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D'Alema? Comunista e filoterrorista. Parola di Veltroni agli Usa


Massimo D’Alema ha un limite più forte di lui: in fondo all’animo resta sempre un comunista e al momento buono questa sua formazione ideologica salta fuori. Parola di uno che lo conosce come le sue tasche: Walter Veltroni. E’ il 26 febbraio 2008, siamo all’inizio dell’ultima campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento italiano. Romano Prodi è già ko insieme al suo governo, Silvio Berlusconi già marcia verso palazzo Chigi. Il suo avversario questa volta è proprio Veltroni. Sembra battuto in partenza, ma i primi sondaggi lo accreditano di una certa rimonta. Il politico è noto, ma nel governo ha sempre avuto ruoli di secondo piano. Non è così conosciuto a livello internazionale. Per questo il 26 febbraio l’ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, invita a pranzo Veltroni. Insieme affrontano tutte le questioni internazionali che interesano gli Usa, comprese alcuni comportamenti di politica estera del governo Prodi che hanno allarmato il principale alleato italiano. Tutto il colloquio poi viene fedelmente trascritto dall’ambasciatore e inviato alla segreteria di Stato americana. E il rapporto Spogli nel silenzio generale ora è finito su Wikileaks.
Si parla di politica italiana, della campagna elettorale, di politica economica, di questioni energetiche e soprattutto dei dossier internazionali del momento. A un certo punto Spogli mostra a Veltroni una entusiastica dichiarazione del ministro degli Esteri uscente del governo Prodi, che era appunto D’Alema, con cui si congratulava per l’assunzione del potere a Cuba da parte di Raul Castro. “Veltroni”, scrive Spogli alla segreteria di Stato Usa, “è apparso imbarazzato e ha detto che spesso il retroterra ideologico di D’Alema salta fuori dalle sue dichiarazioni”. Una presa di distanza notevole, sia pure in un colloquio riservato che probabilmente Veltroni immaginava sarebbe restato fra le mura dell’ambasciata. Ma non è stata l’unica sciabolata del fondatore del Pd verso il rivale di partito da una vita. Quando si è passati ad affrontare il dossier sul Medio Oriente Veltroni è passato dalla sciabola al bazooka nei confronti di D’Alema. Ecco come ha annotato il colloquio Spogli: “Veltroni è stato aspramente critico sull’atteggiamento di D’Alema nei confronti di Israele, e in particolare ha aggiunto testualmente che ‘non si possono fare affari con organizzazioni terroristiche’ come Hamas e gli Hezbollah”.
Dunque per Veltroni D’Alema era un ex comunista che cercava di nasconderlo, ma poi inciampava sempre nel peccato originale ideologico, e da ministro degli Esteri aveva tanto pelo sullo stomaco da cercare di fare affari con i terroristi palestinesi. Bel ritratto offerto agli americani dell’uomo che in quel momento era ancora ufficialmente ministro degli Esteri di un governo di centrosinistra.
Pur di accreditarsi con gli americani però Veltroni sembrava pronto a dire di tutto. Anche a prendere le distanze da Prodi, presidente del Consiglio in carica. Quando il pranzo è virato sulla questione iraniana infatti Spogli si è lamentato spiegando che l’atteggiamento di Prodi verso l’Iran è stato il dossier di politica estera italiana che più ha causato frizioni con gli Stati Uniti. L’ambasciatore “ha citato il caso delle sanzioni economiche verso l’Iran, criticando il governo Prodi per i suoi frequenti incontri ad alto livello con leader del governo iraniano”. Secondo il cablogramma inviato da Spogli a Washington Veltroni ha preso subito le distanze da Prodi: “e ha rimarcato che l’Iran rappresenta una ‘chiara minaccia’, sostenendo che la continuità delle sanzioni economiche è vitale e concordando sul fatto che incontri ufficiali ad alto livello con funzionari del governo iraniano (il riferimento è a Prodi, ndr) indeboliscono e insidiano il messaggio della comunità internazionale”. Per finire sulla politica internazionale- ma questo era più che scontato- Veltroni ha rassicurato gli Usa: “se vincerò io le elezioni, non potranno esserci incomprensioni e disaccordi”. Spiega Spogli: “Veltroni ha enfatizzato la sua decisione di non correre in una coalizione dove potesse ancora avere un ruolo la sinistra estrema, spiegando che così il suo governo avrebbe avuto una voce chiara sulle relazioni transatlantiche dell’Italia”. Così anche sull’Afghanistan “Veltroni ha riconosciuto i problemi incontrati dalla Nato sul territorio e ha assicurato che l’Italia potrà e vorrà impegnarsi di più lì”.
Nel colloquio anche fiumi di miele nei confronti di quello che avrebbe dovuto essere il suo vero avversario, Silvio Berlusconi. “Veltroni ha spiegato che la complicata legge elettorale italiana può forzare a politiche bipartisan, facendo mettere d’accordo lui e Berlusconi. Però ha aggiunto che l’accordo nelle sue intenzioni è limitato alle sole riforme istituzionali e alla legge elettorale”.
Infine il capitolo energia: Spogli si è lamentato del fatto che negli ultimi anni, proprio con il governo Prodi, l’Italia è divenuta troppo dipendente dalla Russia. “Veltroni ha rassicurato che questa dipendenza verrà corretta attraverso soluzioni di medio termine (4-7anni), con la costruzione di rigassificatori e altre infrastrutture”

Alemanno pecca, Veltroni fa lo stesso ed è un eroe. Come De Benedetti, Ciampi, Amato, Rodotà, Di Pietro...


Che differenza c’è fra il signor Giorgio Marinelli e il signor Luca Rotini? Nessuna: sono due dipendenti dell’Azienda dei trasporti di Roma (Atac). Di più. entrambi hanno un papà body-guard di altissimo livello. Il papà di Giorgio ha fatto il capo-scorta del sindaco di Roma. Il papà di Luca pure. Eppure l’assunzione di Giorgio all’Atac è diventata uno scandalo nazionale, un titolo da prima pagina. Quella di Luca una curiosità da articoletto nelle pagine di cronaca locale. Perché la differenza fra Giorgio e Luca non è nel posto di lavoro e nell’eventuale raccomandazione ricevuta per ottenerlo grazie al lavoro di papà. La differenza fra i due sono i sindaci a cui i papà facevano da caposcorta. Per Giorgio il sindaco di riferimento è Gianni Alemanno. Per Luca Walter Veltroni. E che differenza c’è? Tutta la differenza del mondo: Alemanno è di destra, Veltroni di sinistra. Di più: Alemanno non è manco di quella destra che oggi è ammessa all’onore del mondo e dell’alta società: quella che dicono presentabile, moderna, stilosa e fighissima guidata dal cognato di Giancarlo Tulliani. No, Alemanno è di quella destra brutta, sporca e cattiva che sta dalla parte di Silvio Berlusconi. E’ lì il vero scandalo, non parentopoli. E’ nel peccato originale lo scandalo, non nel raccomandare il figlio di un proprio collaboratore per fargli avere il posto fisso. Perché se mai questo l’avesse fatto Alemanno, è scandalo, odiosa prepotenza, prevaricazione dei deboli. Se invece l’avesse fatto Veltroni, che è nato senza quel peccato originale, lo scandalo non c’è: sarà stata una debolezza di cuore, un impeto di generosità, una battaglia giusta per fare avere a un debole quel che altrimenti avrebbero negato.
Questa vicenda parallela, che proprio in questo modo si è riflessa su gran parte della stampa per poi circolare da lì nell’opinione pubblica, è il vero specchio di questo paese, ed è anche il termometro più sincero del potere reale, quello che nemmeno un ventennio berlusconiano è riuscito a scalfire.
L’Italia del Corrierone della Sera (talvolta anche di Repubblica che però fa più fatica a spacciarsi per terza e neutrale), della Stampa, di Confindustria, dei baroni universitari, degli scrittori, dei cineasti, degli intellettuali, dei banchieri, dei magistrati, dei salotti buoni, quella del potere vero, l’Italia regnante che ama fingersi sopra e oltre ogni parte così da emettere giudizi e condanne che hanno il timbro della divinità e della verità. Sì, la vicenda delle assunzioni all’Atac di Roma è proprio il più limpido riflesso di quella piccola e potente Italia che tutto decide e può, ma una sola cosa non è riuscita a dominare  e usare a suo piacimento: l’avventura politica di Berlusconi. Hanno provato a usarlo, cavalcarlo, dominarlo, metterlo in un angolo, denigrarlo, distruggerlo. Ma non gliene è riuscita nemmeno una. Eppure testardamente cercheranno ancora all’infinito. Tangentopoli, mafiopoli, sessuopoli, wikileaksopoli, ora parentopoli: fanno la cose in grande, mica si scherza. Ma lui è così coriaceo…
E’ che alla fine tanta panna montata così per seppellire l’uomo fa sorridere i più. E Corrieroni, banchieri, intellettuali, danno di matto. Perché gli italiani alla fine sono meno fessi di quel che loro credono. Apri la Rai e guardi il professore di turno che ospite della conduttrice alla moda scuote la testa. Lei lo provoca: “ma professore, dove andremo a finire con questi comportamenti del presidente del Consiglio?”. E lui, il professore Stefano Rodotà, dottrina pura dalle cui labbra pendere: “Lo dico da intellettuale: in rovina, in rovina…”. Ma che intellettuale e intellettuale superpartes: Rodotà è stato per lustri parlamentare del pci, poi il primo presidente del Partito democratico della sinistra. Non c’è uomo di parte più di lui. Ieri aprivi Radio radicale e sentivi all’ora di pranzo un’intervista a Giuliano Amato che spiegava che “sa come sono i politici? I politici parlano troppo..” e via con banalità su questi “politici”. Lo sentivi e ti chiedevi: “ma che mestiere ha fatto Amato tutta la vita?”. Era l’ombra di Bettino Craxi, e poi se ne è dimenticato. Era il premier che una notte si fregò il sei per mille sul conto corrente di tutti gli italiani. E poi se ne è dimenticato. Era il primo presidente dei Democratici di sinistra. E poi se ne è dimenticato. E a forza di dimenticarsene è sempre buono da usare per strologare su tutto, dal suo empireo super partes. Solo che lui dimentica. E con lui chi vuole fare dimenticare. Ma gli italiani non dimenticano. Prendi in mano un giornale e scopri che Carlo Azeglio Ciampi ha compiuto 90 anni e che è un padre della Repubblica anche se quando questa veniva fondata lui era in tutt’altre vicende affaccendato. Scopri anche che è un modello superpartes. Di più: è il simbolo stesso di quello che oggi l’Italia che conta vorrebbe tanto: il governo di responsabilità nazionale, un Super Ciampi premier. Per questo infastidisce tanto la realtà: che con Ciampi al governo il suo ministro della Giustizia, Giovanni Conso, graziò centinaia di mafiosi accogliendo la richiesta principale di Cosa Nostra: revocare il carcere duro. Leggi che Ciampi si indigna, protesta la sua innocenza e sostiene di avere graziato i peggiori killer della mafia a sua insaputa. Bevendosela tutta così, che altro puoi dire se non che quel governo allora fu di “irresponsabilità” nazionale, dove nessuno sapeva quel che si faceva? Potresti dirlo, ma non lo dice nessuno. Perché anche Ciampi fu uomo di parte, e della parte giusta: quella senza peccato originale. Prendi un altro giornale a caso, Repubblica, e leggi articolesse grondanti indignazione sulle relazioni strette fra Berlusconi e Mohammar Gheddafi. Ci si dimentica naturalmente che quel giornale è di proprietà di uno gnomo naturalizzato svizzero, Carlo De Benedetti, che alla fine degli anni Novanta ha deciso di crearsi un piccolo impero nell’energia. E ha iniziato dal gas. Quello di Gheddafi: 2 miliardi di metri cubi all’anno per 24 anni. Così passa la paura del dittatore di Tripoli e anche un bel po’ di indignazione. Leggi giornali e agenzie dell’Italia che conta e trovi altra grondante indignazione (l’Italia che conta è sempre indignata speciale): quella per il mercato delle vacche dei parlamentari. Il cognato di Tulliani che facendo il presidente della Camera, li dovrebbe proteggere, li ha sbeffeggiati: siete al calciomercato della politica. Ha stretto pure le labbra per non farsi scappare la parola fatidica di cui si lamentava fino a poche ore prima: “Traditori!”. Ma la parola è scappata agli Antonio Di Pietro e perfino ai giornalini che se l’erano presa con Libero per avere definito così i finiani: “Traditori, traditori!”. Qui non è manco questione di pesi e misure diverse: è proprio il concetto di tradimento che è diverso. Noi si diceva “tradimento” per la beffa appioppata agli italiani: mi voti per questo e una volta che ti ho preso il voto io faccio l’esatto opposto. Per loro- per i Fini, i Di Pietro, i Bersani, i giornaloni, gli intellettuali, che degli elettori e degli italiani se ne fregano assai, tradimento è verso il leader-burattinaio che ha avuto fiducia in te, che ti ha scelto e messo nelle liste elettorali portandoti lì. Ma è differenza da poco, come nel caso Atac: troveranno sempre un professorone, un editorialista pronti a spiegare super partes che se dici tu “tradire” è brutto sporco e cattivo. Se lo dicono altri è giudizio equanime ed obiettivo, musica per la democrazia. Tanto il problema è tutto lì: nel peccato originale.

Che vuoi fare con questa inchiesta? Berluscopoli o Veltronopoli? Con 20 mila pagine tutto è possibile

Non è Tangentopoli, è il ritratto di un paese intero attraverso il filo del telefono (o meglio le cellule del telefonino). E’ tutto e il suo contrario il contenuto di quelle 22 mila pagine degli allegati all’ordinanza del tribunale di Firenze sulla cricca degli appalti pubblici. Dipende da chi le legge e da come si possono leggere. Dipende- è inutile nascondercelo- soprattutto da chi le vuole usare e contro chi le si voglia usare. Certo, per due anni quelle intercettazioni (ed è un caso raro in Italia) sono restate esclusivamente nelle mani di che le stava effettuando: i Ros dei carabinieri e- certo- anche i magistrati che le avevano ordinate. Non è uscito uno spillo. Al momento del deposito dell’ordinanza però sono deflagrate in tutta la loro potenza. Si può usare “Massaggiopoli”- come si è fatto, per colpire Guido Bertolaso (altro non c’è in quelle carte). Si può usare “Escortopoli” per puntare diritto a un gruppo di funzionari pubblici pedinati e intercettati – questo è certo- mentre si dirigono in stanze di albergo per farsi coccolare da casalinghe vogliose di arrotondare lo stipendio o da professioniste vere e proprie, anche se raccattate per strada davanti a una gelateria di Treviso (come è accaduto). Si può puntare a Gianni Letta, perché il suo nome è evocato nelle intercettazioni (ma lui mai intercettato). Si può unire tutto- come è stato fatto- per mettere nel mirino Silvio Berlusconi il cui nome a dire il vero appare assai poco nei brogliacci, ma che insomma alla fine sta sopra tutti e quindi di qualcosa dovrà pure essere colpevole. Ma con la stessa materia si può fare l’esatto contrario. Si può imbastire “Veltronopoli” e “Rutellopoli”, come Libero ha dimostrato, visto che i nomi di Walter Veltroni e Francesco Rutelli sono stati più volte tirati in ballo dalle intercettazioni come sponsor di imprese che alla fine hanno vinto i due più grandi appalti per le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Si può utilizzare quel materiale anche per gettare ombre non proprio piccole su Antonio Di Pietro. Era lui ministro delle Infrastrutture a controllare Angelo Balducci e la sua squadra. Per questo nel novembre 2007 Di Pietro fu chiamato a incontrare 50 imprenditori dell’Ance che si lamentavano dell’andazzo. Si alzò un marchigiano e disse di sapere prima ancora del varo dei bandi di gara quale sarebbero state le prime otto imprese a vincere gli appalti per i 150 anni dell’unità di Italia. Le elencò e le azzeccò tutte. E Di Pietro? Il massimo che riuscì a rispondere fu “io non posso farci nulla. Ho le mani legate”. Si potrebbe imbastire un filone di inchiesta sui magistrati: c’è materiale, e anche sostanza, sui comportamenti tenuti dal giudice della Corte Costituzionale, Giuseppe Tesauro, socio di una immobiliare che speculava in Gallura (e nel cui capitale figurano esponenti coinvolti in inchieste sulla criminalità organizzata). Ci sono due autorevoli consiglieri della Corte dei Conti che brigano, prendono appalti e fanno attività del tutto incompatibile con il loro mandato. Si può imbastire un processo all’Università di Roma, per le raccomandazioni ottenute per passare gli esami e perfino per cambiare le classifiche di ammissione a facoltà con numero chiuso. Si può imbastire anche una commedia di quelle he sarebbero piaciute a Totò, qualcosa di vicino a Totò-truffa, perché ci sono pagine e pagine di intercettazioni truffaldine, dove è chiaro il millantato credito e perfino espresso. Magistrali le telefonate in proposito fra la coppia più messa all’indice in questa inchiesta: l’imprenditore Piscicelli e suo cognato Gagliardi (che festeggiano alle 3 di notte il terremoto de L’Aquila perché portarà lavori che in realtà poi non porta a loro). Prendono in giro un consigliere della Corte dei Conti, Antonello Colosimo, (che probabilmente prende in giro a sua volta loro vantando un canale privilegiato con Corrado Passera), assicurando di avere avuto un incontro (mai avvenuto) con Marco Bassetti per fargli avere una consulenza con Endemol. Si potrebbe usare quel materiale per costruire una “Vaticanopoli”: ci sono monsignori che chiedono raccomandazioni, c’è un commercialista che si intrufola negli appalti sostenendo di essere un alto esponente dello Ior. C’è di tutto davvero. Persino in una delle imprese chiave: la Btp. All’inizio dell’inchiesta al suo vertice c’è Vincenzo Di Nardo, che dichiara di votare Pd ed è vicino agli assessori Pd di Firenze. Poi arriva Riccardo Fusi, che vota Pdl ed è amico di Denis Verdini. Come si fa l’inchiesta per quegli appalti? Contro il Pd o contro il Pdl… C’è solo l’imbarazzo della scelta.

Ha ragione Letta: gli sciacalli non hanno vinto appalti a L'Aquila

Nessuna delle imprese- “sciacallo” i cui imprenditori sono stati intercettati dalla procura di Firenze nell’inchiesta sulla cricca degli appalti pubblici ha vinto una sola gara post- terremoto nella provincia de L’Aquila. Non ha quindi mentito Gianni Letta, e non ha invece alcun fondamento la caccia grossa al sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri scatenata da Repubblica e da autorevoli esponenti dell’opposizione. Non ci sono quelle, ma ci sono invece entrambe le società che secondo le intercettazioni sarebbero state già aiutate da Walter Veltroni a vincere i due appalti principali per le celebrazioni dell’Unità di Italia: quello di Firenze e quello di Venezia. Sono pubbliche dal primo giorno, e non segrete, le commesse date alle imprese di ogni tipo per i lavori post-terremoto. Gli elenchi sono sostanzialmente tre, in continuo aggiornamento, consultabili da qualsiasi cittadino sui siti della Regione Abruzzo, del comune de L’Aquila e della protezione civile. Il primo elenco contiene lavori in emergenza e tutti i nomi delle ditte impegnate nelle opere di puntellamento degli edifici lesionati e di demolizione di quelli che non si possono tenere più in piedi. Per ogni casella è indicato il nome della ditta, la città o il paese dove vengono eseguiti i lavori e perfino via e numero civico interessati. In questo elenco (11 pagine) non ci sono importi pre-stabiliti, perché ogni lavoro non è quantificabile prima del suo compimento. Non figura nessuna ditta riportabile agli imprenditori “sciacalli”, ma c’è la romana Sac (associata a un’impresa abruzzese) cui sono dedicate pagine e pagine di intercettazioni: si tratta della stessa ditta che ha vinto l’appalto per il teatro della musica di Firenze e che secondo gli intercettati sarebbe stata sponsorizzata dal sindaco di Roma, Walter Veltroni. C’è poi un secondo elenco (7 pagine fitte fitte), associato al prospetto C.a.s.e., che comprende 97 ditte, i lavori assegnati, gli importi a base d’asta, le variazioni, i ribassi offerti e il valore definitivo di ciascuna commessa. Anche qui assenza totale degli sciacalli intercettati. C’è però- insieme a numerose altre ditte venete, la Sacaim spa della famiglia Alessandri. Anche questa ditta era già emersa nelle intercettazioni per avere vinto l’appalto del nuovo palazzo del cinema di Venezia come ditta del cuore di Veltroni. A L’Aquila ha ottenuto un piccolo lotto di lavori per 4,8 milioni di euro, per la realizzazione di piastre in cemento armato. Nello stesso elenco figura anche un colosso della Lega coop, come Manutencoop, che si è assicurata il servizio di facility management per 9,6 milioni. Sempre Lega cooperative ha ottenuto con il Consorzio Etruria coop uno dei lotti principali per la progettazione e realizzazione degli edifici residenziali: 13,7 milioni di euro. Ma ci sono tutte le imprese più note del settore, e l’appalto più rilevante (54,8 milioni) l’ha vinto un consorzio fra Giuseppe Maltauro spa e Taddei spa. Il terzo elenco ne raggruppa in realtà altri due sotto le sigle Map (Moduli abitativi provvisori rimovibili) e Musp (Moduli uso scolastico provvisorio), e racchiude 76 ditte che in qualche caso vincono più di un appalto. Anche qui nessuna ditta in qualche modo riportabile a quella degli sciacalli di cui Letta aveva negato (giustamente) ogni tipo di presenza. D’altra parte quelli definiti sciacalli erano due imprenditori, legati da rapporto di parentela: Francesco Maria De Vito Piscicelli e suo cognato Piefrancesco Gagliardi. Quest’ultimo è il proprietario del gruppo Gialor che controlla a sua volta la Avalon srl, la Soave srl, la Per non dormire srl e a cui sono collegate anche la Gamas srl, la Magazzini generali srl, la Casello srl, la W3 srl, la Paradiso srl, la santa letizia srl e la Case nel verde srl. Nessuna di queste imprese è mai sbarcata a L’Aquila e dintorni. Quanto a Piscicelli, imprenditore non lo può più essere: sono fallite le due imprese di sua proprietà, la Edil costruzioni generali (1996) e la casa di tutti srl (2004). Oggi Piscicelli è solo il direttore tecnico della Opere pubbliche e ambiente spa, con sede a Roma in via Margutta 3. Il 90 per cento del capitale figura in mano alla legittima consorte, Rossella Troise: Ma al di là delle quote azionarie, anche questa azienda non figura negli elenchi post-terremoto abruzzese. Per altro l’unico segnale da parte del governo ai Piscicelli è arrivato il 10 febbraio scorso proprio alla Troise: una cartella esattoriale per 7.168,42 euro spedita da Equitalia gerit a nome del fisco italiano. Per altro ieri confondendo un po’ le acque, Repubblica confondeva questi unici sciacalli doc con una serie di altri imprenditori intercettati mentre brigavano per ottenere gli appalti a L’Aquila. Non erano gli sciacalli: ma i soci del supergiudice della Corte Costituzionale, Giuseppe Tesauro.

Se non eri con Veltroni, fino al 2008 potevi sognarti l'appalto

Dopo quella fiorentina spunta una pista veneziana nel settore grandi appalti della cricca dei lavori pubblici guidata da Angelo calducci e Fabio De Santis che porta diritto al cuore del Pd. A finire sotto la lente dei magistrati dei Ros e degli inquirenti fiorentini che indagano sulle commesse dei grandi eventi c’è, oltre all’appalto del teatro della musica di Firenze, anche quello per il palazzo del cinema di Venezia. A vincerlo fu un gruppo veneto, la Sacaim della famiglia Alessandri che più volte appare nei faldoni dell’inchiesta. Una vittoria che fu – come capita- contestata dagli altri concorrenti perché all’apertura delle busta fu assegnato un punteggio assai modesto al ribasso offerto dai concorrenti, e così a vincere fu in realtà una delle imprese che aveva proposto il costo più alto di realizzazione. Ad essere contestata dagli esclusi da uno degli appalti più golosi delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità di Italia (70 milioni di euro, secondo solo a quello fiorentino) è stata sia la composizione della commissione aggiudicatrice sia la formazione delle squadre di progettisti, architetti e strutturisti dietro le singole offerte. Perché a vincere e fare vincere sarebbe stato un pool di professionisti romani molto legati alla amministrazione capitolina durante all’epoca di Walter Veltroni e in qualche caso anche in quella precedente di Francesco Rutelli. Per altro quest’ultimo al momento dell’assegnazione degli appalti di Firenze e di Venezia era vicepresidente del Consiglio dei ministri alla guida della struttura di missione per il 150° dell’Unità di Italia. Nelle mani degli inquirenti ci sono decine e decine di intercettazioni in cui i protagonisti, imprenditori, architetti e ingegneri, ritengono che i due appalti di Firenze e Venezia siano stati pilotati proprio dal tandem “Veltroni-Rutelli”, e proprio questa ipotesi investigativa è al centro di uno dei principali filoni di inchiesta (ci sono tre faldoni dei 20 dedicati agli appalti nell’era Pd, per oltre 3 mila pagine di intercettazioni). Per il filone Firenze per altro la pista investigativa segue anche le tracce di un colloquio fra Veltroni e il sindaco Pd dell’epoca, Leonardo Dominici, che doveva servire ad orientare la commissione. Il colloquio è citato da numerosi intercettati che dicono di averne avuto conferma anche da un assessore Pd allora in carica. Pizzicato poi al telefono Alberto Levi, consulente di uno degli imprenditori in gara, mentre si sfogava con una dirigente del comune di Firenze: “comunque è una roba da pazzi ... (…) ma era tutta pilotata ... (…) … tutta una grande pilotata ... hanno dato 55 ... a quelli che dovevano vincere perchè in qualche modo... son tutti i progettisti di Veltroni e Rutelli ... son passati ... a Venezia ha vinto la Sacaim con un progettista romano, va bene ? …è un veltroniano puro...va bene ? loro hanno vinto con ... perchè li hanno blindati !... cioè, quelli che dovevano vincere sono stati blindati”. I carabinieri annotano: “l’interlocutore manifesta anch’egli disappunto per quello che è successo, asserendo di aver avuto rassicurazioni, contrariamente a quanto poi è avvenuto, che la gara sarebbe stata espletata in maniera regolare ... mamma mia che porcaio! ... meno male che tutti dicevano e tranquillizzavano ... dicendo ... ‘la gara, è una gara vera’”... Intercettato anche l’ architetto Marco Casamonti, che dice al telefono: “io lo sapevo da due mesi .. non c'era verso”. E il suo interlocutore, il vicepresidente di Confindustria Toscana, Vincenzo Di Nardo che amaro aggiunge: “ Oh Marco questo ti insegna anche un'altra cosa .. o tu diventi amico di Rutelli o di Veltroni o tu puoi tornare a casa. A loro non non gliene frega nulla ... lì doveva vincere la Sacaim a Venezia, ed ha vinto la SACAIM .. non c'è storia. Comunque c'è una grande polemica ... perchè questa è roba da banditi..”. Ed è sempre Casamonti, un architetto ben introdotto in quel mondo, a spiegare per dove passa l’influenza di Veltroni sui grandi appalti: “per lo studio Abdr (iniziali di Arlotti Laura , Beccu Michele, Desideri Paolo, Raimondo Filippo) e per il loro strutturista, Silvio Albanesi, che è l'ingegnere che sta in tutte ... tutte le commissioni ministeriali. E’ un incapace, è solo un uomo di apparato”. Anzi, secondo gli intercettati l’architetto Desideri era così convinto di fare man bassa dei più importanti appalti per l’Unità di Italia da non essere stato nemmeno presente nei giorni decisivi della assegnazione delle due gare di Firenze e Venezia: “è una settimana che è a Mali e ora è alle Maldive ... perchè lui non aveva da fare nulla... aveva bell'e finito tutto da un pezzo”. E proprio quest’ultimo intercettato, il Di Nardi imprenditore da sempre di sinistra, si lascia andare allo sfogo: “Non voterò mai più Pd dopo quello che ho visto. Mi fa schifo, non posso certo votare Berlusconi, ma non andrò più a votare” Certo l’appalto veneziano della Sacaim è omaggiato da gran parte della struttura della cricca degli appalti. Dopo l’assegnazione si trovano tutti a Venezia a festeggiare la famiglia Alessandri, anche tre dei quattro arrestati della cricca: Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro Della Giovampaola. Festa che come era tradizione di qualche componente della cricca, sarebbe poi finita in camera d’albergo allietata da una fanciulla rimediata in extremis da qualche imprenditore compiacente.

Nemmeno Van Straten ci ha salvato da Veltroni & c- Lo sfogo di un imlrenditore della cricca

La frase scappa di bocca all’imprenditore che naturalmente non sa di essere intercettato. “Ma questa è una banda armata.. io infatti guarda ho sempre votato a sinistra...Non li voto più ... ho deciso non vò più a votare. Preferisco incazzarmi col Berlusconi piuttosto essere inculato da Veltroni “ E davanti all’interlocutore che annuisce “Questo, questo era pacifico... purtroppo!”, lui rincara la dose: “ Il bello è che la gente ben pensante, tutti i miei amici borghesi di sinistra, vedono in Veltroni l'illuminato ! L'illuminato una sega, capito, ecco.... se questo è il buon dì, ecco è bene che io non li voti più ... capito?... io ho finito di votare... a questo punto non mi rompo più coglioni”. A parlare, in uno dei tanti colloqui intercettati dai carabinieri che lavorano per la procura di Firenze è Vincenzo Di Nardo. Non è un personaggio qualsiasi, e non solo per il capoluogo toscano: Già amministratore delegato della Btp, Baldassini-Tognozzi-Pontello, nel suo curriculum ha inanellato una carica dopo l’altra: vicepresidente di Ance Toscana, vicepresidente di Confindustria Firenze, professore a contratto della facoltà di Architettura dell’Università, presidente nazionale del Comitato grandi infrastrutture dell’Ance. Un pezzo grosso, dunque. Che in un’altra telefonata intercettata come quella sopra riportata nel dicembre 2007, all’architetto Casamonti che confessava “Io ti devo dire la verità .. guarda .. io sono di sinistra .. lo sono sempre stato .. però spero che questa volta pigliano una rintronata ... perchè non è possibile…”, raccontava amaro: “ Io sono di tre generazioni di gente socialista ... ho sempre votato a sinistra .. ma io stavolta non li voto ... a me non m'importa una sega...Preferisco incazzarmi con il governo Berlusconi che essere inculato dal governo Prodi ... capito ? Io voglio l'onestà ... non posso pensare che la cricca di Veltroni … Ti immagini il nuovo Partito Democratico… che fanno queste cose così ... l'occupazione dei romani ... dai! .. ma dove siamo!”. Di Nardo è così furioso con gli esponenti della classe politica che ha sempre votato perché, come molti professionisti di Firenze e di altre città di Italia (architetto Casamonti compreso), è scandalizzato dalla gestione degli appalti per i 150 anni dell’Unità di Italia. E’ una struttura commissariale a gestirli, e Prodi alla guida ha messo naturalmente il re degli appalti pubblici, Angelo Balducci, che poi ne affiderà la gestione ordinaria al suo braccio destro, Fabio De Santis. Entrambi sono stati arrestati nei giorni scorsi dalla procura di Firenze proprio per la gestione dei bandi di gara nei grandi eventi. La struttura di missione per i 150 anni dell’Unità d’Italia a quell’epoca risponde al vicepresidente del Consiglio dei ministri, Francesco Rutelli. E agli occhi degli imprenditori esclusi dalle gare che commentano quello che è avvenuto a Firenze (teatro della musica), a Venezia (palazzo del Cinema) e in altri grandi appalti, più che la cricca Balducci, ha pesato la “cricca dei sindaci di Roma”, appunto Rutelli-Veltroni. C’è un intero faldone di documenti raccolti dai carabinieri che compongono un dossier di 1.162 pagine sulle accuse che professionisti e imprenditori in quel periodo rivolgono- anche con amarezza (ne erano stati militanti)- ai vertici del neonato Partito democratico. Ben quattro fra imprenditori e professionisti addetti ai lavori sostengono che ad esempio la gara per il teatro di Firenze, la più importante delle celebrazioni (80 milioni di euro), sia stata pilotata da una telefonata fatta da Veltroni al sindaco Pd della città, Leonardo Domenici, che in questa inchiesta è già sentito dalla magistratura per gli appalti della zona Castello. In tre sostengono di avere le prove che prima di scegliere i vincitori della gara fiorentina sia arrivata una telefonata di Veltroni al sindaco di Firenze, Domenici. Ma gli investigatori inseriscono a questo punto un misterioso (omissis). Lo fanno un’altra volta, quando l’architetto Casamonti rivela al telefono a un imprenditore di avere capito che in ogni caso per passare la gara bisognava adeguarsi ai desideri del leader del Pd: “è arrivato l'ordine di Veltroni ... poi ascolta io ho chiamato Van Straten .. per dirgli se lo faceva con noi ...m'ha detto ..."no...non posso" ... (omissis)”. Si tratta di Giorgio Van Straten, amico e compagno di vacanze di Veltroni che il fondatore del Pd fece inserire nel nuovo consiglio di amministrazione della Rai. Ma anche su questo misterioso punto gli inquirenti hanno apposto un omissis.

C'è il regime, Eugenio e Pippo confinati alla prima di Baaria

Qualche sera fa due anziani signori, uno con la barba bianca- e per questo assai saggio- l’altro con un noto toupè che da lustri ferma l’inesorabile incedere del tempo si sono trovati in fondo a una sala cinematografica a Roma. Si sono guardati in faccia preoccupati e hanno sentenziato: “Siamo in un regime”. Uno dei due anziani signori era il fondatore di un giornale che è diventato ormai un partito: Eugenio Scalfari. L’altro era il volto del conduttore vivente più noto nella storia della tv pubblica italiana: Pippo Baudo. Il racconto di quella memorabile sera vissuta al confino di una prima cinematografica nell’anno secondo della terza presa del potere di Silvio Berlusconi, era la chicca – un po’ nascosta- dell’editoriale domenicale di Scalfari su Repubblica: “Sono stato all’anteprima di Baaria di Giuseppe Tornatore dedicata a Giorgio Napolitano. La sala era gremita e gli onori di casa li facevano i dirigenti di Medusa e di Mediaset com’era giusto che fosse perché il film l’hanno prodotto loro. E chi altri avrebbe potuto in Italia? Un film di sinistra senza ammiccamenti.Entrando ho visto al mio fianco Pippo Baudo. Mi ha detto: “C’è il regime al completo”. Era vero, ma quando il regime è costretto ad applaudire il talento culturale di chi gli si oppone, vuol dire che qualche cosa si sta muovendo”. Il regime, già. E in effetti quella sera in sala oltre ai due anziani carbonari c’erano (secondo le cronache mondane) a parte il Capo dello Stato nelle prime fila: Massimo D’Alema con la moglie Linda Giuva, Fausto e Lella Bertinotti, Luca Cordero di Montenzemolo con la moglie Ludovica, Walter Veltroni, Nicola Zingaretti, Piero Marrazzo, Achille Occhetto, Bianca Berlinguer, Antonio Di Bella, Giuliano Ferrara, Clemente Mimun, Gianni Riotta, Ettore Bernabè… e poi sì, anche Gianni Letta e la sua signora Maddalena e Fedele Confalonieri. “C’è il regime al completo”. Detta così potrebbe sembrare una barzelletta. Ancora più divertente perché se la sono raccontata un signore come Scalfari che ha provato- spesso senza successo- per lustri a fare e disfare governi, vertici delle partecipazioni statali, accordi finanziari e industriali usando il gruppo editoriale che ha contribuito a fondare come un vero e improprio soggetto politico. E davanti a lui quel Baudo che per 47 anni ha occupato i teleschermi della tv di Stato (salvo qualche scorribanda- profumatamente pagata- sui teleschermi del Biscione), per 13 volte condotto il Festival di Sanremo, per anni ha dominato la domenica pomeriggio tv e ogni volta che gli dicevano “dai, Pippo, proviamo uno più giovane. Fai una pausa?”, la buttava in politica e urlava “sono arrivate le epurazioni, c’è la pulizia etnica”. Fa ridere vedere i due uomini che più hanno rappresentato il regime della stampa e della tv andare in ghingheri a una cerimonia di regime e dirsi appunto “ma qui c’è tutto il regime!”. Ma non fa ridere affatto, perché la questione è assai seria. E’ identica a quella tassa “Michele Santoro” che la tv di Stato e tutti i cittadini debbono pagare da venti anni. Lui occupa i teleschermi ogni anno, fa quel che vuole in barba a regole, editti, aziende, governi e il regime siamo noi che non possiamo sfuggirgli e pure siamo costretti a finanziarlo. Nove giornali su dieci pubblicano da decenni gli stessi pensieri, le stesse idee, difendono lo stesso identico diritto di espressione e se provi altrove a dire una cosa contraria- magari alzando la voce perché è difficile farsi sentire lì in mezzo- il regime sei tu. Il prossimo tre ottobre il sindacato unico dei giornalisti porterà in piazza i nove decimi delle testate giornalistiche e televisive italiane. Una grande manifestazione di libertà. Contro quell’altro decimo che naturalmente è “il regime”. Sì, il regime. Quello che fa buttare un libro di testo che non sia in linea con il 99 per cento degli altri adottati e imposti in scuole e università. E se qualcuno si alza in piedi e prova a dire “ma se rivedessimo i criteri dei libri di testo?”, eccolo il fascista, l’uomo del regime. Quello che soffoca il libero pensiero, così libero che ha impedito in un’università italiana perfino il diritto di parola a un Papa. Sì, c’è davvero un regime in Italia. Ed è quello che non solo non permette ad alcun altro diritto di parola. Ma che punta il suo dito contro te se provi con coraggio a prendertelo

Franceschini si è venduto tutti i Bot per fare flop alle europee

Per pagare la campagna elettorale delle ultime europee e il lancio di alcuni volti nuovi della politica come David Sassoli, il Partito democratico di Dario Franceschini ha messo all’asta all’inizio della primavera ben 19 milioni di euro di Bot e Cct. Titoli di Stato in cui erano stati investiti l’anno precedente da Walter Veltroni i primi rimborsi elettorali arrivati nelle casse del neo-partito, assai superiori alle spese per le elezioni politiche 2008. Lo rivela il tesoriere del Partito democratico, il senatore Mauro Agostini, nella nota integrativa al primo bilancio della storia Pd, pubblicato ieri sui due quotidiani che ancora fanno riferimento al partito, L’Unità ed Europa... Il disinvestimento dal tesoretto accumulato in titoli di Stato è annunciato dal tesoriere fra i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio e si spiega che è stato necessario “al fine di fare fronte agli impegni della campagna elettorale relativa al Parlamento europeo e delle altre elezioni amministrative. Quei 19 milioni fanno capire quanto Franceschini abbia davvero puntato su Sassoli e questa tornata elettorale di provinciali e comunali. Perché secondo lo stesso bilancio Pd il partito l’anno precedente aveva speso per le politiche e le contemporanee amministrative 18 milioni di euro nei quali però erano compresi ben 9 milioni spesi dalle strutture regionali e provinciali del partito. Quindi Franceschini questa volta ha raddoppiato l’investimento, rendendo ancora più doloroso il tonfo elettorale. Una ferita politica e non finanziaria, perché grazie al generoso sistema dei rimborsi elettorali nel 2008 il Pd pur dichiarando spese per 18 milioni si è visto concedere dallo stato una cambiale da 182 milioni di euro. Grazie a questo maxi-rimborso (che in realtà verrà rateizzato fino al 2012) il primo bilancio del Pd segna un utile che nella storia della sinistra non si è mai visto: 146,5 milioni di euro. Un po’ virtuali, perché il bilancio è stato costruito di competenza e non di cassa (come per altro da anni usa fare Forza Italia), ma con gli altrettanto generosi rimborsi delle europee anche il 2009 sarà da record. Assoluta novità del nuovo partito anche l’assenza totale di indebitamento con il sistema bancario. Finanziariamente Franceschini ha tagliato tutte le radici con la storia passata ( i debiti ci sono, ma restano in carico a Ds e Margherita) e per la prima volta simbolicamente la sinistra italiana non ha più in bilancio quel rosso che l’aveva sempre contraddistinta... Franco Bechis

I giudici entrano nel tempio della massoneria

Accuse, colpi bassi, querele, carta bollata, guerra di cifre e insinuazioni. Come mai era accaduto sta avvenendo così la campagna elettorale per eleggere il nuovo Gran Maestro alla guida del Grande Oriente di Italia, il cuore della massoneria ufficiale italiana, con sede a palazzo Giustiniani. In ballo c’è il possibile e contestatissimo terzo rinnovo per l’attuale gran maestro, Gustavo Raffi. Eletto nel 1999, rieletto grazie a una modifica statutaria e rieleggibile ancora grazie a un codicillo che secondo i contendenti lui stesso si sarebbe fatto approvare. Gli sfidanti vanno giù duro, con toni che non hanno precedenti: denunce, accuse di interesse privato, perfino l’ipotesi di avere appaltato il Grande Oriente a un’agenzia viaggi di famiglia. L’uomo che oggi guida palazzo Giustiniani ha annusato l’aria per tempo e provato ad evitare una campagna elettorale come quella in corso facendo approvare in fretta e furia lo scorso autunno un codice etico che obbligasse tutti ad evitare- pena l’espulsione- colpi bassi e attacchi personali. Ma è stata proprio questa la mossa che ha iniziato a fare volare gli stracci. I dissidenti sono usciti allo scoperto, hanno impugnato il codice e- anche questa una novità- hanno messo in piazza tutti i panni sporchi aprendo un sito internet, www.grandeoriente-libero.com, che hanno riempito di accuse e documenti sulla gestione della principale loggia ufficiale della massoneria italiana. Non si va per il sottile, e sembra perfino peggio della più accesa campagna elettorale della politica italiana. Accuse a Raffi di essersi raddoppiato di imperio lo stipendio, portandolo a 130 mila euro all’anno. Accuse ancora più gravi sull’utilizzo della Tamarindo viaggi, tour operator della famiglia Raffi per la gestione e organizzazione logistica della riunione annuale della Gran Loggia in quel di Rimini (terra di Raffi, mentre prima le riunioni si svolgevano a Roma). Rabbia che monta fra i fratelli quando viene diffuso un documento in cui si confrontano i prezzi delle camere alberghiere ottenuti grazie alla convenzione della Tamarindo con i listini ufficiali del periodo degli stessi alberghi: e in effetti sono più cari di 15-20 euro a notte. Mai vista una cosa così dalle parti di palazzo Giustiniani. E sembra che la politica anche in questo caso abbia avuto un non piccolo peso. A scatenare maldicenze, colpi bassi e tutto il resto sarebbe stato infatti l’infelice outing di Raffi alla vigilia delle elezioni politiche: “il cuore della massoneria batte a sinistra”. Non ha portato fortuna a Walter Veltroni. Forse nemmeno a Raffi

Berlusconi e la pay tv, una guerra lunga 18 anni che non finisce più

Rupert Murdoch e Sky Italia sono passati al contrattacco, inondando la tv a pagamento di spot interni contro l'aumento dal 10 al 20% dell'Iva sulla pay-tv. Anche in parlamento si stanno muovendo le prime lobbies per ribaltare la norma contenuta nel decreto legge del 28 novembre con le misure anti-crisi, e un partito intero, il Pd di Walter Veltroni, sta preparando gli emendamenti necessari. L'Iva di favore sulla tv a pagamento esiste in realtà dal 1991, quando fu ottenuta proprio da Berlusconi dall'allora ministro delle finanze Rino Formica. Nel 1995 fu innalzata dal 4 al 10% dal governo di Lamberto Dini (ministro delle finanze Augusto Fantozzi) e da allora è immutata... Il privilegio era stato chiesto da Berlusconi ben 17 anni fa perché serviva ad allargare il mercato degli abbonamenti per la sua Telepiù (successivamente venduta ai francesi di Vivendi-Canal plus). Quell'azione di lobbing per altro è costata all'attuale premier una delle tante vicissitudini giudiziarie, con l'accusa di corruzione di un funzionario delle Finanze per ottenere lo sconto. Processo che si è chiuso con l'assoluzione con formula dubitativa. Nel 1995 scoppiò una seconda guerra dell'Iva sulle televisioni a pagamento. Il governo decise di lasciare la tassa di favore solo per la tv pubblica, innalzando al dieci per cento quella per la tv commerciale. All'epoca protestò il centrodestra, mentre l'allora pds, antenato del pd, provò in ogni modo a fare salire l'Iva sulle pay tv al 19%, per colpire naturalmente Berlusconi. Su questa vicenda quindi sono scorsi negli anni fiumi di conflitto di interesse da una parte e dall'altra della barricata. Precedenti che avrebbero dovuto sconsigliare al governo attuale di riaprire un fronte così sensibile in un momento assai delicato. Da venerdì ad oggi il caso Sky è sembrato diventare più importante di quasi tutte le altre norme contenute nel decreto legge, che pure riguardano milioni di cittadini. L'Iva sulle pay tv in Francia è al 5,50%, in Gran Bretagna al 15%, in Spagna al 16%, in Germania al 19 per cento, in Austria al 10 per cento. Solo Islanda e Norvegia l'hanno sopra il 20 per cento. L'Europa va quindi in ordine sparso, e nessuna direttiva la regola (da anni si è fermi alla soglia minima del 5 per cento). Non era quindi un provvedimento particolarmente urgente, e le risorse che lo Stato recupera (270 milioni di euro a regime) non valevano la polemica di queste ore. Un passo indietro sarebbe atto di saggezza

In casa Veltroni basta il superstipendio di Walter. L'architetto Flavia nel 2005 ha guadagnato meno di mille euro

Basta e avanza il superstipendio di Walter in casa Veltroni. Pur senza diritti di autore dei numerosi libri (nel 2005 non risultano), per tirare avanti alla famiglia è stato più che sufficiente lo stipendio da sindaco di Roma cumulato con il vitalizio da parlamentare. Walter ha sempre detto che parte di questo sarebbe finito in beneficenza, ma al fisco andava comunque dichiarato. Il suo reddito 2005 è ammontato così a 376.264 euro. E la moglie Flavia Prisco, architetto di fama, si è limitata a prestare consulenze casalinghe: è stata lei infatti a studiare il restyling dell'abitazione da poco acquistata da un ente pubblico. Consulenza naturalmente gratuita o quasi. Tanto che nel 740 Flavia ha inserito un reddito quasi da nullatenente: 948 euro in tutto il 2005...

CASINI RIVELA I SEGRETI DEL VELTRUSCONI

Lui li ha visti da vicino per anni. Coverà qualche risentimento, ma è un testimone attendibile. Pierferdinando Casini sostiene di sapere già cosa accadrà dopo il voto del 13 e 14 aprile. Non usa toni di propaganda. Parla di governissimo, di un patto già scritto fra le vere eminenze dei due leader che stanno facendo campagna elettorale: Gianni Letta e Goffredo Bettini. Un accordo alla base della decisione di Walter Veltroni e Silvio Berlusconi di correre quasi da soli. Con gli altri, compresa l'Udc, alla finestra: «Se si penserà al bene del paese, ci saremo. Se il patto riguarda solo loro, faremo i cani da guardia. Vigileremo». In una lunga intervista a ItaliaOggi il leader dell'Udc si candida anche ad alfiere dei cattolici... La campagna elettorale è appena all'inizio, ma sembra iniziata da mesi. «Sono stanchissimo...», si sfoga Casini nel suo ufficio a Montecitorio, «ogni giorno un incontro. Sicilia, Lombardia, Bruxelles. E di notte non si dorme...». La moglie, Azzurra, è avanti nella seconda gravidanza. Alle cinque del mattino il piccolo sveglia tutti ancora prima di nascere. Si accumula sonno, e lo sforzo non era previsto. «Ma ormai è acqua passata. Inutile polemizzare». Il quorum è certo alla Camera. Per il Senato al momento sicuro in Sicilia «probabile in Campania, forse in Puglia. Possibile in Veneto o Lazio». Si punta al Senato, perché lì l'Udc (in lista tutti cattolici sicuri) potrebbe diventare determinante per la Chiesa, che in qualche modo è divenuta grande sponsor di questa avventura. Qualche giorno fa, prima di combinare l'intervista, Casini telefonò per replicare a una prima pagina di Italia Oggi che non gli era piaciuta. Cortese come sempre, si era lasciato andare: «Berlusconi aveva immaginato di schiacciarmi. Ora anche lui ha capito che non era possibile...». La rabbia giorno dopo giorno è svanita. Gli errori compiuti dai due padroni della campagna elettorale con la presentazione delle liste, e soprattutto quell'intesa che li costringe a correre paralleli senza mai graffiare aprono un'autostrada inattesa al piccolo centro che non aveva ottenuto la legge elettorale necessaria a diventare l'ago della bilancia. Nell'intervista (che sarà trasmessa anche su Class Cnbc) il leader Udc spiega naturalmente il programma, offre qualche retroscena gustoso delle ultime settimane, non si tira indietro quando si tratta di dare i voti alla campagna elettorale degli avversari. Sembra sincero, e non è poco. Non è un male che riesca a sopravvivere anche al grande patto...

La Chiesa ha deciso: cattolici, non votate Veltroni!

Alla Chiesa ha offerto solo un rogo-simbolo, come fossimo ancora in tempi di Santa Inquisizione. Walter Veltroni ha deciso di escludere dalle liste un amico come Stefano Ceccanti, che ci è pure rimasto male per i modi. Ma il sacrificio si è reso necessario per bruciare sulla pira l'autore del testo di legge più estremo sui Dico, quello che uscì dagli uffici di Barbara Pollastrini e fu addolcito alla meglio da Rosy Bindi. Il fumo del rogo serviva a nascondere quel che nel frattempo stava avvenendo nella preparazione delle liste elettorali del Pd. Dove tutti i candidati cattolici di punta sono stati resi inoffensivi, spediti alla Camera dove non saranno determinanti. Aspetto che non è sfuggito alla Chiesa (...) Candidati simbolo come Paola Binetti e Luigi Bobba sono stati dirottati a Montecitorio, mentre in testa di lista per il Senato figurano tre radicali guidati da Emma Bonino. La pattuglia dei teodem di palazzo Madama che per la Chiesa è stata garanzia durante i faticosi mesi del governo di Romano Prodi, è stata sostanzialmente annientata da Veltroni. Resta in posizione sicura Emanuela Baio, è in bilico in Calabria Dorina Bianchi che dovrà sudare sette camice e accendere qualche cero per fare fruttare il quarto posto di lista cui è stata confinata (laggiù si eleggono 10 senatori: 6 per chi vince e 4 divisi fra tutti i perdenti). Al Senato approderà invece Umberto Veronesi, e con lui tanti altri sostenitori di leggi che preoccupano la Chiesa cattolica. Forse non era necessario nemmeno questo ultimo schiaffo, ma è probabile che le liste segnino definitivamente la linea del Piave per la Chiesa italiana (e non solo) in questa campagna elettorale. Ho avuto colloqui approfonditi in questi giorni con numerosi e autorevoli esponenti della Chiesa cattolica, al di qua e al di là del Tevere. E non è stato difficile cogliere una certa preoccupazione sulla competizione elettorale in corso. Nessuno tiferà apertamente, e non è più tempo di indicazioni vincolanti o di non expedit. Ma, nei colloqui pubblici come in quelli privati, quel che si coglie è lo scarso entusiasmo per la nascita del Partito democratico e l'impresa stessa tentata da Veltroni. Si è accennato nelle settimane scorse a due linee politiche esistenti, quella della Chiesa italiana ancora impersonata dal cardinale Camillo Ruini, e quella della segreteria di Stato Vaticana, guidata dal cardinale Tarcisio Bertone. La prima assai critica nei confronti del centrosinistra, e in tempi più recenti quasi solidale con il tentativo solitario di Pierferdinando Casini e della sua Udc. La seconda invece più ecumenica. Certo i ruoli solo diversi, e la segreteria di Stato del Vaticano non potrebbe mai permettersi rapporti freddi con qualsiasi tipo di governo italiano. Naturale quindi un rapporto costante di Bertone con il presidente del Consiglio in carica, Romano Prodi, che è anche un cattolico- modello nella vita personale prima che politica. Ma se i pastori seguono virtù e vizi dei singoli, chi guida alla Chiesa pensa più alla sostanza politica. Quali sono i temi che più contano oltretevere? Prima di tutto la vita umana. Viene considerato perciò non trattatabile qualsiasi proposito legislativo in grado di allargare le maglie della 194, di rivedere la legge sulla fecondazione assistita, di imboccare strade che per via diretta o indiretta portino all'eutanasia, e certo anche di smontare l'istituto della famiglia naturale. Propositi che in gran parte albergano nel dna del partito democratico di Veltroni e contro cui non sarà più possibile fare argine- come Prodi aveva garantito, mantenendo la promessa- attraverso la pattuglia dei teodem strategicamente posizionati. Per questo, mi dice un alto esponente delle gerachie vaticane «un cattolico colto e intelligente, in grado di riflettere, non può oggi votare per il Partito democratico. A meno che sia in chiara malafede». Un giudizio di fondo che accomuna le due linee apparenti della Chiesa italiana. Chiuse le porte al centrosinistra si guarda con interesse (pur senza particolare entusiasmo) ai programmi elettorali degli altri schieramenti. Docg quello dell'Udc di Casini, al di là degli stili di vita di molti suoi esponenti (che non sono passati inosservati). Importanti i riferimenti alla libertà di educazione contenuti nel programma del Pdl di Berlusconi e Gianfranco Fini, altri due politici che personalmente non suscitano grandi entusiasmi in Vaticano. Ma, come si dice, questo è quel che passa il convento.

E ora sopra i 5 mila voti per gli onorevoli Panda da salvare

Superata quota 5 mila preferenze per i cento onorevoli Panda da salvare nella prossima legislatura. In testa Guido Crosetto, Dorina Bianchi e Laura Ravetto. Ma incombono anche Giustina Destro e Giuseppe Consolo. Si può ancora votare fino alla prossima settimana, quando consegneremo le vostre scelte a Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Pierferdinando Casini, Bruno Tabacci, Fausto Bertinotti, Francesco Storace ed eventuali altri candidati-premier. Lo faremo con filmati che testimonieranno a voi la consegna in diretta tv. Votate quindi qui, sul sito www.italiaoggi.it o per mail a classroma@class.it o fbechis@class.it. Resta l'unica primaria in questo momento possibile...