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Ora quei 740 diventano armi improprie. Unico antidoto: la trasparenza

Tutte le dichiarazioni dei redditi degli italiani sono state on line per meno di 24 ore. Dopo le rivelazioni di Italia Oggi ieri l'Agenzia delle Entrate ha fatto marcia indietro. Il suo sito Internet preso d'assalto fino dal primo mattino è andato in tilt. Poi il Garante della privacy ha contestato la decisione di pubblicare tutti i 740 vietandone l'ulteriore diffusione. Vincenzo Visco, il viceministro delle Finanze prima ha difeso l'operazione-trasparenza, poi è andato a palazzo Chigi per difendersi da un infuriato Romano Prodi. Insorge la nuova maggioranza di centro-destra, tace scuotendo la testa Giulio Tremonti. Ma una cosa è certa: quei dati sono finiti in molte mani in quelle ore. E diventano pericolosi...Ieri abbiamo sottolineato come un'operazione storica come la pubblicazione su un sito Internet del governo per la prima volta nella storia d'Italia delle dichiarazioni fiscali di tutti i cittadini avrebbe meritato un dibattito pubblico e un annuncio con tanto di fanfara. Farla alla chetichella, come è avvenuto, e poi giustificarsi come ha fatto ieri l'Agenzia delle Entrate con lo schermo di norme del 1991 e del 2005 mai applicate, è non solo tartufesco, ma assai poco credibile. Fatta la frittata, c'era un solo passo peggiore da compiere, ed è statoi puntualmente mosso ieri: lasciare in balia di chiunque quei dati, e poi all'improvviso toglierli di torno aggiunge un danno vero alla beffa iniziale. Perché quei dati nel frattempo sono stati scaricati- parzialmente o completamente da centinaia o migliaia di naviganti. Lo abbiamo fatto anche noi, nella redazione di Italia Oggi. Ma il nostro scopo è dichiarato: pubblicarli, e questo faremo, fornendo ogni spiegazione di lettura. Altre mani potrebbero però avere motivi meno trasparenti. Gli stessi dati potrebbero essere utilizzati nascondendone alcuni e mettendone in rilievo altri. I file così diventano possibili armi di ricatto in mano a chi ha pochi scrupoli. L'operazione trasparenza che poteva essere cavalcata, difesa e perfino rivendicata in pubblico, ora si è trasformata in un dossier di quelli che circolavano un tempo nei servizi segreti deviati. Tutto questo va evitato, qualsiasi opinione uno abbia avuto sull'opportunità o meno di mettere nella piazza virtuale mondiale quei dati fiscali. Il dibattito che ieri si è aperto, e che ha fatto gridare allo scandalo molti esponenti del centrodestra che fra pochi giorni avranno le leve di comando del governo, lascia presagire l'intenzione di mantenere oscurate quelle dichiarazioni dei redditi. Commenti e preoccupazioni sono legittime, personalmente condivido alcune preoccupazioni sui rischi che si corrono, ma quando i buoi sono scappati dalla stalla tutto è inutile. Ora la principale urgenza è non trasformare in attentato alla democrazia quella che- altrimenti gestita- avrebbe potuto essere una grande prova di democrazia. Le dichiarazioni dei redditi non sono coperte da segreto. La loro pubblicità- sia pure in forma cartacea- era da tempo garantita dalla legge. Anche se gli italiani restano assai gelosi dei segreti sul proprio tenore di vita, nel mondo questa trasparenza è costume consolidato da molti anni. Non è uno scandalo in sè mettere su Internet- a disposizione di tutti- quei dati cartacei. Forse più pericoloso in alcune regioni italiane che in altre: dove regna la criminalità organizzata, i dati facilmente reperibili sono buona guida per orientarsi nella richiesta di pizzo, nelle estorsioni, nella preparazione di rapimenti e rapine. Ma è un rischio che ormai va corso. Come spiega saggiamente Renato Brunetta nell'intervista che troverete all'interno, il vero pericolo è avere pochi dati nelle mani di pochi. Ne siamo convinti, e faremo la nostra parte per evitare questo rischio. Abbiamo iniziato da noi, giornalisti di Italia Oggi, mettendo in piazza il nostro reddito 2005 che era rintracciabile da chiunque in quegli elenchi. E lo faremo per tutti gli altri nei prossimi mesi. Redditi divisi per categorie professionali, anche per un confronto utile a tutti. Redditi divisi per comune di appartenenza, perché a questo punto meglio che i dati siano completi e a disposizione di ogni comunità. Verranno meno le tentazioni di un utilizzo improprio. Se ci fermerà la legge, non potremo che arrenderci. Ma lo riterremmo un errore, non di poco conto. Ora l'esercizio più importante è l'assoluta trasparenza democratica. Ve lo garantiremo, con le nostre piccole forze...

Cacia al 740 del vicino- Visco ha messo tutti i redditi in piazza

Quanto guadagna Francesco Totti? Basta andare su www.agenziaentrate.gov e in pochi minuti lo saprete. Città di Roma, contribuenti 2005, alla lettera “T”. Eccolo, il pupone: 10 milioni e 85 mila euro lordi. Più o meno il doppio della dichiarazione presentata nella stessa città da un altro personaggio famoso, Maurizio Costanzo. Tre volte il reddito 2005 di Paolo Bonolis, uno dei personaggi televisivi più pagati. Cinque volte la dichiarazione dei redditi di John Elkann, l'erede della famiglia Agnelli in Fiat. Per fare un Totti ci vogliono più di sei Francesco Gaetano Caltagirone (1,5 milioni). Ma solo due Beppe Grillo e mezzo (4,2 milioni). Ogni curiosità sarà soddisfatta. Per la prima volta sono online tutti i redditi degli italiani (...)(...) Ci sono tutti, milioni di dichiarazioni di persone fisiche, di persone giuridiche, di società di persone. C'è il vip da rintracciare, e per i lettori di Italia Oggi qualche curiosità abbiamo iniziato oggi a soddisfare. Ma c'è anche lo sconosciuto al grande pubblico con la sua bella dichiarazione dei redditi. Quello che ritieni ricchissimo e invece dichiara un reddito da barbone. Il compagno di ufficio che ritenevi pari a te, e invece guarda tu cosa gli devono avere dato extra. Il vicino di casa che zitto zitto sembrava un poveraccio, ed ecco lì quanto guadagna che ci vogliono sei stipendi tuoi per farne mezzo suo. E quell'altro del palazzo a fianco, sì, quello della Ferrari nascosta in garage, tirata fuori nei week end? Come fa a guadagnare quella manciata di euro? Signori, ecco l'ultimo regalo di Vincenzo Visco prima di svuotare i cassetti del ministero e passare il testimone alla squadra di Giulio Tremonti. Tutto legittimo, naturalmente. I redditi degli italiani non sono mai stati coperti da segreto di Stato. Il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, prima di inserire sul suo sito Internet tutti i dati ha scritto al Garante della privacy, Francesco Pizzetti, per chiedere ed ottenerne l'autorizzazione. Ma proprio nel passaggio delle consegne fra un governo e l'altro questa clamorosa novità inserita un po' alla chetichella, pubblica ma non strombazzata, potrebbe avere l'effetto di avvelenare non poco i pozzi. Una caccia al reddito del vicino promossa ora rischia di creare un clima sociale ancora più difficile di quello già esistente. Dentro un posto di lavoro, in una piccola comunità, in ogni ambiente scatterebbe l'invidia per qualsiasi tipo di differenza non giustificata. Forse una consultazione di questo tipo- e chissà se è proprio questo il motivo della pubblicazione- è in grado di produrre schiere di delatori, pronti ad aiutare per qualche piccola vendetta il fisco denunciando tenori di vita non compatibili con quei redditi ora conosciuti e confrontati con il proprio. Ricordo per altro che proprio i protagonisti di questa operazione trasparenza avevano gridato al delitto e allo scandalo all'inizio della scorsa legislatura per un accesso non autorizzato a questo tipo di dati da parte di operatori della stessa agenzia delle Entrate o di militari della guardia di Finanza che giocherellavano con le banche dati sbirciando le dichiarazioni dei redditi di questo o quel potente di turno. “Spiati”, si disse, montando uno scandalo politico-mediatico che poi si è dissolto nelle aule di tribunale. Quel che allora suscitò orrore, è divenuto regola, strumento di par condicio. Si possono sbirciare in un modo o nell'altro i redditi della Casta? Bene, lo si faccia anche con i signori Rossi, Verdi e Bianchi che magari erano in prima fila da veri voyeur. Quei dati di così facile accesso sul sito dell'Agenzia delle Entrate non sono illegittimi- e lo abbiamo sostenuto anche all'epoca delle presunte spiate ai politici, che tali non erano. Fanno la gioia di noi giornalisti che siamo sempre a caccia di notizie così. Ma rischiano di produrre conseguenze non dominabili: mettere tutto nella piazza virtuale, che non si dimentica e resta lì a disposizione senza ulteriori spiegazioni, sembra atto di democrazia, ma è arma affilata e molteplice taglio. Non sarebbe stato male- a proposito di democrazia e trasparenza- affrontare prima una pubblica discussione sulla opportunità o meno del gesto...

Quanto valgono le promesse di Veltroni? Nulla...

È stato difficile trovare una foto utile per la campagna elettorale di Walter Veltroni. Ne puoi passare decine e decine e non ce n'è una in cui il leader Pd venga bene. Non sorride quasi mai. Spesso è accigliato. Altre volte ombroso, si vede che cova dentro ira e non può tirarla fuori tradendo un clichè che si è imposto. Quando la Saatchi & Saatchi alla vigilia della campagna esaminò inutilmente una montagna di immagini, subito ne saltò all'occhio una, la sola. Uno scatto di Marco Delogu apparso sulla copertina di Class. Chiese la liberatoria al fotografo e all'editore che l'aveva pubblicata. Quel giorno comunicai io al portavoce di Veltroni, Roberto Roscani, il via libera. In cambio chiesi un'intervista. «Sì naturalmente...».

«Sì, naturalmente», è il ritornello che per 51 giorni mi è stato ripetuto in ogni modo. Per telefono, per sms, per e-mail. Perché Veltroni non dice mai «no». E la sua squadra si è abbeverata a questa tecnica micidiale. Nei 51 giorni Italia Oggi insieme a Class-Cnbc ha intervistato Silvio Berlusconi, Fausto Bertinotti, Pierferdinando Casini, Daniela Santanchè, Giuliano Ferrara e decine di altri, candidati premier o semplici candidati. Da Veltroni mai un no. «Adesso la facciamo, pazienta». Ho dato la disponibilità a salire sul pulman con le telecamere in qualsiasi ritaglio di tempo. Alle 7 del mattino, a mezzanotte. In qualsiasi luogo di Italia, con il semplice preavviso di qualche ora per trovare la troupe televisiva necessaria. «Ah, se è così, allora...», prometteva Roscani. Mai un no, fino a quando naturalmente ho capito da solo che il suo quasi sì mi avrebbe portato a schiantarmi sul muro dell'impossibilità. Naturalmente Veltroni è sempre stato libero di dare o non dare interviste a chi più gli piace, e non è in discussione questa libertà. Avesse detto «No, non mi interessa», fin dall'inizio, come fecero Romano Prodi e Silvio Sircana nel 2006, tutto sarebbe stato più semplice e chiaro. Allora chiesi: «Non vi interessa il giornale dei professionisti? Commercialisti, ordini professionali, categorie produttive? Non vi interessa rivolgervi a loro?». La risposta fu «No», sincera. Non ci volle molto nemmeno a comprenderne il motivo, visto che come primo atto di governo sui professionisti e sulle categorie produttive calò secco il bastone di Pierluigi Bersani e Vincenzo Visco. Con la coerenza che a Prodi non è mai mancata, non si volle nemmeno per scherzo promettere quel che fin dall'inizio si sapeva bene non potere mantenere. E convengo fosse inutile e poco produttivo elettoralmente rivolgersi ai lettori di Italia Oggi, annunciando: «Votatemi, e vi prenderò a schiaffi». Sono passati due anni, è arrivata la svolta copernicana di Veltroni. «Vi interessa l'intervista al giornale dei professionisti?». Risposta «Sì», ma significava no, e a questo punto non c'è più dubbio. Altra domanda: «Vi interessano i professionisti?». Risposta «Sì». «Le categorie produttive, le partite Iva?». Risposta: «Sì». Cosa significhino quei sì io non sono in grado di dire, ma fossi lì a guidare un ordine professionale, un'associazione di categoria, avessi una partita Iva, toglierei dal ripostiglio l'armatura, buona per proteggere in caso di pericolo e ottima già adesso per toccare ferro. Dispiace per i lettori di Italia Oggi e per i telespettatori di Class-Cnbc, che non avranno questa possibilità, anche se hanno potuto leggere- e nei prossimi giorni ancora, programmi, pensieri ed opinioni di altri autorevoli esponenti del Partito democratico. Non potremmo dare loro le risposte alle curiosità e agli interrogativi che riguardano il leader del Pd come è accaduto con tutti gli altri candidati premier. Con o senza la viva voce di Veltroni questa campagna elettorale- per fortuna- volge alla fine. Probabilmente è stata fra le meno coinvolgenti degli ultimi anni. Diciamo pure noiosetta salvo rare e lodevoli eccezioni. Con le polveri ormai bagnate si prova a lanciare qualche fuoco di artificio nelle ultime ore. Silvio Berlusconi che vuole fare l'esame psicologico ai pm, e la spara così grossa che anche lui fatica a crederci. Veltroni che dopo avere costruito una campagna elettorale secondo lui di svolta buonista, di riconoscimento dell'avversario che non è un nemico, di civiltà, ieri s'è inventato niente meno che un patto di fedeltà alla Repubblica, manco ci fossero le truppe dei Savoia alle porte. Meglio finirla qui, senza altro squallore.

UN BAMBOCCIONE A SVILUPPO ITALIA/3- Ora Visco jr è diventato un eroe

A Sviluppo Italia è arrivato un eroe. Uno che ha sfidato la sorte, lasciando un posto d'oro in un'azienda privata con i fiocchi, come Telecom Italia, per scommettere sul più classico dei carrozzoni statali, pronto ad affrontare perfino le polemiche e le bufere che deve mettere in conto qualsiasi figlio d'arte. Arriva più o meno così la conferma dell'assunzione come dirigente di Gabriele Visco, figlio di Vincenzo, viceministro di quel ministero dell'economia che controlla al 100% la stessa Sviluppo Italia. Domenico Arcuri, a.d. del gruppo pubblico, sottolinea infatti il «coraggio» del ragazzo, «di essersi assunto l'onere di un cambiamento così radicale e, perché no, una mole di allusioni e provocazioni» (...) Secondo Arcuri quel coraggio mostrato da Visco jr, unito al curriculum (che Sviluppo Italia però non rivela) e all'esperienza professionale «valgono di più del suo cognome». E siamo certi che il manager pubblico abbia ragione: il neo dirigente ha avuto una rapida carriera in Telecom, dove ha mostrato il suo valore. Certo nel nuovo incarico partirà in condizioni più difficili e non avrà nemmeno la possibilità di discutere la qualità dei benefit aziendali assegnati (cilindrata e colore dell'auto, telefonino, etc...). Siamo convinti che il merito sia fondamentale nel settore privato come in quello pubblico, e non è un cognome a deciderlo nel bene come nel male. Lo stesso Arcuri deve avere soppesato a lungo una decisione così delicata, perché sarebbe stato inevitabile poi dovere diradare il sospetto di avere voluto banalmente compiacere un viceministro che indirettamente è anche il suo azionista. Ma la preoccupazione non deve essere eccessiva. Ieri abbiamo fatto un rapido giro di opinioni con alcuni corrispondenti delle principali testate internazionali. E la risposta è stata una sola: l'assunzione avrebbe fatto notizia ovunque. Con grande probabilità negli Stati Uniti, in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, sarebbe iniziata una campagna stampa sul caso. Accadde negli Stati Uniti quando il Wall Street Journal dedicò colonne di fuoco alla scelta di George W. Bush di mettere alla testa di una commissione federale sulle telecomunicazioni Mike Powell, figlio di Colin Powell. Per altro non fu scelta improvvisa: Powell jr già era membro di quella commissione prima che il padre assumesse l'incarico di governo. Per un caso controverso di nepotismo ha dovuto lasciare il posto il presidente della Banca mondiale, Paul Wolfowitz. All'estero, ma in Italia è diverso. Perché i figli sono pezzi di cuore, come recita un celebre detto napoletano, e su questa strada tutto può essere compreso. Basta leggersi le considerazioni sul caso fatte da tutti gli esponenti politici ieri contattati da ItaliaOggi, nel centrosinistra dove la prudenza è assai comprensibile, ma anche e soprattutto nel centrodestra dove nemmeno uno solleva il dubbio di un conflitto di interessi. Giuseppe Vegas cita la massima di Indro Montanelli, secondo cui l'Italia «è un paese non solo di padri e figli, ma anche di zii e di nipoti». E aggiunge «E' normale che ognuno cerchi di piazzare i propri figli. Non esiste nessun problema politico morale». Un ex viceministro dell'Economia autorevole esponente di Alleanza Nazionale come Mario Baldassarri, si spinge più in là: «Il cognome non deve contare nel bene nel male», e ricorda analoghe polemiche che lo avevano coinvolto quando il figlio Pierfrancesco fu assunto dalla Sogin «Io non feci nulla. Neppure lo sapevo. Lui aveva tutto il diritto di avere quell'incarico». Ci siamo fermati lì perchè temevamo di non avere abbastanza pagine per raccontare storie di figli eccellenti assunti sempre all'insaputa dei padri proprio in posti dove i loro padri erano assai influenti. Forse in una parte d'Italia, in un tempo che ormai non c'è più qualche padre così ignaro avrebbe impedito al figlio la carriera proprio lì. Ma quell'Italia non c'è più, e quella che resta emerge ogni tanto solo grazie alla caparbietà di qualche cronista che ancora ha passione per le notizie o - più facilmente- dalle intercettazioni telefoniche che qualche magistrato offre in pasto all'opinione pubblica. Così bisogna rassegnarsi alle amanti che trovano (sempre per loro capacità) una qualche particina in Rai, ai parenti del potente di turno assunti in questa o quella azienda pubblica. Che tristezza questi padri, mariti, zii, amanti così impotenti. Che possono nominare questo o quel manager pubblico, ma non evitare che quello poi offra un contrattino o un contrattone al figlio, alla moglie, al nipote, all'amante... Non c'è nulla di illegale, figuriamoci. Ma è lì che si intravede il vero declino di un paese, la sua impossibilità di rinnovare classe dirigente. L'Italia resta una nazione feudale.

UN BAMBOCCIONE A SVILUPPO ITALIA/2- La difesa (e qualche minaccia) di chi ha assunto Visco jr

Egregio direttore, ci sono alcuni elementi, relativi agli articoli apparsi sul suo giornale e inerenti all'assunzione del dott. Gabriele Visco da parte dell'Agenzia che meritano una precisazione. E' sicuramente disdicevole che ci sia stato chi, interrogato dal suo giornalista - che faceva il proprio lavoro, quello di cercare conferme ad una notizia avuta – ha invitato il cronista a parlare con i sindacati “che di solito queste cose le sanno”. Questo è un comportamento intollerabile da parte di una società pubblica. Nei confronti di chi lo ha assunto si stanno prendendo gli opportuni provvedimenti. Quanto alla trasparenza di cui lei lamenta la carenza nella nostra Agenzia, vale la pena ricordare che sul nostro sito figura l'elenco di tutte le consulenze, comprese quelle che non sono state rinnovate, (che è facile accorgersi essere più numerose) tant'è che ritengo da quella fonte abbiate appreso alcune delle dettagliate notizie riportate nell'articolo. Nulla può esserci di segreto, e nulla infatti di segreto vi è, in una società con oltre mille dipendenti in cui, come ha avuto modo di verificare, anche i centralinisti sono edotti di posizioni e ruoli, pure apicali. Sarebbe oltremodo grave, mi permetta un commento, vista l'eredità che abbiamo ricevuto, condannare per l'ennesima volta quest'azienda a reiterare comportamenti che nulla hanno a che fare con la sua natura, i suoi obiettivi e la sua attualità. Non abbiamo scheletri negli armadi, salvo quelli che non abbiamo ancora scoperto, ma persone che lavorano nelle stanze e nei corridoi con l'etichetta nominativa ben in vista su ogni porta. Persone che finalmente si sottopongono ogni giorno al giudizio, anche impietoso, dell'opinione pubblica e della stampa. E infine un commento sul protagonista suo malgrado dei suoi articoli. Il suo curriculum, la sua esperienza professionale, il coraggio di essersi assunto l'onere di un cambiamento così radicale - e, perché no, una mole di allusioni e provocazioni - credo valgano di più del suo cognome. Almeno questa è la mia opinione, quella di un capo azienda chiamato a risanare una situazione disastrosa che ha non solo il diritto, ma soprattutto la necessità di avvalersi di un gruppo di collaboratori coeso e consolidato negli anni. Cordiali saluti Domenico Arcuri* * amministratore delegato dell' Agenzia Per l'Attrazione degli investimenti e lo Sviluppo di Impresa (già Sviluppo Italia spa) Risponde Franco Bechis. Ai lettori una premessa doverosa per comprendere la lettera di Domenico Arcuri. Gabriele Visco, ex dirigente Telecom, dopo un certo periodo di rodaggio come consulente di Sviluppo Italia (per 46 mila euro da luglio a settembre) è stato assunto dallo stesso Arcuri come dirigente. Abbiamo raccontato anche qualche difficoltà nel verificare la notizia, che oggi viene autorevolmente confermata da questa lettera. Gabriele Visco è uno dei due figli del viceministro dell'Economia Vincenzo Visco. Sviluppo Italia, per quanto ribattezzata, resta una società controllata al 100 per cento dal ministero dell'Economia, come documenta il grafico sulle partecipazioni che si può trovare sulla home page del sito Internet dello stesso ministero. Sono felice che finalmente un amministratore di una società pubblica dimostri interesse per la trasparenza. Vorrei anche credergli fino in fondo, ma ho qualche dubbio per il tono minaccioso che traspare dalla lettera quando si annuncia la caccia alla fonte che avrebbe divulgato a Italia Oggi la notizia. Scusi, se l'informazione era sacrosanta, che le importa chi l'abbia data? Ha fatto solo il suo dovere...

UN BAMBOCCIONE A SVILUPPO ITALIA/1- Lo strano caso dell'assunzione del figlio di Vincenzo Visco

Alla fine ce l'ha fatta. Domenico Arcuri, il dinamico amministratore delegato di Sviluppo Italia (da qualche mese ribattezzata Agenzia), è riuscito a portare a lavorare con sé come dirigente il giovane e bravo Gabriele Visco. Per alcuni mesi nell'estate scorsa l'aveva chiamato come consulente (per 46 mila euro da luglio a settembre), poi il rapporto si era interrotto, rischiando di reinserire il manager in quell'esercito di bamboccioni mal sopportati dal ministro dell'economia Tommaso Padoa-Schioppa. Un rischio per fortuna scongiurato: ci sarà un bamboccione in meno. Anche se non troppo lontano da casa: Gabriele è il figlio di Vincenzo Visco. Sviluppo Italia è controllata al 100% dal ministero dell'economia (...) Formalmente non scatta il conflitto di interessi, perché se l'azionista unico di Sviluppo Italia è lo stesso ministero di cui papà Visco è viceministro, la delega sugli indirizzi di gestione spetta al ministro dello Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, che a sua volta ha affidato l'incarico al suo viceministro, Sergio D'Antoni. Sicuramente Gabriele Visco avrà le caratteristiche professionali necessarie all'incarico, e già dopo le prime polemiche sulla consulenza affidata Arcuri aveva spiegato di conoscere personalmente il giovane manager e di averne potuto apprezzare le qualità in passato quando si erano incontrati ognuno dei due lavorando per un'azienda privata. Ma certo non ci sono stati megafoni ad amplificare una notizia che qualche rilievo politico o per lo meno di costume, sembra avere. L'avrebbe in qualsiasi paese del mondo. Per noi è stato difficile se non quasi impossibile verificarla nell'ultima settimana, anche se l'avevamo appresa casualmente da fonte assai qualificata. Stefano Sansonetti, il giornalista di Italia Oggi che da settimane conduceva un'inchiesta sulle consulenze dello Stato e delle società controllate e sulla scarsa trasparenza che ancora le circonda, ha provato a percorrere la strada maestra, telefonando direttamente alla società. L'ufficio stampa ha sostenuto di non potere essere utile, non avendo possibilità di verificare questo tipo di informazioni. E si è dovuto aggirare in una selva di no comment, di mezze ammissioni, di affermazioni “non ufficiali”, perfino invitato a rivolgersi ai sindacati “che di solito queste cose le sanno”. Non male per chi è tenuto dalla legge alla più assoluta trasparenza. Ma d'altra parte anche sulle consulenze Sviluppo Italia comunica un po' quel che vuole. Qualcosa ha messo sul proprio sito Internet- come dice la legge- la capogruppo, molte società controllate e quasi tutte le società regionali invece rimandano a un chiarimento interpretativo sulle norme stabilite dalla finanziaria del 2007 su cui evidentemente non è riuscito in più di un anno a fornire lumi il ministero dell'Economia. Alla fine sono stati assai più utili e trasparenti in questi giorni i vari centralinisti di Sviluppo Italia, che non solo hanno provato inutilmente a passare Gabriele Visco al telefono (non c'era come la maggiore parte dei dirigenti del gruppo), ma alla bisogna hanno fornito l'interno e perfino la qualifica in azienda come riportata sul loro elenco telefonico aziendale. Se si basa sulla predisposizione dei centralinisti la trasparenza tanto vantata dal governo e dalla pubblica amministrazione, temo che le polemiche sulla casta e le successive promesse di cambiamento abbiano prodotto risultati assai scarsi. Basta leggersi le tre pagine di inchiesta che oggi pubblichiamo su cosa avviene negli Stati Uniti nel cuore della campagna elettorale per le presidenziali che stanotte ha avuto il suo primo significativo test nello Iowa. Mentre qui bisogna arrangiarsi alla meglio per strappare qualche notizia, negli Usa ogni minimo particolare del presidente in carica, del suo staff, dei suoi familiari, dei candidati alla successione con relativo staff e famiglia e in pari modo di ogni membro del congresso è esposto al pubblico non volontariamente, ma in base a una legge federale. Non solo: tutto è verificato da una apposita commissione indipendente (la Fec) che rende immediatamente pubblici i risultati dell'esame. George W. Bush è stato costretto a dichiarare di avere ricevuto dal cantante Bono in regalo un banale Ipod così come ogni movimento finanziario (acquisto o vendita di azioni) compiuto da lui e da membri della sua famiglia. La senatrice Hillary Clinton è tenuta a pubblicare i nomi di tutti gli esponenti del suo staff che, recandosi in un qualunque posto dell'America per tenere una conferenza hanno ricevuto gratuitamente un passaggio aereo. Ogni tre mesi viene aggiornata anche questa lista, con l'indicazione di chi ha usufruito del piccolo benefit, del valore economico dello stesso, con tanto di nome del benefattore. Qualsiasi membro del congresso americano, oltre a tutti i movimenti finanziari che direttamente o indirettamente lo riguardano, è obbligato a rendere pubbliche tutte le linee di credito concesse. Perfino se si tratta di una carta di credito rateale. Prima, durante e dopo le elezioni...