Album dei ricordi: quando si votava con le preferenze
Fa schifo il Parlamento dei nominati dai segretari dei partiti? Può essere: ma questo era il parlamento nominato dagli italiani quando potevano scegliere con le preferenze... E' un bel ballottaggio...
Ecco tutti i votati con le preferenze a cui si è regalato pure il vitalizio
Come ti catturo i giovani: prodiano e renziano lanciano lo spinello libero ai sedicenni
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Bertolaso a confronto con Prodi in Umbria ha fatto davvero il miracolo!
Girandola di telefonate per pagare le vacanze lusso al segretario generale di Romano Prodi
Mani in tasca del fisco di casa. Altro che federalismo: +43% le tasse locali in 5 anni. Complice anche un vecchio errore di Visco
E’ il salasso della porta accanto. Mentre a Roma si discute di tanto in tanto di possibile taglio delle tasse, dalla periferia negli ultimi cinque anni è arrivata una vera e propria stangata fiscale. Le addizionali regionali e comunali, una degli oltre milleottocento travestimenti che lè’esattore delle tasse si è inventato in Italia per infilare i suoi tentacoli nelle tasche dei cittadini, sono aumentate negli ultimi cinque anni in media del 43%. In gran parte per un ritocco verso l’alto delle addizionali stesse, e per il resto grazie alla trovata del duo Romano Prodi- Vincenzo Visco che nella finanziaria 2007 sostituirono le deduzioni con le detrazioni aumentando la base imponibile di tutti i contribuenti. Il risultato fu che la stessa aliquota locale (ad esempio un’addizionale regionale dello 0,9%) invece di essere applicata come avveniva al 95% del reddito lordo, dal primo gennaio 2007 è stata applicata al 100% del reddito, con una tragica magia: si sono pagate più tasse anche se formalmente nessuno le aveva aumentate.
Ma proprio nei due anni di governo dell’Unione la gran corsa alla tassazione sembra avere contagiato al di là degli schieramenti anche gli amministratori locali. Su 118 città capoluogo di provincia che Libero ha preso in considerazione grazie ai dati del Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia, ben 91 hanno visto aumentare sensibilmente la tassazione addizionale Irpef, per ritocco verso l’alto o dell’addizionale regionale o di quella comunale. Una sola, la città di Lodi, ha visto diminuire la pressione fiscale locale dell’11,76% grazie al fatto che non è variata l’Irpef della Regione Lombardia e si è invece dimezzata quella comunale (passata da 0,4 a 0,2%). Per 26 città invece la pressione fiscale risulta oggi invariata rispetto al 2005 o perché non è stato effettuato alcun ritocco alle aliquote o perché comune e Regione si sono in qualche modo compensati con impatto zero sulle tasche dei cittadini. Sono nove le città capoluogo di provincia in cui la pressione fiscale locale ha raggiunto il tetto massimo del 2,2% previsto dalla legge (1,4% per l’addizionale Irpef regionale e 0,8% per quella comunale): Benevento, Campobasso, Catania, Cosenza, Imperia, Messina, Novara, Rieti e Siracusa. A inizio anno ce ne era anche un’altra, Palermo, che però da qualche giorno ha deciso con un decreto di dimezzare per il 2010 l’aliquota Irpef comunale (dallo 0,8 allo 0,4%), che resta comunque il doppio di quella in vigore nel non lontano 2005.
Sono quattro le città in cui la pressione fiscale locale si è almeno raddoppiata. Tutte nel Mezzogiorno. Il record è di Caltanissetta (aumento del 122,22%), seguita da Lecce (116,66%), Catania e Ragusa (100%). Ma assai vicina al raddoppio è andata anche una città abruzzese come Pescara (98,88%). Oltre a queste cinque sono comunque 23 le città in cui la pressione fiscale territoriale è aumentata nel corso dei cinque anni più del 50%. Mentre sono solo quattro le città che hanno optato per un addizionale comunale zero. Tutte al Nord: Brescia, Milano, Trento e Venezia. Per chi abita lì si paga solo l’Irpef dovuta secondo scaglione nazionale di reddito e almeno la quota minima stabilita per legge sull’addizionale regionale: 0.90%.
Scontano comunque una pressione fiscale locale sopra il 2% anche senza raggiungere il tetto massimo altre 16 città di provincia: Ancona, Ascoli Piceno, Bologna, Caltanissetta, Chieti, Crotone, Fermo, Genova, L’Aquila, La Spezia, Latina, Ragusa, Salerno, Sondrio, Varese e Vibo Valentia. Così è sulla carta, anche se per i comuni della provincia de L’Aquila compresi nel cratere del terremoto le tasse almeno ora non verranno pagate né a livello nazionale né a livello locale. Quando vuole il fisco riesce perfino ad avere cuore. Ma non ci riesce fino in fondo. Perfino nella regione terremotata si avvertono i cittadini con un avviso a caratteri microscopici che in effetti sì il pagamento delle tasse è al momento congelato. Ma si aggiunge in calce un’avvertenza grottesca: “Si precisa che, pur in presenza della proroga della sospensione, i pagamenti spontanei non sono inibiti e che, se effettuati, non sono rimborsabili”. Se qualcuno sbagliandosi quindi a L’Aquila e dintorni andrà a versare le tasse, in nessun ufficio delle imposte ci sarà qualcuno che gli dirà di no, che può fare con più comodo. E una volta intascati i soldini, il contribuente resterà beffato.
E chi si ricorda più del programma Pdl? Berlusconi riscuote 360 milioni di tassa sul caro estinto che voleva abolire
Pagina 7 del programma elettorale 2008 del Popolo della libertà, primo obiettivo sulla famiglia: “Meno tasse”. Punto numero tre: “Abolizione delle tasse sulle successioni e sulle donazioni reintrodotte dal governo Prodi”.
Anno 2010, quello in cui Silvio Berlusconi con il suo governo entra nel giro di boa della legislatura. Previsione di entrata del capitolo 1239 del ministero dell’Economia e delle Finanze, incasso stabilito in euro 360 milioni alla voce “imposta sulle successioni e le donazioni”. L’odiosa tassa sul caro estinto che il cavaliere stracciò nel 2001 e il centro sinistra rispolverò nel 2006 decidendo perfino di mettere le mani nelle tasche dei morti, è tutt’oggi al suo posto. Non l’ha toccata nessuno. Fa parte delle quasi duemila gabelle che il fisco-monstre italiano negli anni ha accumulato a livello centrale e locale e che occupano ogni istante di vita degli italiani. Sono così numerose che alla fine in questo paese nessuno può essere un evasore totale: non pagherà il dovuto di Ire o di Ires, magari. Ma non può sfuggire all’accisa o all’imposta sul valore aggiunto in agguato, a meno di vivere davvero da nullatenente: senza mangiare, bere, dormire, consumare, respirare. Perché su ogni cosa c’è la sua bella tassa in agguato.
Tutte naturalmente fondamentali e non cancellabili. Prima bisogna ragionare su modelli e macrosistemi, poi magari si potrà trovare una soluzione alternativa a coprire i proventi governativi per il “diritto erariale dovuto per il rilascio urgente dei certificati del casellario giudiziale”. Giulio Tremonti prevede di incassare a quella voce ben 15.493 euro durante l’anno in corso: poco più di mille euro al mese in tutta Italia. E possiamo essere certi che il costo di riscossione sia almeno dieci volte tanto. Comunque a diritti e bolli sul certificato del casellario giudiziale il governo in carica sembra tenere assai. Tanto da avere sì infilato le mani in tasca a quello spartissimo gruppo di italiani che ne aveva bisogno. Fino al 7 gennaio 2009 per avere quel documento bisognava pagare una marca da bollo (a proposito, non si erano abolite tutte ?) da 3,10 euro. Con decreto ministeriale dell’8 gennaio 2009 andato in Gazzetta Ufficiale il 6 febbraio 2009 e da allora divenuto operativo, il costo di quella marca da bollo è salito del 14,2%, e ora è di 3,54 euro. Ne valeva proprio la pena?
La giustizia ad esempio non riesce a riscuotere, e spesso perde somme milionarie sequestrate e depositate su conti destinati a divenire dormienti per assoluta incuria, eppure ogni tribunale è una specie di monumento alla micro tassa. Non c’è documento o diritto del cittadino che non abbia sopra la bella zampata dell’erario. Perché per avere giustizia bisogna comunque pagare. Carte e marche da bollo, diritti di concessione, tributi di ogni genere. La tabella del ministero dell’Economia alla voce entrata si vergogna pure di citare i riferimenti, ma elenca “tributi speciali e diritti di origine giudiziaria” che nel 2010 daranno il loro bell’incasso da 50 mila euro. Identica piccola somma che si ottiene con i tributi pagati per i concorsi per la nomina ad amministratore giudiziario. Comunque il doppio dei 30.471 euro riscossi come quota di tributo erariale per l’iscrizione all’albo dei mediatori di assicurazione e riassicurazione. Una delle centinaia di imposte che costano più allo Stato di quel che possa mai incassare. Ma questo è il fisco italiano, signori…
(2- continua.
Ci sono ancora 61 tasse di Bersani del 2006 che Berlusconi ha conservato e perfino aumentato
Una l’ha cancellata Silvio Berlusconi: l’Ici sulla prima casa. Cinque sono cadute per esaurimento naturale. Ma a 37 mesi dal loro varo sono ancora in vigore, qualcuna addirittura rinvigorita, 61 delle celebri 67 nuove tasse inventate nel 2006 dal governo di Romano Prodi, Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani. Le mise l’Ulivo, non le ha tolte più nessuno (perché introdurle è facilissimo, per il centro sinistra quasi una gioia, ma poi trovare le coperture per abolirle è sempre complicato e ci vuole coraggio). Anche se contro quelle 67 nuove tasse il 2 dicembre 2006 l’allora Casa delle Libertà portò in piazza a Roma due milioni di persone. Forse Bersani ha pensato di chiudere il problema facendo fuori dai vertici del suo partito e mettendo per un po’ in quarantena l’amico Visco (che lo ha comunque appoggiato nella corsa alla segreteria). Forse Berlusconi ha immaginato che fatta quella manifestazione e tornato al governo tutte sparissero di incanto. Forse i contribuenti italiani si sono perfino abituati e con i tempi che corrono pensano più a coprirsi le spalle dal rischio di nuove gabelle: non averne avute è già un piccolo successo. Ma le 61 tasse del 2006 sono tutte ancora lì a sfilare risorse preziose dal portafoglio degli italiani.
Quel lontanissimo 2 dicembre non pochi dei simpatizzanti berlusconiani indossarono uno dei tanti gadget predisposti per l’occasione: una t-shirt con sopra scritto: “ 67 nuove tasse. Padoa… Schioppa. E io pure!”. Tremonti euforico pronosticò: “Ha ragione Berlusconi. Ci sarà molta gente. E' una Finanziaria che scontenta tanta, tanta, tanta gente, anche fra quelli che hanno votato a sinistra”. E davanti ai due milioni di persone anche il compassato futuro ministro dell’Economia sbottò euforico: “Solo un demente, come quello che sta adesso al governo, poteva pensare di fare più spesa pubblica con più tasse”. Poi si scusò: “Ho esagerato, ma siccome lui in passato mi ha dato del delinquente politico, me lo posso permettere”.
Quello stessa euforia tre anni fa che sembrano più di una vita contagiava anche il leader numero due del centro destra, Gianfranco Fini, convinto che arringava la folla contro le supertasse pronosticando: “così la Cdl è destinata a vincere e a dimostrare che la sinistra sarà battuta, ne siamo certi”.
Ma 37 mesi dopo le 61 tasse sono lì come un macigno, e nemmeno tutte come allora. Qualcuna è perfino peggiorata con il centro destra al governo, divenuta più pesante di quel che era grazie ad automatismi di cui tutti pèaiono essersi dimenticati, e non è certo bandiera da sventolare. L’Irpef più cara voluta da Vincenzo Visco è con le stesse aliquote introdotte nel 2006. Voleva aiutare i contribuenti con meno reddito, ma le menti del Nens (il centro studi di Visco e Bersani) e i tecnici dell’Ulivo sbagliarono tutti i calcoli. Così il fisco portò via una parte di stipendio perfino a chi guadagnava mille euro al mese e certo non poteva essere considerato un ricco da fare piangere. Le detrazioni che sostituirono il sistema di deduzioni introdotto da Tremonti non sono state più modificate. Il contributo di solidarietà sulle pensioni più alte allora avversato è restato in vigore fino alla sua scadenza naturale, a fine 2009. La possibilità per i comuni di aumentare l’addizionale Irpef non è stata revocata. La criticatissima tassa di scopo (Iscop) concessa agli enti locali per piccole opere pubbliche non è stata mai abolita (e viene oggi usata, sia pure da piccoli comuni: il più grande è Rimini).
Tuoni e fulmini accompagnarono la decisione di Prodi & c di introdurre una addizionale di 50 centesimi a passeggero sui diritti di imbarco sugli aeromobili. Con il Pdl al governo non solo non è stata abolita, ma è aumentata di un ulteriore euro a passeggero per pagare la crisi Alitalia. Nulla è cambiato in meglio su rendite catastali, tariffe per il rilascio del visto di soggiorno, tassazione sui tabacchi lavorati, tasse ipotecarie che Prodi introdusse e aggravò e che i tecnici di Berlusconi inserirono nella lista dei 67 misfatti fiscali contro cui manifestare.
Sono restate immutate le norme introdotte sul Tfr, mentre l’aumento della pressione contributiva che fece gridare allo scandalo il centro destra non solo non è stato abrogato, ma è stato addirittura aggravato e in modo sensibile. Proprio grazie a una norma contenuta nella legge Visco-Bersani nel 2006 l’aliquota per le gestioni degli artigiani e dei commercianti era del 19%. Oggi è del 20 per cento. Fu fatta salire al 23% l’aliquota contributiva per la gestione separata Inps per i lavoratori autonomi che esercitano attività professionale o di collaborazione e al 16% per gli altri iscritti. Nel 2009 la prima è schizzata al 25% (e al 26% dal primo gennaio 2010), la seconda al 17%. Un aumento secco della pressione contributiva, contro il popolo delle partite Iva, considerato da Bersani e Visco un nemico di classe, ma dimenticato anche dal centrodestra. Non l’unico caso.
Perché l’elenco delle nuove tasse dimenticate da Berlusconi & c in questi primi 20 mesi di governo è lungo, e potrebbe simbolicamente culminare con quella nuova tassazione Visco sulle donazioni e le successioni che solo pochi anni prima il Cavaliere no tax (ormai un pallido ricordo) aveva inutilmente disintegrato: oggi però a comandare è il fisco- vampiro della sinistra, non quello liberal del centrodestra restato solo nell’inchiostro dei pamphlet e dei programmi elettorali.
I 61 fantasmi di Prodi però ogni giorno continuano ad infilarsi nelle tasche degli italiani e a ricordare agli elettori di Berlusconi che di tempo non ne resta molto: il 2010 non può essere l’anno dei grandi disegni di riforma, ma finalmente l’anno delle forbici fiscali. Non inchiostro, ma meno tasse per tutti finalmente.
Johnny Riotta, era lui il direttore del Tg1 dall'editoriale facile
Gianni Riotta batte Augusto Minzolini 77 a 4. Per settantasette volte in due anni e mezzo l’ex direttore è comparso sugli schermi del Tg1 da lui diretto commentando, intervistando e perfino intervistandosi. Minzolini quattro volte in sei mesi e per pareggiare i conti con il suo predecessore avrebbe bisogno di ingranare la sesta marcia, d’ora in avanti con almeno un intervento ogni dieci giorni. Nel disinteresse assoluto di vertici aziendali, commissioni parlamentari di vigilanza e politica in genere, Riotta è riuscito ad utilizzare tutte le frecce all’arco di un vero professionista. Per ventidue volte ha fatto il commentatore: 19 editoriali veri e propri e tre ricordi autobiografici (in gergo giornalistico “coccodrilli”) di altrettanti autorevoli giornalisti scomparsi: Enzo Biagi, Emilio Rossi e Sandro Curzi. Dodici volte Riotta è comparso in studio durante le principali edizioni del Tg1 per farsi intervistare dal conduttore di turno. Ma in sostanza per auto intervistarsi, perché le domande erano concordate se non proprio scritte insieme prima di andare in onda. Altre 43 volte l’ex direttore del Tg1 è andato in onda facendo da intervistatore, e anche in quel caso qualche commento è scappato a chiosa del dialogo con il suo ospite. L’apice è stato raggiunto da Riotta il 13 ottobre del 2007, quando in studio il direttore del Tg1 è apparso insieme a un altro ospite, Vincenzo Conticello, proprietario dell’Antica focacceria San Francesco di Palermo, un imprenditore balzato agli onori della cronaca per il suo rifiuto di pagare il pizzo alla mafia. La conduttrice, Tiziana Ferrario intervistò Conticello, poi intervistò il suo direttore e ancora cedette a lui la possibilità di fare ulteriori domande all’ospite. Riotta le fece, poi fissò la telecamera per un editorialino volante: “sono orgoglioso di potere ospitare un imprenditore così. Sono due volte orgoglioso, perché Conticello è mio cugino”.
L’editoriale al Tg1 non è dunque innovazione di Minzolini, anche se ogni volta che l’attuale direttore apre bocca in studio succede un pandemonio e si strepita alla violenza perpetrata nei confronti del servizio pubblico. Certo finora Minzolini è andato al risparmio: a parte il primo saluto ai telespettatori solo altre tre volte è andato in video offrendo commenti dedicati al caso Berlusconi-escort, alla libertà di informazione (in occasione della manifestazione Fnsi a piazza del Popolo) e ai rapporti fra giudici e politica (il caso Ingroia sollevato proprio da Libero).
Nei suoi ventidue commenti Riotta ha naturalmente spaziato su un ventaglio di argomenti più vasto. Essendo la politica estera la sua passione, per sette volte se ne è occupato: due su terrorismo e Medio Oriente, cinque sulle elezioni americane. Come Minzolini si è occupato di libertà di informazione anche se Riotta (il 3 maggio 2008) ha preso spunto da una manifestazione internazionale: la giornata per la libera stampa indetta dall’Onu. Ma in non poche occasioni il predecessore di Minzolini si è occupato di politica interna. Editoriale il 14 luglio 2007 sulle difficoltà della situazione politica italiana. Altro editoriale il 13 ottobre 2007 sui risvolti provocati nel quadro politico italiano dalla nascita del Partito democratico. E ancora, panoramica di politica interna ed estera nell’editoriale del 30 dicembre 2007 dove si fanno anche gli auguri di buon anno ai telespettatori con un giorno di anticipo (per non mettersi in gara il giorno dopo con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano). Il 4 marzo 2008 Riotta fece un editoriale sui programmi dei due principali schieramenti in campagna elettorale finendo con un’intervista all’economista Mario Monti. Dodici giorni altro editoriale di politica, partendo però dal trentennale del sequestro di Aldo Moro. Un mese dopo, il 15 aprile 2008, ancora un Riotta commentatore politico in video per dire la sua sul risultato delle elezioni politiche in Italia. Poi una sfilza di editoriali sulle elezioni americane in cui non è stata del tutto assente la politica italiana. Fino all’editoriale omnibus del primo gennaio 2009, in cui Riotta ha commentato il discorso di Napolitano della sera prima e l’agenda politica del governo per il nuovo anno.
In mezzo le 43 interviste, un genere in cui la parte del leone è toccata a Roberto Benigni (intervistato per 13 volte anche per lanciare un programma in onda su Rai Uno), e di cui hanno tratto beneficio dopo la vittoria elettorale anche esponenti del centro-destra come Giulio Tremonti (intervistato da Riotta sul Tg1 cinque volte) e Gianfranco Fini (due volte, come Romano Prodi nel periodo precedente).
Non può essere quindi al genere giornalistico che il centrosinistra aziendale o no oggi sta facendo il processo. Sono i contenuti e non la forma dei commenti di Minzolini che si vorrebbe censurare. Come mai è accaduto nella storia dell’informazione pubblica dell’Italia libera e repubblicana.
Berlusconi non è un cittadino normale. Con tutte quelle cause è più pericoloso di Totò Riina e Al Capone
Ci sono numeri che parlano da soli. Centonove processi, 2.500 udienze, 530 perquisizioni e acquisizioni di documenti da parte della Guardia di Finanza. Oltre duecentomilioni di euro spesi per la propria difesa. Questi numeri non raccontano la storia giudiziaria di Totò Riina e della cupola della mafia. Sono la fotografia dell’assedio giudiziario a Silvio Berlusconi fra il 1994 ed oggi. Non esiste un paragone possibile nella storia giudiziaria di Italia. Non esiste un cittadino finito come l’attuale presidente del Consiglio nel mirino della magistratura. E non è solo storia italiana: a 102 processi non sono stati sottoposti né i criminali nazisti né Al Capone. Ecco a cosa serviva il lodo Alfano: a rendere- almeno per un po’ di tempo- il cittadino Berlusconi un po’ più simile a tutti gli altri cittadini italiani. Per altro c’è una sola indagine sulle 109 che hanno coinvolto Berlusconi legata alla sua attività politica: quella sulla presunta compravendita dei senatori nel 2007 per fare cadere il governo di Romano Prodi. Quella indagine si è fermata in udienza preliminare proprio per il lodo Alfano. E ha danneggiato Berlusconi, perché forse per la prima volta la stessa pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione della pratica, non ravvisandone alcun fondamento. Gli altri 108 procedimenti sono relativi all’imprenditore Berlusconi, al ruolo da lui ricoperto in Fininvest. La maggiore parte è nata durante Mani pulite, quando molti imprenditori sono finiti nel mirino della magistratura. Accadde a Cesare Romiti in Fiat (ed era un manager operativo), a Carlo De Benedetti, a Salvatore Ligresti, a decine e decine di costruttori e imprenditori. Qualcuno fu indagato, qualcuno altro arrestato. De Benedetti trascorse qualche ora- il tempo necessario per un lungo interrogatorio- nel carcere di Regina Coeli dove fu portato dopo qualche giorno di latitanza. A Raul Gardini costò la vita, distrutto dal timore di un arresto dopo essere stato distrutto come imprenditore da altri poteri forti dell’epoca (in testa Enrico Cuccia e la sua Mediobanca) che gli avevano sfilato il secondo gruppo industriale e finanziario del paese. Ma in tutti gli altri non si ricorda un accanimento giudiziario paragonabile a quello subito dall’imprenditore Berlusconi. Che a differenza degli altri il Cavaliere sia sceso in politica non dovrebbe pesare nulla per magistrati che hanno il solo compito di accertare i fatti ed individuare possibili reati. Se si confrontano i fascicoli giudiziari di tutti i grandi imprenditori dell’epoca, non c’è paragone possibile. La maggiore parte dei procedimenti avviati nei confronti di Berlusconi per altro si basa su uno dei teoremi classici di Mani pulite: non poteva non sapere. Anche quando singoli reati compiuti all’interno del gruppo Fininvest sono stati accertati, non si è trovata prova diretta di un coinvolgimento di chi ne era prima presidente e poi solo azionista di maggioranza. Quell’apodittico “Non poteva non sapere” fu invece scartato per altri grandi protagonisti dell’impresa pubblica e privata dell’epoca. Due esempi su tutti: il gruppo Fiat dove la magistratura non osò mai coinvolgere l’avvocato Gianni Agnelli nelle numerose inchieste che portarono ad indagare e processare numeri due e tre come Romiti e Francesco Paolo Mattioli. E il gruppo Iri, dove le inchieste portarono via a carrettate manager di lungo corso, sostenendo che ovunque si pagavano tangenti, e l’unico ad esserne all’oscuro era il presidente dell’epoca, Romano Prodi. Il futuro capo dell’Ulivo incappò una sola notte in un faccia a faccia con Antonio Di Pietro, di cui non uscì mai verbale. Qualcuno nei corridoi ascoltò le grida dei pm, e non se ne seppe più nulla. Lì tutto terminò.
Centonove procedimenti che spesso nascono l’uno dalle ceneri dell’altro. Quando si teme la prescrizione, le procure definiscono nuove ipotesi di reato sugli stessi identici fatti. La vicenda dei diritti televisivi pagati da Fininvest alle major all’estero ne ha già generato almeno una decina. L’ultimo procedimento è ancora in culla, e tramontate decine di altre ipotesi, è stato rivelato alla vigilia della decisione della Corte costituzionale sul lodo Alfano: gli stessi fatti già non accertati (in regolari processi senza scudo penale) negli anni 2004-2007 oggi si sono trasformati in una fantomatica accusa di appropriazione indebita. Non ancora formulata “per non fare pressioni sulla Corte”.
Berlusconi-Sircana, le morali capovolte (ma il premier ritiri il ddl anti-prostituzione)
C’è un disegno di legge approvato dal consiglio dei ministri guidato da Silvio Berlusconi nel settembre 2008 e trasmesso in Senato dal primo firmatario, il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, che rischia di dovere essere cestinato. Porta il numero 1079 e il titolo «Misure contro la prostituzione». E’ molto duro e punisce anche i clienti delle belle di notte. Spiegando «Se la prostituzione come tale deve considerarsi fenomeno di allarme sociale, non può ammettersi un distinto trattamento fra chi la eserciti e chi se ne avvalga (il cliente)». Per entrambi quindi, in casi dettagliati dalla norma, si rischia l’arresto da 5 a 15 giorni. Norme ancora più dure per chi «compie atti sessuali con minori»... Secondo le norme in vigore salvo rari casi specificati un minore sopra i 16 anni (e con una casistica più ristretta sopra i 14 anni) può decidere liberamente di avere una relazione sessuale con un adulto maggiorenne, indipendentemente dalla sua età. Secondo il ddl Berlusconi-Carfagna invece «Chi compie atti sessuali con minori in cambio di denaro o qualunque tipo di utilità (anche non economica), anche solo promessi, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni e con la multa da 1.500 a 6 mila euro». Norme assai dure proposte dal legislatore, allo scopo di punire severamente la tratta delle ragazzine- quasi sempre straniere- costrette spesso con la violenza a prostituirsi in Italia. E’ proprio per questo disegno di legge e per i suoi contenuti particolarmente cogenti e limitanti la libertà dei cittadini che nessun membro del governo in carica ha diritto ad invocare la privacy sulle proprie abitudini sessuali. Chi avendo nelle mani il potere legislativo restringe anche in questo campo limitandola (anche per ottime ragioni) la libertà di tutti, è tenuto poi a rendere conto anche dei suoi comportamenti privati nello stesso campo. Questa- che nessuno invoca- è la vera questione politica che emerge dalla inchiesta di Bari nata sugli appalti nella Sanità pugliese e poi deviata sulle feste, le cene e i ricevimenti del premier Silvio Berlusconi nelle sue residenza private. L’unico tema politico in un paese liberale è che chi ha il potere legislativo non vieti ad altri quello che invece concede a se stesso. Per questo oggi quel disegno di legge, che il governo per altro ha abbastanza abbandonato nel suo iter legislativo, stride con quanto sembrerebbe emergere dalle deposizioni di alcune ragazze davanti alla procura di Bari. Lo dico perché non è uno scandalo, anzi, è legittimo che la vicenda Bari si trasformi in polemica politica. E non è invocabile la privacy sullo stesso tema su cui il premier legifera oltretutto in modo assai restrittivo della libertà altrui.
Detto questo appare evidente come la vicenda barese sia stata utilizzata dagli avversari politici esclusivamente come clava da bandire in campagna elettorale, e non per sventolare un vessillo liberale. E’ una vicenda da prendere assai con le molle, frutto di dichiarazioni di una ragazza che si reca dal presidente del Consiglio italiano allo scopo confessato di vendicarsi di un presunto torto subito e poi provare a ricattarlo. Vicenda cui una fuga di notizie che non si sa se provenga dalla magistratura inquirente o dalla forze di polizia giudiziaria offre il detonatore, e alcuni quotidiani e uomini politici la cassa di risonanza buona per consentirle di fare il giro del mondo. Curioso tanto scandalo in un paese che ha concesso la massima onorificenza pubblica, il seggio da senatore a vita a Emilio Colombo, e lo ha fatto per il suo ruolo politico, mettendo giustamente in secondo piano ogni aspetto della sua vita privata o sanitaria. Il paese che oggi dedica tanta attenzione alle foto-ricordo di due ragazze in un bagno di palazzo Grazioli è lo stesso che due anni fa linciò in ogni modo Maurizio Belpietro, reo di avere pubblicato una foto che era stata sequestrata: quella di Silvio Sircana, portavoce del premier Romano Prodi, in auto fermo a parlare con un travestito. Molti di quelli che oggi si scandalizzano per la vita privata di Berlusconi, allora si indignarono per il “fango” gettato su Sircana e sull’utilizzo di alcuni media per fare solo “gossip senza rilevanza penale”. Walter Veltroni chiese di “rispettare le persone ed evitare che finiscano nel frullatore. Non si può rovinare la vita delle persone per vendere mille copie in più». Berlusconi prese le parti di Sircana e perfino delle veline intercettate da un pm di Potenza. Fu coerente e liberale, anche se oggi non ha par condicio. Ma è proprio per quella coerenza che dovrebbe riporre nel cassetto quel ddl sulla prostituzione. O rivederne alcune norme, che rischiano di essere assai illiberali...
Franco Bechis
CAMERATA CIARRA, IL SUO PRIMO DISCORSO
Ecco alcuni brani del primo comizio di Giuseppe Ciarrapico a Piana delle Orme:
"Il pensiero di Giorgio Almirante sarà sempre una grande scuola. In questi giorni ha parlato contro di me l’onorevole Casini. E’ lo stesso Casini che per anni ho finanziato al festival dell’amicizia a Fiuggi e che allora si diceva essere onorato di sedermi accanto. Pochi giorni fa ha detto che Berlusconi aveva raccolto di tutto, aveva raccolto pure Ciarrapico. Beh, sa, onorevole Casini, può darsi che Berlusconi mi abbia raccolto, onorevole Casini. Ma stia certo che io farò di tutto perché lei nella sua volta celeste non metta più piede, e questo è il sogno. Qui c’è gente perbene. C’è gente che non si genuflette quando esce qualche cardinale. Lei mi ha rampognato addirittura a piazza San Pietro quando andai ad esprimere con civiltà romana la nostra fedeltà cattolica- una fedeltà combattiva- e non mi inginocchiai (come fece lei) appena dissero “sta per uscire il cardinale Ruini”. Mi inchinai. Perché lei che oggi predica il verbo del laicismo si inginocchia quando vede un prete? Noi siamo rimasti a quel cattolicesimo combattente che ha difeso negli anni gloriosi il cattolicesimo sempre e dovunque, e non ce ne siamo mai fatti sgabello per fare politica. Vede, onorevole Casini, lei su di me la può pensare come vuole. Ma una cosa è certa: nel momento che lei ha voluto affermare il primato dell’Unione democratica di centro, io le ho portato via il sindaco più importante della provincia di Frosinone, il sindaco di Cassino! Alla prova del fuoco, onorevole Casini, lei e i suoi siete sempre mancati.. Lei deve tutto al suo maestro Arnaldo Forlani, eppure quando lo misero alla gogna lei non fu capace di un gesto, non fu capace di una parola… Ecco, fra me e lei, fra noi e voi c’è una sostanziale differenza: noi rappresentiamo i valori altri, noi sappiamo come pagare quando dobbiamo pagare.Perché ho scelto Piana delle Orme questa sera? Perché sono venuti qui a bagnarsi le scarpe 18 giornalisti sperando di cogliermi con il sorcio in bocca di qualche dichiarazione avventata? L’ho scelto apposta Piana delle Orme, perché qui tutto parla di noi come ha detto il camerata Finestra. Sì, Ancora per Casini. Quando ho scelto di affrontare questa battaglia politica, l’ho scelta con la consapevolezza che era il momento in cui era necessario scendere in campo. Ho sentito il richiamo della battagliaIo lo so che sono un personaggio scomodo, ruvido. Faccio l’editore a Latina da venti anni e lo faccio alle volte scomodamente anche per amici e alleati, partendo dal principio che un mascalzone, un ladro, uno che inciucia sulla cosa pubblica, non è necessario che sia di destra o di sinistra, è sempre un ladro. Questa è gente che non ci interessa. Ho scelto Piana delle Orme non per un nostalgismo, perché ci sono le bandiere a noi care, i simboli a noi cari. L’ho scelta perché qui c’è la prova provata di una grande civiltà, la civiltà del lavoro che qui ha trionfato e lasciato le impronte. Ed è dalla civiltà del lavoro che l’Italia deve ripartire, se vuole vivere Non pensavo che la mia modesta figura suscitasse tanto clamore. Un mio amico che presiede una società di sondaggi internazionali mi ha detto che se avessi dovuto pagare la campagna pubblicitaria che hanno fatto sul mio nome non ci sarebbero bastate cifre da brivido Ho rilasciato quella intervista a Repubblica per una questione umana: sono amico da 40 anni, sono socio del rosso principe Caracciolo. Lui è rosso, io sono nero, nerissimo, non l’ho mai nascosto. Ma ci accettiamo. Lì però sono caduto nel tranello: mi hanno mandato- dicono. Il più velenoso giornalista del grande quotidiano Repubblica, tale Caporale. Ma a leggerla e rileggerla quella intervista non avevo detto tutto sommato nulla che non avevo sempre detto. Tutto sommato ha ragione il presidente Berlusconi quando mi ha detto “sperano che tu ti spaventi e scappi”… Io gli ho risposto: non ci penso per niente. Sono rimasto in lista, sono rimasto candidato e mi auguro proprio di provocargli più danno possibile. Non sapendo più cosa dire hanno detto che ero un antisemita, un perseguitatore di ebrei! Ma io ai tempi delle persecuzioni avevo 4 anni e mezzo. Sarò stato anche un enfant prodige, ma all’anima dell’enfant prodige! Una gentile signora giornalista ebrea, candidata nelle mostre liste, avrebbe dichiarato (perché poi a me lo ha negato) che non poteva stare in una compagine politica dove c’era Ciarrapico. MI ha chiesto invece di concludere la campagna elettorale con lei a La Spezia il giorno 10. Ci andrò, rinunciando a incontrare l’elettorato della mia circoscrizione, Ci andrò per dimostrare che tutto sommato non appartengo alla razza che volta la coda come i diavoli all’epoca di Belzebù. Ci vado per dimostrare che possiamo essere dei buoni cittadini del mondo anche senza fare la sfilata con la kippah. Tutto sommato la gente apprezza di più quelli che hanno il coraggio di dire e non rinnegano. Quelli che hanno ancora il coraggio di chiamare camerata il camerata, compagno il compagno! Onorevole Veltroni, ma sbaglio o lei dichiarava fino a qualche anno fa che era comunista? Io non sarò comunista. Voglio morire- il più tardi possibile- con le stesse idee con cui sono stato allevato… Tutto sommato quel Prodi là, un po’ gommoso come aspetto, mi fa pure pena. E’ rimasto solo, non lo guarda più nessuno. L’uomo onesto… che torna sempre sul luogo del delitto. Svendette tante aziende di stato, e ora svende pure l’Alitalia . Ecco la vita di Prodi: Più danni fai, più cresci in carriera. Sono stato condannato? Sì, condannato nell’epoca eccelsa della giustizia secondo Di Pietro. Non mi spaventate se mi rinfacciate la mia vita di imprenditore: ho avuito delle defaillance. Solo chi resta ferito in battaglia ha combattuto la battaglia. L’ho combattuta, e la combatto oggi in questa avventura politica…"


