Ilda la rossa procuratore aggiunto di Milano all'unanimità

Ilda Boccassini è il nuovo procuratore aggiunto di Milano. Il pm soprannominato non solo per il suo colore dei capelli "Ilda la rossa" un anno dopo Francesco Greco è riuscita finalmente ad essere promossa nell'ufficio in cui più ha lavorato. La nomina, già proposta dalla quinta commissione del Csm con la sola astensione di Michele Saponara, ha ottenuto invece l'unanimità nel plenum del Csm poco dopo le 12 di giovedì 28 maggio. La Boccassini è stata pubblico ministero nel processo Imi-Sir e in numerosi altri procedimenti che hanno riguardato Silvio Berlusconi e il suo gruppo Fininvest-Mediaset. La sua promozione probabilmente non è una buona notizia per il premier

Nati dopo il 25 aprile

In Italia ci sono regolari 61.682.417 abitanti. Di questi 2.063.127 sono stranieri non residenti ma in possesso di regolare permesso di soggiorno. I residenti sono 59.619.290. Di questi 3.432.651 sono stranieri che vengono da ogni parte del mondo e hanno ottenuto la cittadinanza italiana. A tutti questi della storia di Italia importa relativamente, perchè per loro la storia ha altre radici. Restano dunque 56.186.639 italiani nati e cresciuti in Italia. Fra loro 46.416.637, pari all’82,61%, ha meno di 63 anni. E’ cioè nato dopo il giorno della liberazione, dopo il 25 aprile 1945. Considerando tutta la popolazione residente sul territorio solo il 15% ha vissuto quel giorno. Più o meno da protagonista. Perchè di quel 15% vivo e presente in Italia il 25 aprile 1945 uno su tre aveva fra zero e cinque anni, e presumibilmente ha ricordi un po’ confusi di quel giorno. Quindi l’assoluta stragrande maggioranza di questo paese non ha vissuto i giorni del fascismo nè quelli della seconda guerra mondiale, nè quelli della liberazione. Non ha sentito sulla propria pelle lo scontro fra l’una e l’altra fazione, e naturalmente non fa di quel giorno una bandiera o una religione per i motivi che vorrebbe chi organizza cortei, palchi e comizi in piazza. Per molti, quasi tutti, quello è soprattutto un giorno di festa. La festa di una nazione, il paese in cui si vive, la memoria del giorno natale dell’Italia libera, democratica e repubblicana. Queste parole hanno un senso, più o meno sentito per tutti. Non lo ha invece la contrapposizione, la divisione sul giorno della liberazione che di alcuni e non di altri. Non lo ha perchè quel giorno non rappresenta questo per nove italiani su dieci. Ci si contrappone? Sì, certo. Come quando la Cgil sfila in corteo davanti al circo Massimo. Come quando l’onda degli studenti occupa le scuole contro la riforma di Maristella Gelmini. Ma una contrapposizione che ha le ragioni dell’oggi, non quelle del 1945. Ci si divide fra l’Italia di Silvio Berlusconi e quella che non si riconosce in lui, anzi. Le polemiche sui cortei del 25 aprile nascono lì, non in una storia non vissuta sulla propria pelle. Ha senso allora porre oggi l’accento come ha fatto il capo dello Stato Giorgio Napolitano, sulla necessità di tenere «fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale cui dobbiamo la riconquista anche per forza nostra dell’indipendenza, dignità e libertà della Nazione italiana»? Ha senso invitare a celebrare «tutti uniti»? No, perchè diventa un modo per fare risaltare quella divisione che è più nella testa, nel ricordo e certo anche nel cuore di chi organizza le manifestazioni di ogni 25 aprile che nel vissuto e nella coscienza degli italiani. Certo, si fa memoria della storia, ed è sacrosanta la memoria delle proprie radici. Accade in tutti altri paesi. Ma è evidente che la presa della Bastiglia per i francesi è una festa che ha radici e valori che si sono trasformati dal 1789 ad oggi seguendo il vissuto di una nazione. Così il 4 luglio, festa dell’indipendenza americana. Si fa memoria anche il giorno di Natale e di Pasqua per i cristiani, conservandone le radici autentiche. Ma non una storia che non ha più senso. C’è una barzelletta che ogni tanto si racconta. Anno 2009, un cristiano incontra un ebreo per strada. Lo ferma e comincia a riempirlo di pugni. Arriva un altro cristiano e gli urla “Ma che fai, sei impazzito?”. E lui: “ma è un ebreo!”. L’altro, fermandogli il braccio: “e allora?”. “Ha crocifisso Cristo!”. “Duemila anni fa!”. “Sì, ma io l’ho saputo solo ieri sera…”. Beh, il 25 aprile come è oggi vissuto in Italia da una parte e dall’altra sembra assai simile a questa barzelletta. I continui distinguo, la stucchevole radicalizzazione nelle due parti contrapposte, fomentata da chi ancora ha il ricordo di quello scontro (partigiani e fascisti), non è più anima di questa nazione. Bisognerebbe prenderne atto e smetterla una volta per tutte. Questo è l’anno buono, che sia una festa per tutti.

La Corte Costituzionale fa vincere ai radicali il referendum che fallì

La Corte Costituzionale ha accolto due dei tre ricorsi presentati per bocciare la legge 40 sulla fecondazione artificiale facendo così passare quel referendum che nel 2005 era fallito perchè tre italiani su quattro disertarono le urne non ritenendo il quesito loro proposto dai radicali degno di attenzione. Con questa decisione, che giudica incostituzionali i commi due e tre dell’articolo 14 della legge sull’impianto di tre embrioni, si è immediatamente riacceso con toni forti il dibattito politico con il rischio di trasformare il Parlamento nello stadio di una continua guerra di religione. Proprio alla vigilia di un tormentato iter alla Camera della legge sul testamento biologico. I sintomi di quel che può accadere si sono colti ieri nei toni forti delle opposte tifoserie. C’è stato chi ha messo in discussione la leggitimità della Corte costituzionale e la sua rappresentatività del paese (cui non è tenuta). Bisognerà attendere il deposito delle motivazioni della decisione, anche se già nel brevissimo dispositivo reso pubblico si comprende come la Corte abbia ritenuto prevalente il diritto alla salute della madre sul diritto dell’embrione. Ed è chiaro che la decisione di rendree incostituzionali quei due articoli fa cadere il pilastro di quella legge, che è l’intangibilità dell’embrione. Il referendum del 2005 per altro fallì per assenza di votanti e non perché furono bocciati i quesiti dei radicali (autori sia pure attraverso associazioni di area degli stessi ricorsi alla Corte), e quindi non si può dire formalmente che sia stata ribaltata una volontà popolare. Forse poco opportuno in questo momento dare fuoco alla materia e costringere il Parlamento a una sorta di sessione dedicata alla bioetica (testamento biologico e nuova fecondazione assistita), ma comunque legittimo. Quel che è accaduto però mostra con certezza come sui temi dell’inizio e della fine della vita la politica non può uscire lavandosene le mani, sfruttando le opportunità del momento e sventolando la falsa bandiera della libertà di coscienza. Primo perché si tratta di temi decisivi e non secondari per tutti (lo dimostra anche il fatto che questo sia stato l’unico tema politico ad agitare il congresso Pdl dividendo Silvio Berlusconi da Gianfranco Fini). Secondo perchè sui principi i partiti devono esprimersi con chiarezza. Terzo perché nelle aule questa discussione ha senso, ma le norme di legge bisogna poi farle con gli esperti della materia (che stanno solo nelle commissioni di merito). Altrimenti si fanno pasticci e si ricomincia ogni volta da capo... Franco Bechis

Berlusconi lancia la bomba Minzolini sul Tg1

Dopo mesi di incertezza, da oggi la Rai avrà finalmente il suo nuovo vertice. Il consiglio di amministrazione presieduto da Paolo Garimberti indicherà d’accordo con l’azionista che domani ratificherà tutto in un’assemblea totalitaria il nome del nuovo direttore generale. Sarà Mauro Masi, gran commis di lunga esperienza, già dirigente in Banca d’Italia, poi una carriera in parte da manager pubblico (è stato commissario straordinario alla Siae) e ai massimi livelli nella dirigenza di Stato, dove ha collaborato con Lamberto Dini, Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi fino a diventare segretario generale a palazzo Chigi. A Masi, ha spiegato ieri sera il premier ai suoi, verranno affidati pieni poteri anche sulle nomine. Proprio ieri sera infatti a palazzo Grazioli si è svolta una riunione di maggioranza che nel tam-tam subito corso per la capitale avrebbe dovuto disegnare l’intero organigramma della nuova tv di Stato. Così invece non è avvenuto, con qualche sorpresa dei convenuti, fra i quali c’erano i capigruppo di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri (accompagnato dall’ormai inseparabile vicecapogruppo, Gaetano Quagliariello), alcuni neo consiglieri di amministrazione dell’azienda come Antonio Verro (già deputato di Forza Italia), ministri come Roberto Maroni (Interno) e Andrea Ronchi (politiche Ue) e viceministri come Paolo Romani (Comunicazioni), che ha proprio la delega sulla Rai. A tutti, desiderosi di entrare nel vivo della discussione, pronti a buttare sul piatto le candidature per la vicedirezione generale e per la guida di reti e di testate, Berlusconi ha spiegato che ogni dossier potrà essere affrontato istituzionalmente solo con Masi, che avrà ampia autonomia. Unico tema affrontato dal premier prima dell’arrivo di Gasparri e Ronchi è stato quello della direzione del Tg1, che si renderà vacante dopo la nomina di Gianni Riotta al Sole 24 Ore. L’interim sarà affidato al vicedirettore Andrea Giubilo. Per la direzione, a sorpresa, Berlusconi ha buttato lì una sorta di mini-sondaggio: “Che ne pensate di Augusto Minzolini?”, rendendo per la prima volta ufficiale la candidatura del notista politico de La Stampa. Poi il premier ha spiegato che “certo, ci sono altri nomi come quello di Mario Orfeo, che potrebbe andare bene o male sia per il Tg1 che per il Tg2”. Ma fra i suoi c’è stato qualche mugugno: “Orfeo? Ma viene dal partito di Repubblica, che già ha conquistato la presidenza Rai. E non era legato a Casini e D’Alema?”. Berlusconi ha tagliato corto: “io parto, ci si vedrà dopo Pasqua. A reti e tg ci pensa Masi”. Franco Bechis

I Tg Rai pensano solo al palazzo

Nell’informazione Rai esiste solo il palazzo, tutto il resto d’Italia non trova che una pallida rappresentazione. Tre quarti delle interviste e delle dichiarazioni riportate nel Tg1, Tg2 e Tg3 sono riservate a membri del governo ed esponenti di partito di maggioranza e opposizione. Due terzi nelle trasmissioni giornalistiche di approfondimento, dagli speciali dei telegiornali ai vari contenitori di Bruno Vespa, Michele Santoro e Giovanni Floris. Sono clamorosi i dati sul pluralismo sociale censiti dall’autorità di garanzia per le comunicazioni guidata da Corrado Calabrò e indicano l’assenza quasi assoluta della maggioranza sociale del Paese nell’informazione della tv di Stato... Nel tg1 di Gianni Riotta (che da ieri è stato indicato come nuovo direttore del Sole 24 Ore) quasi l’80% dell’informazione del mese di gennaio è stata appaltata a dichiarazioni e interviste ad uomini politici italiani. Perfino il Vaticano (ma nel censimento c’è anche l’Angelus domenicale del Papa trasmesso in diretta per convenzione) si è dovuto accontentare del 4,19% riservato dal principale tg di informazione pubblica e del settimo posto (5,06%) nelle trasmissioni di rete. Se così accade a un soggetto ritenuto potere forte, addirittura secondo il neo presidente della tv di Stato, Paolo Garimberti, in grado di influenzare i palinsesti di viale Mazzini, figuratevi quale destino è riservato agli altri soggetti sociali. I sindacati contano solo sul Tg3 (ma hanno il 4,09%) e su Rete Tre (9,95%). Al mondo delle professioni solo il decimo posto in classifica sul Tg3 (1,78%) e sulla Rete due (2,42%). Nemmeno in classifica su tutte le altre reti e testate. Esponenti del mondo della cultura sostanzialmente assenti. Mondo dell’economia inesistente: si conta solo qualche rapida comparsa di imprenditori e banchieri al Tg1 (1,09%) e su Rai 3 (2,76%). Unica altra categoria vezzeggiata e cullata dall’informazione della tv di Stato è quella dei giornalisti, in genere esperti di politica, perché li si invita a fare domande al politico di turno. Più che una televisione di Stato i dati dell’Authority disegnano una tv aziendale di palazzo, dove tutto quel che capita al di fuori di quelle quattro mura non ha rilievo informativo. Perfino la politica estera è ridotta al lumicino, e la gran parte di Italia non può avere voce. E’ un quadro desolante che dovrebbe fare da riferimento per le decisioni che dovranno prendere Garimberti e il prossimo direttore generale della Rai, Mauro Masi... Franco Bechis

Nasce il Pdl con una fusione fredda

Novanta minuti, come una partita di calcio. Anzi, novantuno, perchè Silvio Berlusconi ha dovuto aggiungere anche un po’ di recupero per finire il discorso con cui ha dato i natali al Popolo della libertà, quel partito che aveva già un simbolo, un gruppo parlamentare, milioni di elettori, ma ufficialmente non esisteva. E’ nato ieri il Pdl, alla Fiera di Roma, con una fusione fra le più fredde della storia della politica. Show curato in ogni dettaglio dal suo principale protagonista che molto ore prima era passato a controllare di persona la sceneggiatura. Ma freddo. Senza lacrime, e senza particolari emozioni. Come tutto il discorso del fondatore, che ormai identifica il suo partito con palazzo Chigi come accadde ad Alcide De Gasperi. Non c’è stato lo sventolio di bandiere delle grandi occasioni di Forza Italia, non c’è stato l’entusiasmo classico dei grandi avvenimenti politici, non c’era alla Fiera di Roma granchè della base degli altri partiti che si sono uniti a Berlusconi anche perché non avevano molta altra scelta. La cerimonia ufficiale ha previsto alla fine la chiamata sul palco di tutti i segretari o fondatori di piccoli partiti o neonati movimentini pronti a sciogliersi (molti di loro erano nati più che altro sulla carta) per confluire nel Popolo della Libertà consegnando- come ha detto Berlusconi- le loro bandiere e i loro simboli. Nell’elenco il premier e da domenica anche presidente del Pdl ha incluso perfino i repubblicani che il loro partito non hanno sciolto e che non si sono nemmeno presentati sul palco una volta chiamati (il segretario Francesco Nucara ha disertato lo show). Nel discorso durato come una partita di calcio (ma assai meno spettacolare) il premier si è autocitato ripercorrendo tutti i passi della storia personale e riprendendo i suoi discorsi dalla discesa in campo del 1994 fino alla manifestazione anti-Romano Prodi del 2006 e al predellino di San Babila. Ma l’impressione di quell’ora e mezza un po’ spenta e perfino più lenta del trascorrere della clessidra, soprattutto se confrontata alla verve berlusconiana del giorno precedente ad Acerra, è che al suo fondatore quel superpartito stia già un po’ stretto e interessi assai poco. Non a caso l’unico obiettivo politico assegnato (quello che ha fatto titolo) è stato il raggiungimento del 51 per cento dei consensi. Un partito- trasporto sicuro verso palazzo Chigi, lo strumento certo per governare, il bis appunto di quel binomio Dc-paese coniugato fin dall’inizio da De Gasperi. Da domenica si archivia e si torna a palazzo...

Dopo Veltroni ci sono già due Pd

Rischia di saltare dopo l’abbandono del suo primo segretario e inventore, Walter Veltroni, il Partito democratico, principale forza politica di opposizione. Non sembra essere stata sufficiente la quasi unanimità che ha affidato la guida temporanea del partito a Dario Franceschini (operazione sembra non digeribilissima per i militanti) nel week end. E in Parlamento torna con forza sui principali temi la divisione originaria, da una parte gli esponenti della Margherita, dall’altra chi ha vissuto la storia comunista nei suoi vari travagli. C’è spaccatura banale sulle nomine Rai, più sostanziale in Senato a proposito del testamento biologico, dove si fa sentire su gran parte del Pd la pressione di Beppino Englaro. Già alla vigilia delle europee si era compreso quale fosse il tallone di Achille del nuovo partito voluto da Veltroni: in Europa non avrebbe avuto un gruppo politico di riferimento. Chi ha militato nei Ds avrebbe scelto il Pse, chi veniva dalla storia democristiana il Ppe, altri ancora avrebbero preferito l’adesione a gruppi liberaldemocratici o comunque si sarebbero sentiti senza patria e radici nel vecchio continente. Non era un tema banale, perché al di là degli slogan faceva emergere la costruzione più tecnica che politica della nuova forza politica, che al di là dei numeri e della omogeneità su alcuni punti programmatici non sembrava avere molto più in comune del vecchio Ulivo ideato da Romano Prodi (e oggi rilucidato all’occorrenza dal suo fondatore). Il testamento biologico è stata la prima prova affrontata dopo l’uscita di scena di Veltroni, e sta mettendo a nudo tutte le piaghe e le debolezze di quel partito. Cattolici da una parte, ex diessini dall’altra. La via di uscita sarebbe stata una sola, quella della libertà di coscienza. Ma un partito senza leadership e suonato da una serie impressionanti di sconfitte elettorali non ha avuto, non ha e forse non può avere la forza necessaria per procedere su questa strada, l’unica da cui potere uscire senza le ossa rotte. Si poteva dividersi con libertà fra Ignazio Marino e le decisioni della pattuglia cattolica di cui fa parte un leader come Francesco Rutelli. Così è avvenuto con la presentazione degli emendamenti. Ma un partito debole è prigioniero di qualsiasi suggestione. E la discesa in campo di Beppino Englaro ha spaventato quel che resta della leadership, che teme la popolarità nelle sue fila del padre di Eluana. Così si è percorsa la strada suicida di ordini di scuderia e di processi sommari ai dissenzienti (come Dorina Bianchi). Direzione che non fa che portare all’implosione... Franco Bechis

Il Pd è nato già vecchio, per questo non funziona

Perfino un novantenne come Oscar Luigi Scalfaro esposto al freddo di Roma come unica bandiera a disposizione per difendere la Costituzione. E' l'ultimo atto della vita politica di quello che avrebbe voluto essere un nuovo partito, il Partito Democratico, e che ormai sta franando anche nelle attese e nelle speranze degli elettori di centro sinistra. Mai nella storia di questi anni il centrosinistra aveva raccolto così poco consenso nelle urne come è accaduto nella primavera del 2008. Mai un leader di schieramento è stato sconfitto con tanta distanza come è accaduto al segretario del Pd in quella situazione. Una debacle senza precedenti che non può essere solo addossata alla incapacità del leader, che pure non ha brillato. Se va così male l'errore è proprio nel suo dna costituzionale. Non che dall'altra parte tutto brilli, e che il Pdl mai pensato e creato un po' come Eva dalla costola di Adamo-Silvio Berlusconi sia un partito vero. Ma provate a pensare se nel centrodestra a qualcuno un giorno fosse venuto in mente "ma sì, facciamo un nuovo partito. E per la guida scegliamo fra Arnaldo Forlani e Claudio Martelli (visto che non c'è più Bettino Craxi)". Che successo avrebbe avuto un Pdl guidato così? Beh, questo sta accadendo sul fronte opposto. In qualsiasi professione con 35 anni di contributi si può accedere alla pensione di vecchiaia. Walter Veltroni ha iniziato la sua carriera politica 33 anni fa: nel 1976 era già consigliere comunale a Roma. Massimo D'Alema era segretario della Fgci 34 anni fa, nel 1975. Entrambi sono deputati da 22 anni, dal 1987. Pensare che un nuovo partito si fa con due ex pci che da più di 30 anni lavorano in politica e che hanno già occupato il potere in ogni modo, è come mettere davvero alla guida di una nuova esperienza Craxi (o Martelli) e Forlani. Perché litigano D'Alema e Veltroni? Per idee diverse sul futuro della politica? Macchè, per cose di 30 anni fa accadute fra loro. Guerre di delfinato ancora nel vecchio pci, scontro per la segreteria del pds, battaglie per poltrone di governo di esecutivi già consegnati alla storia. Si può fare un nuovo partito, chiedere il voto a italiani che quando quei due litigavano ancora dovevano nascere o avevano il grembiulino a scuola, mettendo in primo piano due esponenti che nel resto del mondo si avvierebbero alla pensione? Come fa ad essere credibile un nuovo partito con una leadership così intrisa di una storia da cui dovrebbe liberarsi (quella comunista) e così gonfia di vecchi rancori personali? Che sa esprimere un partito così? Un novantenne sul predellino di una piazzetta ad eccitare gli animi? C'è bisogno ancora di alternanza in Italia, e comunque anche ora di una opposizione intelligente e creativa. Ma non ci sarà mai finchè ci si affida ai Craxi e Forlani di casa...

I giudici entrano nel tempio della massoneria

Accuse, colpi bassi, querele, carta bollata, guerra di cifre e insinuazioni. Come mai era accaduto sta avvenendo così la campagna elettorale per eleggere il nuovo Gran Maestro alla guida del Grande Oriente di Italia, il cuore della massoneria ufficiale italiana, con sede a palazzo Giustiniani. In ballo c’è il possibile e contestatissimo terzo rinnovo per l’attuale gran maestro, Gustavo Raffi. Eletto nel 1999, rieletto grazie a una modifica statutaria e rieleggibile ancora grazie a un codicillo che secondo i contendenti lui stesso si sarebbe fatto approvare. Gli sfidanti vanno giù duro, con toni che non hanno precedenti: denunce, accuse di interesse privato, perfino l’ipotesi di avere appaltato il Grande Oriente a un’agenzia viaggi di famiglia. L’uomo che oggi guida palazzo Giustiniani ha annusato l’aria per tempo e provato ad evitare una campagna elettorale come quella in corso facendo approvare in fretta e furia lo scorso autunno un codice etico che obbligasse tutti ad evitare- pena l’espulsione- colpi bassi e attacchi personali. Ma è stata proprio questa la mossa che ha iniziato a fare volare gli stracci. I dissidenti sono usciti allo scoperto, hanno impugnato il codice e- anche questa una novità- hanno messo in piazza tutti i panni sporchi aprendo un sito internet, www.grandeoriente-libero.com, che hanno riempito di accuse e documenti sulla gestione della principale loggia ufficiale della massoneria italiana. Non si va per il sottile, e sembra perfino peggio della più accesa campagna elettorale della politica italiana. Accuse a Raffi di essersi raddoppiato di imperio lo stipendio, portandolo a 130 mila euro all’anno. Accuse ancora più gravi sull’utilizzo della Tamarindo viaggi, tour operator della famiglia Raffi per la gestione e organizzazione logistica della riunione annuale della Gran Loggia in quel di Rimini (terra di Raffi, mentre prima le riunioni si svolgevano a Roma). Rabbia che monta fra i fratelli quando viene diffuso un documento in cui si confrontano i prezzi delle camere alberghiere ottenuti grazie alla convenzione della Tamarindo con i listini ufficiali del periodo degli stessi alberghi: e in effetti sono più cari di 15-20 euro a notte. Mai vista una cosa così dalle parti di palazzo Giustiniani. E sembra che la politica anche in questo caso abbia avuto un non piccolo peso. A scatenare maldicenze, colpi bassi e tutto il resto sarebbe stato infatti l’infelice outing di Raffi alla vigilia delle elezioni politiche: “il cuore della massoneria batte a sinistra”. Non ha portato fortuna a Walter Veltroni. Forse nemmeno a Raffi

C'è la crisi? E a Bankitalia si magna...

Crisi o non crisi, la tavola sarà bandita. La Banca d’Italia sta per assegnare un maxi-appalto per la ristorazione di Mario Draghi e dei membri del direttorio, e dei dirigenti comprensivo della mensa interna per il personale. Valore 24,5 milioni di euro per un triennio, con prezzi da alta ristorazione. Settantasei euro a pasto per colazioni di lavoro e buffet di alta rappresentanza, 52 euro a testa per le colazioni di lavoro ordinarie, 42 euro a testa per quelle un po’ più leggere. Al top la scelta dei menù e dei vini che Bankitalia pretende indicando nel bando ogni esigenza, comprese le etichette delle case vitivinicole. Sorprese anche per la mensa dei dipendenti, che in tavola potranno festeggiare perfino il carnevale. Non che siano previsti grandi trattamenti di favore. Per una colazione di lavoro di alta rappresentanza per i 76 euro verrà dato un primo, un secondo, un contorno e un dolce. Prima o l’aperitivo o se il tempo stringe un antipasto seduti. Nel primo caso prosecco, tartine e scaglie di grana. Nel secondo capesante con aragosta in vinaigrette. Di primo nidi di crespelle con polpa di granchio, poi lamelle di spigola e mazzancolle in bellavista. Contorno a scelta fra patate al vapore e asparagi all’agro (si resta leggeri) e dolce di scaglie di millefoglie con cioccolato. Tutto annaffiato da Chardonay bianco Lison di Primaggiore. Nei 76 euro anche il caffè finale. Per il menù di lavoro ordinario a 52 euro capesante, riso ai funghi, spigola bollita, contorni di stagione e torta di frutta. Vino rigorosamente bianco, Vintage Tunina dello Jerman. Ma in questo caso nel prezzo sono comprese sigari e sigarette per la chiaccherata finale dopo il caffè e perfino una scelta dal carrello dei superalcolici. Più popolari i buffet a soli 42 euro a persona: aperitivo con Bellini o Rossini, tartine, crocchettine, spiedini di formaggi e salumi, frittini vari, pennette alla vodka, crespelle, salmone alla russa o filettini di pollo al curry, verdure marinate, frutta, mousse e semifreddi. Scelta fra vino bianco (Regaleali conte Tasca di Almerita) e Rosso (Santa Cristina Antinori). Vini, spumanti, coca cola e aranciata nei brunch (l’appalto regola anche quelli). E una miriade di menù di stagione e giornalieri anche per la mensa dipendenti, che avrà sorprese ogni vigilia di feste importanti. Compreso il periodo di Carnevale, in cui crisi o non crisi a chi lavora a palazzo Koch non verranno negate le tradizionali frappe (così si dicono a Roma, ma altrove bugie, cenci, galani, chiacchere...). La tavola di Banca d’Italia: un bel segnale contro il pessimismo generale...