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Dove stanno gli evasori? Sorpresa: tutti in Calabria e al Sud

Non è il cumenda, ma il picciotto il vero campione dell’evasione fiscale in Italia. Anche se per anni si è disegnato l’identikit del furbetto del fisco con l’imprenditore del Nord- Nord Est pronto a nascondere capitali in Svizzera o in qualche paradiso fiscale, il vero serbatoio dell’economia sottratta al fisco è il Sud Italia. Lo rivela la documentazione depositata da Banca d’Italia, Agenzia delle Entrate e Istat presso la commissione Lavoro del Senato che sta conducendo una indagine conoscitiva sul livello dei redditi di lavoro nonché sulla redistribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993-2008. I dati , e in particolare un lavoro dell’ufficio studi della Agenzia delle Entrate sulla evasione Irap sono stati analizzati in un documento pubblicato lunedì scorso integralmente dal professore Paolo Feltrin, titolare della cattedra di scienza dell’amministrazione all’Università di Trieste. Feltrin ha spiegato che l’evasione Irap è “una delle forme di evasione che si possono quantificare meglio. Sulle altre ci possono essere indizi più o meno indiretti, ma su questa siamo abbastanza certi”. E ha citato l’indagine dell’Agenzia delle Entrate per rivelare che “l’intensità della evasione Irap nelle regioni del Sud è da 3 a 5 volte superiore a quella delle regioni del Nord, raggiungendo il massimo del 94 per cento in Calabria (vuole dire che circa il 50% è evaso)”. Sempre secondo i dati della Agenzia delle Entrate, rivela Feltrin, “nel Sud e nelle isole l’evasione fiscale è medio-alta per il 70 per cento delle province contro il 24-26 per cento delle province del centro-nord. Secondo la stessa ricerca per il Sud si arriva ad oltre l’80 per cento di propensione all’evasione fiscale”. I dati su chi fa fesso il fisco, secondo il professore triestino, rischiano di fare traballare la veridicità di altri dati ufficiali, soprattutto quelli su reddito medio e livelli di povertà che nel quadro macroeconomico si riflettono anche sulla consistenza del Pil italiano. Feltrin cita una indagine della Banca d’Italia “che segnala qualche problema sulle dichiarazioni delle regioni meridionali. Nel 2006 ad esempi ci sarebbe un 30 per cento di popolazione con reddito pro capite basso, ma se vado a vedere i consumi questo 30 per cento si dimezza e diventa 15 per cento. Se guardo ai redditi ho il 30 per cento delle famiglie povere, ma se guardo ai consumi questa percentuale si dimezza al 15 per cento. Anche qui la differenza fra redditi e consumi è una spia”. Il professore non lo dice, ma è evidente che è un altro indicatore del formidabile livello di evasione nel Mezzogiorno. Ma non si tratta della vecchia economia sommersa: “tutti i dati anzi dimostrano che l’evasione fiscale da lavoro nero, mancati contributi etc… è in radicale diminuzione: queste sono le stime Istat dagli anni ’90 in poi (…). In questi anni sembra essere aumentato un altro tipo di evasione/elusione fiscale, prevalentemente concentrata nei settori manifatturieri e collegata all’import-export”. E’ in questa massa di evasione fiscale che si spiega perché sia sopportabile nel Sud un altro dato ufficiale, quello sulla presenza del 61,8 per cento di famiglie povere: “perché”, sostiene Feltrin, “non ci sono movimenti di contestazione o tensioni sociali con dati così? Perché questi dati non sono veri”. Esiste secondo il professore triestino anche un altro dato non veridico: quello sul Pil: “Con ogni probabilità stiamo sottostimando il Pil nazionale perché non teniamo in adeguato conto non tanto l’evasione classica, tradizionale, quella che abbiamo avuto per 50 anni, ma quella che può essere esplosa negli anni ’90 e negli anni 2000, legata a transazioni estere, spesso legali”. Lo sa l’Istat, lo sa la Banca di Italia “e perché non si corregge la sottostima del Pil? Io credo che qualsiasi aggiustamento del Pil renderebbe meno cogente qualunque politica di contenimento del debito pubblico. Quindi, tutto sommato, conviene a tutti per un po’ dire che il Pil è così come è e non fare troppe discussioni”.

Ecco la tassa per cui ogni bebè è un rifiuto

In Italia c’è perfino una tassa che considera ogni nuovo nato come un rifiuto da buttare. Si chiama Tia, tariffa di igiene ambientale, e in moltissimi comuni ha ormai sostituito fra il 2002 e il 2007 una delle imposte meno amate dagli italiani: la Tarsu, tassa sui rifiuti solidi urbani. A differenza della Tarsu la Tia si paga non solo per i rifiuti portati via da casa, ma anche per la pulizia della città. Così c’è una quota fissa che ogni cittadino deve pagare, e una quota variabile che dipende come la Tarsu dalla metratura dell’abitazione, ma anche dall’ampiezza del nucleo familiare. Ogni figlio che nasce consumerà e butterà via, ha pensato il legislatore. Così per ogni neonato il capofamiglia dovrà pagare 15-25 euro in più di tassa rifiuti all’anno a seconda della città di residenza. E la vecchia Tarsu ha conquistato con la nuova veste un assoluto primato: in attesa dei più volte annunciati e mai realizzati provvedimenti fiscali a favore della famiglia, questa è l’unica tassa che punisce le famiglie numerose. Chissà, forse cambiando il nome decine di sindaci hanno pensato di ingentilire il tributo. Di più: se ne sono anche politicamente liberati, perché a riscuoterlo non è più il comune, ma un’azienda municipalizzata. Il travestimento in realtà è stato diabolico, perché così si è pensato di trasformare la tassa nel più ordinario pagamento di un servizio. Così è aumentato l’esborso in modo esponenziale. Perché se nessuno vi ha mai fatto pagare l’Iva sulle tasse che pagate, sui servizi è sembrato possibile chiedere. Centinaia di piccoli comuni hanno quindi applicato il 10% di Iva sulla Tia, ex tassa sui rifiuti. Fino a quando la Corte costituzionale l’estate scorsa ha fermato l’indecenza, rendendo possibile a sei milioni di italiani la richiesta del maltolto. Iva o non Iva comunque la Tia costa assai più della vecchia Tarsu che pure è rimasta in vigore ancora nella maggiore parte dei comuni italiani. Un esempio? Roma. Una famiglia di quattro persone in cento metri quadrati pagava nel 2002 in tutto 196,90 euro di Tarsu all’anno. Poi la tassa sui rifiuti ha cambiato nome. Siccome la capitale è speciale, l’ha trasformata in Tia, ma non l’ha voluta chiamare così. Per distinguersi l’ha ribattezzata Tari. Per capire come funziona ci vuole un regolamento che solo qualche pazzo può avere ideato. La formula magica- l’algoritmo qui riprodotto in pagina- è così astrusa che nemmeno Einstein l’avrebbe mai compresa. Ma il risultato è ben visibile nelle tasche dei cittadini romani. Quella stessa famiglia di 4 persone che pagava 196,90 euro di Tarsu oggi paga 299.61 euro di Tari (fotocopia della Tia). Chi se la sente di raccontare la barzelletta che nessuno ha messo loro le mani in tasca? A parte i figli diventati rifiuti costosi, la tassa che non è più tassa è aumentata sensibilmente. Anche un single nello stesso appartamento paga più salato di prima: oggi 247,95 euro. A Milano invece sopravvive la Tarsu. Che sarà odiatissima, ma se la offrite a quella stessa famiglia romana con due figli è in grado di portare un sorriso: perché sotto la Madonnina pagherebbe “solo” 262,20 euro all’anno e in più si potrebbe regalare gratis un fratellino o una sorellina ai due figli già nati perché la tassa resterebbe identica. Nel capoluogo lombardo per altro a sorridere è anche la chiesa ambrosiana, cui non è chiesto per i luoghi di culto nemmeno un centesimo di Tarsu. A Roma ogni parrocchia deve pagare invece 3,93 euro al metro quadrato di tassa per lo smaltimento dei rifiuti, identica tariffa chiesta ai partiti politici (e nella capitale non mancano né chiese né sedi di partito). L’agevolazione milanese riguarda tutti i luoghi di culto riconosciuti, ed è concessa anche in uno sparuto gruppo di altre città, fra cui Bari e Trieste.

Per chi abita a Roma fisco incubo: si pagano 113 tasse

Sarà la vicinanza con il palazzo, sarà la particolare fantasia degli amministratori in loco, ma se c’è una città dove il fisco è davvero campione, è Roma. Fra tributi regionali, provinciali e comunali chi abita nella capitale non ha davvero il problema di come occupare il tempo libero. In tutto ci sono 113 tasse, imposte, tributi, percentuali su concessioni che magari non daranno enormi incassi, ma certo rappresentano un record in Italia e una fortuna per i commercialisti che operano nella città eterna. Nella tabella qui in pagina si può trovare solo un rapido esempio, sacrificato alla necessità di comparazione con altre grandi città. Ma le frecce all’arco del fisco romano sono cinque o sei volte più numerose degli esempi riportati. Non che brilli la trasparenza: la provincia di Roma guidata dal modernissimo e supermediatico Nicola Zingaretti è fra le poche in Italia a non avere inserito nel proprio sito Internet un bilancio analitico consuntivo o di previsione della propria istituzione. Ma alle tasse, per quanto si voglia nasconderle, i cittadini alla fine non possono sfuggire. Così non è difficile trovare nemmeno in casa Zingaretti, dove si celebrano le grandi opere in calendario e ci si bea dell’invarianza delle aliquote fiscali, quali e quante tasse alla fine bisogna pagare. Grazie a lui, ai sindaci che si sono susseguiti a Roma e soprattutto ai presidenti della Regione Lazio (un vero e proprio tassificio), nella capitale la mannaia del fisco non risparmia quasi nessuno. Tutto è tassa. Le quote locali di quelle grandi e note, come Irpef, Irap e Iva regionale, che scattano contemporaneamente al centro e in periferia. Quelle più note sui rifiuti o sull’auto (il bollo regionale). Ma anche una raffica di tasse che colpiscono ogni tipo di attività produttiva e perfino di hobby. In Lazio sono tassate tutte le concessioni: quelle per l’apertura e l’esercizio delle farmacie, quelle per aprire e mantenere ambulatori, case di cura, presidi medico-chirurgici o di assistenza ostetrica, gabinetti di analisi per il pubblico a scopo di accertamento diagnostico, e perfino l’abilitazione alla ricerca e alla raccolta dei tartufi. In altre regioni, come il Piemonte (che ad Alba ha una tradizione), esiste la tassa sui tartufi, ma riguarda solo quelli raccolti che per altro vengono messi sul mercato a prezzi proibitivi. Sempre in Lazio l’elenco continua con il tributo speciale per il conferimento in discarica dei rifiuti solidi, il tributo regionale per l’abilitazione all’esercizio professionale, la tassa sugli apparecchi radiografici che varia a seconda dei volt. E’ più severa di quella sul canone Rai: se si posseggono più apparecchi, scatta integrale sul primo e al 50% sugli altri. E come il canone Rai viene rinnovata ogni anno. Sempre in campo sanitario sono tassati tutti i posti letto privati. Poi c’è una addizionale tutta laziale sulle acque di derivazione pubblica, che segue le più comuni addizionali energetiche. Si riscuotono come in ogni regione le accise su benzina e gasolio, ma anche l’assai più rara imposta regionale sulle concessioni demaniali marittime. C’è una tassa per la partecipazione alle procedure concorsuali, e una singolare tassa fitosanitaria, che costringe a pagare quattro diverse tariffe per avere a) l’autorizzazione alla produzione e al commercio dei vegetali; b) l’autorizzazione all’uso del passaporto delle piante; c) per l’import-export dei vegetali; d) per l’esercizio annuale delle ditte operanti nel settore. Più leggera a Milano la pressione fiscale sulle persone fisiche e le famiglie, che intanto possono godere della rinuncia alla addizionale Irpef comunale e su una raffica di agevolazioni fiscali. In Lombardia per altro le Entrate fanno il pieno grazie al business: è la Regione dove si incassa più Irap (il doppio del Lazio) e dove è più alta- con distanze siderali dagli altri- la compartecipazione al gettito Iva.

Mani in tasca del fisco di casa. Altro che federalismo: +43% le tasse locali in 5 anni. Complice anche un vecchio errore di Visco

E’ il salasso della porta accanto. Mentre a Roma si discute di tanto in tanto di possibile taglio delle tasse, dalla periferia negli ultimi cinque anni è arrivata una vera e propria stangata fiscale. Le addizionali regionali e comunali, una degli oltre milleottocento travestimenti che lè’esattore delle tasse si è inventato in Italia per infilare i suoi tentacoli nelle tasche dei cittadini, sono aumentate negli ultimi cinque anni in media del 43%. In gran parte per un ritocco verso l’alto delle addizionali stesse, e per il resto grazie alla trovata del duo Romano Prodi- Vincenzo Visco che nella finanziaria 2007 sostituirono le deduzioni con le detrazioni aumentando la base imponibile di tutti i contribuenti. Il risultato fu che la stessa aliquota locale (ad esempio un’addizionale regionale dello 0,9%) invece di essere applicata come avveniva al 95% del reddito lordo, dal primo gennaio 2007 è stata applicata al 100% del reddito, con una tragica magia: si sono pagate più tasse anche se formalmente nessuno le aveva aumentate. Ma proprio nei due anni di governo dell’Unione la gran corsa alla tassazione sembra avere contagiato al di là degli schieramenti anche gli amministratori locali. Su 118 città capoluogo di provincia che Libero ha preso in considerazione grazie ai dati del Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia, ben 91 hanno visto aumentare sensibilmente la tassazione addizionale Irpef, per ritocco verso l’alto o dell’addizionale regionale o di quella comunale. Una sola, la città di Lodi, ha visto diminuire la pressione fiscale locale dell’11,76% grazie al fatto che non è variata l’Irpef della Regione Lombardia e si è invece dimezzata quella comunale (passata da 0,4 a 0,2%). Per 26 città invece la pressione fiscale risulta oggi invariata rispetto al 2005 o perché non è stato effettuato alcun ritocco alle aliquote o perché comune e Regione si sono in qualche modo compensati con impatto zero sulle tasche dei cittadini. Sono nove le città capoluogo di provincia in cui la pressione fiscale locale ha raggiunto il tetto massimo del 2,2% previsto dalla legge (1,4% per l’addizionale Irpef regionale e 0,8% per quella comunale): Benevento, Campobasso, Catania, Cosenza, Imperia, Messina, Novara, Rieti e Siracusa. A inizio anno ce ne era anche un’altra, Palermo, che però da qualche giorno ha deciso con un decreto di dimezzare per il 2010 l’aliquota Irpef comunale (dallo 0,8 allo 0,4%), che resta comunque il doppio di quella in vigore nel non lontano 2005. Sono quattro le città in cui la pressione fiscale locale si è almeno raddoppiata. Tutte nel Mezzogiorno. Il record è di Caltanissetta (aumento del 122,22%), seguita da Lecce (116,66%), Catania e Ragusa (100%). Ma assai vicina al raddoppio è andata anche una città abruzzese come Pescara (98,88%). Oltre a queste cinque sono comunque 23 le città in cui la pressione fiscale territoriale è aumentata nel corso dei cinque anni più del 50%. Mentre sono solo quattro le città che hanno optato per un addizionale comunale zero. Tutte al Nord: Brescia, Milano, Trento e Venezia. Per chi abita lì si paga solo l’Irpef dovuta secondo scaglione nazionale di reddito e almeno la quota minima stabilita per legge sull’addizionale regionale: 0.90%. Scontano comunque una pressione fiscale locale sopra il 2% anche senza raggiungere il tetto massimo altre 16 città di provincia: Ancona, Ascoli Piceno, Bologna, Caltanissetta, Chieti, Crotone, Fermo, Genova, L’Aquila, La Spezia, Latina, Ragusa, Salerno, Sondrio, Varese e Vibo Valentia. Così è sulla carta, anche se per i comuni della provincia de L’Aquila compresi nel cratere del terremoto le tasse almeno ora non verranno pagate né a livello nazionale né a livello locale. Quando vuole il fisco riesce perfino ad avere cuore. Ma non ci riesce fino in fondo. Perfino nella regione terremotata si avvertono i cittadini con un avviso a caratteri microscopici che in effetti sì il pagamento delle tasse è al momento congelato. Ma si aggiunge in calce un’avvertenza grottesca: “Si precisa che, pur in presenza della proroga della sospensione, i pagamenti spontanei non sono inibiti e che, se effettuati, non sono rimborsabili”. Se qualcuno sbagliandosi quindi a L’Aquila e dintorni andrà a versare le tasse, in nessun ufficio delle imposte ci sarà qualcuno che gli dirà di no, che può fare con più comodo. E una volta intascati i soldini, il contribuente resterà beffato.

C'è ancora Mussolini in 62 imposte del fisco italiano

Rifondazione comunista al governo c’è arrivata due volte con Romano Prodi e in compagnia di tutti gli eredi del vecchio partito comunista. Ma nemmeno a loro è venuto in mente di togliere almeno una delle 62 tasse fasciste che gli italiani pagheranno ancora nel prossimo 2010. Sono altrettante infatti le imposte che alla loro base hanno ancora (talvolta con modificazione successiva) il testo di un provvedimento legislativo con sotto la firma di Benito Mussolini capo del governo. Basta scorrere il nomenclatore degli atti che accompagna la tabella delle Entrate 2010 che si accompagna all’ultima finanziaria di Giulio Tremonti entrata in vigore il primo gennaio scorso per sgranare davvero gli occhi. Sono 129 le tasse, imposte e gabelle concepite più di 50 anni fa, varate quindi prima degli anni Sessanta. Un bel pacchetto, e di queste più della metà portano ancora l’indicazione “regio decreto” e in calce la firma di un Savoia. I due riferimenti legislativi più antichi sono del 1910, e quindi ben 13 tasse ancora in vigore sono di impronta giolittiana. Nove appartengono a quel primo scampolo di Repubblica alla fine degli anni ’40 e le restanti 45 imposte appartengono agli anni ’50 e all’inizio della cavalcata democristiana. Risalgono al periodo fascista gran parte delle imposte direttamente o indirettamente legate all’acqua. Ad esempio sono tutt’oggi in vigore (anche se poco pagate) quelle collegate ad opere di bonifica dei territori. Tasse fasciste, che però hanno avuto come unica coda recente quella varata da un governo di sinistra, l’ultimo a guida Prodi: la tassa sulle bottiglie di plastica dell’acqua minerale, fatta inserire dai verdi nel 2007 per ottenere risorse da girare ai paesi in via di sviluppo. A proposito, sono 27 fra livello centrale e periferico i sistemi di tassazione legati all’acqua. Molte regioni hanno prelievi fiscali sull’imbottigliamento delle acque minerali, la vera stangata era in Veneto che dal dicembre scorso però l’ha attenuata (mentre l’Abruzzo l’ha appena abolita per tutti i cittadini anche non residenti nell’area del cratere del terremoto). Esiste anche la tassa sulla pioggia: così è stata ribattezzata nel 2008 l’idea venuta al primo cittadino di Ravenna di inserire nella bolletta della municipalizzata anche una sorta di accisa sulla gestione delle acque meteroriche, appunto quelle piovane. Nella tabella di oggi proprio le prime voci illustrano un campione di tutto rispetto del diluvio fiscale a cui siamo sottoposti. Si inizia proprio con quella sovratassa di 0,5 centesimi per ogni bottiglia di acqua minerale o da tavola varata da Prodi: porterà nelle casse di Tremonti 5,5 milioni di euro anche quest’anno. Pochi spiccioli a livello centrale ormai per la quota erariale sulla addizionale per canoni di concessione delle acque pubbliche (800 mila euro all’anno) o per i servizi resi dal consiglio superiore delle acque (702 mila euro), ancora meno per la concessione delle acque pubbliche per i servizi di piscicultura (257 mila euro) o per il dazio erariale sui proventi del canale Cavour (111 mila euro). Piccole somme, nemmeno rivoli all’interno del bilancio dello Stato. Non tanto perché il cittadino non paghi, ma perché il grosso delle imposte ormai non è più diretto a livello nazionale, ma confluisce nelle casse di comuni, province e regioni per cui il federalismo fiscale da tempo è realtà anche senza le leggi ora fatte approvare dalla Lega Nord. La legge Mussolini sulle bonifiche in ogni caso garantisce ancora a Tremonti 2,6 milioni di euro di incassi all’anno, e non sono proprio da buttare via. Resiste ancora solo in parte quella nata sempre sotto il fascismo e che fu ribattezzata “tassa sul ghiaccio”. Bisogna pagarla per piste di pattinaggio e utilizzi vari a fine turistico-spettacolare, e solo da qualche anno non più per fare una granita o conservare prodotti al fresco. Per anni però la tassa sul ghiaccio è stata la disperazione degli albergatori, che si vedevano arrivare una vera e propria stangata per tutte le camere provviste di frigo-bar immediatamente sottoposti all’imposta.

E chi si ricorda più del programma Pdl? Berlusconi riscuote 360 milioni di tassa sul caro estinto che voleva abolire

Pagina 7 del programma elettorale 2008 del Popolo della libertà, primo obiettivo sulla famiglia: “Meno tasse”. Punto numero tre: “Abolizione delle tasse sulle successioni e sulle donazioni reintrodotte dal governo Prodi”. Anno 2010, quello in cui Silvio Berlusconi con il suo governo entra nel giro di boa della legislatura. Previsione di entrata del capitolo 1239 del ministero dell’Economia e delle Finanze, incasso stabilito in euro 360 milioni alla voce “imposta sulle successioni e le donazioni”. L’odiosa tassa sul caro estinto che il cavaliere stracciò nel 2001 e il centro sinistra rispolverò nel 2006 decidendo perfino di mettere le mani nelle tasche dei morti, è tutt’oggi al suo posto. Non l’ha toccata nessuno. Fa parte delle quasi duemila gabelle che il fisco-monstre italiano negli anni ha accumulato a livello centrale e locale e che occupano ogni istante di vita degli italiani. Sono così numerose che alla fine in questo paese nessuno può essere un evasore totale: non pagherà il dovuto di Ire o di Ires, magari. Ma non può sfuggire all’accisa o all’imposta sul valore aggiunto in agguato, a meno di vivere davvero da nullatenente: senza mangiare, bere, dormire, consumare, respirare. Perché su ogni cosa c’è la sua bella tassa in agguato. Tutte naturalmente fondamentali e non cancellabili. Prima bisogna ragionare su modelli e macrosistemi, poi magari si potrà trovare una soluzione alternativa a coprire i proventi governativi per il “diritto erariale dovuto per il rilascio urgente dei certificati del casellario giudiziale”. Giulio Tremonti prevede di incassare a quella voce ben 15.493 euro durante l’anno in corso: poco più di mille euro al mese in tutta Italia. E possiamo essere certi che il costo di riscossione sia almeno dieci volte tanto. Comunque a diritti e bolli sul certificato del casellario giudiziale il governo in carica sembra tenere assai. Tanto da avere sì infilato le mani in tasca a quello spartissimo gruppo di italiani che ne aveva bisogno. Fino al 7 gennaio 2009 per avere quel documento bisognava pagare una marca da bollo (a proposito, non si erano abolite tutte ?) da 3,10 euro. Con decreto ministeriale dell’8 gennaio 2009 andato in Gazzetta Ufficiale il 6 febbraio 2009 e da allora divenuto operativo, il costo di quella marca da bollo è salito del 14,2%, e ora è di 3,54 euro. Ne valeva proprio la pena? La giustizia ad esempio non riesce a riscuotere, e spesso perde somme milionarie sequestrate e depositate su conti destinati a divenire dormienti per assoluta incuria, eppure ogni tribunale è una specie di monumento alla micro tassa. Non c’è documento o diritto del cittadino che non abbia sopra la bella zampata dell’erario. Perché per avere giustizia bisogna comunque pagare. Carte e marche da bollo, diritti di concessione, tributi di ogni genere. La tabella del ministero dell’Economia alla voce entrata si vergogna pure di citare i riferimenti, ma elenca “tributi speciali e diritti di origine giudiziaria” che nel 2010 daranno il loro bell’incasso da 50 mila euro. Identica piccola somma che si ottiene con i tributi pagati per i concorsi per la nomina ad amministratore giudiziario. Comunque il doppio dei 30.471 euro riscossi come quota di tributo erariale per l’iscrizione all’albo dei mediatori di assicurazione e riassicurazione. Una delle centinaia di imposte che costano più allo Stato di quel che possa mai incassare. Ma questo è il fisco italiano, signori… (2- continua.

Tanto loro ne pagano pochissime. Ecco perché i mandarini di palazzo snobbano il taglio delle tasse

L’unica cosa importante l’hanno già ottenuta da tempo: il fisco non mette le mani nelle loro tasche. Sarà per questo che Pierluigi Bersani, Antonio Di Pietro ed Enrico Letta fanno spallucce alla riforma fiscale proposta da Silvio Berlusconi. Due sole aliquote, una del 23 per cento e una al 33 per cento oltre quei centomila euro che sono circa la metà di quel che guadagnano i Bersani, Di Pietro e Letta jr? Il magnifico trio appena sceso in campo contro l’abbassamento delle tasse se ne può allegramente infischiare: tutti e tre dovrebbero versare al fisco il 43% del loro reddito, più i contributi per assistenza e previdenza. Ma facendo parte della casta dei mandarini che le leggi le impone agli altri lasciando per sé un trattamento di lusso, i Bersani- Di Pietro e Letta jr all’erario girano il 17,36% di quel che davvero finisce nelle loro tasche, come capita per altro a chi è stato eletto alla Camera (e al Senato il fisco è ancora più leggero: 15,32%). Chi ha un reddito imponibile di 9 mila euro lordi all’anno, pari a 692 euro lordi al mese, paga in proporzione più tasse del segretario del Pd, del suo vicesegretario e dal padre-padrone dell’Italia dei valori: il 23 per cento. E’ per questo che i mandarini del centrosinistra, nati e cresciuti a palazzo dove vigono sempre regole speciali, non riescono a capire perché ci si lamenta delle tasse troppo alte. Non le devono pagare loro, non le devono pagare i loro amici, i collaboratori di una vita: in quel mondo le tasse un tempo non si pagavano del tutto, poi si è fatto finta di pagarle come tutti i comuni mortali. Così oggi i deputati si intascano netti ogni mese 5.486,58 euro, dopo avere pagato ritenute previdenziali di 784,14 euro, assistenziali di 526,66 euro, un contributo per l’assegno vitalizio di 1006,51 euro e Irpef per 3.899,75 euro. Così sembrerebbero come tutti gli altri. Ma poi si mettono in tasca ogni mese esentasse 4.003,11 euro di diaria, 4.190 euro netti “a titolo di rimborso forfetario per le spese inerenti il rapporto fra eletto ed elettore”, circa 1.100 euro al mese di rimborso per taxi che né Bersani né Letta né Di Pietro di solito prendono, e poco meno di 300 euro al mese netti a titolo di rimborso spese telefoniche. I senatori si intascano invece qualcosina in più, perché durante una delle varie auto-riduzioni della indennità sotto il pressing della protesta popolare, hanno girato la testa dall’altra parte lasciando che fossero solo i deputati a tirare un pochino la cinghia: prendono quindi 150 euro al mese più dei colleghi di base e rimborsi assai più generosi. E’ per questo che i mandarini della riforma fiscale non sentono proprio alcun bisogno...

Fisco choc per gli abruzzesi. Da gennaio tutte le tasse con gli arretrati. Ma le Marche hanno pagato solo il 40 per cento dopo 12 anni...

I senza casa de l’Aquila in attesa di uscire dalle tende, come promesso, dal prossimo autunno dovranno comunque mettersi rapidamente in cerca di un commercialista di fiducia. Sperando che il suo studio non sia crollato e che si siano salvati documenti degli anni passati. Perché da gennaio 2010 il fisco vuole tasse e contributi sospesi all’indomani del terremoto, senza fare più distinzioni fra abitanti della zona del cratere e quelli di altre zone. Lo stabilisce un apposito articolo del decreto legge anti-crisi approvato dal consiglio dei ministri il 30 giugno scorso. I pagamenti dovranno essere integrali, ma rateizzabili fino a 24 mesi. Il 16 giugno invece i terremotati di Marche e Umbria del 1997 hanno pagato la loro prima rata di tasse sospese. La stessa amministrazione fiscale che oggi chiede indietro i soldi agli abruzzesi colpiti dal terremoto era stata molto più generosa con i loro predecessori solo 7 mesi fa. A dicembre infatti il Parlamento aveva approvato definitivamente il decreto legge che stanziava i soldi per l’organizzazione del G8 (allora previsto alla Maddalena), inserendo una norma per il recupero delle tasse sospese alle popolazioni di Umbria e Marche nel 1997, 1998 e 1999. A dodici anni di distanza il governo aveva stabilito che dal gennaio 2009 in ben 120 rate gli ex terremotati dell’epoca dovessero iniziare a pagare allo Stato tributi e contributi che all’epoca come sempre avviene in questi casi furono sospesi. Con un picco di generosità ulteriore il Senato aveva approvato un emendamento per spostare quella data da gennaio a giugno. E in effetti il 16 giugno scorso marchigiani e umbri ex terremotati hanno versato la prima delle 120 rate dei tributi di 12 anni fa. Ma a loro è stato condonato il 60 per cento di quanto dovuto. Il pagamento rateizzato riguarda quindi solo il 40 per cento degli importi ovviamente senza aggravio di sanzioni. Può darsi che la generosità mostrata nei confronti di quei contribuenti sia stata eccessiva. Certo il raffronto con l’Abruzzo fa impressione. Perché realisticamente a gennaio sarà già un miracolo avere ripreso in una parte della popolazione colpita un minimo di normalità. Pensare che abbondino lavoro e attività economiche tanto da permettersi di pagare due volte le tasse dopo avere perso tutto, è semplice utopia. In ogni caso se lo stesso governo a pochi mesi di distanza offre un trattamento tanto diverso a due popolazioni anche geograficamente così vicine, compie un errore. Se ne è accorta la stessa maggioranza che alla Camera ha già chiesto l’immediato stralcio della norma... Franco Bechis