Via, tutti in permesso, che paga Brunetta. Ma lui non ci sta e rivuole dai sindacati 6 milioni di euro

Via dal lavoro, c’è un direttivo sindacale fondamentale e a cui non si può mancare. Riunione sul contratto, discussione sulle nuove regole, questioni naturalmente di vita o di morte. Certificate, come vuole la legge, dai direttivi dei vari comparti del pubblico impiego di Cgil, Cisl, Uil, Ugl e sigle varie. Ma alla fine i conti non tornano. E dopo avere visto il rapporto sul 2007 e i primi dati ufficiosi sul 2008, il ministro della Pubblica amministrazione e dell’Innovazione, Renato Brunetta, ha scoperto che sono stati sfondati- e non poco- i tetti contrattuali previsti per i permessi sindacali retribuiti. E ha deciso di chiedere indietro alle varie sigle l’extra: 6 milioni per il 2007, forse anche più per il 2008. Secondo i calcoli del ministero infatti sarebbe stata sfondato di più di 300 mila ore il monte permessi sindacali retribuito che già è abbastanza generoso, di circa 475 mila ore. Quasi il doppio quindi (anche se i sindacati non sono convinti di questa cifra e attendono più particolari dal ministero per una eventuale replica). Il sospetto è che sistematicamente quei permessi siano stati richiesti e distrattamente vidimati dagli organi direttivi sindacali sulla carta per la loro ragione istituzionale, nella realtà invece per svolgere attività non coperte dalla normativa. A parte eventuali abusi privati che verrebbero perseguiti secondo legge, l’ipotesi è che più che a una riunione del direttivo i dipendenti pubblici con incarichi sindacali fossero attesi a un congresso o a una manifestazione anche solo a fare numero in sala. Compito ingrato, certo, e forse anche più noioso e faticoso della stessa mansione pubblica ricoperta, ma non si capirebbe il motivo per cui tutto ciò debba avvenire a spese dello Stato. La querelle era già stata sollevata in più di un incontro fra il ministro e i vertici dei più importanti sindacati, che quindi sono preparati al braccio di ferro. Ma nessuno si attendeva una contestazione formale con tanto di ipotesi di risarcimento simile a quella che il ministero di Brunetta sta per inviare a tutte le forze sindacali. D’altra parte quello dell’eccesso nei permessi e distacchi sindacali retribuiti è sempre stato uno dei cavalli di battaglia di Brunetta, che nel febbraio scorso aveva rivisto in un dl i tetti stabiliti, recuperando al lavoro 360 unità su base annua e consentendo un risparmio nel secondo semestre 2009 di più di 4,8 milioni di euro. Per i permessi e distacchi sindacali retribuiti il ministero ha speso nel 2007 ben 156 milioni e 767 mila euro... Franco Bechis

Il Csm piccona già la legge Maroni sugli immigrati

Che fosse contrario l’aveva fatto sapere a chiare lettere, forse andando al di là delle proprie competenze costituzionali prima che il Parlamento votasse il testo di legge. Ora il Csm di Nicola Mancino ha assestato una picconata decisa al pacchetto sicurezza e più in generale alle norme di leggi penali e amministrativi che dovrebbero regolare l’espulsione degli immigrati clandestini. La scorsa settimana il plenum di palazzo dei Marescialli si è diviso su una pratica della ottava commissione, originata da un quesito del presidente del tribunale di Genova e ha stabilito che le udienze di convalida per l’espulsione davante ai giudici di pace non possono più essere effettuate in locali della Questura. Anche a rischio di fuga dell’immigrato. La questione sembrava di poco conto, e per altro la pratica, originata nel 2008, non ha nemmeno citato le nuove norme divenute legge (il reato di clandestinità) pochi giorni prima del plenum del Consiglio superiore della magistratura. A Genova per alcuni anni i processi di convalida delle espulsioni sulla base della legge Bossi-Fini si sono tenute nei locali messi a disposizione del Questore in modo da potere procedere con l’espulsione in tempi brevi dopo il fermo dell’immigrato irregolarmente presente sul territorio italiano. Poi è cambiato il coordinatore dell’ufficio dei giudici di pace e ha stabilito che in questura no, non si poteva fare. Bisognava andare come per tutti gli altri processi in un’aula di tribunale. Il questore preoccupato ha elencato quelle che secondo lui erano le conseguenze negative della decisione: “necessità che gli stranieri fossero trasferiti nei locali dell’ufficio del Giudice di pace, ritardi nei provvedimenti di convalida, pericolo che gli stranieri si sottraessero alla vigilanza degli agenti di polizia, non essendo possibile adottare nei loro confronti i mezzi di coercizione normalmente adoperati nei confronti dei detenuti”. E così infatti stava avvenendo, per questo il presidente del Tribunale che non sapeva optare per l’una o l’altra tesi ha chiesto aiuto al Csm. Era il 14 ottobre 2008. E con i tempi del Csm, simili a quelli di una gestante, nove mesi dopo è stata partorita la decisione. No, la dignità di uno straniero e il suo diritto a un’aula di tribunale adeguata è più importante del rischio di fuga. Dibattito lacerante, anche un po’ superato dalla storia, quello che per più di un’ora ha coinvolto il Csm. Ma ala fine si è stabilito che celebrare un processo in locali della Questura è da stato di polizia. E i clandestini potranno darsela a gambe in attesa dell’aula giusta... Franco Bechis

I mercati sconfitti da un ragazzino. Un quindicenne rivela che gli analisti continuano a non capire nulla

Si chiama Matthew Robson, ha 15 anni e sette mesi. Come tanti ragazzini va a scuola: frequenta a Londra un istituto superiore specializzato in economia. Dal mese di giugno è stagista della Morgan Stanley, e per questo è diventato subito famoso. Il 10 giugno scorso ha scritto, raccontando se stesso e i suoi amici, un report della banca d’affari dal titolo «Media & Internet- Come i ragazzi consumano i media». Secondo i dirigenti della Morgan Stanley, da allora è il documento più chiesto e commentato, tanto da avere messo in crisi la City e molti analisti specializzati nel settore. Il caso è finito ieri sulla prima pagina del Financial Times, sostenendo la rivoluzione copernicana di quel rapporto. Che è invece una somma di banalità. Che cosa dice il teen-ager che sembra avere sconvolto gli analisti finanziari? Che i ragazzini della sua età non leggono i giornali, al massimo guardano ogni tanto qualche titolo e preferiscono farlo su Internet o guardando un tg. Esperienza probabilmente vissuta da quasi tutti i genitori in una qualsiasi casa del mondo. Ma ignota agli analisti. C’è di più. Matthew spiega di non avere soldi. Alla sua età non si possiede una carta di credito. Quindi non si possono comprare giochi on line e raramente si fanno videogiochi sul pc. Invece i genitori suoi e dei suoi amici hanno regalato a tutti una consolle per i videogiochi: ad alcuni la Wii, ad altri la Playstation, ad altri ancora la Xbox. Sorpresa? C’è qualcuno dei lettori con prole cui sia sfuggita questa passione dei ragazzini? Agli analisti finanziari che ora gridano un “ohoo...” di meraviglia sì. Era sfuggito. Per fare soldi (anche se nell’ultimo anno ne hanno persi e fatti perdere non pochi) non fanno figli, e quindi Matthew ha svelato loro un mondo ignoto in grado di modificare radicalmente le loro granitiche certezze sugli investimenti. Il ragazzino spiega ancora che alla sua età il problema principale è sempre quello: pochi soldi in tasca, quindi gioca e comunica con i suoi simili sempre con lo stesso criterio: spendere il meno possibile. Usa i social network, ma anche se tutti ora dicono che Twitter è il mezzo del momento, e perfino in Iran si è usato, lui spiega che quando scrive il suo tweet nessuno lo legge, e non c’è grande soddisfazione, ma che per leggere lui una frasetta dei pochi amici che lì sopra stanno si mangia tutto il credito del telefonino, perché il mezzo è lento e assai caro. Due alternative: facebook per comunicare senza spendere con i compagni, o la chat possibile attraverso le consolle dei videogiochi che ormai si collegano ad Internet ovunque ci sia il wifi. Il rapporto che sta sconvolgendo la City è lungo tre paginette, e gira sempre intorno allo stesso tema: pochi soldi da spendere, e quindi non si spende. Ci saranno anche leggi terribili e direttive europee in arrivo, ma anche per la musica il criterio è quello: nella sua cerchia di amici otto su dieci non comprano musica su Internet, perché è troppo cara. La scaricano gratis e illegalmente. “Ohhh...” dell’analista che avrà magari rivisto dopo queste previsioni al ribasso le stime di crescita di Apple (ma nel frattempo Matthew crescerà e magari inizierà a spendere beffando tutti quelli che ora stanno cambiando la loro idea del mondo). Per una pura coincidenza la vicenda del teenager che pontifica dal report di Morgan Stanley è divenuta pubblica la stessa mattina in cui a Milano il presidente della Consob, Lamberto Cardia nella sua densa relazione annuale analizzava le ferite lasciate dal terremoto finanziario che da Lehman Brothers in poi ha messo in ginocchio i mercati e piegato le economie mondiali mettendo le ali alla recessione. Dei contenuti della relazione e delle ricette proposte- anche normative- per proteggere come non è stato fatto il risparmio riferiamo in abbondanza nelle pagine interne del quotidiano. Le sagge parole di Cardia, come gli interventi legislativi provvidenziali di Giulio Tremonti e le soluzioni che molti governi hanno adottato in questi mesi sono naturalmente importantissimi. Ma il caso Matthew indica che il fianco dei mercati è ancora scoperto come prima, pronto a costruire nuovi castelli di cartapesta, a crearsi leggende che lì dentro diventano realtà, fragile ancora come un tempo. Fragili le analisi prima, ancora più fragile ore per lo choc che può provocare la serie di banalità (vere) elencate da un ragazzino. Se questa è l’ossatura dei mercati finanziari, non c’è ricetta che tenga. Presto ci risaremo.... Franco Bechis

E' fatta, immunità in Senato per l'ex assessore Pd alla Sanità pugliese. Per Tedesco, il dalemiano, la scossa non ci sarà

Giovedì 9 luglio la giunta per le elezioni del Senato ha preso atto dell'opzione del senatore Paolo De Castro per il mandato da europarlamentare e delle sue dimissioni da Palazzo Madama. Al suo posto è già subentrato il primo dei non eletti Pd nelle elezioni politiche 2008 alla circoscrizione Puglia: Alberto Tedesco. Si tratta dell'assessore alla Sanità della giunta di Nicky Vendola che nel febbraio scorso si è dovuto dimettere dopo essere stato coinvolto nell'inchiesta sulla sanità pugliese, e per i suoi rapporti con l'imprenditore Giampaolo Tarantini. E' l'inchiesta da cui secondo Massimo D'Alema sarebbe arrivata la celebre "scossa" a Silvio Berlusconi. Non si prenderà la scossa invece il dalemiano Tedesco, che da ora può contare sullo scudo dell'immunità parlamentare

Viva i radicali, che mettono in piazza stipendi e spese dei parlamentari

Su 945 parlamentari eletti alla Camera e al Senato italiano solo nove hanno reso pubblici i loro stipendi e il dettaglio delle spese effettuate ogni mese. Su 78 eurodeputati italiani uscenti dal Parlamento di Strasburgo solo due hanno fatto la medesima scelta. Undici in tutto su più di mille: i radicali. Mentre ancora una volta parandosi dietro regolamenti e camarille la Camera dei deputati ha rifiutato questa settimana in ogni modo un invito a rendere conto di come ogni eletto spende i rimborsi forfettari concessi (si tratta di più di 8 mila euro netti al mese per ciascuno), Marco Pannella, Emma Bonino e la piccola truppa radicale, ha messo ogni dato sul sito internet del partito, sotto la voce «anagrafe pubblica degli eletti». Grazie a questa opera di trasparenza assolutamente unica nel suo genere (è vero che c’è qualche altro singolo volenteroso che ci prova, come il giovane parlamentare del Pd, Andrea Sarubbi, ma nessuno lo fa come i radicali), è finalmente possibile sapere il netto che ogni mese viene consegnato a ciascun deputato e senatore. Per chi sta a Montecitorio si tratta di 14.778 euro netti al mese (non c’è però tredicesima), composti da una indennità base di 5.236 euro netti, dal rimborso spese di soggiorno netto di 4.003 euro al mese, di altri 4.190 euro a titolo di rimborso forfettario “per le spese inerenti al rapporto fra eletto ed elettori”, di un ulteriore rimborso forfettario mensile per le spese di trasporto di 1.091 euro e infine di un rimborso spese telefoniche da 258 euro mensili. Che quel netto resti tale dipende appunto da quanto ciascun deputato liberamente decide di mettersi in tasca o di usare per fare politica. I radicali più della metà la girano al partito, altro spendono per i collaboratori o per restare a Roma non avendovi residenza. Per ognuno di loro è elencato il dettaglio. Un senatore, grazie a regolamenti un po’ diversi, intasca ogni mese netto quasi mille euro più di un deputato: in tutto sono 15.924 euro netti, perchè l’unica voce identica a quella dei deputati è il rimborso delle spese di soggiorno. Tutte le altre sono più generose, indennità base compresa (5.614 euro). Un ex parlamentare europeo come Marco Pannella prende netto al mese un po’ più di un deputato, un po’ meno di un senatore: 15.060 euro netti fra indennità e rimborsi a forfait. Ad Emma Bonino invece arrivano ogni mese 20.693 euro netti (ma 10.375 li gira alla lista Pannella). Si tratta dei 15.294 euro dei senatori, più l’indennità da vicepresidente del Senato (2.950 euro) e la pensione da parlamentare europeo (1.819 euro). Evviva la loro trasparenza. Franco Bechis

Fisco choc per gli abruzzesi. Da gennaio tutte le tasse con gli arretrati. Ma le Marche hanno pagato solo il 40 per cento dopo 12 anni...

I senza casa de l’Aquila in attesa di uscire dalle tende, come promesso, dal prossimo autunno dovranno comunque mettersi rapidamente in cerca di un commercialista di fiducia. Sperando che il suo studio non sia crollato e che si siano salvati documenti degli anni passati. Perché da gennaio 2010 il fisco vuole tasse e contributi sospesi all’indomani del terremoto, senza fare più distinzioni fra abitanti della zona del cratere e quelli di altre zone. Lo stabilisce un apposito articolo del decreto legge anti-crisi approvato dal consiglio dei ministri il 30 giugno scorso. I pagamenti dovranno essere integrali, ma rateizzabili fino a 24 mesi. Il 16 giugno invece i terremotati di Marche e Umbria del 1997 hanno pagato la loro prima rata di tasse sospese. La stessa amministrazione fiscale che oggi chiede indietro i soldi agli abruzzesi colpiti dal terremoto era stata molto più generosa con i loro predecessori solo 7 mesi fa. A dicembre infatti il Parlamento aveva approvato definitivamente il decreto legge che stanziava i soldi per l’organizzazione del G8 (allora previsto alla Maddalena), inserendo una norma per il recupero delle tasse sospese alle popolazioni di Umbria e Marche nel 1997, 1998 e 1999. A dodici anni di distanza il governo aveva stabilito che dal gennaio 2009 in ben 120 rate gli ex terremotati dell’epoca dovessero iniziare a pagare allo Stato tributi e contributi che all’epoca come sempre avviene in questi casi furono sospesi. Con un picco di generosità ulteriore il Senato aveva approvato un emendamento per spostare quella data da gennaio a giugno. E in effetti il 16 giugno scorso marchigiani e umbri ex terremotati hanno versato la prima delle 120 rate dei tributi di 12 anni fa. Ma a loro è stato condonato il 60 per cento di quanto dovuto. Il pagamento rateizzato riguarda quindi solo il 40 per cento degli importi ovviamente senza aggravio di sanzioni. Può darsi che la generosità mostrata nei confronti di quei contribuenti sia stata eccessiva. Certo il raffronto con l’Abruzzo fa impressione. Perché realisticamente a gennaio sarà già un miracolo avere ripreso in una parte della popolazione colpita un minimo di normalità. Pensare che abbondino lavoro e attività economiche tanto da permettersi di pagare due volte le tasse dopo avere perso tutto, è semplice utopia. In ogni caso se lo stesso governo a pochi mesi di distanza offre un trattamento tanto diverso a due popolazioni anche geograficamente così vicine, compie un errore. Se ne è accorta la stessa maggioranza che alla Camera ha già chiesto l’immediato stralcio della norma... Franco Bechis

Camera, i rimborsi restano top secret. Così ai deputati in tasca fino a 15 mila euro netti al mese

I deputati italiani non renderanno conto se non volontariamente di come spendono il rimborso spese forfettario mensile di 4.190 euro che dovrebbe coprire le spese per mantenere i rapporti con il proprio collegio di appartenenza. Con 49 sì e 428 no la Camera dei deputati questa settimana ha sonoramente bocciato la proposta avanzata dalla radicale Rita Bernardini e più volte lanciata negli ultimi due anni dalle colonne di Italia Oggi. D’altra parte prima della prova del pulsante elettronico a respingere la proposta della Bernardini era stato il deputato questore Antonio Mazzocchi (Pdl), secondo cui l’idea di rimborsare ai deputati solo le spese documentate avrebbe fatto lievitare i costi della Camera dei deputati. Mazzocchi ha spiegato che per passare dal rimborso forfettario al regime a piè di lista si sarebbe comunque prima dovuto trovare un accordo anche con i senatori. E ha aggiunto: «Va osservato che tali interventi potrebbero comportare un significativo aggravamento delle procedure correlate sia per il deputato sia per gli uffici della Camera, come è noto interessati al blocco del turn over». La tesi è questa: se i deputati debbono presentare ricevuta fiscale delle spese sostenute, poi gli uffici della Camera dovrebbero controllarle prima di rimborsarle. E la fatica sarebbe eccessiva. Tesi curiosa, visto che così avviene in ogni posto di lavoro, e visto che oltre ai 630 deputati la Camera ha anche circa due mila dipendenti i cui rimborsi spesa si spera vengano controllati dall’amministrazione.Respinta anche l’idea di non rimborsare i taxi a forfait almeno a chi dispone di auto di servizio. «Non vi sono auto», ha sostenuto Mazzocchi, «riservate al singolo deputato. I deputati che ricoprono incarichi istituzionali hanno la possibilità di accedere ai servizi dell’autorimessa prevalentemente per fare fronte agli impegni istituzionali all’interno del comune di Roma. In ogni caso restano a loro carico le spese sostenute fuori dalla città di Roma». Di fronte a questo muro c’è almeno un neo deputato che ha provato a fare passare un’altra minima richiesta: quella di rendere pubbliche (anche senza ricevute e non ai fini del rimborso) le modalità di utilizzo di quei 4.190 euro mensili da parte di ogni deputato. Potrebbero essere utilizzati per pagare contratti a progetto ai collaboratori (i cosiddetti portaborse) o per altre attività. Ma anche semplicemente essere messi in tasca esentasse e fare lievitare lo stipendio. Ci ha provato Giovanni Battista Bachelet. Spiegando con il cuore in mano davanti all’assemblea: «Penso che sia un principio importante la rendicontazione delle spese. È una delle cose che più mi ha meravigliato l’anno scorso diventando deputato. Per alcune spese, giustamente, come quelle dei treni o degli aerei, chi fa politica (cioè viaggia e spende) spende, chi non fa politica non spende. Viceversa, con il rimborso forfetario, c’è un premio inverso: meno si lavora e si spende per la politica, più soldi vanno a finire nel nostro stipendio. È un risultato paradossale che la rendicontazione contribuirebbe almeno in parte a mitigare...». Il cuore in mano e la semplice ragionevolezza di questo argomento non sono bastati. Ufficialmente nessuno ha preso la parola per contestare questa richiesta. Ma poi con il ditino ha pigiato il pulsante del voto. Ed è uscito il responso: hanno votati sì in 91 (e già non sono pochissimi), ma votato no in 370 (la maggioranza assoluta dell’aula). Quindi niente trasparenza sulle spese. E tutti i deputati sulla carta potranno mettersi in tasca ogni mese l’indennità netta da 5.236 euro, più la diaria (in caso di nessuna assenza) netta da 4.003 euro, più il rimborso spese da 4.190 euro netti, più quello a forfait per i trasporti da 1.091 euro netti più altri 258 euro netti di rimborso telefono. In tutto fanno 14.778 euro netti al mese...

Che mistero quei titoli Usa sequestrati a Chiasso! Vallgono due finanziarie di Tremonti

E’ dal tre giugno scorso che la Guardia di Finanza di Como ha nei suoi uffici la valigetta più bollente che sia mai passata in Italia. Contiene titoli di Stato americani per un valore complessivo di 134,5 miliardi di dollari. E’ stata sequestrata a Ponte Chiasso a due cittadini giapponesi su un treno che avrebbe dovuto portarli in Svizzera. I due, di cui non è stata diffusa l’identità, risultano residenti dai documenti a Kanagawa e a Fukuoka e sono stati rilasciati, denunciati a piede libero. Secondo indiscrezioni uno dei due sarebbe Tuneo Yamauchi, cognato di Toshiro Muto, già vicegovernatore della Banca del Giappone. Nessuna autorità ha ancora dichiarato ufficialmente veri o falsi quei titoli. E il mistero è già un giallo internazionale. Sono state scarne quanto mai le notizie ufficiali. Abbottonatissime le fiamme gialle. Muro di silenzio alla procura di Como, titolare dell’indagine. Imbarazzo nelle autorità politiche e monetarie. Brividi corsi nelle principali cancellerie internazionali. Perché un fatto solo è certo: se quei titoli di Stato fossero apparsi palesemente falsi, i due giapponesi sarebbero dovuti essere in galera. Ma se sono autentici la legge italiana prevede l’applicazione di una multa pari al 40 per cento del loro valore: più di 50 miliardi di dollari, che da soli risolverebbero ogni problema di cassa per Giulio Tremonti. Ufficiosamente si è lasciato trapelare la probabile falsità di quei titoli, una versione che metterebbe nei guai qualche finanziere (perché non ha proceduto all’arresto dei due giapponesi), ma che non creerebbe problemi nè con gli Stati Uniti nè con paesi eventualmente possessori di quel misterioso tesoro (le ipotesi sono al momento Giappone, Cina o Russia). Ma è evidente che la versione di due ladruncoli in giro per l’Europa con una valigetta da 134,5 miliardi di titoli falsi fa acqua da tutte le parti. Chi mai li avrebbe acquistati, oltretutto senza controllarne l’autenticità? La stampa americana che si è occupata del caso ha ipotizzato che i falsari siano i solityi capi-mafia italiani. Spaghetti, pistola e secondo tradizione il caso sarebbe chiuso. Il titolare di una radio Usa, Hal Turner, ha invece sostenuto nell’etere e sul suo blog l’autenticità di quei titoli, sostenendo che l’informazione proveniva da fonti di altissimo livello. Due giorni dopo è stato arrestato, chiusa la sua radio e oscurato il blog. Un giallo nel giallo. Come anche quello sulla qualità dei titoli. Secondo la Gdf si tratta di Bond Kennedy. Ma la foto diffusa illustra dei Treasury Notes, con cedola non staccata e incassata (altra stranezza). Il mistero è sempre più inquietante... Franco Bechis

Scaroni sfida Berlusconi a Porto Torres

Con un annuncio dato con poche ore di preavviso al presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, l’Eni guidata da Paolo Scaroni ha deciso la chiusura- al momento temporanea, per «almeno due mesi» dello stabilimento chimico di Porto Torres. Con un lungo comunicato si spiega che «l’andamento dello stabilimento di Porto Torres nei primi mesi del 2009 è stato pesantemente condizionato dalla attuale crisi finanziaria, che ha aggravato la già difficile situazione economica del sito». Le perdite sono rilevanti. Ma il caso è diventato politico. Perchè Porto Torres fu riaperto a febbraio per intervento di Silvio Berlusconi. E il gesto sa di sfida, soprattutto all’indomani della guerra del gas originata dal decreto anti-crisi (...)E’ da tempo che l’Eni sta attuando con governo e autorità locali una sorta di braccio di ferro sul caso Porto Torres. Da anni lo stabilimento perde decine di milioni di euro (circa 150 milioni fra il 2008 e la previsione di rosso 2009) e fatica a tenere un mercato già non particolarmente brillante. Da anni non mancano le pressioni delle autorità politiche regionali e nazionali per evitare una crisi che avrebbe un risvolto sociale rilevante in Sardegna. Per quetso nel dicembre scorso Scaroni era stato convocato in Parlamento, dove era uscito da un’audizione assicurando “L’Eni non chiuderà l’impianto cracking di Porto Torres”. Ai primi di gennaio invece lo stabilimento si fermò, ufficialmente “per problemi di manutenzione”. Insorsero come sempre le autorità locali e siccome si era in piena campagna elettorale per scegliere il nuovo governatore, il caso è subito diventato nazionale. A metà gennaio Silvio Berlusconi chiamò a Mosca lo stesso Scaroni, tirandolo fuori da un incontro decisivo per le sorti del gas italiano e gli impose (comunicandolo poi ufficialmente con una nota di palazzo Chigi) l’immediata riapertura dello stabilimento, dettandone anche le condizioni, i piani di sviluppo e le possibili soluzioni sindacali. Ed è stato probabilmente di nuovo il gas a intersecarsi con la vicenda della chimica sarda. All’Eni non è infatti andato giù (anche perchè letto sul testo di legge, senza preavviso) quell’articolo 3 del recente decreto legge anti-crisi che stabilisce la “riduzione del costo dell’energia per imprese e famiglie” obbligando a cedere a prezzi vincolati 5 miliardi di standard metri cubi di gas. Una norma che secondo le prime stime avrebbe un impatto negativo su Eni di almeno cento milioni di euro. Per questo nelle fila del governo il caso Porto Torres è sembrato la risposta dell’Eni. Un guanto di sfida... Franco Bechis

Non si va in Paradiso passando dai paradisi fiscali. Così il Papa prepara la sua strada al rientro dei capitali

Sono passati più di 40 anni da quel 26 marzo 1967 quando Paolo VI tuonò contro l’esportazione illecita dei capitali dalle pagine della Populorum progressio, un’enciclica chiave nella storia della dottrina sociale della Chiesa. E quel passaggio, in un mondo così lontano da quell’epoca, riecheggia con forza nella nuova enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, che questa mattina verrà presentata ufficialmente in Vaticano e di cui Italia Oggi anticipa tre capitoli. «Paolo VI», ricorda papa Ratzinger, «invitava a valutare seriamente il danno che il trasferimento all’estero di capitali a esclusivo vantaggio personale può produrre alla propria Nazione». Insomma, non si va in Paradiso passando per i paradisi fiscali. La nuova enciclica sostiene che “tutto questo è valido anche oggi, nonostante che il mercato dei capitali sia stato fortemente liberalizzato e le moderne mentalità tecnologiche possano indurre a pensare che investire sia solo un fatto tecnico e non anche umano ed etico”. Non è tenero, Benedetto XVI, con gli imprenditori e con i manager che spesso sono stati all’origine della crisi finanziaria che sta mettendo in ginocchio il mondo. E per quanto un’enciclica sia fatta per attraversare il tempo, non mancano riferimenti anche di dettaglio all’attualità. Per il Papa uno dei rischi maggiori “è senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale. Sempre meno le imprese, grazie alla crescita di dimensione ed al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno capo a un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un unico territorio. Inoltre la cosiddetta delocalizzazione dell’attività produttiva può attenuare nell’imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di straordinaria mobilità». Ma non sono solo gli imprenditori ad avere perso il senso della propria responsabilità sociale: “Negli ultimi anni si è notata la crescita di una classe cosmopolita di manager, che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi”. Per anni, sostiene il Papa, “la perdurante prevalenza del binomio mercato-Stato ci ha abituati a pensare esclusivamente all’imprenditore privato di tipo capitalistico da un lato e al dirigente statale dall’altro”. La realtà non è più quella. E con parole che farebbero felici il ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti, e che fotografano con lucidità l’attuale situazione internazionale, il Papa spiega che “l’economia integrata dei giorni nostri non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i governi ad una più forte collaborazione reciproca. Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato. In relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo sembra destinato a crescere, riacquistando molte delle sue competenze». Sarà grazie a questo ruolo riconquistato da stati e governi che si potranno riprendere in mano le redini della globalizzazione oggi sfuggite. Basta non assolutizzare i processi economici e ricordare che questi dipendono e sono governati sempre dagli uomini. “La globalizzazione”, dice Benedetto XVI citando in questo il suo immediato predecessore, “a priori non è buona nè cattiva (...) Opporvisi ciecamente sarebbe un atteggiamento sbagliato, preconcetto, che finirebbe per ignorare un processo contrassegnato anche da aspetti positivi (...) I processi di globalizzazione, adeguatamente concepiti e gestiti, offrono la possibilità di una grande redistribuzione della ricchezza a livello planetario come in precedenza non era mai avvenuto”. E’ qui il senso vero del mercato come è inteso da Benedetto XVI: non giustifica più la sua esistenza con il solo criterio della giustizia commutativa (lo scambio classico fra bene e prezzo), che portata all’esasperazione lo distrugge, ma vivrà se saprà costruire una economia di mercato anche attraverso la giustizia distributiva e quella sociale. Una ricetta non banale proprio per il G8 alle porte... Franco Bechis