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Giglio magico di Renzi: Delrio non ne può più, entra in squadra Dracula-Visco


Graziano Delrio è andato in vacanza distrutto: "Voglio tornare a fare il medico"

Nel Giglio magico di Matteo Renzi non c'è più posto per il sottosegretario Graziano Delrio. Forse non c'è mai stato, perchè pur essendo renziano della prima ora l'ex ministro del governo di Enrico Letta non è riuscito a trovare il feeling necessario con il premier fin dalla prima settimana di febbraio a palazzo Chigi. Renzi sostiene con i suoi più stretti collaboratori che appena arrivato a palazzo Delrio gli ha fatto trovare impacchettato senza preavviso Mauro Bonaretti, il nuovo segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri. Quando lo dice con occhi sgranati a dire il vero nemmeno i fedelissimi credono a Matteo: figurati se quella nomina non l'avete concordata insieme. Però capiscono che questa accusa probabilmente esagerata al suo primo sottosegretario è segno di una rottura ormai inevitabile fra i due.

Caccia agli evasori? Ottimo sulla carta. Ma quell'emendamento farà macelli



Lo slogan- che ha il marchio di Giulio Tremonti- non è male: “invece di un contributo di solidarietà avremo un contributo dall’evasione”. Certo: sostituire una nuova tassa messa su chi pagava già le tasse, con misure per fare pagare chi normalmente le evade è un’ottima idea. Non è di sinistra, di centro né di destra: è semplicemente giusto. Se il quadro è questo, i contenuti del pacchetto anti-evasione approdato ieri come emendamento governativo alla manovra, non strappano gli applausi. Alcune norme sono confuse, altre perfino pericolose per la libertà di tutti, altre irrealizzabili e molte vanno nella giusta direzione, speriamo con altrettanta efficacia.
Il primo difetto è sulle coperture: i conti non tornano. Tremonti ieri ha sostenuto che le norme anti-evasione compensano il mancato gettito del contributo di solidarietà, poi però il governo ha depositato la relazione tecnica e si è scoperto che nei tre anni la caccia agli evasori porterà 1,1 miliardo di euro contro i 3,8 del contributo di solidarietà. Resterebbero da trovare quindi 2,7 miliardi di euro, e non sono pochi.
Il secondo difetto è nel testo scritto sulla norma più semplice. Come previsto dalle anticipazioni della vigilia, saranno resi pubblici i redditi degli italiani a cura dei Comuni. Si può condividere o meno la scelta. Nell’aprile 2006 l’Agenzia delle Entrate mise on line i redditi di tutta Italia. Al ministero stava facendo le valigie Vincenzo Visco, e tutto il centro destra tuonò gridando allo scandalo. Vero che alcuni degli stessi che allora si indignarono oggi applaudono la misura (ad esempio l’attuale sindaco di Roma, Gianni Alemanno), molti però storcono ancora il naso. Il testo presentato dovrebbe farlo storcere a tutti. Perché si annuncia un decreto del presidente del Consiglio dei ministri in cui saranno “stabiliti criteri e modalità per la pubblicazione, sul sito del Comune, dei dati relativi alle dichiarazioni anche con riferimento a determinate categorie di contribuenti ovvero di reddito”. Categorie di contribuenti? Categorie di reddito? Ma possibile che questa estate al governo non riesca una ciambella con il buco giusto? E’ lo stesso film che stiamo vedendo da settimane. Se si decide una cosa la si fa, senza tanti fronzoli, se o ma. E’ invece qui è come sulle pensioni: per fare finta di non toccarle, toccandole, ci si è inventati la via tortuosa sui riscatti di laurea e servizio militare, dandosela poi a gambe levate di fronte alla rabbia dei cittadini. Se il testo rimane questo, diventerebbe un abuso. Si scelga di mettere on line i redditi di tutti gli italiani, e lo faccia la Agenzia delle Entrate. Affidare questo compito ai comuni vuole dire discriminare contribuente da contribuente: non tutti hanno siti Internet, non tutti hanno uomini e risorse tecniche ed economiche per compiere quella operazione. La trasparenza o vale per tutti, o deve essere stabilita dalla legge e non a capocchia per alcune categorie di cittadini che debbono essere più trasparenti degli altri (i politici ad esempio). Ma è evidente cosa accadrebbe facendo scegliere a ciascun comune, a questa o quella maggioranza politica il mostro da sbattere on line. Stanno sull’anima gli avvocati? E allora mettiamo solo loro. E così via. Come anche è senza senso scegliere fra “categorie di redditi”. Tutti o nessuno. Tanto più che gli evasori o hanno redditi zero, e quindi non compaiono in lista. O hanno redditi bassi, che contrastano con il loro tenore di vita. Sul tema anche un’avvertenza: l’operazione richiederebbe una modifica della legge sulla privacy. Perché con quella attuale è vietata. Lo certificò nel 2008 il Garante, ma soprattutto le inchieste delle varie procure della Repubblica per violazione della legge sulla privacy. Costarono il posto al direttore dell’epoca dell’Agenzia delle Entrate, Massimo Romano. Ultima annotazione: nessun altro paese del mondo mette on line i redditi dei propri contribuenti. Lo fa solo con le liste degli evasori una volta scoperti. Ci sarà un perché.
Seconda misura che lascia perplessi: la caccia agli evasori è affidata ai Comuni, che possono tenersi d’ora in avanti il cento per cento di quello che scopriranno. Ottimo. Meno buona la condizione imposta: entro il 31 dicembre 2011 dovranno tutti dotarsi di consigli tributari, altrimenti non un euro scoperto potrà finire nelle loro casse. I consigli tributari furono inventati per decreto luogotenenziale nel 1945 nell’Italia che ancora non era stata liberata dai nazisti. Poi sono scomparsi. Li hanno rispolverati decenni dopo per la legge “manette agli evasori”. Dovrebbero essere elettivi. Con tanto di campagna elettorale in ciascun quartiere del comune. Un costo pazzesco. Quando Tremonti li ha rispolverati nel 2010, dando fra 90 e 120 giorni ai comuni per istituirli obbligatoriamente (senza però sanzioni in caso di niet), quelli lo hanno mandato a quel paese. La maggioranza dei Comuni non li ha istituiti. Perché farli con le regole sarebbe costato troppo. Nominarli direttamente si prestava a ricorsi e andava a finire come è finita: sono zeppi di politici trombati, e comunque hanno tutti poltrone divisi fra i partiti che amministrano i comuni. Ora che si imponga nel momento in cui si vorrebbero diminuire i costi della politica, un catafalco di questo tipo è un controsenso in sé. Affidare poi alle seconde fila della casta la grande caccia agli evasori è minimo minimo una pia illusione. Vogliamo scommettere che da lì non arriverà un euro?
Infine la norma sul carcere per chi evade 3 milioni di euro. Principio giusto, e tetto accettabile per le persone fisiche e per le piccole e medie imprese. Diverso il caso delle grandi imprese: rispetto al fatturato la cifra potrebbe essere relativamente bassa. E con  la legge sulla responsabilità penale delle imprese, tutti i rappresentanti in consiglio di amministrazione potrebbero finire in carcere per un contenzioso fiscale. Forse è esagerato.

Giulio crocefisso dalle tasse di Tremonti



Prima delle elezioni del 2008 fatturava 281 mila euro. Oggi, nonostante la crisi, il suo giro d’affari è raddoppiato: 572.226 euro. Tre anni fa aveva un patrimonio di 1,2 milioni di euro. Oggi è dieci volte superiore: 11,2 milioni. I debiti che allora erano di poco inferiori a mezzo milione, oggi sono scesi a 307 mila euro. C’era tutto, davvero tutto per fare dell’Immobiliare di via Crocefisso a Milano una gallina dalle uova d’oro, pronta finalmente a macinare utili. Ma la società non aveva fatto i conti con l’uomo del fisco, che come un avvoltoio è passato di lì, si è portato via tutti i guadagni e ha perfino lasciato un conto salato da pagare: 225.556 euro di perdite. Chi legge penserà: quell’imprenditore immobiliare dopo questa esperienza avrà mandato tanti di quegli accidenti a Giulio Tremonti. E sbaglia. Perché il proprietario di quella immobiliare tartassata dal fisco è proprio il signor fisco in persona: Tremonti Giulio, che ha l’86% delle azioni, mentre il restante 14%è saldamente in mano a Fausta Beltrametti, la moglie del ministro dell’Economia. E’ l’unico caso in Italia in cui gli improperi verso la rapacità del fisco possono essere pronunciati solo davanti a uno specchio.
A guardare i conti al 31 dicembre 2010 della Immobiliare di via Crocefisso (il bilancio è stato depositato solo venerdì al registro delle Camere di commercio),però il colpevole è proprio il tax rate. Anche per scelte tecniche o degli azionisti o degli amministratori della società (il bilancio è firmato dal presidente, Marco Paracchi). Perché il 31 dicembre del 2007 alla voce imposte c’era un tondissimo zero. A guidare le Finanze all’epoca c’era il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, acerrimo nemico di Tremonti. Pur di non versare a lui un solo euro, fu scelto di rimandare agli anni futuri il pagamento delle imposte. Così quest’anno in bilancio è stato registrato alla voce “oneri straordinari” il pagamento delle imposte pregresse pari a 225.494 euro, cifra quasi identica alla perdita finale in bilancio. In più c’erano anche 19.421 euro di imposte correnti di esercizio: 7.344 euro di Irap e 12.077 euro di Ires. E poco conta che si vanti un credito Iva verso l’erario di 85.489 euro: quello verrà saldato a tempo debito.
Il Tremonti che deve fare i conti con le sue supertasse è notizia che farà gongolare milioni di altri contribuenti, ma che non getta certo nel dramma il ministro dell’Economia. Anche perché l’eccesso di peso fiscale che la società ha dovuto sopportare è in gran parte legato ai benefici avuti da una delle prime leggi varate da Tremonti quando è tornato al governo in questa legislatura: quella sulla rivalutazione degli immobili. Al momento del varo della legge la Immobiliare Crocefisso ne possedeva due attraverso leasing. Il costo storico era di poco superiore al milione di euro. Gli immobili sono stati rivalutati di 2,9 milioni di euro e portati così a 3,9 milioni. Poi sono state accantonati 912.373 euro per le imposte differite sulla quota rivalutata (799 mila euro di Ires e 113 mila euro di Irap). Il valore lordo delle immobilizzazioni materiali, che incide sul patrimonio netto della società, però è cresciuto assai di più: da 1,1 a 11,6 milioni di euro. La differenza è tutta in un buon affare colto dal ministro dell’Economia sul mercato immobiliare e portato a termine l’11 giugno 2009. Dando un’occhiata alle occasioni che si coglievano fra le pieghe dei guai del gruppo Risanamento di Luigi Zunino (che un mese dopo si sarebbe dimesso da tutte le cariche per evitare il fallimento), la società di Tremonti aveva adocchiato una palazzina in via Clerici. Che poi è stata acquistata dalla Nuova Parva in liquidazione controllata da Zunino e dalle banche creditrici. Non è noto il valore della transazione, ma a bilancio risulta nel 2009 un versamento fatto da Tremonti e dalla consorte per 8,1 milioni di euro “a titolo di finanziamento infruttifero in conto futuro aumento di capitale, destinato all’acquisto di unità immobiliari”. Comprata la palazzina in via Clerici, le immobilizzazioni materiali sono cresciute di 7.450.878 euro, che dovrebbe essere il presumibile valore di acquisto.

Compagni, tutti in campagna! Ecco le seconde, terze e quarte case dei leader della sinistra

Compagni, si va in campagna! E se non si trova il casalino toscano, umbro o pugliese che fa tanto chic, allora si va al mare! A sinistra è esplosa da qualche anno la moda della seconda o terza casa di proprietà, purchè silenziosa, accogliente e accomodante le buone letture. Grazie alla moda è tutto un fiorire di affaroni immobiliari che contagiano senza distinzione di credo nouvelle e ancient vague del Pd, vecchi comunisti all’amatriciana, rifondaroli dell’ultima ora e radical chic che sorridono ormai trionfanti per avere imposto ad ogni portafoglio il trend preferito. Il luogo preferito dagli agenti immobiliari rossi- si sa- è quello spicchio di terra fra campagna e mare in Toscana, poco oltre il confine con il Lazio. Tanto per intenderci, Capalbio e dintorni. Hanno lì casa (qualcuno la prima, altri la seconda e la terza) Furio Colombo e Alice Oxman, Giorgio Napolitano e Claudio Petruccioli con rispettive consorti, ma a pochi chilometri la truppa si ingrossa. Cìè Giuliano Amato con signora che da anni svernano e passano l’estate ad Ansedonia, chissà se ancora a giocare un buon tennis. C’è  Piero Fassino che con un mutuo si è ristrutturato un casale dalle parti di Scansano, dove va con la moglie Anna Serafini quando gli viene a noia la casa romana a due passi dal Pantheon (che battaglie con i locali della piazza che non chiudono mai i battenti, né di sabato né di domenica!). C’è un professore rivoluzionario attualmente in prestito all’Italia dei Valori, come Pancho Pardi che ha in pochi chilometri ha ben due case: una nell’esclusivo Monte Argentario, regno della compianta Susanna Agnelli, e l’altra davanti alla spiaggia della Giannella, quasi attaccata ad Orbetello. Pulsa lì il cuore della seconda casa di sinistra. Ma non pochi hanno scelto l’Umbria. Vi è approdato con la consorte l’ex presidente della Camera ed ex padre di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti: relax nella magione di Massa Martana, sui colli perugini per fuggire dalla casona dei Parioli e dal suo traffico insolente. Bertinotti da anni ha pure un’alternativa piena di magia, come la seconda casa (quella umbra è la terza) di Dolceacqua all’ombra del castello e vicino alle rive del fiume che vi passa in mezzo. Incantevole, ma un po’ lontanina per chi abita a Roma: si è praticamente a Ventimiglia, sul confine con la Francia. Ottima- certo- in questi giorni, se si vuole cfare un salto a Cannes e vedersi Draquila, l’ultima diabolica invenzione della amata Sabina Guzzanti.
Sulle colline umbre oziano volentieri nella seconda o terza magione altri protagonisti delle migliori stagioni della sinistra. Come Andrea Manzella, a Città della Pieve, Tommaso Padoa Schioppa e la sua compagna Barbara Spinelli fra Orvieto e Parrano, in provincia di Terni. O Giovanna Melandri a Ficulle, nel casale donatole dalla seconda moglie del padre. A metà strada fra i toscani e gli umbri si aggira invece Giuseppe Fioroni, che nella sua Viterbo ha possedimenti immobiliari in più di un paese (sono cinque le case a lui intestate). Preferiscono il mare e il ritorno nelle terre natie invece Umberto Ranieri, che ha acquistato a Maiori sulla spiaggia salernitana la sua terza casa (le altre a Roma e Napoli). O Alfonso Pecoraro Scanio che può fermarsi a dormire quando vuole in due case nel salernitano, in quella di Napoli o in quella della capitale. A sinistra non dispiace neppure la Puglia. Ci abita ovviamente Niki Vendola, governatore della Regione, anche se non è molto che ha comprato una sua casa a Terlizzi. Ci viene Vincenzo Visco, a Martinafranca in provincia di Taranto, quando non preferisce raggiungere la sua seconda casa in Pantelleria. Ci ha messo piede dal febbraio scorso anche un altro ex presidente della Camera, Luciano Violante, che ha acquistato a Francavilla Fontana, provincia di Brindisi, forse un po’ stanco delle vacanze un po’ in grigio nella sua seconda casa di Cogne, in Valle D’Aosta.

Mani in tasca del fisco di casa. Altro che federalismo: +43% le tasse locali in 5 anni. Complice anche un vecchio errore di Visco

E’ il salasso della porta accanto. Mentre a Roma si discute di tanto in tanto di possibile taglio delle tasse, dalla periferia negli ultimi cinque anni è arrivata una vera e propria stangata fiscale. Le addizionali regionali e comunali, una degli oltre milleottocento travestimenti che lè’esattore delle tasse si è inventato in Italia per infilare i suoi tentacoli nelle tasche dei cittadini, sono aumentate negli ultimi cinque anni in media del 43%. In gran parte per un ritocco verso l’alto delle addizionali stesse, e per il resto grazie alla trovata del duo Romano Prodi- Vincenzo Visco che nella finanziaria 2007 sostituirono le deduzioni con le detrazioni aumentando la base imponibile di tutti i contribuenti. Il risultato fu che la stessa aliquota locale (ad esempio un’addizionale regionale dello 0,9%) invece di essere applicata come avveniva al 95% del reddito lordo, dal primo gennaio 2007 è stata applicata al 100% del reddito, con una tragica magia: si sono pagate più tasse anche se formalmente nessuno le aveva aumentate. Ma proprio nei due anni di governo dell’Unione la gran corsa alla tassazione sembra avere contagiato al di là degli schieramenti anche gli amministratori locali. Su 118 città capoluogo di provincia che Libero ha preso in considerazione grazie ai dati del Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia, ben 91 hanno visto aumentare sensibilmente la tassazione addizionale Irpef, per ritocco verso l’alto o dell’addizionale regionale o di quella comunale. Una sola, la città di Lodi, ha visto diminuire la pressione fiscale locale dell’11,76% grazie al fatto che non è variata l’Irpef della Regione Lombardia e si è invece dimezzata quella comunale (passata da 0,4 a 0,2%). Per 26 città invece la pressione fiscale risulta oggi invariata rispetto al 2005 o perché non è stato effettuato alcun ritocco alle aliquote o perché comune e Regione si sono in qualche modo compensati con impatto zero sulle tasche dei cittadini. Sono nove le città capoluogo di provincia in cui la pressione fiscale locale ha raggiunto il tetto massimo del 2,2% previsto dalla legge (1,4% per l’addizionale Irpef regionale e 0,8% per quella comunale): Benevento, Campobasso, Catania, Cosenza, Imperia, Messina, Novara, Rieti e Siracusa. A inizio anno ce ne era anche un’altra, Palermo, che però da qualche giorno ha deciso con un decreto di dimezzare per il 2010 l’aliquota Irpef comunale (dallo 0,8 allo 0,4%), che resta comunque il doppio di quella in vigore nel non lontano 2005. Sono quattro le città in cui la pressione fiscale locale si è almeno raddoppiata. Tutte nel Mezzogiorno. Il record è di Caltanissetta (aumento del 122,22%), seguita da Lecce (116,66%), Catania e Ragusa (100%). Ma assai vicina al raddoppio è andata anche una città abruzzese come Pescara (98,88%). Oltre a queste cinque sono comunque 23 le città in cui la pressione fiscale territoriale è aumentata nel corso dei cinque anni più del 50%. Mentre sono solo quattro le città che hanno optato per un addizionale comunale zero. Tutte al Nord: Brescia, Milano, Trento e Venezia. Per chi abita lì si paga solo l’Irpef dovuta secondo scaglione nazionale di reddito e almeno la quota minima stabilita per legge sull’addizionale regionale: 0.90%. Scontano comunque una pressione fiscale locale sopra il 2% anche senza raggiungere il tetto massimo altre 16 città di provincia: Ancona, Ascoli Piceno, Bologna, Caltanissetta, Chieti, Crotone, Fermo, Genova, L’Aquila, La Spezia, Latina, Ragusa, Salerno, Sondrio, Varese e Vibo Valentia. Così è sulla carta, anche se per i comuni della provincia de L’Aquila compresi nel cratere del terremoto le tasse almeno ora non verranno pagate né a livello nazionale né a livello locale. Quando vuole il fisco riesce perfino ad avere cuore. Ma non ci riesce fino in fondo. Perfino nella regione terremotata si avvertono i cittadini con un avviso a caratteri microscopici che in effetti sì il pagamento delle tasse è al momento congelato. Ma si aggiunge in calce un’avvertenza grottesca: “Si precisa che, pur in presenza della proroga della sospensione, i pagamenti spontanei non sono inibiti e che, se effettuati, non sono rimborsabili”. Se qualcuno sbagliandosi quindi a L’Aquila e dintorni andrà a versare le tasse, in nessun ufficio delle imposte ci sarà qualcuno che gli dirà di no, che può fare con più comodo. E una volta intascati i soldini, il contribuente resterà beffato.

Berlusconi,mi consenta! Può levare almeno la tassa sull'aria. Su 1843 imposte, ce ne sarà una tagliabile in tempo di crisi?

Non è una battuta. In Italia anche l’aria è tassata. Perché fra le 1.843 tasse che ogni anno in piccoli rivoli affluiscono nei forzieri del ministero dell’Economia e nelle casse degli enti locali, ci sono anche le accise particolari sui “gas di petrolio liquefatto anche miscelato ad aria” e sul metano miscelato ad aria. La miscela serve così a rendere più facilmente combustibili petrolio e metano, ma il risultato finale è da guinness dei primati: ad essere tassata in Italia c’è pure l’aria. Piccola accisa, certo. Piccola goccia nel mare dei 1.269 tributi ancora riscossi a livello nazionale e delle 574 fra tasse, imposte e vari orpelli fiscali che si aggiungono a livello locale. In tutto poco meno di due mila prelievi annuali diretti o indiretti nelle tasche dei contribuenti, che hanno ormai creato una giungla di aliquote e norme destinata a fare impazzire qualsiasi ragioniere o commercialista. Non a caso proprio ieri il presidente dell’ordine ormai unificato, Claudio Siciliotti, dopo avere appeso alò chiodo la speranza di un abbassamento generale delle tasse, ha implorato Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi almeno di “semplificare un sistema fiscale” che ai commercialisti “fa mettere le mani nei capelli per la complessità. Proprio per questo ci auguriamo che dopo l’ennesimo rinvio sine die del taglio delle tasse, rimanga però alta l’attenzione sul tema, non più differibile, di una grande riforma fiscale nel nostro Paese. Noi ci scontriamo quotidianamente con un livello di complessità inutile e ridondante che determina mille rivoli di micro-adempimenti e autentiche perdite di tempo nemmeno valorizzabili in termini di parcella ai clienti”. Come dire, se proprio non si vuole imboccare la strada della riduzione dell’imposta sulle persone fisiche a due sole aliquote, almeno si levi di torno qualcuna delle quasi duemila tasse con cui bisogna fare i conti. A ruolo ci sono ancora tributi che risalgono a quasi un secolo fa o all’immediato dopoguerra, che di introiti danno sì e no qualche spicciolo e che spesso costringono l’Agenzia delle Entrate a spendere assai di più per recuperarli di quanto alla fine non si possa poi incassare. Tanto che la tabella compilata dalla ragioneria generale dello Stato per riclassificare il bilancio pubblico 2010 cita numerose imposte solo “per memoria” senza indicare la previsione di introito. Accade ad esempio anche nella prima parte della tabella sulle Entrate di cui oggi iniziamo a pubblicare le prime cento voci di incasso. Fra le voci citate ma qui non incluse perché non è possibile prevederne l’incasso grazie agli accertamenti, ci sono i dazi sulle merci destinate al territorio della Repubblica di San Marino o le accise e imposte erariali di consumo sulle armi da sparo, sulle munizioni e sugli esplosivi, così come l’imposta di consumo su prodotti di registrazione e riproduzione del suono e dell’immagine prevista da una legge approvata nei suoi primissimi mesi dal governo di quel Bettino Craxi di cui fra qualche giorno si celebrerà il decennale della scomparsa. Si accertano ancora gli incassi (riportati per memoria in tabella) della imposta sul consumo del caffè e di quella sul consumo del cacao naturale o comunque lavorato. Tassate anche le bucce e le pellicole di cacao e ovviamente il celebre burro di cacao. Ma hanno la loro bella accisa da versare allo stato i surrogati del caffè: non si usano come ricordano ancora i nonni in tempi di guerra, ma offrono i loro 13 milioni di euro alla causa del fisco. Si tassa ogni tipo di cibo e ogni suo contenitore, con differenza fra materia e materia. Si tassa naturalmente l’acqua minerale e la bottiglia che la contiene. Mangiare, bere, respirare, vestirsi, riscaldarsi e in qualche modo perfino amare: nessuno dei bisogni primari dell’uomo riesce a sfuggire alla voracità dell’erario italiano. Figurarsi se poteva mancare nell’armamentario incredibile delle leggi succedutesi nel tempo o nei vari commi del Tuir (il testo unico delle imposte sui redditi) anche ogni freccia all’arco di quel che viene chiamato fisco etico. Quando il legislatore ha trovato impopolare e talvolta controproducente l’adozione della linea proibizionista, altra soluzione non è riuscito a trovare che mettere una nuova imposta o aumentare un’accisa o un tributo già esistente. Accade così in ogni finanziaria sul fumo, che non è vietato, ma disincentivato con l’aumento ripetuto della accisa sui tabacchi. Accade così con i superalcolici, con la birra e un po’ meno con i semplici alcolici (il vino è risorsa importante per il sistema economico italiano). Pochi sapranno però che in questa campagna strisciante contro i danni da alcol condotta con le armi del fisco italiano si è sfoderata una accisa ad hoc per colpire anche tutti i “recipienti dei prodotti alcolici”. La classica bottiglia è quindi tassata di più se dentro ha vino, bourbon o whisky invece di coca-cola o aranciata. Ma a pieno titolo come freccia nell’arco del fisco etico c’è una raffica di super-imposte che si abbattono su altri tipi di consumi che qualcuno avrebbe più facilmente proibito. C’è una addizionale alle imposte sul reddito destinata alla “produzione, distribuzione e rappresentazione di materiale e programmi televisivi di contenuto pornografico”. C’è una addizionale sullo stesso materiale in caso di “incitamento alla violenza” che forse più che tassato andrebbe meglio vietato. E c’è una addizionale anche sulle “trasmissioni televisive volte a sollecitare la credulità popolare”. Una vera e propria giungla- altro che cedolari secche- è il sistema di tassazione dei redditi finanziari di varia natura che occupa gran parte della tabella pubblicata qui sopra con le prime cento tasse di un lungo elenco. Per ogni tipologia al di là delle aliquote c’è un sistema diverso di riscossione e una norma ad hoc a regolare ogni cosa. Piccolo esempio? Uno si fa l’assicurazione sulla vita pagando anche belle sommette ogni anno pensando di proteggere in caso di disgrazia i suoi famigliari. E’ un investimento, perfino triste. Ma in grado di rendere allegro, proprio ilare, il ministro dell’Economia pro tempore: sulle assicurazioni vita, considerate un prodotto finanziario come tanti altri, ci sono tre diverse imposizioni dirette o indirette che assicureranno allo Stato quasi un miliardo di euro di incassi nell’annoin corso. Ritenute alla fonte, inclusione nel reddito delle persone fisiche, tassazione separata, diversità fra residenti e non residenti in Italia (ed è comprensibile), ma anche fra residenti in una regione o in un’altra. Hanno regimi agevolati anche sui redditi finanziari regioni a statuto speciale come Sicilia, Sardegna o Valle D’Aosta. Ma la tassa cambia a seconda se colpisca gli investimenti di imprese residenti in attività fuori o dentro il territorio regionale. Regime fiscale differenziato anche per le imprese non residenti in quella regione che però i loro investimenti finanziari effettuano in Sardegna, Sicilia o nella Vallèe. Un guazzabuglio senza capo né coda che già oggi anticipa nei fatti e nel caos tutto quello che si sarebbe voluto evitare con il varo del federalismo fiscale.

Ci sono ancora 61 tasse di Bersani del 2006 che Berlusconi ha conservato e perfino aumentato

Una l’ha cancellata Silvio Berlusconi: l’Ici sulla prima casa. Cinque sono cadute per esaurimento naturale. Ma a 37 mesi dal loro varo sono ancora in vigore, qualcuna addirittura rinvigorita, 61 delle celebri 67 nuove tasse inventate nel 2006 dal governo di Romano Prodi, Vincenzo Visco e Pierluigi Bersani. Le mise l’Ulivo, non le ha tolte più nessuno (perché introdurle è facilissimo, per il centro sinistra quasi una gioia, ma poi trovare le coperture per abolirle è sempre complicato e ci vuole coraggio). Anche se contro quelle 67 nuove tasse il 2 dicembre 2006 l’allora Casa delle Libertà portò in piazza a Roma due milioni di persone. Forse Bersani ha pensato di chiudere il problema facendo fuori dai vertici del suo partito e mettendo per un po’ in quarantena l’amico Visco (che lo ha comunque appoggiato nella corsa alla segreteria). Forse Berlusconi ha immaginato che fatta quella manifestazione e tornato al governo tutte sparissero di incanto. Forse i contribuenti italiani si sono perfino abituati e con i tempi che corrono pensano più a coprirsi le spalle dal rischio di nuove gabelle: non averne avute è già un piccolo successo. Ma le 61 tasse del 2006 sono tutte ancora lì a sfilare risorse preziose dal portafoglio degli italiani. Quel lontanissimo 2 dicembre non pochi dei simpatizzanti berlusconiani indossarono uno dei tanti gadget predisposti per l’occasione: una t-shirt con sopra scritto: “ 67 nuove tasse. Padoa… Schioppa. E io pure!”. Tremonti euforico pronosticò: “Ha ragione Berlusconi. Ci sarà molta gente. E' una Finanziaria che scontenta tanta, tanta, tanta gente, anche fra quelli che hanno votato a sinistra”. E davanti ai due milioni di persone anche il compassato futuro ministro dell’Economia sbottò euforico: “Solo un demente, come quello che sta adesso al governo, poteva pensare di fare più spesa pubblica con più tasse”. Poi si scusò: “Ho esagerato, ma siccome lui in passato mi ha dato del delinquente politico, me lo posso permettere”. Quello stessa euforia tre anni fa che sembrano più di una vita contagiava anche il leader numero due del centro destra, Gianfranco Fini, convinto che arringava la folla contro le supertasse pronosticando: “così la Cdl è destinata a vincere e a dimostrare che la sinistra sarà battuta, ne siamo certi”. Ma 37 mesi dopo le 61 tasse sono lì come un macigno, e nemmeno tutte come allora. Qualcuna è perfino peggiorata con il centro destra al governo, divenuta più pesante di quel che era grazie ad automatismi di cui tutti pèaiono essersi dimenticati, e non è certo bandiera da sventolare. L’Irpef più cara voluta da Vincenzo Visco è con le stesse aliquote introdotte nel 2006. Voleva aiutare i contribuenti con meno reddito, ma le menti del Nens (il centro studi di Visco e Bersani) e i tecnici dell’Ulivo sbagliarono tutti i calcoli. Così il fisco portò via una parte di stipendio perfino a chi guadagnava mille euro al mese e certo non poteva essere considerato un ricco da fare piangere. Le detrazioni che sostituirono il sistema di deduzioni introdotto da Tremonti non sono state più modificate. Il contributo di solidarietà sulle pensioni più alte allora avversato è restato in vigore fino alla sua scadenza naturale, a fine 2009. La possibilità per i comuni di aumentare l’addizionale Irpef non è stata revocata. La criticatissima tassa di scopo (Iscop) concessa agli enti locali per piccole opere pubbliche non è stata mai abolita (e viene oggi usata, sia pure da piccoli comuni: il più grande è Rimini). Tuoni e fulmini accompagnarono la decisione di Prodi & c di introdurre una addizionale di 50 centesimi a passeggero sui diritti di imbarco sugli aeromobili. Con il Pdl al governo non solo non è stata abolita, ma è aumentata di un ulteriore euro a passeggero per pagare la crisi Alitalia. Nulla è cambiato in meglio su rendite catastali, tariffe per il rilascio del visto di soggiorno, tassazione sui tabacchi lavorati, tasse ipotecarie che Prodi introdusse e aggravò e che i tecnici di Berlusconi inserirono nella lista dei 67 misfatti fiscali contro cui manifestare. Sono restate immutate le norme introdotte sul Tfr, mentre l’aumento della pressione contributiva che fece gridare allo scandalo il centro destra non solo non è stato abrogato, ma è stato addirittura aggravato e in modo sensibile. Proprio grazie a una norma contenuta nella legge Visco-Bersani nel 2006 l’aliquota per le gestioni degli artigiani e dei commercianti era del 19%. Oggi è del 20 per cento. Fu fatta salire al 23% l’aliquota contributiva per la gestione separata Inps per i lavoratori autonomi che esercitano attività professionale o di collaborazione e al 16% per gli altri iscritti. Nel 2009 la prima è schizzata al 25% (e al 26% dal primo gennaio 2010), la seconda al 17%. Un aumento secco della pressione contributiva, contro il popolo delle partite Iva, considerato da Bersani e Visco un nemico di classe, ma dimenticato anche dal centrodestra. Non l’unico caso. Perché l’elenco delle nuove tasse dimenticate da Berlusconi & c in questi primi 20 mesi di governo è lungo, e potrebbe simbolicamente culminare con quella nuova tassazione Visco sulle donazioni e le successioni che solo pochi anni prima il Cavaliere no tax (ormai un pallido ricordo) aveva inutilmente disintegrato: oggi però a comandare è il fisco- vampiro della sinistra, non quello liberal del centrodestra restato solo nell’inchiostro dei pamphlet e dei programmi elettorali. I 61 fantasmi di Prodi però ogni giorno continuano ad infilarsi nelle tasche degli italiani e a ricordare agli elettori di Berlusconi che di tempo non ne resta molto: il 2010 non può essere l’anno dei grandi disegni di riforma, ma finalmente l’anno delle forbici fiscali. Non inchiostro, ma meno tasse per tutti finalmente.

L’Ocse boccia Boeri, il cocco di De Benedetti

Il direttore della Fondazione Rodolfo De Benedetti, nonché fondatore del sito Internet più in voga tra gli economisti italiani, Tito Boeri, è stato bocciato dall’Ocse dove aveva presentato la sua candidatura al ruolo di economista capo. Il bocconiano più amato dall’ingegnere Carlo De Benedetti, editore di Repubblica e del gruppo Espresso, aveva infatti presentato le sue credenziali per la successione di Klaus Schmidt-Hebbel, il chief economist uscente dall’Ocse di doppia nazionalità, cileno-tedesca. Lunedì scorso Boeri si è presentato a Parigi per il colloquio di rito che ha sostenuto con i responsabili dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico che già lo avevano avuto in forze nel passato come senior economist. Ma i titoli non sono stati ritenuti all’altezza dell’incarico che è di assoluto prestigio e che nel passato più recente è già stato ricoperto con successo da un economista italiano. Dal 1997 al 2002 è stato infatti capo economista dell’Ocse Ignazio Visco, attuale vicedirettore generale della Banca d’Italia (nessun tipo di parentela con l’ex ministro delle Finanze, Vincenzo Visco). Già all’indomani del colloquio a Boeri è stato comunicato che la candidatura sarebbe stata scartata e che sarebbero proseguiti i colloqui formali per trovare un degno successore di Schmidt-Hebbel, economista specializzato nella riforma delle pensioni. A Boeri mancava l’esperienza necessaria, anche se il curriculum inviato elencava prestigiose istituzioni internazionali in cui il bocconiano avrebbe lavorato in questi anni: dal Fondo monetario internazionale alla Banca mondiale, dall’Ufficio internazionale del lavoro alla Commissione europea. Ma si è trattato di una esperienza assai limitata, perché come spiegato durante il colloquio di Parigi in tutti i casi si è trattato di occasionali consulenze. Il titolo principale di Boeri resta dunque la cattedra da professore ordinario alla Bocconi, perché non fa titolo all’estero avere organizzato numerosi convegni e dibattiti per l’editore di Repubblica dirigendo la fondazione intitolata al compianto padre. Né è particolarmente conosciuta nel giro delle istituzioni internazionali l’attività della Voce.info, che pure ha un suo seguito non trascurabile nella stampa italiana (anche perché citandone la fonte gli articoli sono riproducibili gratuitamente). Come non ha fatto impressione ai vertici dell’Ocse la serie di performance del bocconiano nei salotti tv, come la celebre apparizione da Serena Dandini che lo invitò a “ spiegare alle masse del ceto medio riflessivo gli insondabili misteri della crisi finanziaria”. A Boeri resta così oltre all’attività universitaria e a quella di organizzatore dei think thank di De Benedetti anche la doppia collaborazione editoriale come economista-polemista. Con la sua sola firma scrive su La Stampa di Torino e in coppia con un altro economista, Pietro Garibaldi, pubblica commenti periodici su Repubblica, il quotidiano diretto da Ezio Mauro. Qui con qualche imbarazzo in più: se Boeri è assai amato dall’Ingegnere, non è particolarmente apprezzato dal fondatore del quotidiano del gruppo, Eugenio Scalfari, che in qualche occasione ha anche polemizzato direttamente. Boeri è stato- suo malgrado nell’ultimo anno protagonista di due accese polemiche. Una - più politica- sui costi del referendum del giugno scorso e del suo mancato inserimento nell’election day. In quel caso Boeri insieme ai suoi ragazzi di bottega era semplicemente scivolato sulla calcolatrice sbagliando addizioni e moltiplicazioni e imputando al governo costi extra stratosferici di finanza pubblica (400 milioni di euro), poi rivelatisi del tutto infondati e corretti in corsa facendo nuovi errori di calcolo. Inciampato nella matematica, Boeri è scivolato anche sulla attività più classica (quella sì avrebbe fatto titolo all’Ocse): la previsione degli andamenti macroeconomici. L’economista bocconiano infatti è stato fra i primi a gettare acqua sul fuoco della crisi economica internazionale, sminuendone la portata. E nell’agosto 2007, sottolineando che “l’economia mondiale che continua a crescere a tassi molto sostenuti e con le banche centrali che hanno finora assolto al loro ruolo”, esortava: “non gettiamo oggi, come tante volte in passato, i semi della crisi futura con una reazione eccessiva alla crisi corrente”. Semmai, scrisse in quell’occasione, la colpa di quel che stava già avvenendo sui mercati era “un insieme di cattiva informazione, inesperienza finanziaria e miopia dei consumatori/investitori che si sono lasciati attrarre dalla prospettiva di ottenere mutui a tassi mai visti prima”. Proprio grazie a perle come queste e in assoluta buona compagnia (quella di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina) Boeri è diventato suo malgrado protagonista di un recente saggio scritto con successo da Marco Cobianchi, dal titolo più che esaustivo “Bluff – Perché gli economisti non hanno previsto la crisi e continuano a non capirci niente”. Forse all’Ocse più che il curriculum avevano prestato attenzione a quel saggio… franco.bechis@libero-news.eu