pensava non fossero di impaccio alla sua riconferma nell'assemblea di aprile. Così quando ha letto sui giornali che la sua nomina era stata difesa a spada tratta dal centrodestra (i vecchi amici Ignazio La Russa e Giulio Tremonti), ma osteggiata da palazzo Chigi che ha il potere di nomina, si è confidato con alcuni collaboratori: "Io inviso a palazzo Chigi? Pura falsità. Ho passato le due ultime estati in vacanza con Angelo Rovati, di cui sono grande amico. E sono in buoni rapporti anche con Enrico Micheli...". Certo, il manager ha amicizie a tutto tondo come ha mostrato la sua recente partecipazione alla festa degli 80 anni di Ciriaco De Mita (ma il legame lì forse poggia sul vecchi amico Rai, Gigi Marzullo). Ma di questi tempi essere trasversali non è detto che paghi. La campagna elettorale alle porte rischia di fare qualche vittima eccellente...

OFFERTA DI NOMINE UDEUR- Il racconto di un testimone- Gino Capotosti, deputato Udeur

Gino Capotosti, avvocato e deputato Udeur, era presente mercoledì pomeriggio nel cortile di Montecitorio insieme a Mauro Fabris, vicesegretario Udeur e ad altri due esponenti del partito: Paolo Del Mese, presidente della commissione Finanze di Montecitorio e Pasqualino Giuditta. In attesa del voto di fiducia a Romano Prodi il capannello si è messo a parlare di nomine pubbliche. E con un sospiro Paolo Del Mese ha spiegato la rinuncia a 30 poltrone. Fabris ha commentato :"l'Udeur non è Giuda, non prende 30 denari". Al colloquio erano presenti due giornalisti, io e l'inviato de La Stampa, Augusto Minzolini. Entrambi abbiamo riportato su Italia Oggi e su La Stampa il contenuto di quel colloquio (www.italiaoggi.it). Il giorno dopo hanno reagito duramente Romano Prodi ed Enrico Micheli, negando l'offerta. In Senato ne abbiamo riparlato con i diretti protagonisti. Ecco la prima testimonianza, quella di Gino Capotosti, che era presente a quel colloquio e che spiega come l'offerta fosse una percentuale di circa 600 poltrone in consigli di amministrazione vari su cui i principali partiti di maggioranza stavano già discutendo. Nel documento audio-video tutti i particolari...

PRODI E' SICURO: UNO DI LORO TRADIRA'- Prevista l'influenza per uno dei 35 senatori del centro destra che perde la pensione se finisce la legislatura

Romano Prodi lo ha confidato ai suoi. giovedì in Senato qualcuno del centrodestra tradirà. Un'improvvisa malattia potrebbe colpire nelle prossime ore uno dei 35 senatori che dicendo no- come chiede il partito di appartenenza- al governo di Romano Prodi rischia di non maturare il preziosissimo diritto al vitalizio parlamentare, che scatta solo dopo 30 mesi di legislatura, e quindi nel prossimo mese di ottobre. I 35 sospettati sono quelli della foto (tutti alla loro prima legislatura). Partendo dall'alto, da sinistra verso destra. Nella fila in alto: Vincenzo Barba (Fi), Tommaso Barbato (Udeur), Sergio Divina (Lnp), Sergio De Gregorio (Misto), Sandra Monacelli (Udc), Salvatore Ruggeri (Udc), Paolo Amato (Fi), Nicola Buccico (An), Nedo Lorenzo Poli (Udc), Michelino Davico (Lnp). Nella seconda fila. da sinistra verso destra: Mauro Libè (Udc), Massimo Fantola (Udc), Marcello De Angelis (An), Luigi Di Bartolomeo (Fi), Luca Marconi (Udc), Laura Allegrini (An), Giulio Marini (Fi), Giovanni Pistorio (Mpa), Giorgio Stracquadanio (Fi), Franco Malvano (Fi). Nella terza fila, sempre da sinistra verso destra: Francesco Pionati (Udc), Francesco Divella (An), Francesco Casoli (Fi), Filippo Piccone (Fi), Fedele Sancio (Fi), Dario Fruscio (Lnp), Claudio Fazzone (Fi), Cinzia Bonfrisco (Fi), Antonio Paravia (An), Antonella Rebuzzi (Fi). IN quarta e ultima fila, da sinistra: Andrea Augello (An), Andrea Fluttero (An), Albertino Gabana (Lnp), Achille Totaro (An) e Vincenzo Taddei (Fi)

EVVIVA L'UNIVERSITA' LIBERA- I nuovi Ayatollah di Fisica

Benedetto XVI non potrà parlare domani all'Università La Sapienza di Roma. Un gruppo di 67 ayatollah docenti alla facoltà di Fisica è riuscito a tappare la bocca al Papa, mettere in ginocchio un intero governo, quello italiano, e una tradizione secolare di libertà e tolleranza, quella dell'Occidente. Lo ha fatto con l'aiuto di una cinquantina di studenti scalmanati che ieri hanno occupato il Rettorato dopo averne imbrattato i muri e preparato una possibile mini-guerriglia per il giorno dell'evento. Nessuna voce (salvo le isolate e lodevoli eccezioni di Livia Turco e Francesco Rutelli) si è levata in tempo per evitare una censura che nemmeno l'islamica Turchia ha osato nei confronti del capo della Chiesa cattolica. Quando ieri, visto il clima che si stava creando, il Vaticano ha comunicato la rinuncia all'incontro di domani, la prima reazione ufficiale del governo italiano è arrivata da Giuliano Amato. Che altro non ha saputo balbettare se non “La colpa non è mia”, spiegando come la rinuncia non fosse dovuta a questioni di sicurezza e che il ministero dell'Interno aveva già saputo con maestria garantire a George W. Bush una recente visita romana ben più complessa. A parte la meschinità di un'annotazione simile nel momento in cui in Italia veniva impedita in modo tanto clamoroso la libera espressione del pensiero, che ad Amato garantire la sicurezza del presidente degli Stati Uniti non nella giungla, ma in Italia, fosse sembrata impresa eccezionale dà già la misura della professionalità del ministro dell'Interno. Ricordo che allora fu impedita a Bush- proprio perché Amato nemmeno quello era in grado di garantire- una visita a Trastevere alla Comunità di Sant'Egidio, e il grottesco episodio fece il giro del mondo. Ma la reazione di istinto del ministro dell'Interno, subito accompagnata da analoga annotazione del presidente del Consiglio, Romano Prodi (che almeno dopo ha provato a volare un po' più alto) semplicemente scopre con ingenuità anche questo fianco. Perché la sicurezza del Papa proprio poche ore prima non era stata garantita in forma piena proprio dai tecnici dell'Interno durante un incontro congiunto con le autorità vaticane. La presenza di centri sociali, la protesta che sembrava coinvolgere anche soggetti assolutamente estranei alla vita dell'Università aveva creato allarme fra le forze dell'ordine italiane, e certo il governo non aveva fornito le necessarie garanzie ai collaboratori di Benedetto XVI. Ma appunto ridurre a un tema di sola sicurezza il più clamoroso attentato alla libertà di pensiero mai verificatosi in Occidente rende ancora più chiara l'assenza e l'improvvisazione del governo in carica, che da ieri sera sulle tv di tutto il mondo e oggi sulle prime pagine della stampa internazionale rimedia una figura assai più barbina di quella appena ottenuta con i cumuli di spazzatura fra le strade di Napoli. L'unico sussulto di dignità- sia pure tardivo- è giunto dal ministro dell'Università, Fabio Mussi, che ha usato le parole adatte e l'indignazione necessaria ieri mattina prima della rinuncia del Papa e in serata in Parlamento, dove subito si è innescato un acceso dibattito. Ben altro atteggiamento hanno avuto leader della sinistra, come Oliviero Diliberto, e perfino qualche radicale che deve avere scordato negli anni il proprio carico di principi libertari. Resta la vittoria inusitata di quel manipolo di 67 ayatollah della facoltà di fisica e dei giannizzeri che sono riusciti ad infiammare nella loro campagna per negare il diritto di espressione fra le mura universitarie. E da lì dovrebbe ripartire il ministro titolare per radiografare un'istituzione- quella universitaria- che sempre più assomiglia a un cumulo di macerie. Non per censurare la libera espressione- per quanto rozza- degli ayatollah, ma per trovare riparazione a una ferita che rischia di diventare cancrena. In questa stessa culla, nella stessa intolleranza ha trovata bambagia il triste periodo degli anni di piombo, gran parte della violenza che ha ammorbato gli anni Settanta e parte del decennio successivo. Impedire ora è compito non solo del governo, ma della stessa classe politica. E sull'onda delle sue parole anche Mussi dovrebbe studiare e organizzare rapida riparazione al vulnus. Tenendo presente - come si racconta nelle pagine interne- che gli stessi autori del manifesto dell'intolleranza magari il giorno successivo bussano alla porta di un qualche ministero a chiedere un piccolo finanziamento per questa o quell'opera. E' il caso di Marcello Cini, che con il figlio ha costituito una piccola società di produzione cinematografica ben conosciuta ai Beni culturali dove spesso è in gara per trovare la benzina necessaria...

DA ITALIA OGGI IN EDICOLA- Rifiuti, Di Pietro: qui lo dico e qui lo nego

Parole pesanti quelle che Antonio Di Pietro ha usato nel pieno della crisi rifiuti di Napoli, prima attaccando il governatore della regione Campania, Antonio Bassolino. Poi prendendosela con il collega Alfonso Pecoraro Scanio e con i Verdi: «Chi si oppone agli inceneritori? Bisogna chiedersi se, oltre ai mali della camorra, non vi sia qualche responsabilità, di chi si è sempre opposto alla loro realizzazione», ha tuonato il titolare delle infrastrutture. Di Pietro come sempre ci ha azzeccato. C'era qualcun altro pronto a bloccare gli inceneritori, deciso a metà 2006 perfino a revocare i finanziamenti per la loro costruzione. Ma non era un Verde: era proprio lui, il leader dell'Italia dei valori. È stato il nostro Giampiero Di Santo a scovare l'intemerata dall'allora neo-ministro delle Infrastrutture. «Gli inceneritori, o termovalorizzatori», tuonò Di Pietro all'epoca, «sono finanziati in Italia con soldi pubblici in quanto equiparati alle energie rinnovabili. Senza i contributi pubblici gli inceneritori non potrebbero esistere. Meritano questo investimento? La risposta che mi sono dato è del tutto negativa. La costruzione degli inceneritori nasce da due fattori: scarsa informazione e comportamento sociale sbagliato. La scarsa informazione porta a pensare che gli inceneritori siano una soluzione all'avanguardia, che siano necessari e che, in ogni caso, rappresentino il male minore. Gli inceneritori non sono una soluzione innovativa, è vero il contrario; i primi sono stati realizzati più di quarant'anni fa e i Paesi che li hanno adottati inizialmente non li costruiscono più e li usano sempre meno. Inoltre è stato dimostrato che la cenere prodotta diventa un rifiuto tossico». E aggiunse, minaccioso, «Per queste ragioni, l'Italia dei Valori si opporrà alla costruzione di nuovi inceneritori, anche con la richiesta dell'abolizione dei finanziamenti fino ad oggi disposti, e proporrà interventi legislativi a favore di una riduzione dei rifiuti all'origine e di sostegno alle aziende impegnate nel settore del riutilizzo dei rifiuti». Naturalmente, come spesso capita nei proclami dei politici italiani, la minaccia restò lì senza seguito. Servì a procurarsi qualche lode utile alla bisogna dal blog di Beppe Grillo, gli applausi degli ambientalisti e l'assoluta tranquillità dei produttori di inceneritori che ben sapevano quanto sarebbe avvenuto: nulla. Fra gli applausi anche quello del povero Pecoraro Scanio, convinto di avere trovato un alleato insperato. E ora sbertucciato pubblicamente con quel paragone certo non esaltante fra chi blocca gli inceneritori per ragioni politiche e la camorra che lo fa per ragioni squisitamente economiche. L'episodio vale la pena di essere raccontato perché segnala quanto sia inutile la politica in Italia. E terribilmente lontana dalla vita reale. Al massimo sventola per qualche ora la soluzione dei problemi, una dichiarazione di agenzia, un post sul blog per chi si sente più al passo con i tempi, una bella comparsata ancient regime nel salottino di Bruno Vespa. Ma i problemi reali, come i rifiuti, restano lì irrisolti, e prima o poi chi deve farci i conti tutti i giorni esce dall'inganno dello spot. Perfino Di Pietro, che si è costruito con abilità un'immagine di politico pronto a rimboccarsi le maniche e calarsi nella vita reale, dalla fiction esce assai raramente. Ora sui rifiuti della Campania anche senza inceneritori si sono bruciati le dita generazioni di amministratori locali e nazionali, un Di Pietro in più o in meno non fa grande differenza. Ma il danno che ancora una volta è stato provocato all'immagine dell'Italia più ancora che a quella Regione è così grave che varrebbe la pena uscire dalla solita commediola che ieri ancora una volta è andata in scena alla Camera dei deputati dove il governo è andato a riferire gli ultimi sviluppi. Al di là delle responsabilità passate e anche recentissime, che abbiamo documentato in questi giorni, il presidente del Consiglio Romano Prodi ha finalmente adottato un atto di governo. Si potrà discutere l'ennesima scelta di un commissario governativo di emergenza: ce ne sono a bizzeffe, in carica ancora dopo anni (sui rifiuti ne era stato nominato uno nuovo dieci giorni prima, Paolo Costa è ancora in sella a gestire l'emergenza Dal Molin sulla base Usa, per anni ne è restato uno per mucca pazza...). Ma la scelta di Gianni De Gennaro, l'utilizzo dell'esercito e le prime azioni attivate sono un atto di governo e un modo per affrontare l'urgenza della realtà. Ha ragione palazzo Chigi: in questo momento serve dare una mano a De Gennaro a portare via i rifiuti, non è questione di bandiere politiche. Poi ci sarà tutto il tempo per capire le responsabilità, affrontare i processi e continuare il teatrino. I verdi avranno la loro bella parte, ma chi ha governato cinque anni prima non è stato meno ambientalista...

RIFIUTI VERDI MARCI- La sceneggiata di Pecoraro & c

Il piano che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi della raccolta di rifiuti in Campania è stato annunciato in pompa magna agli inizi di luglio 2007 dal governatore della regione Campania, Antonio Bassolino, che alla stampa aveva fornito anche un suo personale decalogo che in quattro passi avrebbe dovuto portare la situazione alla normalità. Il documento, redatto dal commissario governativo uscente, Alessandro Pansa, prefetto di Napoli (ieri il governo lo ha sostituito con Gianni De Gennaro) è stato presentato solo il 27 dicembre scorso. Più di 300 pagine, con centinaia di allegati. Decine di lettere di chi ne ha bloccato l'attuazione. In testa ambientalisti e il loro ministro di riferimento, Alfonso Pecoraro Scanio. Visto che in Italia nessuna decisione, nemmeno in mezzo a tonnellate di rifiuti abbandonati per strada sotto gli occhi del mondo intero, si può prendere senza la magica “concertazione”, il prefetto Pansa si è dovuto sciroppare tutti gli interlocutori possibili e immaginabili. Che hanno inviato le loro osservazioni sulla bozza del piano rifiuti, chiedendo una raffica di correzioni e cassandone di volta in volta le varie parti. A un certo punto il prefetto ha messo una data limite, quella del 15 dicembre scorso, oltre la quale nessun suggerimento sarebbe più stato preso in considerazione. Solo a quel punto si è fatto vivo qualcuno della Regione Campania guidata da Bassolino. Con una sorta di diffida, firmata dall'avvocato Mario Lupacchini a nome dell'assessorato all'Ambiente della Giunta regionale. Richiesta: rinvio della data-limite al 7 gennaio 2008. Altrimenti “codesto commissario comunichi il fondamento giuridico per tale abbreviazione die termini”. Dei rifiuti a Napoli e della data- limite posta dal prefetto per terminare il suo piano e iniziare a renderlo operativo non si è preoccupato particolarmente il ministro dell'Ambiente, Pecoraro Scanio. La lettera con le sue osservazioni a Pansa è infatti arrivata con comodo il 19 dicembre scorso. Anche lui minaccioso: ponendo una serie di condizioni senza le quali il ministro avrebbe detto no al piano cassandolo del tutto. Alcune tecniche, altre formali, una stupisce in particolare: vincolante anche la richiesta di coinvolgere nel business del riciclo dei rifiuti “le Onlus e le altre associazioni non a fini di lucro” con cui il commissario Pansa avrebbe dovuto anche stipulare un accordo di programma. Un po' di burocrazia ulteriore, mentre a Napoli e dintorni l'olezzo della spazzatura rovinava già le feste natalizie a migliaia di cittadini. Ma visto che gli ambientalisti non si muovono mai da soli, il povero Pansa è stato costretto a concertare con ogni loro sigla esistente sull'orbita terrestre. Tonnellate di documenti e osservazioni sono arrivate da Legambiente, Italia Nostra, Greenpeace, Wwf di ogni ordine e grado insieme a sigle minori che almeno avevano dalla loro la residenza in loco. Pagine a pagine sul processo di desertificazione mondiale, trattati interi sul protocollo di Tokyo, tutti i no possibili alle soluzioni proposte dal prefetto per lo snaltimento dei rifiuti. Richiesta al piano- che avrebbe dovuto solo rispondere alla domanda su come raccogliere e fare sparire in qualche modo la spazzatura- di inserire progetti di “microfiliere aziendali di minieolico, fotovoltaico e solare termico” e “filiere agroenergetiche a biomasse”. Così' il povero Pansa è stato messo in guardia anche sulla cultura alimentare di ogni fazzoletto di terra campana, spiegando che lì proprio una discarica o un termovalorizzatore sarebbe stato impossibile. E se fosse finito troppo vicino alla zona della “castagna del vulcano di Roccamorfina”? Impossibile. Cercare subito un altro luogo, e che non fosse quello del “lupino gigante di Vairano” o di produzione del “pecorino di laticauda sannita”. Come muoversi su un campo pieno di mine. Unica soluzione suggerita a Pansa: “imparare il metodo dialogico per la individuazione dei siti dove allocare gli impianti”. Se uno si chiede cosa mai sia, basta leggere il documento di Legambiente: “E' un modello pull, bidirezionale e simmetrico verso lo stakeholder, ed è adottato dalle organizzazioni più avanzate e di maggiore successo”. Per sette mesi un povero prefetto a cui avevano dato pieni poteri proprio perché la situazione era di emergenza e i politici locali e nazionali avevano dimostrato di non sapere che pesci prendere, si è dovuto sciroppare montagne di carta piene di queste perle. Nel frattempo, prima di rispondergli, comuni, province e comunità montane cui era stato chiesto un parere, hanno arruolato eserciti di consulenti, perchè di rifiuti e dintorni nessuno capiva nulla. Una fatica titanica. Con bastoni messi fra le ruote fino all'ultimo istante, fra cumuli di maleodorante spazzatura. Burocrazia che si è trascinata fino al 7 gennaio. Ora finalmente sarebbe bastato iniziare ad applicare il piano. Ma il governo ha voluto ancora una volta fare la faccia feroce. Un po' di decisionismo: via Pansa, ne arriva un altro. Si preparino Wwf, Legambiente e Pecorari Scanio: si riscrive tutto da capo...

CONDONO DI PRODI AI COMUNI ANTI-RIFIUTI

Come si dice a Napoli, Romano Prodi ha fatto la faccia feroce. Porta infatti la sua firma il decreto 11 maggio 2007, n. 61 dal titolo «Interventi straordinari nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania». Pugno di ferro del premier, spiegato all'epoca con il desiderio di mettere fine una volta per tutte allo scandalo della spazzatura a Napoli e dintorni. All'articolo 7 uno schiaffone a tutti i comuni: entro dicembre avrebbero dovuto adottare un piano straordinario per lo smaltimento e auto-finanziarselo. Il 29 dicembre scorso proprio in piena emergenza rifiuti il governo ha fatto marcia indietro: il diktat e quella norma sono saltati, cancellati da una norma malandrina inserita nel Milleproroghe Quando aveva fatto finta di fare la faccia feroce, Prodi aveva stabilito (e la Gazzetta ufficiale pubblicato) che in deroga alle norme generali sulla Tarsu, «i comuni della regione Campania adottano immediatamente le iniziative urgenti per assicurare che, a decorrere dal 1° gennaio 2008 e per un periodo di cinque anni, ai fini della tassa di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, siano applicate misure tariffarie per garantire complessivamente la copertura integrale dei costi di gestione del servizio di smaltimento dei rifiuti». Visto che in campo a parte la scandalizzata stampa internazionale era sceso anche il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il presidente del Consiglio aveva voluto fare vedere come si comanda, risolvendo i problemi. E aveva aggiunto minaccioso: «Ai comuni che non provvedono nei termini previsti si applicano le disposizioni di cui all’articolo 141, comma 1, lettera a), del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267». Tradotto dal burocratese suona così: i comuni campani che non si fossero messi in regola entro il dicembre 2007 sarebbero stati sciolti dal ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano, affidando l’emergenza rifiuti ai prefetti. Un’ottima norma che, se applicata, avrebbe forse evitato i disastri delle ultime settimane. Partenopea hanno risposto con una bella pernacchia al premier. Di piani manco l’ombra e di proposte sull’autofinanziamento ancora meno. Ci si sarebbe attesi allora già ai primi di gennaio una raffica di scioglimenti di comuni campani e il passaggio del comando nelle mani dei prefetti. Ma proprio alla vigilia delle meritate vacanze sui campi da sci, il presidente del Consiglio ha varato un bel condono per tutti i disubbidienti. Che dovevano mettersi in regola entro il 31 dicembre 2007, ma grazie alla norma inserita fra molte altre nel decreto milleproroghe di fine anno, potranno farlo comodamente entro il 31 dicembre 2008. Un segnale più che eloquente arrivato proprio nelle ore in cui stava esplodendo il dramma rifiuti in Campania. Di peggio c’è solo la spiegazione fornita nella stessa relazione di accompagnamento al milleproroghe. Il condono, con relativo rinvio di un anno, ai comuni campani viene inserito all’articolo 33 del nuovo decreto legge con questa spiegazione: «La disposizione è volta ad assicurare che la progressiva copertura dei costi sullo smaltimento dei rifiuti per il tramite della relativa tassa avvenga in maniera e con tempistica uniforme sull’intero territorio nazionale». Ma il decreto legge sui rifiuti campani varato a maggio serviva proprio a derogare, vista la situazione eccezionale, dalle regole previste per tutti gli altri comuni italiani. Insomma, una sceneggiata napoletana in piena regola, che mette decisamente in ombra le piccole querelle politiche scoppiate nelle ultime ore con il più classico degli scaricabarili: Rosa Russo Jervolino (fresca di condono del premier) contro Prodi (che l’ha condonata), Antonio Di Pietro contro Antonio Bassolino, Alfonso Pecoraro Scanio in fuga da tutti e i napoletani sommersi dalla spazzatura. Certo, lo scandalo rifiuti campani è nato ben prima di questo governo, ed è prima di tutto specchio di cosa è l’Italia. Ma la sceneggiata in corso è specchio soprattutto di questo esecutivo, della sua debolezza, della sua impossibilità di prendere decisioni e farle rispettare. Di casi Napoli ce ne sono a bizzeffe, grandi e piccoli ma tutti con lo stesso destino e la finzione di un governo non in grado di governare. Ne citiamo un altro su Italia Oggi, nella sezione Diritto e Fisco. Minuscolo, ma significativo. Nella sua manovra economica per il 2008 il governo fra i tanti atti presunti di “giustizia redistributiva”, ha esonerato una serie di incapienti dal pagamento del canone Rai, per altro appena aumentato a 106 euro. Un poveretto fra i possibili beneficiari, per essere sicuro di non incorrere in sanzioni, ha spiegato alla Rai: «secondo la finanziaria non dovrei pagare il canone. Va bene? Tutto in regola?». E si è sentito rispondere dalla televisione di Stato: «Sì, lei rientrerebbe fra gli esonerati. Ma il governo ha stanziato pochi fondi per pagare al posto vostro, va a finire che molti di voi non potranno beneficiarne. La cosa migliore è che lei paghi subito quei 106 euro, così sarà fra i primi a chiederne il rimborso...». Questa è invece una sceneggiata alla romana..

ALITALIA, E' NATO IL GOVERNO CROZZA

Il governo di Romano Prodi ha chiesto a quello francese di spingere Air France a mettersi d'accordo con Air One e Banca Intesa presentando una proposta comune sull'acquisto di Alitalia. Che su richiesta di Walter Veltroni o di Maurizio Crozza (non è ancora chiarissimo) verrà acquistata dai francesi ma anche dagli abruzzesi ma anche dalla prima banca italiana, che è lombarda. Così d'altra parte aveva chiesto il segretario del Partito democratico nella lunga intervista pubblicata martedì sulla prima pagina de Il Foglio. Un testo che ha lasciato qualche dubbio in chi leggeva: non pochi avevano infatti immaginato una beffa di Giuliano Ferrara. Perché mai il nuovo leader del Partito democratico si era calato così perfettamente nei panni della sua caricatura più nota e riuscita. Solo il Maurizio Crozza-ma-anche-Veltroni poteva rispondere così alla domanda su quale compratore- Air One-Gruppo Intesa o Air France- avrebbe preferito per Alitalia: "La cosa che mi piacerebbe di più è che le proposte di Air France e Air One si incrociassero. Per garantire la forza di un soggetto come Air France e la forza di un soggetto finanziario come banca Intesa, e al tempo stesso però il radicamento nel paese di una compagnia nazionale. Conta l'offerta che viene fatta, contano le strategie industriali, conta sapere per il paese che esito avrà la sua compagnia nazionale". Triplo salto, che nemmeno Crozza avrebbe mai immaginato: uno, ma anche il suo opposto, ma anche la via di mezzo. Un sogno, e non sorprende che esca dal politico sognatore per eccellenza. Uno che nella stessa intervista dice a proposito del mancato registro romano sulle coppie di fatto: "Alla mia domanda ai presentatori della proposta del registro sulle coppie di fatto, 'cosa cambia nella vita delle coppie di fatto di cui parliamo?', la risposta è 'Nulla, ma ha un valore simbolico'. Ecco a me piacciono le cose concrete. Mi piace dedicare una strada a un omosessuale che è stato ucciso e che è vittima dell'omofobia. Mi piacciono le cose che hanno una loro concretezza nella vita delle persone". Beh, a parte il finale grottesco di una via dedicata a un morto che ha però "concretezza nella vita delle persone", Veltroni è proprio fatto così. Un taglio di nastro, una targa commemorativa nelle sue mani restano il nulla che sono ma anche diventano tutto. Crozza ci sorride, ma quello è davvero un metodo di governo. Basta ripercorrere gli ultimi anni a Roma. Immaginarsi la città moderna, profondamente cambiata, ripulita, senza traffico descritta in questi anni dalla stampa locale. Tenersi a mente i nastri tagliati, le cerimonie ufficiali, l'agiografia di Veltroni. Fissarla nella mente, e provare ad andare in giro: sulle prime non sembrerà così, ma alla fine ci si convincerà. Un po' di realtà ma anche tanta immaginazione, e si vive tutti meglio. Se davvero Alitalia riuscirà ad andare ad Air France, ma anche ad Air One, ma anche a Banca Intesa, non resterà che arrendersi: il metodo Crozza è quello giusto, vincente. Si varerà una legge proporzionale ma anche maggioritaria, che regala tutto ai due partiti principali (Pdl e Pd): è il Vassallum. Si tiferà per la Juventus ma anche per la Roma, come ha già fatto Veltroni in questi anni. Per l'Inter, ma anche per il Milan: così finirà la violenza nel calcio. Si pagherà il canone alla Rai e anche a Mediaset, il colpo di ghigliottina ideale a tutti gli inciuci fra i due gruppi tv. Quanto al proprio credo, si andrà alla funzione il venerdì in moschea, ma anche il sabato in sinagoga, ma anche la domenica in Chiesa: un po' faticoso ma anche molto profondo, e con un bel vantaggio: dal lunedì al giovedì si potrà peccare fregandosene del Corano, ma anche del Talmud, ma anche del Vangelo. Si potranno fare coppie di fatto da sfoggiare nelle serate che contano, ma anche essere sposati per le occasioni in cui serve. Finalmente finirà il carico di lavoro che opprime tutti i tribunali: tutte le cause pendenti verrano sciolte dando ragione a uno ma anche all'altro. Crozza non lo sa, ma facendo ridere ha anche indicato a Veltroni il suo vero modello di governo per un paese. Si inizia dalla compagnia di bandiera, ma si applicherà all'intera Italia. Seppellendo sotto quel "ma anche" secoli di guerre intestine, fra guelfi e ghibellini, fra fascisti e comunisti, fra Prodi e Berlusconi...

MORRICONE NON FA POLITICA. O ALMENO NON LA FA GRATIS PER TUTTI...

Sostiene il maestro Ennio Morricone in un'intervista al Corriere della Sera firmata da Aldo Cazzullo: "Non ho mai parlato di politica in vita mia. Non mi schiero. Non milito. Faccio un altro mestiere". E non schierandosi, ma facendo un altro mestiere spiega da tecnico: "A me pare che l'Italia si stia rimettendo in sesto. Sono contento di questo governo: ha lavorato per il bene di tutti, nell'interesse del paese. L'altro giorno ho sentito al telegiornale il segretario dell'Udc, Cesa, dire che Berlusconi ha sbagliato a fare leggi per se stesso. Ma noi italiani ce ne eravamo già accorti, e sappiamo bene che Cesa, Casini e tutti gli altri quelle leggi le hanno votate...". Il tecnico Morricone aggiunge: "Della politica di oggi non mi piacciono gli insulti ai senatori a vita, e le calunnie contro Prodi (...) Io Prodi e Padoa Schioppa non li ho mai incontrati in vita mia, ma apprezzo come stanno cercando di rimediare al dissesto che hanno trovato. Lo so che la maggioranza è spesso divisa. Ma è normale che in un'alleanza ci siano contrasti. La sinistra che chiamano radicale non è poi così irragionevole: la finanziaria l'ha votata, ora pure la riforma delle pensioni e del welfare". Morricone, che non si schiera mai, è stato eletto nella costituente del partito democratico in cima a una lista per Veltroni. Ma è stato per errore: "ho chiesto di essere depennato, mi hanno risposto che era tardi. Allora ho scritto a Veltroni per spiegargli che alla costituente non sarei mai andato. Ho una sua lettera di risposta, molto cortese. E' d'accordo con me: quel che posso fare per l'Italia, lo farò con la musica". Naturalmente un musicista non schierato, apolitico e indipendente come Morricone deve essere solo lontano parente di quel Morricone che il 19 febbraio 1997 presentò al teatro Olimpico di Roma il nuovo inno dell'allora partito democratico della sinistra di Massimo D'Alema, da lui stesso composto. Fu la rappresentazione di quel lontano parente a costare 232.383.959 di vecchie lire dell'epoca. Morricone, tecnico e apolitico, si sente invece patriota, e confessa al Corriere di avere un sogno: reinterpretare l'inno di Mameli. Naturalmente lui, il premio Oscar Ennio Morricone. Non quell'Ennio Morricone- probabile caso di omonimia- musicista meno patriota che pizzicato nel 2001 dall'Agenzia delle Entrate per avere evaso il fisco italiano prendendo una residenza fittizia a Montecarlo, fu costretto a pagare per mettersi in regola 1 miliardo, 189 milioni e 933 mila lire dell'epoca...

RAI, IL MINOLI SCANDALIZZATO- Quando lo scandalo era lui

Le telefonate intercettate a Deborah Bergamini hanno scandalizzato un'anima sensibile come quella di Giovanni Minoli. Cui, durante un'intervista a L'Espresso in edicola, è perfino scesa una lacrimuccia: "Mi sono molto dispiaciuto per l'azienda e la sua credibilità, ma non sono affatto stupito. Da ben 14 anni viviamo polemiche e contrasti nati all'ombra del conflitto di interessi di Silvio Berlusconi...". Beh, 14 anni così! Buio piombo. Salvo uno spiraglio di luce. Aprile 1996. L'Ulivo appena vincitore delle elezioni. Romano Prodi, presidente del Consiglio in pectore, invitato a sostenere l'ultima fatica: un'intervista a Mixer, sbranato da Minoli che sa come si fa giornalismo indipendente e aggressivo. E infatti il terribile tele-giornalista presentò Prodi con queste parole: "Il buon professore, il manager, il politico, l'uomo delle speranze on the road e dell'Antitrust, del liberalismo temperato e del federalismo fiscale. L'antidivo per eccellenza, il leader che alle tele-risse preferisce le tele-riflessioni. Il sorriso è rassicurante, bonario e sereno. A tratti frutto di turbamento, spesso il risultato di un ragionamento. Gli occhi, roteanti e morbidi, parlano con le pupille, dialogano con le sopracciglia, comunicano con il cristallino. Le mani, più che gesticolare, dicono...". Chapeau!

CASO RIOTTA. 2/ Quella frase di Prodi in Cina...

Quando Gianni Riotta fu nominato al Tg1 Romano Prodi era in Cina, dove stava rifiutando i colloqui con i giornalisti in fuga da un bigliettino inquietante, quello che Angelo Rovati aveva inviato al presidente di Telecom Italia, Marco Tronchetti Provera, allegato a un imbarazzante piano per ristatalizzare le telecomunicazioni italiane. Ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulle nomine appena varate dal consiglio di amministrazione della Rai, Prodi sibilò seccato: "Tutti ora dicono che Riotta va bene. Non capisco perché si dice che va bene solo a me..."

CASO RIOTTA.1/ Quell'intervista apri-pista

Che cosa accadde 40 giorni prima della nomina di Gianni Riotta al Tg1? Basta andare di archivio. Corriere della Sera, 21 luglio 2006. Intervista di Gianni Riotta al presidente del Consiglio, Romano Prodi. Eccone alcuni dei passaggi più aggressivi: "L'antipasto del presidente è semplice, una fetta di pane fresco con poche gocce di aceto balsamico di Scandiano. Guarda la Colonna Traiana che riempie la finestra, «Quelle erano guerre senza proporzione. Roma si metteva in marcia e poteva distruggere un popolo intero. Il mondo è cambiato, ma dolore, morale, restano questioni centrali». Il presidente del Consiglio Romano Prodi fa colazione con il suo staff ed esamina le questioni del giorno, la storia che è ancora cronaca, non fissata nella pietra come nella Colonna dell'imperatore Traiano e su cui ogni leader politico spera di intervenire (...) Prodi ha una camicia a righe e una cravatta celeste, i suoi collaboratori (c'era anche Rovati? ndr) ne seguono la conversazione, come sempre pacata, scandita, con la tradizionale ansia di chi lavora con i leader: dirà troppo? dirà troppo poco? Il presidente li coinvolge nella conversazione, ne ascolta i suggerimenti, e poi continua, secondo il suo filo..." Ed ecco le domande incalzanti: 1- Presidente, prima di andare ai tassisti, restiamo ancora nel mondo... 2- Davanti alle immagini della guerra in Medio Oriente, c'è in Prodi una doppia reazione, l'angoscia per il da farsi e per lo stop che il conflitto lungo 60 anni pone a tutti gli altri dossier mondiali: «Dovremmo parlare di Asia, di Europa, del rapporto perfetto che abbiamo con la Merkel a Berlino, e che nemmeno quel gol di Grosso al 118' della semifinale non ha spezzato. Dovremmo parlare di voli diretti Roma- Pechino, di turismo dalla Cina, e di Banca del Mediterraneo. Invece tutto fermo». 3- Il mondo è grande e terribile, presidente. Ma anche governare i tassì non è semplice. Chi ha vinto, a proposito, il governo o i tassisti? 4- Il suo avversario, l'ex premier Silvio Berlusconi, sta facendo il suo surplace e si dice convinto che lei andrà fuori pista alla Finanziaria (sic.. Già allora, e la spalla non si è lussata... ndr) 5- Guardando il nostro paese non si vede troppa passione, presidente. Poca crescita, poco sviluppo, niente innovazione, pochi figli. 6- Almeno attorno al Mondiale un po' di passione s'è vista, in campo e fuori. Poi ci siamo risvegliati con il calcio degli scandali. 7- S'è fatto tardi, il caffé è freddo nelle tazzine, l'agenda del premier incalza. Niente vacanze, quest'anno? Eh sì... Uno così non poteva che finire al Tg1...

Prodi chiama Tps il suo ministro dell'Economia e rivela: per combattere l'assenteismo nella p.a. i miei consigliano di dare un premio di presenza!

Romano Prodi martedì 27 novembre, assemblea della Cna. Prima racconta che in una riunione con i suoi esperti ha posto il problema dell'assenteismo nella pubblica amministrazione. E gli hanno risposto: diamo un premio di presenza. Perfino al tranquillissimo Romano sono cadute le braccia. Poi il presidente del Consiglio per la prima volta chiama in un'occasione ufficiale il suo ministro dell'Economia Tps... Video girato amatorialmente con il mio telefonino durante i lavori...

Da Italia Oggi in edicola/ Clamorosa scoperta archeologica: in Rai hanno trovato una che è stata raccomandata

Ci sono voluti più di 50 anni, ma alla fine le lunghe ricerche hanno avuto successo: in Rai hanno scoperto che una dipendente è stata raccomandata. Addirittura lottizzata dall'ex presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Si chiama Debora Bergamini, fa il direttore marketing dell'azienda di viale Mazzini in cui è stata catapultata dopo un breve rodaggio come assistente di Berlusconi. Per fare emergere lo scandalo ci sono voluti naturalmente lunghi appostamenti e mesi, se non anni, di intercettazioni telefoniche e ambientali. E per rivelarlo a tutti la caparbietà di un pool di cronisti, quello di Repubblica, che hanno offerto la primizia accompagnata da commenti grondanti indignazione. Il caso Bergamini getta una macchia su una vita aziendale - quella della Rai - di tradizionale e fiera indipendenza dalla politica in genere e dai governi in carica. Fin dal giorno della sua fondazione la Rai è stata presa a modello da tutti i grandi network internazionali per una passione innata per le notizie e l'orgoglioso motto «il mio unico azionista è il telespettatore». Nelle scuole di giornalismo si citano sempre i celebri direttori del Tg unico, poi del Tg1, del Tg2, del Tg3, dei radiogiornali, delle testate satellitari per la schiena sempre dritta e il coraggio con cui si negarono al telefono e in caso contrario mandarono a quel paese presidenti del consiglio, da Alcide De Gasperi a Romano Prodi passando per i vari Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Bettino Craxi e - certo - anche Berlusconi. Solo qualche settimana fa si sono svolti nell'indifferenza generale i funerali di un ex direttore del tg, tale Enzo Biagi, licenziato dall'azienda di viale Mazzini perché fannullone e scarsamente preparato. Quando Ted Turner fondò la Cnn, per reclutare i giornalisti volle prendere ad esempio i celebri concorsi con cui si erano costruite nella lontana Italia fiori di redazioni giornalistiche invidiate in tutto il mondo: gente preparatasi a lungo sui libri, addestrata quasi militarmente a tenere dritta quella maledetta schiena. Alla Harvard business school esiste addirittura un corso di laurea dove si insegna il modello di governance della Rai: un consiglio di amministrazione indipendente, eletto dai telespettatori fra una rosa di candidati selezionata con criteri durissimi dalle principali università internazionali. Come fra le maglie strettissime di un sistema così consolidato abbia potuto infilarsi - forse di notte - una Bergamini è mistero che solo quel diavolo di Berlusconi potrebbe rivelare. Giusta l'indignazione generale. Appare fin poco la «class action» minacciata dall'Usigrai, il sindacato di quelli dalla schiena dritta. L'Italia non si meritava tanta vergogna. Vi pare?

SCALFARI BANDERUOLA SU ANDREOTTI

Per una vita Eugenio Scalfari ha scritto peste e corna di Giulio Andreotti. Per una vita con la sola parentesi dell'inizio degli anni Novanta, quando un Andreotti allora presidente del Consiglio riuscì a togliere Repubblica e l'Espresso dalle mani di Silvio Berlusconi (la spartizione della Mondadori). Poi la penna del fondatore di Repubblica è tornata a roteare. Staffilate anche nell'ultimo anno, quando il senatore a vita Andreotti si è permesso di votare con il centro destra contro il governo Prodi. Ecco un passo di un editoriale del 9 maggio 2007: "...per tornare ad Andreotti, c'è solo un personaggio storico al quale si può raffrontare, sia pure con ben altra dimensione, ed è Talleyrand. Stessa passione per il potere senza aggettivi, stesso uso spregiudicato dei mezzi, stessa sapienza tattica, stesso cinismo...". Ed eccone un altro del 22 luglio 2007: "La capacità di Prodi a mediare è notevole, ma c'è mediazione e mediazione. Andreotti per esempio, ai suoi tempi, fu un fuoriclasse in questo esercizio da lui usato quasi sempre per mantenersi al potere anche a costo dell'immobilismo più disperante...". Poi Andreotti ha votato per la finanziaria del governo Prodi. Ed ecco l'editoriale di Scalfari su Repubblica di domenica 18 novembre: "Credo doveroso che l'opinione pubblica esprima gratitudine- al di à delle condizioni politiche- a quei senatori a vita che si sono sobbarcati a una scelta di campo non per sostenere un governo ma per assicurare al paese quel minimo di stabilità possibile nelle condizioni esistenti, evitando rischiosissime avventure (...) Nel loro comportamento non c'è e non ci poteva essere alcun tornaconto e alcun calcolo pesonale nè retropensieri di sorta nè capricciose meschinità da soddisfare ma soltanto il diritto-dovere di salvguardare le istituzioni e il tessuto connettivo della nostra società. Ne faccio i nomi: Andreotti...". Da restare senza parole...