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Se volete il Papa a processo, consegnate Obama a Spataro- La curiosa linea difensiva in Usa dell'avvocato di fiducia del Vaticano
Volete Benedetto XVI in aula come testimone nei processi sulla pedofilia nella chiesa americana? Benissimo, allora ordinate al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di andare a testimoniare a Milano sulle direttive date alla Cia per il rapimento di Abu Omar. A chiedere alla Corte suprema degli Stati Uniti l’applicazione di una sorta di par condicio giudiziaria è niente meno che lo Stato Città del Vaticano. Il paradosso legale è infatti formalmente depositato presso la Corte suprema americana da Jeffrey S. Lena, l’avvocato che coordina la difesa della Chiesa nei processi per pedofilia. La deposizione al processo è stata chiesta per papa Benedetto XVI da un avvocato del Kentucky, William McMurry, insieme a quella del cardinale Tarcisio Bertone, del cardinale William Levada e del nunzio apostolico in Usa, Pietro Sambi. Respinta una prima volta nel 2007 è stata ripresentata con documentazione a sostegno. Così il caso Kentucky è finito davanti alla Corte suprema americana insieme a quello dell’Oregon, in cui un tribunale vorrebbe chiamare a rispondere penalmente e civilmente il Papa e lo Stato Città del Vaticano degli abusi commessi da alcuni preti pedofili. La documentazione legale dei due fronti è approdata ora davanti alla Corte, che non ha ancora calendarizzato l’udienza. Gli avvocati delle vittime degli abusi hanno trasmesso un documento- per altro già rivelato dalla stampa britannica nel 2002- che secondo loro dovrebbe rappresentare la pistola fumante per dimostrare le responsabilità apicali del Vaticano nello scandalo. Si tratta di un documento non firmato di una sessantina di pagine, dal titolo “Crimen sollicitationis” che risale al 1962 e che secondo la tesi accusatoria sarebbe stato approvato dal “Papa buono”, Giovanni XXIII. Il documento fornisce istruzioni ai vescovi su come comportarsi davanti a casi di abusi sessuali o addirittura “comportamenti bestiali” che potessero emergere nell’episcopato. La regola era di proteggere accusati e vittime fino all’accertamento della verità mantenendo il massimo riserbo possibile sull’accaduto. Consigliando comunque di trasferire ad altra sede o altro incarico i sospettati. I procedimenti sarebbero stati immediatamente incardinati presso il Sant’Uffizio e secretati pena scomunica. Stesso segreto (e stessa pena in caso di violazione) avrebbe dovuto riguardare l’identità dei denuncianti e di eventuali testimoni. Denunce anonime dei fatti invece sarebbero state cestinate, a meno che già non gravassero sospetti su quei casi e si ritenesse quindi utile un’inchiesta. Al termine delle indagini riservate, se le accuse venivano ritenute del tutto infondate, ogni documento sarebbe stato distrutto. In caso di accuse indeterminate e senza riscontro, la pratica sarebbe stata archiviata e la documentazione conservata per inchieste future. In caso di prove riscontrate invece il processo sarebbe stato celebrato sentendo anche il colpevole. Queste istruzioni sarebbero state allegate anche a una nuova lettera inviata a tutti i vescovi nel 2001 dal cardinale Joseph Ratzinger, che guidava la congregazione per la dottrina della fede. E quindi secondo gli avvocati delle vittime di abusi dimostrerebbe la responsabilità apicale della Chiesa cattolica nel cercare di circoscrivere e insabbiare lo scandalo pedofilia.
Dello stesso documento offre una lettura diametralmente opposta naturalmente l’avvocato Lena, secondo cui al massimo si dimostrerebbe l’intenzione della Chiesa di fare inchieste serie sui casi di abusi sessuali fin dal 1962 e il riserbo delle indagini sarebbe stato innanzitutto a garanzia delle vittime (sia per le conseguenze sulla vita privata sia per non esporle a tentativi di vendetta). Viene depositata dai legali vaticani anche una interpretazione del documento firmata da un esperto di diritto canonico, il professore Thomas P: Doyle che confuta tutte le tesi di McMurry.
Quanto alla richiesta di testimonianza del Papa al processo, Lena prima rivendica presso la Corte suprema l’immunità diplomatica garantita a un capo di stato straniero come il pontefice, poi spiega che se questa richiesta fosse ritenuta esaudibile, allora avrebbero legittimità le richieste di tutte le corti di paesi stranieri di fare comparire a processo il presidente degli Stati Uniti nei casi di “extraordinary renditions” compiute dalla Cia in quei territori, “come è avvenuto in Italia”. Quanto all’organizzazione piramidale del Vaticano che imporrebbe il coinvolgimento dello Stato estero nell’azione civile intentata dalle vittime di abusi, l’avvocato Lena spiega alla Corte suprema che la Chiesa non è una società per azioni con a capo una holding di diritto vaticano, e che quindi non si può applicare la responsabilità amministrativa per un ente morale. La richiesta invece equipara il Vaticano a una qualsiasi multinazionale, pur non avendone in alcun modo la configurazione giuridica.
Benedetto XVI mangia meno strudel, ma è sereno. E' la Curia ad essere terrorizzata per l'offensiva sulla pedofilia
Chi lo ha visto tutti i giorni nelle ultime settimane racconta di un Benedetto XVI provato, stanco, fisicamente sofferente. Il Papa cammina con fatica perfino all’interno degli appartamenti pontifici, sorride ed assaggia appena un pezzetto dell’amato strudel con le mele annurche che gli preparano le collaboratrici laiche che da anni lo assistono. Mangia poco, spesso non tocca nemmeno quelle mozzarelline di bufala che il suo segretario, padre Georg Gaenswein, gli fa arrivare da Frattamaggiore. Anche la via Crucis seguita in papa mobile, le vacanze estive disdette per la prima volta scegliendo il meno faticoso ritiro di Castelgandolfo rendono evidenti a tutti questa sofferenza. Che non è solo esterna, perché il Papa- racconta chi gli sta più vicino- ha vissuto con grande dolore quel che è stato chiamato lo scandalo pedofilia nella Chiesa. Ma non si sente sotto assedio. Joseph Ratzinger è sereno, profondamente sereno. E ha a cuore oggi forse più di prima quella guida pastorale del suo popolo che è probabilmente la vera ragione dello scandalo e di quell’assedio che racconta quotidianamente la stampa di tutto il mondo. E’ la verità del cristianesimo, quell’unione fra fede e ragione raccontata nelle udienze del mercoledì attraverso le vite dei santi ad occupare il Papa. E non lo preoccupa quel che emerge perfino dentro la Chiesa.
E’ nelle altre stanze vaticane che si vive con timore questo assedio di cui forse alcuni cardinali e alti prelati ingigantiscono oltremodo la portata. Non pochi rifiutano colloqui telefonici e- quando inevitabili- evitano accuratamente giudizi e riferimenti a vicende di cronaca. Perfino gli indirizzi di posta elettronica più riservati sono utilizzati con cautela e sospetto: chi vuole parlare lo fa solo a quattro occhi. Chiedi se immaginano una regia ad organizzare la campagna che monta ormai ha troppe radici diverse: quelle dell’ America puritana e di cultura ebraica, quelle anglicane, quelle semplicemente laiche e anticlericali da cui ti saresti atteso qualsiasi spallata, ma anche quelle cristiane, cattoliche, addirittura nella patria stessa del Pontefice. Sulle prime chi si incontrava in Curia ripeteva quasi rassicurante che forse regia c’era, ma solo per comuni interessi economici. I casi di pedofilia erano noti da anni, in ogni dettaglio proprio quelli che venivano sventolati in queste settimane. Se si alzava il tiro era solo per soldi: fare circolare come indiscreti documenti notori, farli pubblicare sui giornali e poi sfruttarne il clamore era utile a un manipolo di studi legali che puntando il dito sul Vaticano e trovando un giudice disposto a seguirli avrebbero fatto lievitare oltremisura risarcimenti e parcelle. Ma la furia delle onde in tempesta è seguita così devastante, si è unita a venti impetuosi e diversi nazione dopo nazione (si guardi all’Italia, dove il tiro al Papa ha sostituito dopo il flop elettorale immediatamente il tiro a Silvio Berlusconi), che oggi nelle stanze vaticane pochi credono sia solo questione di soldi. Per questo si ripercorrono le tappe di questo pontificato trovando uno dopo l’altro chi e perché soffia su quei venti.
La Chiesa. C’è una data- chiave che spiega da dove nascono gtli attacchi interni al Papa. E’ quasi all’inizio del pontificato di Benedetto XVI: il 22 dicembre 2005, giorno dell’incontro con la curia romana per gli auguri natalizi. E del suo giudizio tagliente sul Concilio Vaticano II, che per il Papa non è stato una “apertura al mondo”, ma nel solco pieno della tradizione millenaria della Chiesa, solo un “passo fatto verso l’età moderna che appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto fra fede e ragione”. Detta così sembra solo una questione dottrinale, e invece all’interno della Chiesa è stato discorso di rottura decisa. Da lì il Papa è stato sentito come un nemico da gran parte dell’ala liberal e progressista degli episcopati. Lì e in altri discorsi sui valori fondamentali, sulla difesa assoluta della vita, si è consumato il vero scontro fra il Papa, il mondo laico e anticlericale (e questo era ovvio) ma soprattutto una parte non marginale della Chiesa. Se oggi la conferenza episcopale tedesca e buona parte di quella austriaca sono anche apertamente critiche del pontificato, il motivo è proprio in quel discorso del dicembre 2005, acqua ghiacciata sull’interpretazione rivoluzionaria del Vaticano II.
Ebrei e mussulmani. Meno teologica e più facile da comprendere l’avversione del mondo mussulmano e di quello ebraico nei confronti del pontefice. Il discorso di Ratisbona incendiò subito l’Islam. La liberalizzazione del rito antico, che ha rispolverato la formula sulla conversione degli ebrei, il recupero della comunità lefebvriana (il vescovo negazionista, ma tutti erano sospettati di dottrina antisemita), l’annuncio prima di recarsi in Sinagoga della beatificazione di Pio XII hanno creato un solco profondo fra Benedetto XVI e i rabbini di tutto il mondo.
Protestanti. Occasioni dirette di scontro non sono state così evidenti. Ma certo non è stato gradito il percorso di avvicinamento e perfino di apertura al rientro degli anglicani in seno alla chiesa cattolica romana. La Costituzione apostolica messa punto dal cardinale William Levada per l’occasione seguiva infatti una richiesta avanzata dalle comunità anglicane più tradizionaliste spaventate per l’apertura dell’ala liberal verso l’ordinazione di donne e omosessuali dichiarati. Più che come un gesto di comunione così quell’apertura del Papa è stata interpretata come un vero e proprio progetto scismatico sulla chiesa anglicana.
Tutto questo teme la Curia, con cui peraltro il papa ha scarsissimi rapporti: gli unici che frequenta settimanalmente e da cui Benedetto XVI coglie umori di palazzo e apprende notizie dal mondo sono infatti il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il cardinale Giovanni Battista Re e il ricordato cardinale Levada. Altre cose arrivano sulla scrivania di Padre Georg grazie a una rassegna stampa filtrata dalla segreteria di Stato e che non sempre giunge nelle mani del Pontefice.
Ma anche se a gocce e filtrato da racconti altrui, il Papa conosce bene quel che sta avvenendo nel mondo e nella Chiesa. Un vescovo gli ha riferito anche parole allarmate scritte in una lettera privata dall’ex presidente del Senato, Marcello Pera: “come è possibile che un miliardo di cristiani assistano in silenzio ed impotenti al tentativo di distruggere il Papa, senza rendersi conto che dopo questo non ci sarà più salvezza per nessuno?”. Certo, Benedetto XVI vive con dolore i fatti avvenuti nel suo gregge perché ne è il pastore. Ma non è preoccupato dell’assedio. Come ha ripetuto a chi ha incontrato anche in questi giorni: “è solo Cristo che assedia la Chiesa”.
Caso pedofilia, Papa sotto tiro per portargli via qualche miliardo di euro
C’è una sola cifra
ufficiale fino ad oggi rivelata sull’entità dei risarcimenti che la Chiesa americana ha dovuto
pagare per i casi di pedofilia. E’ contenuta nel rapporto stilato dalla John JAY
College of Criminal Justice per la conferenza episcopale americana. Fino al
2002 ha
censito pagamenti totali per 572 milioni di dollari, 499 effettuati direttamente
dalle diocesi coinvolte e 72,3 sopportati da ordini religiosi. Al rapporto ogni
anno vengono allegati i nuovi risarcimenti ottenuti con trattativa diretta e
talvolta anche in seguito a veri e propri processi: il costo totale sopportato
dalla Chiesa americana fino ad oggi si avvicina al miliardo di dollari. Ed è una
cifra calcolata per difetto: molte diocesi hanno perferito tenere segreti i
patteggiamenti su casi che non erano esplosi sulla stampa locale. D’altra parte
bastano già i casi censiti ufficialmente: sono ben 4.392 nei soli Stati Uniti i
sacerdoti o i religiosi accusati di pedofilia. Per ognuno di loro su un database
pubblico all’indirizzo Internet http://app.bishop-accountability.org è archiviata tutta la documentazione raccolta negli
anni. Lì da anni sono depositati tutti i documenti relativi al caso di padre
Murphy della diocesi di Milwaukee. Anche i carteggi fra gli arcivescovi e il
cardinale Tarcisio Bertone, all’epoca segretario della Congregazione della
dottrina della Fede. Quel che sta agitando in queste ore il New York Times non è
dunque uno scoop giornalistico: gli avvocati di cinque vittime degli abusi
sessuali hanno fornito documentazione che era ampiamente pubblica (addirittura
on line) e pubblicata dalla stampa locale. Perché allora imbastire una nuova
campagna sulla base di documenti editi, già discussi e che fra il 2002 e il 2004
avevano ricevuto spiegazioni e versioni dei diretti interessati (anche queste
archiviate)? Il motivo è facile da intuire, senza correre dietro a troppi
complotti difficili da dimostrare. Il grosso dei casi di pedofilia negli Stati
Uniti è stato gestito da cinque studi legali con sede principale in America e
ramificazioni internazionali. Alcune di queste law firm hanno preso la difesa di
vittime di presunti abusi sessuali da parte della Chiesa anche in Irlanda. Non è
noto, ma è possibile che qualche studio stia valutando anche i casi tedeschi.
Fino ad ora i cinque studi legali principali hanno ottenuto dalle trattative sui
risarcimenti con le varie diocesi americane 43 milioni di dollari di fatturato,
e non capita naturalmente tutti i giorni. Una cifra rilevante, che rappresenta
la parte principale di una torta da 65 milioni di dollari (il resto è diviso fra
singoli studi legali di provincia). Ma il monte-risarcimenti finora è stato
contenuto proprio dalla decisione di delegare le trattative ad ogni singola
diocesi. Anche quando le Conferenze episcopali hanno affrontato la piaga della
pedofilia con pubbliche scuse, la linea dei legali di parte è stata quella di
addossare la responsabilità ai singoli al massimo riconoscendo le colpe dei
vertici di alcune diocesi, subito rimossi. Una linea che finora è riuscita a
fare limitare i danni e anche l’entità stessa dei risarcimenti. Alzare il tiro
sul Vaticano e ottenere un’ammissione di responsabilità da parte delle più alte
gerarchie o addirittura da parte del Pontefice, farebbe lievitare sensibilmente
il monte-cause, probabilmente provocando la bancarotta dello Stato del Vaticano.
Non sono in pochi a ritenere che il pressing straordinario che si verifica in
queste settimane abbia innanzitutto ragioni economiche. Gli interessi sono
notevoli, e non solo quelli degli studi legali. Negli Stati Uniti in bancarotta
o quasi è già andata negli anni passati la diocesi di Boston. Per fare fronte
alle cause già definite, ai patteggiamenti e alle cause di pedofilia ancora in
corso, ha dovuto mettere in vendita uno a uno gli immobili di un patrimonio che
era stato valutato in 500 milioni di dollari. Con la pistola alla tempia e la
necessità di fare cassa, è stato venduto più o meno alla metà del suo valore.
C’è addirittura un gruppo imprenditoriale nato e cresciuto sul business della
pedofilia negli Stati Uniti: quello italo-americano dei Follieri. Il giovane
erede Raffaello alla fine si è messo nei guai ed è stato arrestato due anni fa
con accuse assai pesanti. Ma nel frattempo è riuscito a fare incetta di immobili
(anche grazie ad alcune vantate entrature vaticane) dalle principali diocesi
coinvolte negli scandali, comprandoli in tre casi in blocco a un prezzo scontato
oltre il 50% i valori di mercato e poi rivendendo il tutto con ampio guadagno.
Follieri non è l’unico. E a molti fa gola una torta che se il Vaticano venisse
messo ko potrebbe valere qualche decina di miliardi di
euro.
Chiesa, è iniziata la grande corsa Milano-Torino
Bertone, l'elefante nella cristalleria vaticana
Poche righe, “che hanno spazzato via 50 anni di alta diplomazia vaticana”. L’amaro sfogo sfuggito a uno dei più anziani cardinali che conosce la Curia come le sue tasche dopo il comunicato della Segreteria di Stato che avrebbe voluto chiudere il “caso Boffo”, è il termometro più evidente del clima che si vive il giorno dopo in Vaticano. Un clima che a dire il vero accompagna fin dai suoi primi passi l’arrivo alla guida della segreteria stessa del cardinale Tarcisio Bertone. Già faceva storcere il naso a molti l’idea di affidare la guida della diplomazia a un salesiano. Figurarsi poi uno come Bertone, che solo l’anno prima della nomina era finito su tutti i giornali per avere fatto il telecronista (tifoso) di Sampdoria-Juventus su una televisione locale genovese. Molti ne apprezzavano la simpatia e i modi diretti, grandi doti, non propriamente adatte all’incarico. Si comprese subito quando Bertone prese possesso dell’abitazione vaticana destinata la segretario di Stato. Vi dimorava il predecessore, cardinale Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio dopo l’elezione a papa di Joseph Ratzinger. Chiese un po’ di tempo prima di lasciare l’alloggio, anche per trovare una nuova abitazione degna del rango. Il tempo però si prolungò. Un giorno il segretario del cardinale Bertone chiamò casa Sodano annunciando: “Eminenza, domattina vengono gli imbianchini per fare dei lavori di riadattamento”. Gli imbianchini arrivarono, e in fretta e furia Sodano dovette lasciare l’appartamento in cui si sarebbe entro pochi giorni insediato il segretario di Stato. Episodio banale, certo. Ma indicativo di una svolta radicale nel protocollo. E chi era abituato ai passi felpati della diplomazia restò a bocca aperta. Si trattava di un caso personale, ma da lì ad oggi l’abbandono dei passi felpati della diplomazia è divenuto un habitus della segreteria di Stato che più di un incidente ha causato, non di rado creando problemi seri allo stesso Pontefice. Si attribuisce al cardinale Bertone la supervisione (e la successiva gestione) del discorso del Papa a Ratisbona che rischiò di aprire una nuova guerra di religione con l’Islam. Non meno esplosivo il dossier sui lefebvriani e il vescovo negazionista Richard Williamson. Ma di incidenti più o meno grandi è lastricata la strada di questi anni, perfino nei rapporti fra il Vaticano e le conferenze episcopali locali. Si è rischiato quasi uno scisma in Brasile, dopo che l’arcivescovo di Recife, don Jose' Cardoso Sobrinho, scomunicò i medici che avevano fatto abortire una bambina di nove anni stuprata, per poi essere di fatto sconfessato dal Vaticano con un intervento chiesto da Bertone al presidente della Pontificia accademia per la vita, monsignor Rino Fisichella (che ebbe parole di buon senso e pietà, ma il tutto sembrò una sconfessione dell’episcopato brasiliano). Altro incidente, assai insolito nella storia vaticana, quello di inizio 2009 con la nomina di Gerhard Wagner a vescovo ausiliario di Linz, importante diocesi austriaca. La nomina suscitò un putiferio (Wagner era considerato troppo tradizionalista) nella conferenza episcopale di Vienna e non sapendo che pesci prendere, la segreteria di Stato fece pressioni sul nominato perché rifiutasse l’incarico. Così avvenne a quindici giorni dalla firma papale della nomina, ma la toppa fu peggiore del buco perché Wagner fece trasparire la non volontarietà della rinuncia. Precedente che sta preoccupando in questi giorni gran parte della Curia, visto che il Cardinale Bertone sembra sia riuscito a convincere il Papa sulla nomina del prossimo prefetto della Congregazione dei vescovi
La Chiesa ha deciso: cattolici, non votate Veltroni!
Alla Chiesa ha offerto solo un rogo-simbolo, come fossimo ancora in tempi di Santa Inquisizione. Walter Veltroni ha deciso di escludere dalle liste un amico come Stefano Ceccanti, che ci è pure rimasto male per i modi. Ma il sacrificio si è reso necessario per bruciare sulla pira l'autore del testo di legge più estremo sui Dico, quello che uscì dagli uffici di Barbara Pollastrini e fu addolcito alla meglio da Rosy Bindi. Il fumo del rogo serviva a nascondere quel che nel frattempo stava avvenendo nella preparazione delle liste elettorali del Pd. Dove tutti i candidati cattolici di punta sono stati resi inoffensivi, spediti alla Camera dove non saranno determinanti. Aspetto che non è sfuggito alla Chiesa (...) Candidati simbolo come Paola Binetti e Luigi Bobba sono stati dirottati a Montecitorio, mentre in testa di lista per il Senato figurano tre radicali guidati da Emma Bonino. La pattuglia dei teodem di palazzo Madama che per la Chiesa è stata garanzia durante i faticosi mesi del governo di Romano Prodi, è stata sostanzialmente annientata da Veltroni. Resta in posizione sicura Emanuela Baio, è in bilico in Calabria Dorina Bianchi che dovrà sudare sette camice e accendere qualche cero per fare fruttare il quarto posto di lista cui è stata confinata (laggiù si eleggono 10 senatori: 6 per chi vince e 4 divisi fra tutti i perdenti). Al Senato approderà invece Umberto Veronesi, e con lui tanti altri sostenitori di leggi che preoccupano la Chiesa cattolica. Forse non era necessario nemmeno questo ultimo schiaffo, ma è probabile che le liste segnino definitivamente la linea del Piave per la Chiesa italiana (e non solo) in questa campagna elettorale. Ho avuto colloqui approfonditi in questi giorni con numerosi e autorevoli esponenti della Chiesa cattolica, al di qua e al di là del Tevere. E non è stato difficile cogliere una certa preoccupazione sulla competizione elettorale in corso. Nessuno tiferà apertamente, e non è più tempo di indicazioni vincolanti o di non expedit. Ma, nei colloqui pubblici come in quelli privati, quel che si coglie è lo scarso entusiasmo per la nascita del Partito democratico e l'impresa stessa tentata da Veltroni. Si è accennato nelle settimane scorse a due linee politiche esistenti, quella della Chiesa italiana ancora impersonata dal cardinale Camillo Ruini, e quella della segreteria di Stato Vaticana, guidata dal cardinale Tarcisio Bertone. La prima assai critica nei confronti del centrosinistra, e in tempi più recenti quasi solidale con il tentativo solitario di Pierferdinando Casini e della sua Udc. La seconda invece più ecumenica. Certo i ruoli solo diversi, e la segreteria di Stato del Vaticano non potrebbe mai permettersi rapporti freddi con qualsiasi tipo di governo italiano. Naturale quindi un rapporto costante di Bertone con il presidente del Consiglio in carica, Romano Prodi, che è anche un cattolico- modello nella vita personale prima che politica. Ma se i pastori seguono virtù e vizi dei singoli, chi guida alla Chiesa pensa più alla sostanza politica. Quali sono i temi che più contano oltretevere? Prima di tutto la vita umana. Viene considerato perciò non trattatabile qualsiasi proposito legislativo in grado di allargare le maglie della 194, di rivedere la legge sulla fecondazione assistita, di imboccare strade che per via diretta o indiretta portino all'eutanasia, e certo anche di smontare l'istituto della famiglia naturale. Propositi che in gran parte albergano nel dna del partito democratico di Veltroni e contro cui non sarà più possibile fare argine- come Prodi aveva garantito, mantenendo la promessa- attraverso la pattuglia dei teodem strategicamente posizionati. Per questo, mi dice un alto esponente delle gerachie vaticane «un cattolico colto e intelligente, in grado di riflettere, non può oggi votare per il Partito democratico. A meno che sia in chiara malafede». Un giudizio di fondo che accomuna le due linee apparenti della Chiesa italiana. Chiuse le porte al centrosinistra si guarda con interesse (pur senza particolare entusiasmo) ai programmi elettorali degli altri schieramenti. Docg quello dell'Udc di Casini, al di là degli stili di vita di molti suoi esponenti (che non sono passati inosservati). Importanti i riferimenti alla libertà di educazione contenuti nel programma del Pdl di Berlusconi e Gianfranco Fini, altri due politici che personalmente non suscitano grandi entusiasmi in Vaticano. Ma, come si dice, questo è quel che passa il convento.
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