Silvio Berlusconi tira fuori- manco a dirlo- l’ultimo sondaggio che gli darebbe nonostante tutto una popolarità al 61 per cento e manda a quel paese l’inchiesta di Bari e gli inchiestisti di Repubblica e Corriere della Sera: «Non muterò le mie abitudini. Io sono fatto così e non cambio. Se mi vogliono, sono così. E gli italiani mi vogliono: ho il 61 per cento dei consensi. Mi vogliono perché sentono che sono buono, generoso, sincero, leale, che mantengo le promesse». Certo, ammette il presidente del Consiglio, «all’estero tutto ciò non ha fatto bene, ma la verità viene sempre fuori». E liquida il caso Tarantini-escort così: «Purtroppo abbiamo sbagliato l’ospite e lui ha sbagliato l’ospite dell’ospite». Per la prima volta Berlusconi è pure sceso nel dettaglio delle accuse della escort, facendosi tirare a un faccia a faccia che farà venire i brividi a molti suoi collaboratori. “Ho fatto una promessa?”, ha sostenuto il premier, “ma veramente voi pensate che io mi metta a fare una pratica edilizia per qualcuno in un comune rosso, in una provincia rossa, in una regione rossa? Dovrei essere uscito di testa. Ma tanto le menzogne vengono fuori”. Insomma, è già qualcosa che il presidente del Consiglio abbia ammesso di avere sbagliato a frequentare un imprenditore non proprio da Financial Times come Giampaolo Tarantini e ancora di più a fare la corte a una delle sue invitate (così almeno risulterebbe dalle registrazioni divulgate alla stampa). Probabilmente sarebbe stato più prudente non entrare nei particolari della promessa sulla pratica edilizia, tanto più che a detta della diretta interessata che per questo coverebbe rabbia nei confronti di Berlusconi, la pratica è ancora lì sepolta come un tempo. Ma la scelta di affrontare perfino gioiosamente il “dossier Bari” che sta causando un maldipancia notevole ai suoi collaboratori di palazzo Chigi e perfino a non pochi parlamentari del Pdl, non è stata un passo falso. Quel “mi dovete prendere così” bagna parecchie munizioni di quelle che un po’ negli uffici giudiziari, un po’ sulle colonne della stampa, si stavano preparando. Munizioni per altro non di particolare efficacia. Da un mese e mezzo a questa parte, con buona pace di Ezio Mauro e del suo staff di Repubblica che hanno cercato la pistola fumante, gli unici due colpi giornalistici degni di qualche nota li ha messi a segno il Corriere della Sera, senza farne nemmeno una campagna stampa. Il primo è stato naturalmente l’intervista a Patrizia D’Addario che ha sostenuto di avere conosciuto Berlusconi di sfuggita e alla seconda volta di essere finita nel letto regalato da Vladimir Putin al premier italiano. Il povero Giuseppe D’Avanzo da più di un mese cercava anche solo l’ombra di un fatto così passandosi uno dopo l’altro parenti, amici, ex fidanzati e semplici conoscenti di Noemi Letizia. E si è trovato con un pugno di mosche in mano. Il secondo colpo l’ha messo a segno ieri di nuovo il quotidiano di Ferruccio De Bortoli. Il giornale avversario, stordito dal primo scoop, ha provato subito a sguinzagliare i suoi segugi a Bari. Nuovo buco nell’acqua: interviste all’amica del cuore di Patrizia, all’amico-amica transessuale, a qualche altra ragazza allegra, e nessuna che avesse mai frequentato il lettone di Putin! Ne è venuto fuori un servizio di coda di Verissimo. Mentre gli inchiestisti di Mauro si stavano specializzando in storie da Via col Vento 2000, quelli del Corriere si sono fatti la domanda giusta: ma se questo Tarantini portava a tutti belle ragazze, ha avuto o almeno provato ad avere qualcosa in cambio? Ieri la risposta: provare ci ha provato. E il Corriere ha trovato un imprenditore barese, Enrico Intini, che ha pagato 150 mila euro a Tarantini per essere introdotto negli affari del palazzo che conta. Quello gli ha combinato un appuntamento con Guido Bertolaso, ma è stata aria fritta: di commesse nemmeno una. Mezza notizia, e forse vale la pena ancora indagare. Ma almeno mezza il Corriere l’ha portata a casa. Rossi di rabbia (e un po’ di vergogna) i concorrenti diretti ieri hanno provato a sfoderare la loro pistolina fumante: un video di una festa a villa Certosa dell’11 agosto 2008. Tutti a tavola, una vecchia gloria del pop che suona (Simon Le Bon), qualche ragazza che si fa trascinare dalla musica e balla. C’è anche Berlusconi che saluta gli ospiti. Tutto qui? Tutto qui, roba che l’11 agosto trovi anche dal vicino di casa ad Ostia. Commento del corsivista dell’Espresso: in quelle ore “il mondo vive ore di angoscia per la crisi Russia-Georgia”. E il premier che fa? Balla. Ma andassero a fare un altro mestiere!
Franco Bechis
Ma che flop per Repubblica, umiliata dal Corriere nella guerra a Berlusconi
Silvio Berlusconi tira fuori- manco a dirlo- l’ultimo sondaggio che gli darebbe nonostante tutto una popolarità al 61 per cento e manda a quel paese l’inchiesta di Bari e gli inchiestisti di Repubblica e Corriere della Sera: «Non muterò le mie abitudini. Io sono fatto così e non cambio. Se mi vogliono, sono così. E gli italiani mi vogliono: ho il 61 per cento dei consensi. Mi vogliono perché sentono che sono buono, generoso, sincero, leale, che mantengo le promesse». Certo, ammette il presidente del Consiglio, «all’estero tutto ciò non ha fatto bene, ma la verità viene sempre fuori». E liquida il caso Tarantini-escort così: «Purtroppo abbiamo sbagliato l’ospite e lui ha sbagliato l’ospite dell’ospite». Per la prima volta Berlusconi è pure sceso nel dettaglio delle accuse della escort, facendosi tirare a un faccia a faccia che farà venire i brividi a molti suoi collaboratori. “Ho fatto una promessa?”, ha sostenuto il premier, “ma veramente voi pensate che io mi metta a fare una pratica edilizia per qualcuno in un comune rosso, in una provincia rossa, in una regione rossa? Dovrei essere uscito di testa. Ma tanto le menzogne vengono fuori”. Insomma, è già qualcosa che il presidente del Consiglio abbia ammesso di avere sbagliato a frequentare un imprenditore non proprio da Financial Times come Giampaolo Tarantini e ancora di più a fare la corte a una delle sue invitate (così almeno risulterebbe dalle registrazioni divulgate alla stampa). Probabilmente sarebbe stato più prudente non entrare nei particolari della promessa sulla pratica edilizia, tanto più che a detta della diretta interessata che per questo coverebbe rabbia nei confronti di Berlusconi, la pratica è ancora lì sepolta come un tempo. Ma la scelta di affrontare perfino gioiosamente il “dossier Bari” che sta causando un maldipancia notevole ai suoi collaboratori di palazzo Chigi e perfino a non pochi parlamentari del Pdl, non è stata un passo falso. Quel “mi dovete prendere così” bagna parecchie munizioni di quelle che un po’ negli uffici giudiziari, un po’ sulle colonne della stampa, si stavano preparando. Munizioni per altro non di particolare efficacia. Da un mese e mezzo a questa parte, con buona pace di Ezio Mauro e del suo staff di Repubblica che hanno cercato la pistola fumante, gli unici due colpi giornalistici degni di qualche nota li ha messi a segno il Corriere della Sera, senza farne nemmeno una campagna stampa. Il primo è stato naturalmente l’intervista a Patrizia D’Addario che ha sostenuto di avere conosciuto Berlusconi di sfuggita e alla seconda volta di essere finita nel letto regalato da Vladimir Putin al premier italiano. Il povero Giuseppe D’Avanzo da più di un mese cercava anche solo l’ombra di un fatto così passandosi uno dopo l’altro parenti, amici, ex fidanzati e semplici conoscenti di Noemi Letizia. E si è trovato con un pugno di mosche in mano. Il secondo colpo l’ha messo a segno ieri di nuovo il quotidiano di Ferruccio De Bortoli. Il giornale avversario, stordito dal primo scoop, ha provato subito a sguinzagliare i suoi segugi a Bari. Nuovo buco nell’acqua: interviste all’amica del cuore di Patrizia, all’amico-amica transessuale, a qualche altra ragazza allegra, e nessuna che avesse mai frequentato il lettone di Putin! Ne è venuto fuori un servizio di coda di Verissimo. Mentre gli inchiestisti di Mauro si stavano specializzando in storie da Via col Vento 2000, quelli del Corriere si sono fatti la domanda giusta: ma se questo Tarantini portava a tutti belle ragazze, ha avuto o almeno provato ad avere qualcosa in cambio? Ieri la risposta: provare ci ha provato. E il Corriere ha trovato un imprenditore barese, Enrico Intini, che ha pagato 150 mila euro a Tarantini per essere introdotto negli affari del palazzo che conta. Quello gli ha combinato un appuntamento con Guido Bertolaso, ma è stata aria fritta: di commesse nemmeno una. Mezza notizia, e forse vale la pena ancora indagare. Ma almeno mezza il Corriere l’ha portata a casa. Rossi di rabbia (e un po’ di vergogna) i concorrenti diretti ieri hanno provato a sfoderare la loro pistolina fumante: un video di una festa a villa Certosa dell’11 agosto 2008. Tutti a tavola, una vecchia gloria del pop che suona (Simon Le Bon), qualche ragazza che si fa trascinare dalla musica e balla. C’è anche Berlusconi che saluta gli ospiti. Tutto qui? Tutto qui, roba che l’11 agosto trovi anche dal vicino di casa ad Ostia. Commento del corsivista dell’Espresso: in quelle ore “il mondo vive ore di angoscia per la crisi Russia-Georgia”. E il premier che fa? Balla. Ma andassero a fare un altro mestiere!
Franco Bechis
Franceschini si è venduto tutti i Bot per fare flop alle europee
Per pagare la campagna elettorale delle ultime europee e il lancio di alcuni volti nuovi della politica come David Sassoli, il Partito democratico di Dario Franceschini ha messo all’asta all’inizio della primavera ben 19 milioni di euro di Bot e Cct. Titoli di Stato in cui erano stati investiti l’anno precedente da Walter Veltroni i primi rimborsi elettorali arrivati nelle casse del neo-partito, assai superiori alle spese per le elezioni politiche 2008. Lo rivela il tesoriere del Partito democratico, il senatore Mauro Agostini, nella nota integrativa al primo bilancio della storia Pd, pubblicato ieri sui due quotidiani che ancora fanno riferimento al partito, L’Unità ed Europa... Il disinvestimento dal tesoretto accumulato in titoli di Stato è annunciato dal tesoriere fra i fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell’esercizio e si spiega che è stato necessario “al fine di fare fronte agli impegni della campagna elettorale relativa al Parlamento europeo e delle altre elezioni amministrative. Quei 19 milioni fanno capire quanto Franceschini abbia davvero puntato su Sassoli e questa tornata elettorale di provinciali e comunali. Perché secondo lo stesso bilancio Pd il partito l’anno precedente aveva speso per le politiche e le contemporanee amministrative 18 milioni di euro nei quali però erano compresi ben 9 milioni spesi dalle strutture regionali e provinciali del partito. Quindi Franceschini questa volta ha raddoppiato l’investimento, rendendo ancora più doloroso il tonfo elettorale. Una ferita politica e non finanziaria, perché grazie al generoso sistema dei rimborsi elettorali nel 2008 il Pd pur dichiarando spese per 18 milioni si è visto concedere dallo stato una cambiale da 182 milioni di euro. Grazie a questo maxi-rimborso (che in realtà verrà rateizzato fino al 2012) il primo bilancio del Pd segna un utile che nella storia della sinistra non si è mai visto: 146,5 milioni di euro. Un po’ virtuali, perché il bilancio è stato costruito di competenza e non di cassa (come per altro da anni usa fare Forza Italia), ma con gli altrettanto generosi rimborsi delle europee anche il 2009 sarà da record. Assoluta novità del nuovo partito anche l’assenza totale di indebitamento con il sistema bancario. Finanziariamente Franceschini ha tagliato tutte le radici con la storia passata ( i debiti ci sono, ma restano in carico a Ds e Margherita) e per la prima volta simbolicamente la sinistra italiana non ha più in bilancio quel rosso che l’aveva sempre contraddistinta...
Franco Bechis
Berlusconi-Sircana, le morali capovolte (ma il premier ritiri il ddl anti-prostituzione)
C’è un disegno di legge approvato dal consiglio dei ministri guidato da Silvio Berlusconi nel settembre 2008 e trasmesso in Senato dal primo firmatario, il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, che rischia di dovere essere cestinato. Porta il numero 1079 e il titolo «Misure contro la prostituzione». E’ molto duro e punisce anche i clienti delle belle di notte. Spiegando «Se la prostituzione come tale deve considerarsi fenomeno di allarme sociale, non può ammettersi un distinto trattamento fra chi la eserciti e chi se ne avvalga (il cliente)». Per entrambi quindi, in casi dettagliati dalla norma, si rischia l’arresto da 5 a 15 giorni. Norme ancora più dure per chi «compie atti sessuali con minori»... Secondo le norme in vigore salvo rari casi specificati un minore sopra i 16 anni (e con una casistica più ristretta sopra i 14 anni) può decidere liberamente di avere una relazione sessuale con un adulto maggiorenne, indipendentemente dalla sua età. Secondo il ddl Berlusconi-Carfagna invece «Chi compie atti sessuali con minori in cambio di denaro o qualunque tipo di utilità (anche non economica), anche solo promessi, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni e con la multa da 1.500 a 6 mila euro». Norme assai dure proposte dal legislatore, allo scopo di punire severamente la tratta delle ragazzine- quasi sempre straniere- costrette spesso con la violenza a prostituirsi in Italia. E’ proprio per questo disegno di legge e per i suoi contenuti particolarmente cogenti e limitanti la libertà dei cittadini che nessun membro del governo in carica ha diritto ad invocare la privacy sulle proprie abitudini sessuali. Chi avendo nelle mani il potere legislativo restringe anche in questo campo limitandola (anche per ottime ragioni) la libertà di tutti, è tenuto poi a rendere conto anche dei suoi comportamenti privati nello stesso campo. Questa- che nessuno invoca- è la vera questione politica che emerge dalla inchiesta di Bari nata sugli appalti nella Sanità pugliese e poi deviata sulle feste, le cene e i ricevimenti del premier Silvio Berlusconi nelle sue residenza private. L’unico tema politico in un paese liberale è che chi ha il potere legislativo non vieti ad altri quello che invece concede a se stesso. Per questo oggi quel disegno di legge, che il governo per altro ha abbastanza abbandonato nel suo iter legislativo, stride con quanto sembrerebbe emergere dalle deposizioni di alcune ragazze davanti alla procura di Bari. Lo dico perché non è uno scandalo, anzi, è legittimo che la vicenda Bari si trasformi in polemica politica. E non è invocabile la privacy sullo stesso tema su cui il premier legifera oltretutto in modo assai restrittivo della libertà altrui.
Detto questo appare evidente come la vicenda barese sia stata utilizzata dagli avversari politici esclusivamente come clava da bandire in campagna elettorale, e non per sventolare un vessillo liberale. E’ una vicenda da prendere assai con le molle, frutto di dichiarazioni di una ragazza che si reca dal presidente del Consiglio italiano allo scopo confessato di vendicarsi di un presunto torto subito e poi provare a ricattarlo. Vicenda cui una fuga di notizie che non si sa se provenga dalla magistratura inquirente o dalla forze di polizia giudiziaria offre il detonatore, e alcuni quotidiani e uomini politici la cassa di risonanza buona per consentirle di fare il giro del mondo. Curioso tanto scandalo in un paese che ha concesso la massima onorificenza pubblica, il seggio da senatore a vita a Emilio Colombo, e lo ha fatto per il suo ruolo politico, mettendo giustamente in secondo piano ogni aspetto della sua vita privata o sanitaria. Il paese che oggi dedica tanta attenzione alle foto-ricordo di due ragazze in un bagno di palazzo Grazioli è lo stesso che due anni fa linciò in ogni modo Maurizio Belpietro, reo di avere pubblicato una foto che era stata sequestrata: quella di Silvio Sircana, portavoce del premier Romano Prodi, in auto fermo a parlare con un travestito. Molti di quelli che oggi si scandalizzano per la vita privata di Berlusconi, allora si indignarono per il “fango” gettato su Sircana e sull’utilizzo di alcuni media per fare solo “gossip senza rilevanza penale”. Walter Veltroni chiese di “rispettare le persone ed evitare che finiscano nel frullatore. Non si può rovinare la vita delle persone per vendere mille copie in più». Berlusconi prese le parti di Sircana e perfino delle veline intercettate da un pm di Potenza. Fu coerente e liberale, anche se oggi non ha par condicio. Ma è proprio per quella coerenza che dovrebbe riporre nel cassetto quel ddl sulla prostituzione. O rivederne alcune norme, che rischiano di essere assai illiberali...
Franco Bechis
Il lato scoperto del governo
Da più di cinquanta anni la vita privata dei presidenti dei Consiglio italiani, ma anche di importanti leader politici e di rappresentanti delle istituzioni viene protetta e blindata in ogni modo dalla sicurezza pubblica. Non sono mancati premier e importanti esponenti di ogni partito, anche della Dc, che nella vita privata hanno razzolato assai meno bene di quel che sarebbe apparso nelle dichiarazioni e battaglia pubbliche. Amanti, relazioni anche omosessuali, feste private non sono mancate. Non una foto, un video, un resoconto, un’indagine è scappata. E’ questo il lato che più preoccupa perfino gli esponenti più seri dell’opposizione delle vicende che riguardano Silvio Berlusconi: il tema è l’assenza di protezione e sicurezza... All’ora di pranzo sotto il mio ufficio ho incontrato ieri un uomo serio e cristallino come l’ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, oggi parlamentare del Pd. Il colloquio è stato privato, mi perdonerà però se ne rivelo parte del contenuto, perché le sue osservazioni raccontano molto del disagio che si vive anche in quel partito e soprattutto centrano il tema più delicato di quel che sta avvenendo in queste ore. “Ho incontrato a cena ieri sera dei colleghi del Pdl”, spiegava Sposetti, “e ho chiesto loro se sono impazziti: volete preoccuparvi di garantire una volta per tutti la sicurezza del presidente del Consiglio? Ma non è un tema solo loro. Berlusconi è il presidente del Consiglio d’Italia, io ho rispetto per le istituzioni. Qui non è questione di vita privata o meno. Come è possibile in Sardegna o a Portofino fare cinquemila fotografie che ritraggono il premier e i suoi ospiti in casa? Certo, si è trattato di un flash. Ma come ci riesce un flash può arrivarci una pallottola. Che fa la sicurezza? E nessuno è preoccupato della gravità di quanto sta accadendo? E’ protetta così la residenza romana del premier? Chiunque può introdurvisi, scattare foto, effettuare registrazioni, farle circolare senza che nessuno sia in grado di impedirlo o di saperlo prima?”. Sposetti è appunto politico limpido, di quelli rari. Ha senso delle istituzioni come chi è cresciuto a quella grande scuola politica del partito comunista. Ma la sua preoccupazione non è solitaria. “Beh, certo che tentare di sfruttare politicamente quel che sta accadendo è da matti”, sostiene ad esempio Bobo Craxi, pur ritenendo che un presidente del Consiglio dovrebbe evitare situazioni che lo mettano troppo a rischio, “ma sbagliamo noi a non capire la gravità”. Non è un tema di donnine. Ma di sicurezza delle istituzioni
Franco Bechis
Pd e Pdl, l'unica cosa che amano insieme è la guerra
L’unica cosa che li unisce tutti è la guerra. Non solo perchè se la fanno tutti i giorni e quasi sempre senza indossare l’alta uniforme e per ragioni assai banali. Ma perché in mezzo a tante polemiche e colpi bassi c’è un posto quasi nascosto nel Parlamento in cui Pd e Pdl (e perfino Udc, Lega Nord e Italia dei Valori), marciano insieme e colpiscono uniti. E’ la commissione Difesa del Senato, guidata da una vecchia volpe della politica come Giampiero Cantoni (Pdl). A lui è riuscito, proprio di questi tempi, un mezzo miracolo: tenere compatte le truppe di maggioranza e opposizione. E in due sole sedute (l’ultima martedì) ha fatto licenziare programmi di acquisto d’arma per circa un miliardo di euro... C’è un po’ di tutto nelle decisioni votate all’unanimità dalla commissione di Cantoni: sistemi di protezione radaristica, acquisizione di missili di nuova generazione, armi anti-carro e perfino alcune ambulanze blindate per il soccorso ai feriti nelle zone di guerra (per 45 milioni, utili certo in Afghanistan). La raffica di approvazioni nell’ultima settimana ha sbloccato programmi pluriennali per un valore di un miliardo e 50 milioni, sia pure spalmati su più anni. Ma non è un precedente alla commissione Difesa, perchè in tutta la legislatura i partiti hanno marciato insieme in quasi tutte le occasioni. Unica eccezione vistosa l’8 aprile scorso, quando una parte del Pd non ha partecipato alla votazione sul programma di acquisizione del caccia americano Joint Strike Fighter, rilevando come di fronte a un investimento di oltre 1 miliardo di dollari ci sarebbe stato un ritorno certo per Finmeccanica non superiore ai 150 milioni. Nella decisione c’era poi l’antica divisione fra i sostenitori del caccia JSF e quelli di Eurofighter, l’analogo velivolo dell’industria europea. Ma si è trattato di un’eccezione alla regola. Nella concordia della commissione certo ha un peso il fatto che i rappresentati dei vari partiti siano ex militari, come i generali Mauro Del Vecchio (Pd) e Luigi Ramponi (Pdl). Ma anche questo può diventare un esempio: quando i partiti inviano in commissione esperti reali dei temi che si discutono, è più facile raggiungere intese sul bene comune senza giocare alla guerriglia inutile fra le parti. Non sarebbe stato male potere marciare in questo modo anche sui provvedimenti economici contro la crisi, con un po’ di capacità e buona volontà nelle fila dell’uno e dell’altro fronte. Ma purtroppo l’unica cosa che unisce tutti è proprio la guerra...
Franco Bechis
Primo golpino? Già sventato
Se golpe (o golpino) era davvero in corso, bisogna dire che in poche ore il suo primo atto è fallito. Finito ko in poche ore fra la casa Bianca e il Quirinale. Con Barack Obama che a colpi di «my friend» ha smontato in pochi minuti il caso di un presunto isolamento internazionale di Silvio Berlusconi. E con il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, che in pochi minuti ha sedato la rivolta del Csm contro il governo, fermando la spallata, respingendo le dimissioni di tre magistrati e chiedendo ai giudici di stare al loro posto e di rispettare il Parlamento che fa il suo dovere: legiferare. Un successo l’incontro negli Usa, per quanto minimizzato da parte della stampa italiana... Solo poche ore prima dell’incontro alla Casa Bianca Massimo D’Alema aveva preconizzato scenari tragici per un Berlusconi già quasi sotto scacco. E chi lo aveva intervistato davanti alle telecamere Rai, e cioè l’ex presidente della tv di Stato, Lucia Annunziata, aveva tradotto subito dopo: “‘c’è la sensazione che la stagione di Berlusconi stia entrando in un grave momento di debolezza, da cui potrebbe scaturire, o deflagrare, una crisi istituzionale più ampia. A innescare la crisi potrebbe essere l’arrivo di altri scandali, di altre foto spiacevoli. Temo storie torbide, credo che l’immagine internazionale di Berlusconi, già complicata nei rapporti con l’amministrazione Obama, possa risultare ulteriormente danneggiata’’. IL ritornello è simile a quello più volte recitato in questi mesi dallo stato maggiore del Pd: quel che un’opposizione non è in grado di fare facendo il suo mestiere, cioè mettere in crisi il governo e dargli la spallata grazie ai responsi delle urne, è affidato in modo un po’ torbido ad altri poteri: media, tycoon internazionali, pressing dall’estero, e soprattutto giudici (unico potere su cui il Pd esercita ancora influenza). Basta ripercorrere le cronache politiche di questi mesi per leggere la soddisfazione Pd per una presunta crisi fra il governo italiano e l’amministrazione Obama. Fantasie, e si è visto alla Casa Bianca, dove a parte le manifestazioni di simpatia personali il presidente Usa ha quasi nominato Berlusconi consigliere per i rapporti con la Russia in vista del G8. Anche sul fronte dei giudici Napolitano ieri ha inviato un messaggio di una chiarezza esemplare, proteggendo il senso stesso della democrazia italiana. Una dimostrazione in più che la spallata non verrà da poteri oscuri, perché c’è ancora chi ha il senso dello Stato. Gli unici errori che Berlusconi deve temere sono negli atti del suo governo...
Franco Bechis
Abruzzo, Berlusconi rischia di scivolare
Il 6 giugno scorso una nuova ordinanza della presidenza del Consiglio dei ministri ha stabilito che non tutti i residenti nei comuni della provincia de L’Aquila potevano rinviare la presentazione della loro dichiarazione dei redditi e il pagamento di quanto dovuto al fisco. Dopo averlo concesso appena due mesi prima, agli abitanti di Sulmona (1.118 edifici inagibili), di Raiano (395 edifici inagibili), di Pratola Peligna (293 edifici inagibili) e di decine di altri comuni in analoghe situazioni è stato chiesto di preparare insieme ai loro commercialisti la dichiarazione dei redditi in 22 giorni e versare tutto il dovuto entro il prossimo 16 luglio. E’ l’ultimo pasticcio governativo sulla gestione dell’emergenza Abruzzo. Naturale che la decisione prima in un senso poi in quello opposto su uno dei temi che in caso di terremoto si danno quasi per scontati (la sospensione dei termini fiscali) abbia fatto insorgere gli esclusi, i sindaci dei comuni e i commercialisti, che protestano per la palese violazione dello Statuto del contribuente, il testo per altro fra i più elusi dal fisco italiano. Il caso riguarderà qualche migliaio di contribuenti, e forse non è il più importante in Abruzzo a oltre due mesi dal sisma. Ma è indicativo di quanto sta accadendo una volta spentesi le luci dei riflettori, ed è contenuto in un corposo dossier di cose che non funzionano. Molte sono emerse questa settimana quando alla Camera sono stati sentiti informalmente il sindaco e il presidente della provincia de L’Aquila e il presidente della Regione (che è Pdl). Si può capire un po’ di confusione nelle prime settimane, ma il tempo passato dovrebbe avere schiarito le idee. E invece il decreto legge per la ricostruzione dell’Abruzzo si è riempito di molte norme nel suo già faticoso percorso parlamentare, ma continua ad avere coperture ballerine (si pensi ai fondi Fas fra 2 e 4 miliardi di euro, e c’è una bella differenza) e in alcuni casi proprio nessuna copertura. Così capita che si sia stabilita una zona franca per investimenti per attrarre imprese nella ricostruzione, e i fondi a disposizione (45 milioni di euro, non una follia) sono relativi solo al 2009: chi investirà mai con una mini-agevolazione per un anno solo? Ma l’elenco è lungo. Se hai perso casa e capannone industriale, lo Stato ti aiuta o sull’uno o sull’altro, e chissà perchè. Visto l’impegno personale del premier Silvio Berlusconi sulla vicenda, il caso Abruzzo rischia di trasformarsi in questo modo in una buccia di banana per il governo...
Franco Bechis
36° giorno di caccia a Noemi- Flop internazionale della stampa di inchiesta
La caccia è giunta al 36° giorno, ma la volpe si è conservata intatta la sua pelliccia, fuggendo ai migliori cani da caccia sguinzagliati in mezzo mondo, che finora hanno rimediato una tale figuraccia da rischiare la condanna a una vita con la pantofola fra i canini... Sissignori, per incastrare sul caso di Noemi Letizia il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non si è badato a mute nè a spese. Ma il risultato sembra al momento assai magrolino. Repubblica ha messo in campo il suo migliore cacciatore, uno che dovrebbe scoprire tartufi anche a mille metri di profondità. Ma il povero Giuseppe D'Avanzo ha rimediato sì e no quel tubero-patata di Gino Flaminio, perfino con il dubbio di non averlo scovato, ma rimediato al mercato a 7-800 euro all'etto...Dopo 36 giorni in mancanza di meglio ha dovuto virare su un passaggio a bordo in aereo di Stato per Mariano Apicella, roba che perfino Clemente Mastella se l'era cavata all'epoca con una alzatina di spalle. Michele Santoro con la sua potenza di fuoco non è riuscito nemmeno a fare una direttina che sia una dal celebre ristorante di Casoria, cosa che 24 ore dopo è riuscita perfino a Lorenzo Cesa e Ciriaco De Mita che quelle sale hanno occupato per un tradizionalissimo pranzo elettorale. Il Corriere di Ferruccio De Bortoli, all'insegna del vorrei ma non posso si è dovuto accontentare una volta sola del bollettino degli umori del giorno di Veronica Lario. Il temutissimo Espresso è sceso in campo, ha sparato le sue rivelazioni sull'harem berlusconiano ma avendo il braccino corto non è riuscito nemmeno a rimediare una fotina di quelle che un anno fa fecero boom sulla prima pagina di Oggi. Magro bottino anche nella caccia al fotografo che avrebbe ben 1200 scatti sul Capodanno in allegria di villa Certosa. Pieno di topa- si dice. Ma l'unico topo beccato come mamma ha fatto è Mirek Topolanek, premier ceco. Sì, è proprio il simbolo della caccia grossa: ti attendi la topa, ti rimane in mano un Topolanek. Ma visto che la caccia è internazionale è scesa in campo perfino la stampa straniera. Antipastino offerto da Tana de Zulueta su The Guardian. Lei fu celebre giornalista (senza firma, è la regola) del "prestigioso" The Economist. Per due legislature è stata pure parlamentare italiana. Da più di venti anni vive in Italia, ma parla più o meno come Alberto Sordi in "Un americano a Roma". E con questa perfetta conoscenza del paese che la ospita e della sua professione ha spiegato ai lettori del Guardian che Berlusconi ormai ha occupato anche il Corriere della Sera, mettendoci alla guida Gianni Riotta. Complimenti! A parte la scoperta della militanza di Riotta nel Pdl, a noi tutti era sembrato fosse divenuto direttore del Sole 24 Ore, non del Corriere. Ma il meglio è venuto dal Times, altra "prestigiosa testata". Qui il tartufo scovato al mercato da Richard Owen era niente meno che un'intervista alla mamma di Noemi Letizia, pronta a minacciare: "Silvio dovrà fare per lei quello che non ha fatto per me". Evviva, solo che poi messo alle strette lo stesso Owen ha dovuto ammettere che la signora non era mai stata intervistata e che anzi aveva scopiazzato male da un giornale italiano "che non mi ricordo più quale sia!". Fatto sta che non Berlusconi invocava mamma Letizia, ma nostro Signore! Ironia della sorte il Times che voleva dare la spallata a Berlusconi è finito per scambiarlo con Dio... E lì le spallate hanno poca speranza. D'altra parte si tratta dello stesso giornale che in un editoriale stigmatizza che "Berlusconi si accompagni a donne 50 anni più giovani di lui". Già, il Times, quello di Rupert Murdoch, classe 1931. Sposato con Wendy Deng, classe 1968. Trentasette anni di differenza. L'età giusta- di più no- per il bon ton oltremanica...
Resta in questa grande caccia lo spazio per la contraerea. E anche lì, risultati magrolini. Alle mute di Repubblica ha provato a resistere (legittima difesa, certo) Mario Giordano con il suo Giornale. Ha cercato in questi 36 giorni la prova regina: quella che il teste (teste, beh...) chiave di D'Avanzo, Gino Flaminio, avesse raccontato solo dietro compenso. La prova è arrivata. Con tanto di foto e filmato: Flaminio per vuotare il sacco ha chiesto soldi. E la consegna di 500 euro è stata documentata. Glieli ha dati un giornalista. Del Giornale...
Per avvicinare lady B bisogna fare i conti con Alberto
Al telefono è ancora raggiungibile, e ne sanno qualcosa i giornalisti di Repubblica e talvolta del Corriere della Sera che provano a chiamarla quasi tutti i giorni. Ma se esce da casa e perfino all'estero, nella residenza di Londra o a New York Veronica Lario è ormai inavvicinabile. Protetta senza tanti complimenti per nessuno da Alberto Orlandi, classe 1972, un professionista con i fiocchi. Un bodyguard proprio come quello del celebre film che spopolò all'inizio degli anni '90 (interpretato da un Kevin Costner travolto dall'appassionante storia di amore per la cantante che doveva sorvegliare, Whitney Houston). Alberto è uno dei due capiscorta a villa Macherio, ed è un vero mastino. Ha iniziato la sua carriera in una società privata, poi è entrato nel gruppo Fininvest-Publitalia come autista di fiducia finendo con la stessa mansione circa dieci anni fa a Macherio. Visto il fisico e le capacità. è diventato subito uno degli uomini della scorta di famiglia, facendo una gran carriera. Da quasi sette anni Veronica rifiuta chiunque non sia lui a proteggerla in ogni spostamento in villa, in Italia e perfino all'estero, tanto da costringere l'Orlandi a un superlavoro che spesso lo tiene lontano dal figlio.
Monica Franchi
(da Italia Oggi- Sabato 30 maggio 2009)
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