Le sentenze non si discutono, si rispettano e si applicano. Questa massima, ripetuta come una cantilena da magistrati, giuristi e legulei, vale per tutti. Beh, non proprio per tutti. Per tutti i comuni mortali. Meno i magistrati. Già, perché la sentenza riguarda loro, mica la debbono per forza rispettare. La buttano nel cestino. Come ha fatto nell’ultimo anno e mezzo per ben due volte il massimo organo di autogoverno della magistratura, il Csm. Due volte infatti il Consiglio di Stato ha annullato per irregolarità la nomina di Giovanni Palombarini a procuratore generale aggiunto della Corte di Cassazione. Due volte il Csm ha fatto finta di nulla e buttato nel cestino la decisione del massimo organo della giustizia amministrativa. E mercoledì scorso ha rinominato Palombarini procuratore generale aggiunto della Cassazione con la stessa procedura (una chiacchierata in commissione, stretta di mano e pacche sulle spalle) già annullata due volte per irregolarità.
Palombarini era stato nominato a quell’incarico il 18 ottobre 2007. Tre magistrati che ritenevano di avere più titoli di lui hanno fatto ricorso. E vinto con decisione del Consiglio di Stato numero 3513 del 2008. Solo uno di loro, Vitaliano Esposito, ha ritirato poi l’azione giudiziaria. Non perché si sia convinto che Palombarini avesse più titoli di lui. Solo perché Esposito è stato nominato dal Csm a un grado più alto, quello di procuratore generale di Cassazione, e non avrebbe avuto senso continuare a battagliare per essere retrocesso.
Davanti all’annullamento della nomina, il Csm non ha nemmeno lontanamente pensato di fare autocritica. Qualcosa tipo riguardare bene i curricula, esaminare tutti i candidati e poi scegliere con profonde motivazioni quello più adatto all’incarico, come stabiliva il Consiglio di Stato. Macchè, quelli Palombarini volevano e Palombarini hanno rinominato semplicemente riconvocandolo in commissione per una brillantissima audizione e stabilendo che sì, lui era l’uomo giusto. Inutile dire che di fronte a quello che loro sembrava un sopruso bello e buono, i due esclusi che attendevano giustizia, e cioè Carmelo Renato Calderone e Antonio Siniscalchi, hanno ripresentato ricorso al Csm.
I supremi giudici amministrativi il 31 dicembre 2009, un po’ spazientiti per il comportamento dei colleghi del Consiglio superiore della magistratura, hanno bocciato con sentenza il loro comportamento e in più licenziato dall’incarico lo stesso Palombarini. Il Consiglio di Stato spiega che “non vi era adeguata motivazione in ordine alla ritenuta prevalenza del dott. Palombarini sugli altri candidati a fronte di quanto risultante dai fascicoli personali degli stessi: imn particolare emergeva dagli atti che il dott. Esposito vantava una più lunga e variegata esperienza presso gli uffici di legittimità e che sia il dott. Calderone che il dott. Siniscalchi potevano vantare maggiore esperienza dirigenziale specifica”. Di più: “illegittimo era il ruolo determinante che era stato assegnato, quanto al requisito delle attitudini e capacità organizzative, all’audizione del dotto. Palombarini, atteso il carattere integrativo e sussidiario che per, consolidata giurisprudenza, l’audizione personale riveste rispetto alle risultanze documentali relative ai precedenti in carriera dei candidati”. Come dire che uno studia per anni da mattino a sera, lavora come una bestia, macina titoli su titoli e poi a un concorso gli preferiscono un altro solo perché è più brillante e simpatico nella conversazione. Agli esclusi secchioni girano le scatole. Al Consiglio di Stato hanno bollato questa decisione con il timbro che dovrebbe essere più infamante per il Csm: “illogica e illegittima”. E così il 31 dicembre il Consiglio di Stato ha concluso: “Alla luce dei rilievi fin qui svolti, s’impone una decisione di accoglimento delle domande di parte ricorrente. Alle amministrazioni intimate, pertanto, va ordinato di porre in essere tutti gli atti necessari per la corretta ottemperanza al giudicato in questione, attraverso una ulteriore rinnovazione della valutazione comparativa”. Il 20 gennaio il Csm si è riunito e ha semplicemente rinominato Palombarini al suo posto, facendo spallucce al consiglio di Stato.
Palombarini, il candidato per cui si buttano nel cestino le sentenze, non è di primissimo pelo. Nato a Gorizia nel 1936, va per i 74 anni. Nel 1981 è stato eletto segretario generale di Magistratura democratica e successivamente presidente della stessa corrente dei magistrati. Grazie a Md fra il 1990 e il 1994 è stato eletto nel consiglio superiore della magistratura.
Ai suoi contendenti beffati per la seconda volta dal Csm resta ancora una possibilità: quella della causa civile per avere almeno il riconoscimento economico dei loro diritti. Ogni anno decine di magistrati, perfino quelli in pensione, scelgono quella strada per avere riparazione dalle ingiustizie del Csm. E ottengono il dovuto senza incontrare resistenza: tanto il loro aumento di stipendio e lo scatto di pensione viene pagato da Giulio Tremonti, mica da Nicola Mancino e dai suoi colleghi.
Le sentenze sono sacre! Ma il Csm non le rispetta
Le sentenze non si discutono, si rispettano e si applicano. Questa massima, ripetuta come una cantilena da magistrati, giuristi e legulei, vale per tutti. Beh, non proprio per tutti. Per tutti i comuni mortali. Meno i magistrati. Già, perché la sentenza riguarda loro, mica la debbono per forza rispettare. La buttano nel cestino. Come ha fatto nell’ultimo anno e mezzo per ben due volte il massimo organo di autogoverno della magistratura, il Csm. Due volte infatti il Consiglio di Stato ha annullato per irregolarità la nomina di Giovanni Palombarini a procuratore generale aggiunto della Corte di Cassazione. Due volte il Csm ha fatto finta di nulla e buttato nel cestino la decisione del massimo organo della giustizia amministrativa. E mercoledì scorso ha rinominato Palombarini procuratore generale aggiunto della Cassazione con la stessa procedura (una chiacchierata in commissione, stretta di mano e pacche sulle spalle) già annullata due volte per irregolarità.
Palombarini era stato nominato a quell’incarico il 18 ottobre 2007. Tre magistrati che ritenevano di avere più titoli di lui hanno fatto ricorso. E vinto con decisione del Consiglio di Stato numero 3513 del 2008. Solo uno di loro, Vitaliano Esposito, ha ritirato poi l’azione giudiziaria. Non perché si sia convinto che Palombarini avesse più titoli di lui. Solo perché Esposito è stato nominato dal Csm a un grado più alto, quello di procuratore generale di Cassazione, e non avrebbe avuto senso continuare a battagliare per essere retrocesso.
Davanti all’annullamento della nomina, il Csm non ha nemmeno lontanamente pensato di fare autocritica. Qualcosa tipo riguardare bene i curricula, esaminare tutti i candidati e poi scegliere con profonde motivazioni quello più adatto all’incarico, come stabiliva il Consiglio di Stato. Macchè, quelli Palombarini volevano e Palombarini hanno rinominato semplicemente riconvocandolo in commissione per una brillantissima audizione e stabilendo che sì, lui era l’uomo giusto. Inutile dire che di fronte a quello che loro sembrava un sopruso bello e buono, i due esclusi che attendevano giustizia, e cioè Carmelo Renato Calderone e Antonio Siniscalchi, hanno ripresentato ricorso al Csm.
I supremi giudici amministrativi il 31 dicembre 2009, un po’ spazientiti per il comportamento dei colleghi del Consiglio superiore della magistratura, hanno bocciato con sentenza il loro comportamento e in più licenziato dall’incarico lo stesso Palombarini. Il Consiglio di Stato spiega che “non vi era adeguata motivazione in ordine alla ritenuta prevalenza del dott. Palombarini sugli altri candidati a fronte di quanto risultante dai fascicoli personali degli stessi: imn particolare emergeva dagli atti che il dott. Esposito vantava una più lunga e variegata esperienza presso gli uffici di legittimità e che sia il dott. Calderone che il dott. Siniscalchi potevano vantare maggiore esperienza dirigenziale specifica”. Di più: “illegittimo era il ruolo determinante che era stato assegnato, quanto al requisito delle attitudini e capacità organizzative, all’audizione del dotto. Palombarini, atteso il carattere integrativo e sussidiario che per, consolidata giurisprudenza, l’audizione personale riveste rispetto alle risultanze documentali relative ai precedenti in carriera dei candidati”. Come dire che uno studia per anni da mattino a sera, lavora come una bestia, macina titoli su titoli e poi a un concorso gli preferiscono un altro solo perché è più brillante e simpatico nella conversazione. Agli esclusi secchioni girano le scatole. Al Consiglio di Stato hanno bollato questa decisione con il timbro che dovrebbe essere più infamante per il Csm: “illogica e illegittima”. E così il 31 dicembre il Consiglio di Stato ha concluso: “Alla luce dei rilievi fin qui svolti, s’impone una decisione di accoglimento delle domande di parte ricorrente. Alle amministrazioni intimate, pertanto, va ordinato di porre in essere tutti gli atti necessari per la corretta ottemperanza al giudicato in questione, attraverso una ulteriore rinnovazione della valutazione comparativa”. Il 20 gennaio il Csm si è riunito e ha semplicemente rinominato Palombarini al suo posto, facendo spallucce al consiglio di Stato.
Palombarini, il candidato per cui si buttano nel cestino le sentenze, non è di primissimo pelo. Nato a Gorizia nel 1936, va per i 74 anni. Nel 1981 è stato eletto segretario generale di Magistratura democratica e successivamente presidente della stessa corrente dei magistrati. Grazie a Md fra il 1990 e il 1994 è stato eletto nel consiglio superiore della magistratura.
Ai suoi contendenti beffati per la seconda volta dal Csm resta ancora una possibilità: quella della causa civile per avere almeno il riconoscimento economico dei loro diritti. Ogni anno decine di magistrati, perfino quelli in pensione, scelgono quella strada per avere riparazione dalle ingiustizie del Csm. E ottengono il dovuto senza incontrare resistenza: tanto il loro aumento di stipendio e lo scatto di pensione viene pagato da Giulio Tremonti, mica da Nicola Mancino e dai suoi colleghi.
Claudio Bisio, il comico che ha più naso per gli affari
Come il Leonard Zelig di Woody Allen Claudio Bisio soffre di camaleontismo. Ma per lui non è una malattia. Di notte accarezza il suo cuore da sempre a sinistra, cavalcando con battute al fulmicotone i cabaret che lo hanno reso celebre fino a farlo diventare il mattatore di Zelig su Canale 5. Di giorno cura il suo portafoglio a destra, per cui deve ringraziare le tv di Silvio Berlusconi. Un superportafoglio, perché Bisio guadagna più di 2 milioni di euro all’anno ed è il comico più ricco, anzi, straricco, di tutta la banda Zelig. Lascia a distanza siderale perfino Luciana Littizzetto, la comica più ricca. Lei lo supera solo sul mercato immobiliare: ha 13 case fra Torino e Milano. Bisio si è fermato a 12. Alla banca dati del catasto il compagno Zelig di Novi Ligure (dove è nato il 19 marzo 1957) risulta proprietario di 5 fabbricati a Milano, due in provincia di Savona, tre a Firenze e due in provincia di Genova (ad Arenzano). In più ci sono cinque terreni nell’alessandrino e tre nel fiorentino. Ma a differenza della Littizzetto Bisio viene da famiglia benestante, e buona parte del patrimonio di immobili e terreni lo ha ereditato dal padre insieme alla sorella Marilena, di tre anni più giovane. Sugli immobili vale di più lei. Ma sul vile denaro Bisio sbaraglia la collega, grazie soprattutto agli ottimi contratti ottenuti con Mediaset e con Seat-Pagine gialle per cui da anni è testimonial di un fortunatissimo spot. Quando la Littizzetto ha iniziato a lavorare con Fabio Fazio in Rai, al fisco ha dichiarato 1,8 milioni di euro, cifra che la inserisce di diritto fra le donne più ricche di Italia. Bisio però le ha bagnato il naso, lasciandola a grande distanza. Con il suo reddito di 2.299.611 euro dal 2005 è entrato nell’empireo dei milionari italiani, 384° in classifica. Tanto per capirci al 385° posto figurava Andrea Della Valle, presidente della Fiorentina, che guadagnava 9 mila euro meno di lui. Sopra i due milioni di euro, ma alle spalle di Bisio c’erano anche Donatella Versace, l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti (che da domani secondo un emendamento alla legge comunitaria passato ieri in Senato dovrà ridursi lo stipendio sotto i 200 mila euro lordi, parificato ai parlamentari), l’ex manager della Juventus, Antonio Giraudo, il calciatore-allenatore ancora per poco della stessa squadra, Ciro Ferrara, e perfino uno scrittore-intellettuale che campa di diritti di autore d’oro come Umberto Eco (2 milioni e 128 mila euro).
A costruire il super-reddito di Bisio oltre ai cachet cinematografici e per le serate, ci sono anche le partecipazioni in società. Il comico ha il 2 per cento della Bananas srl, creata da Gino e Michele proprio per dare forma societaria alle fortune di Zelig. Ma è intestata a lui anche l’80 per cento di una immobiliare, la Solea srl, di cui è amministratore unico. Nel 2008 ha fatturato poco più di un milione di euro con un utile di 469.277 euro. Non ha immobili di proprietà, ma ha preso in leasing un ufficio con autorimessa (valore 1,3 milioni) e una abitazione (valore 602 mila euro) che gestisce e riaffitta a terzi. Bisio ha una quota anche di una società di promozione pubblicitaria (la Moviement srl) che fattura circa 2 milioni di euro all’anno e ha chiuso il 2008 in utile per 33.093 euro. Meno fortunata un’altra avventura imprenditoriale in cui si è tuffato insieme ad altri colleghi di Zelig: quella della Steek Hutzee srl, azienda di abbigliamento in corso di trasformazione. Dopo qualche anno in cui si è barcamenata, ha dedicato l’intero 2008 a cercare di riscuotere i crediti dai clienti che non pagavano. Risultato: 13 mila euro di perdita. Per Bisio non è un dramma: ha solo l’8 per cento. Per gli affari (e non solo quelli), Claudio ha davvero naso.
Littizzetto, Luciana si inventa una seconda vita da palazzinara
Il suo primo mattone l’ha conquistato quattro giorni prima di compiere il ventesimo anno di età. Fu quel 25 ottobre 1984 che la signorina Luciana Littizzetto, “nubile, insegnante” firmando l’atto di acquisto dalla signora Antonietta Luigia Darbesio in Ceschi, casalinga, scoprì la sua vera vocazione: quella immobiliare. Era un semplice box auto, in via San Donato a Torino, a due passi dalla latteria gestita tutta la vita dia genitori. Ma era solo l’inizio. Otto anni dopo, nel 1992, altro box auto. E poi gli affari veri. Oggi la Littizzetto non insegna più. In compenso è proprietaria di 10 fabbricati a Torino, uno nella collina torinese in quel di Gassino (è l’ultimo suo acquisto, nel novembre 2009), uno nella natìa Bosconero, sempre provincia del capoluogo piemontese e uno a Milano. In tutto 14 fabbricati, ed è un patrimonio già da agenzia immobiliare. Certo, la spalla destra di Fabio Fazio in “Che tempo che fa”, la sua vocazione l’ha costruita anche grazie a un altro mestiere, assai più redditizio dell’insegnamento: quello di attrice comica. Grazie alla Rai che l’ha trasformata in una stellina del suo terzo canale, è diventata una delle principali protagoniste dello show business. Libri, spot pubblicitari, film, spettacoli tv. A differenza dei suoi colleghi e amici di Zelig (con cui iniziò) specialisti nel cuore a sinistra e portafoglio a destra, Luciana ha corretto la rotta: ora è cuore e portafoglio rigorosamente a sinistra. Rai Tre contribuisce non poco al suo reddito, ma soprattutto è stata il volano per farle avere contratti altrove (come quelli degli spot). Fatto sta che già nel primo anno di Che Tempo che fa la Littizzetto è arrivata fra i primi 500 contribuenti di Italia. Reddito da 1.824.084 euro, 11 mila più dell’allora manager di Mc Donald’s, Mario Resca, 13 mila più di Santo Versace e davanti perfino a il re delle carni Luigi Cremonini (22 mila euro meno di Luciana), all’industriale Vittorio Merloni (24 mila euro in meno) e al superprofessore Umberto Veronesi, che doveva accontentarsi di 1.784.502 euro.
L’ex insegnante insomma ha fatto carriera, e si può capire come oggi sia blindato in Rai il suo contratto non intaccato (a differenza di quello di Fazio) nemmeno da uno spiffero. Con i soldi guadagnati Luciana si è potuta così dedicare alla passione che la prese così giovane: quella per gli investimenti sul mattone. A Torino, città a cui è restata legatissima, ha immobili un po’ dappertutto: in via Cavalcanti, in corso Quintino Sella, sulla collina. Ma il suo interesse principale è stato per la cosiddetta precollinare: in via Villa della Regina ha messo a segno anno dopo anno un colpo immobiliare dietro l’altro, comprando appartamenti in vari numeri civici sempre da privati. Trattative fatte in solitaria salvo in un caso, in via Colombini, dove l’acquisto dal proprietario precedente, la Operfin 90 srl è stato condiviso al 50% con Davide Graziano, autore della colonna sonora di “Ravanello pallido”, esordio di Luciana come sceneggiatrice. Nonostante la disponibilità economica, solo nel 2006 la Littizzetto ha voluto sbarcare come immobiliarista anche nel paese da cui proveniva la sua famiglia. E ha acquistato una casetta a Bosconero dalla Vibi costruzioni srl battagliando all’inizio perché fosse tolta l’ipoteca da 2 milioni dovuta a un precedente mutuo con Unipol banca. Ma poi tutto è filato liscio.
Gialappa's, mai dire no a Berlusca e il portafoglio si gonfia
Mai dire no. Chissà se mai quei tre ragazzi che un quarto di secolo fa, era il 1985, esordirono a Radio popolare, avrebbero pensato un giorno di entrare nella classifica fra i 5 mila uomini più ricchi di Italia. Loro, Marco Santin, Carlo Taranto e Giorgio Gherarducci ora come oggi sono conosciuti dal grande pubblico come la “Gialappa’s”. Nati nella radio cult della sinistra meneghina, commentando la sera delle partite la giornata calcistica, i tre si sono ben guardati di dire no al dirigente Fininvest che un giorno sentendoli li contattò e propose loro il grande salto. Così il trio è esploso professionalmente a Mediaset. Assunti a Rete4, passati a Italia Uno, finiti a Canale 5, hanno ormai un posto fisso fra le star delle tv di Silvio Berlusconi. E all’azienda sono restati più che fedeli in questi anni. Con un solo screzio, datato aprile 2004, quando in piena campagna elettorale per le europee, la mannaia della par condicio falcidiò i contenuti della loro “Mai dire domenica”, provocando la protesta di uno dei tre, Santin, che tuonò: “Perché noi censurati ed Emilio Fede che sbeffeggiava Lilly Gruber lasciato libero?”. Cinque anni dopo però è stato lo stesso Santin a divenire più realista del re prendendo le parti di Mediaset contro Enrico Mentana in quel caso Englaro che costò il posto di lavoro al conduttore di Matrix: “Lui si è nascosto dietro la foglia di fico dell’interesse per l’informazione. Ma a Mentana interessava solo l’auditel in questo caso”. Insomma, il trio della Gialappa’s non la pensa come il fondatore dell’azienda che dà loro lavoro, ma sta ben attento a non sputare nel piatto dove mangia. Anche perché grazie al biscione la loro vita è davvero cambiata. Nel 2005, l’anno in cui tutti i 740 degli italiani sono finiti su Internet per decisione di Vincenzo Visco, loro stavano nella parte alta della classifica. Carlo Taranto davanti a tutti con i suoi 616.761 euro che superavano perfino di 600 euro il reddito all’epoca di Fabio Fazio. A ruota Marco Santin, con 597.507 euro e fanalino di coda Giorgio Gherarducci, figlio d’arte del giornalista sportivo Mario, che aveva guadagnato 561.450 euro. Grazie ai buoni contratti ottenuti i tre si sono lanciati anche in un’altra avventura di successo: quel Zelig di cui sono autori, fondatori e mezzi padroni Gino e Michele. La Gialappa’s si è divisa in parti più o meno uguali il due per cento di Bananas srl, società che produce Zelig. E così ha uno zampino anche nell’altra gallina dalle uova d’oro della compagnia: Smemoranda. L’avventura con Gino e Michele è costata qualche migliaio di euro, e rende già benissimo. La quota della Gialappa’s vale, come porzione di fatturato 2008, qual cosina in più di 350 mila euro.
Gialappa’s è anche il nome della società a responsabilità limitata che gestisce il marchio del successo artistico del trio ed è guidata da Taranto, che ha vocazioni più manageriali degli altri compagni di ventura. Fattura poco meno di un milione di euro con un utile di 80.074 euro. Sul conto corrente aperto presso la Cassa di risparmio di Parma e Piacenza sono depositati 124.155 euro secondo quanto riporta il bilancio di esercizio. Mentre Taranto cura gli affari del gruppo, i due colleghi della Gialappa’s hanno investito nel mattone. Santin a dire il vero ha due case a Milano, la più grande ereditata nel 2005 dal padre Federico, uno dei più celebri disegnatori e illustratori di libri per ragazzi. E una casetta ad Ostuni, vicino a Brindisi, dove rifugiarsi di tanto in tanto. Gherarducci ha invece un piccolo patrimonio immobiliare fra Milano e le province di Piacenza e Savona. Nel capoluogo lombardo, dove i tre lavorano, Gherarducci risulta comproprietario di una casetta sui Navigli acquistata nel 2000, e proprietario di un appartamento di sei vani non lontano da piazza 5 giornate, acquistato a fine 2004 e di un altro appartamento nella stessa zona con 5,5 vani in comproprietà. Sempre a Milano è di Gherarducci il 50% di un più ampio appartamento (10,5 vani) a due passi da porta Ticinese. Altri investimenti immobiliari in solitaria a Lugagnano Val D’Arda in provincia di Piacenza e insieme al più giovane fratello Giampaolo ad Albisola superiore, in provincia di Savona (4,5 vani di cui gode l’usufrutto la mamma, Maria Carmen).
Gino e Michele, quando le formiche diventano ricchissime
Hanno la stessa quota in Zelig. La stessa in Smemoranda, l’agenda scolastica nata anche grazie a Mario Capanna e a Democrazia proletaria. Tutto uguale fino al centesimo. Se uno fa a Gino e Michele la radiografia patrimoniale sembrano quasi gemelli. I gemelli più ricchi di Italia. Insieme a Beppe Grillo e Roberto Benigni, i comici di sinistra che grazie a Silvio Berlusconi sono riusciti a guadagnare di più. Grillo e Benigni (un po’ meno) lavorando contro Berlusconi. I due gemelli lavorando per Berlusconi. Ma Gino e Michele gemelli fino in fondo non sono. Perché Michele Mozzati è più giovane di dieci mesi di Luigi Vignali (Gino) ed anche un pizzico più ricco di lui. Quindicimila euro lordi di differenza, lo stipendio di un operaio. Non una distanza siderale, quando si è milionari. Eppure quei 15 mila euro li separano di 36 posti nella classifica dei ricchissimi di Italia. Gino con i suoi 1.313.665 euro dichiarati nel 2005, l’anno in cui Vincenzo Visco mise in piazza tutti i 740 degli italiani, si piazza subito davanti Guido Maria Barilla, distanziato di mille euro lordi, e a gente come il calciatore David Suazo (un milione e 304 mila eiuro), il compianto Mike Bongiorno (un milione e 298 mila) e un supermanager pubblico come l’amministratore delegato delle Poste, Massimo Sarmi. Michele riesce a fare di meglio: con il suo reddito di 1.328.285 euro riesce a distanziare anche Lucio Dalla ( un milione e 322 mila euro) e perfino Stefano Ricucci nell’anno chiave della sua scalata al successo insieme ai furbetti del quartierino (un milione e 320 mila euro).
Uno dei filoni satirici più fortunati nelle raccolte pubblicate da Gino e Michele riguarda come sempre l’attuale presidente del Consiglio. Sempre attuale quella che faceva il verso a una fortunata battuta (“Se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l'annunciatrice”) di Enzo Biagi: “Non è vero che se Berlusconi avesse le tette farebbe l'annunciatrice. E' vero invece che se l'annunciatrice avesse le tette se la farebbe Berlusconi”. Più cattivella quella “Quando Silvio Berlusconi salì alla guida del governo molti italiani si convinsero che le sorti del Paese fossero in mano ad un ‘serial Premier’”. Ma da vero hara-kiri la terza gettonatissima nella Gino and Michele story: “Berlusconi è così convinto che con i soldi si può fare tutto che, quando va a pescare, come esca usa l'American Express”.
Il duo comico milionario infatti non ha bisogno della carta di credito. Usa contanti. Come nell’ultimo anno sia Gino che Michele hanno fatto per acquistarsi una seconda casa dove stabilire il proprio buen retiro. Rigorosamente separati di centinaia di chilometri. Gino si è comprato a settembre una casetta a Rimini, in viale Amerigo Vespucci. Gliela ha venduta l’Hotel Villa verde. Michele invece qualche mese prima ha acquistato da Laura Bruno Ventre un’ampia casa (9,5 vani con magazzini annessi) in mezzo al verde in quel di Orino, nel varesotto. L’uno e l’altro acquisto cash, senza bisogno di chiedere il mutuo alla banca di fiducia. D’altra parte né a Gino né a Michele la liquidità difetta. Vanno a gonfie vele tutti gli affari sia a Smemoranda (la società editrice, Gut edizioni, fattura più di 30 milioni di euro), sia a Bananas, la società che produce Zelig (oltre 14 milioni di fatturato). Con la quota di fatturato riconducibile all’uno e all’altro Gino e Michele potrebbero contare su poco meno di 7 milioni di euro all’anno. Ma il valore della partecipazione è assai più alto. Smemoranda nel 2009 aveva perfino fatto gola al blasonato fondo di private equità della Barclays. I comici hanno tirato per le lunghe le trattative, poi quando hanno avuto certezza di riavere in tasca per Zelig il contratto con Mediaset invece di firmare la cessione hanno detto “partiamo per le vacanze”. Tornati hanno deciso che non se ne faceva più nulla. Tanto nel capitale hanno dentro un amico cui i soldi non mancano: Massimo Moratti, presidente dell’Inter. Anche grazie a lui il duo comico ha intrapreso la sua nuova attività, quella edilizia. Fondando una società, la Red Brick (Mattone rosso) il cui nome è tutto un programma…
Zelig fa ridere anche i conti correnti
Più di quattordici milioni di fatturato, oltre un milione di euro di utile all’anno. E nove milioni spesi per servizi, comprese le prestazioni professionali degli stessi soci. E’ la repubblica di Bananas, la società a responsabilità limitata che possiede il marchio di Zelig e che quei 14 milioni di euro all’anno incassa soprattutto da Mediaset, grazie al contratto per la trasmissione dello spettacolo di cabaret su Canale 5. Anche se vive essenzialmente per la linfa che esce dalle tasche di Silvio Berlusconi, Bananas (cioè Zelig) è una repubblica rossa. Sono quasi tutti di sinistra gli azionisti. A cominciare da Gino e Michele, quelli delle formiche che si incazzano (il libro che raccoglieva le loro battute è che è diventato una macchina da soldi dopo la pubblicazione per i tipi di Einaudi, casa editrice controllata da Berlusconi). Gino e Michele, che per l’anagrafe rispondono ai nomi di Luigi Vignali e Michele Mozzati, sono sia autori di Zelig che grandi azionisti della Bananas srl: insieme detengono il 23%. Stessa quota dei manager della società: Giancarlo Bozzo (direttore artistico di Zelig), il commercialista Salvatore Rino Messina (che è anche presidente del collegio sindacale della Banca popolare di Milano) e Nicola detto Nico Colonna, che è anche direttore di un’altra gallina dalle uova d’oro della compagnia (gli azionisti non sono molto diversi): la Gut edizioni, società editrice di Smemoranda (oltre 30 milioni di fatturato 2008). A dividersi i 9 milioni di cachet e anche gli utili sfornati ogni anno da Bananas ci sono anche i comici. I fondatori del cabaret: Paolo Rossi (9%), Giobbe Covatta (attraverso la sua Papero srl, che ha il 3%) e con quote ciasuno del 2% Antonio Albanese, Lella Costa, Enrico Bertolino, Claudio Bisio, Raul Cremona, Elio e le Storie Tese (attraverso la loro Hakapan spa), e la Gialappa’s (la quota è divisa fra i tre). Hanno l’uno per cento a testa di Bananas anche Dario Vergassola e Aldo, Giovanni e Giacomo. Una sfilza di comici e autori di satira tutta anti-berlusconiana, che curiosamente ha vissuto, è cresciuta professionalmente ed è divenuta ricca proprio grazie a Berlusconi e alle sue aziende. Grazie a Zelig, naturalmente (e i comici si lamentano pure del fatto che la trasmissione su Canale 5 pagata milioni di euro ha fatto contrarre i ricavi del locale in cui si fa cabaret per qualche centinaio di migliaia di euro). Ma anche grazie a nuove iniziative che si stanno sperimentando in base a quello che Bananas srl nel suo bilancio definisce “l’accordo con Mediaset-Rti per lo sviluppo di nuovi progetti per l’area digitale terrestre che hanno consentito alla nostra struttura la sperimentazione di differenti formule televisive ed un ulteriore coinvolgimento delle risorse artistiche e autorali che gravitano nell’orbita Zelig”.
Bananas controlla a sua volta altre società. L’ultima è nata nel 2009, si chiama Zelanda, è stata fondata da Gino e Michele e poi parzialmente ceduta ai soliti soci, e vorrebbe sfruttare i marchi Zelig e Smemoranda sul web. C’è una partecipazione del 5% agli utili di Smemoranda, l’80 per cento della Deco srl (circa 2 milioni di fatturato), società di coproduzione tv e la maggioranza (51%) del capitale di Z&lig advertising, società di raccolta pubblicitaria (circa 400 mila euro di fatturato). In quest’ultima, sarà un destino, è sia consigliere di amministrazione che azionista (29,5%) un giovane avvocato milanese, Marta Buti. Il suo successo professionale più importante è stato come difensore di parte civile di un gruppo di assistenti sociali del comune di Milano. Ha ottenuto un risarcimento di 10 mila euro. Era un processo per diffamazione a mezzo stampa per due articoli usciti su Il Giornale di Berlusconi.
Il gruppo di Zelig ha anche investito sul mattone, conquistando negli anni le mura dei locali della società in viale Monza a Milano. Milioni di euro di utili e pure la patrimonializzazione del loro investimento:per tutti Bananas è stato un grande affare visto che i comici ne sono diventati via via azionisti fra il 2000 e il 2001 acquistando per 5 milioni di vecchie lire ogni quota dell’uno per cento messa in vendita dai fondatori della srl.
Due soli i passi falsi in questi anni. Il primo è stato di carattere editoriale: la partecipazione del 20 per cento in una casa editrice, la Kowalski che non solo non ha reso nulla ma di svalutazione in svalutazione ha costretto il gruppo di Zelig a rimettere totalmente i 60 mila euro investiti fino ad uscire l’anno scorso dal capitale. Certo, i titoli non erano da cassetta: qualche autore minore dello spettacolo di cabaret, qualche romanzo straniero di cui si erano acquistati i diritti. Eppure fra le primissime pubblicazioni c’era un accattivante “Se non avrei fatto il cantante” di Checco Zalone. Ma era il maggio 2006, solo qualche mese prima del boom (legato ai mondiali di calcio) del cantante- cabarettista e nemmeno i suoi colleghi si sono accorti della gallina dalle uova d’oro che avevano per le mani.
Il secondo insuccesso è quello alimentare. Quelli di Zelig hanno aperto a fianco del cabaret anche un bistrot alla parigina, il Woody’s cafè. Siccome nessuno di loro era in grado di stare ai fornelli, hanno affittato la gestione del locale a Fiorenzo Bortolo Corona. Intanto che c’erano, hanno ceduto a lui pure due cuochi extracomunitari (inserendo la cosa in contratto): Nabih Abd El Aziz e Khalid Mohamed, entrambi egiziani. In cambio di 26 mila euro all’anno. Ma le perdite del ramo di azienda sono restate in mano ai comici, che nell’ultimo bilancio annotavano tristi: “la presenza della società, pur non diretta, nell’area della somministrazione non ha purtroppo prodotto i risultati sperati, si da determinare una fase di riflessione sull’opportunità di mantenere questa presenza e soprattutto sulle modalità dell’eventuale mantenimento”.
Diritti tv, ma quell'inchiesta è come il maiale. Sempre la stessa, non si butta via mai nulla
C’è un nuovo Berlusconi nel mirino della procura di Milano. Grazie al pm Fabio De Pasquale, che ha chiuso l’indagine Mediatrade sui diritti tv, Piersilvio Berlusconi potrà imparare dal padre anche un secondo mestiere, quello di imputato. Il primogenito del premier infatti è iscritto nel registro degli indagati per frode fiscale insieme al padre, a Fedele Confalonieri e una sfilza di altri personaggi ex manager o fornitori di Mediaset per cui a seconda dei casi è stata aggiunta anche l’ipotesi penale di appropriazione indebita e di riciclaggio. L’accusa non è proprio nuova di giornata. L’anticipò Repubblica a fine settembre, pochi giorni prima della decisione della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. Venne scritto che un nuovo reato (quello di appropriazione indebita) era stato scovato dai pm milanesi nel canovaccio giudiziario che per altro era restato immutato, dando origine a una lunga serie di processi in parte conclusi con il non doversi procedere per intervenuta prescrizione, in parte bloccati dal lodo Alfano. Il quotidiano di Carlo De Benedetti raccontò con toni melodrammatici il tormento del povero pm De Pasquale: lui l’indagine l’aveva praticamente conclusa, ma che fare? Se avesse depositato la richiesta alla vigilia della sentenza sul lodo Alfano, sarebbe sembrata una pressione sulla Corte. L’avesse fatto all’indomani, qualcuno avrebbe interpretato la scelta come una vendetta su Berlusconi. Così sono passati quattro mesi, e la chiusura delle indagini è stata formalizzata ieri. L’unica cosa ignota perfino a Repubblica era la decisione del battesimo giudiziario per Piersilvio. Questa notizia era stata ipotizzata a dire il vero proprio da Libero il 13 novembre scorso, in un articolo dove citando le ultime mosse dei pm e il dispositivo della sentenza di condanna di David Mills, si sosteneva che dopo Silvio la procura sembrava volere attaccare anche i figli. Il giorno successivo però è giunta in redazione una lettera di smentita dell’avvocato del premier, Nicolò Ghedini. Assai secca: “le prospettazioni contenute nell’articolo di Libero non trovano alcun riscontro nella realtà. Marina e Piersilvio Berlusconi sono già stati ritenuti ampiamente estranei a qualsiasi fattispecie penalmente rilevante”. Ottimista l’avvocato, ma così sicuro e tranchant che anche noi ne dovemmo prendere atto. Si capisce come quella di ieri per lui sia divenuta doccia fredda se non ghiacciata. Tanto da tuonare: “estendere l’incolpazione a Piersilvio Berlusconi, colpevole evidentemente di essere figlio di Silvio, è sconnesso da qualsiasi logica e da qualsiasi realtà fattuale”.
Non essendoci molto di inedito nel nuovo procedimento, perché gran parte del materiale di indagine è già stato fatto filtrare di mese in mese sulla stampa, c’è una cosa che colpisce in quest’ultima offensiva giudiziaria nei confronti del premier e ormai della sua famiglia. Una cosa che accomuna il filone dei diritti tv al processo Mills: la procura non ha grandi novità fra le carte di indagine. Sostanzialmente sono le stesse per cui si sono già imbastiti e conclusi processi nel 2005 e nel 2006. Sulla base dello stesso canovaccio giudiziario (l’acquisto dei diritti tv attraverso Frank Agrama dagli Usa passando per numerosi paesi europei) con cui la preda (il cavaliere) è sfuggita ai suoi cacciatori (la procura di Milano) per intervenuta prescrizione si ipotizza un reato diverso non prescritto e si imbastisce un secondo processo con lo stesso menù. Non più falso in bilancio o evasione fiscale, ma appropriazione indebita. Così come nel processo Mills si è escogitata sulla stessa materia processuale la formula assai innovativa della corruzione successiva: uno corrompe un professionista, e quello si fa corrompere sulla base di una semplice promessa. E siccome il cavaliere è uomo di parola, anni dopo quella promessa (che non aveva nemmeno cambiali firmate prima) viene onorata. Oramai quella fra i Berlusconi e i giudici di Milano è guerra senza esclusione di colpi. Il premier sfugge a un processo con una leggina? E i pm non buttano via nulla. Si tengono i faldoni e scovano all’interno un nuovo reato. Altro processo, altra leggina a fare da scudo. All’infinito.
Il Csm si fa la legge ad personam per graziare Borraccetti (Md) che vuole fare carriera in età da pensione
Zitto zitto il Consiglio superiore della magistratura si è fatto mercoledì scorso una bella legge ad personam. La persona è quella di Vittorio Borraccetti, ex segretario di Magistratura democratica, che ha guidato la procura generale di Venezia e che oggi avrebbe ambito alla successione di Manlio Minale alla guida della procura di Milano. Avrebbe ambito, ma a rigore di legge non avrebbe potuto. Perché Borraccetti ha 69 anni e prossimo 5 ottobre ne compirà 70, età in cui i magistrati debbono andare in pensione. A meno che non chiedano ufficialmente per tempo di essere trattenuti in servizio. E’ consentito dall’articolo 72 della legge 133 del 6 agosto 2008, successivamente recepita dal Csm nella “Circolare sul trattenimento in servizio dei magistrati oltre il 70° anno di età”, approvata il 4 novembre 2008. Legge e circolare pongono però una condizione chiara: per potere prolungare l’età pensionabile i magistrati debbono presentare domanda di trattenimento in servizio dai 24 ai 12 mesi precedenti il compimento dei 70 anni. E il punto è proprio questo, perché Borraccetti ha avanzato la sua candidatura alla guida della procura di Milano, ma si è dimenticato della sua carta di identità. Non ha presentato in tempo la domanda per restare in servizio oltre i 70 anni. Se ne è accorto qualche amico al Csm, che deve avergli detto: “tu fai lo stesso quella domanda, poi ci pensiamo noi”. Così Borraccetti il 18 gennaio scorso, fuori tempo massimo (a 9 mesi e mezzo dal 70° compleanno) ha presentato la sua domanda per restare in servizio. E con una magia due giorni dopo il Csm ha approvato la leggina ad personam, una delibera per sanare transitoriamente tutte le situazioni alla Borraccetti fino al prossimo 4 novembre 2010. E visto che sembrava brutto farlo per un solo magistrato, al nome dell’aspirante capo della procura di Milano ne sono stati aggiunti altri nove: quelli che avevano presentato dalla fine del 2008 ad oggi domanda di post-pensionamento fuori tempo massimo. Quasi tutti magistrati molto noti, come Mario Almerighi, Francesco P. Amura, Vittorio Frascherelli, Mario Natalino Iapaolo, Franco Morano, Aldo Petrucci, Bartolomeo Quatraro, Claudio Rodà e Salvatore Sinagra. Due di loro, Morano e Petrucci i 70 anni li avevano addirittura già compiuti nella prima settimana del 2010. Un terzo, Sinagra (che presiede il processo sui fatti del G8), li compirà il prossimo 29 gennaio. Ma per tutti e nove, come per Borraccetti, la pensione sta per allontanarsi: sono infatti compresi nella sanatoria appena approvata dal Csm. Con il vantaggio che la legge pensata ad personam come si accusa Silvio Berlusconi di fare, ha allargato un pizzico la platea dei beneficiari, trasformandosi in legge ad personas. Un minuto dopo avere varato la sanatoria che ha mandato gambe all’aria una legge della Repubblica e una delibera dello stesso Csm, il supremo organo di controllo della magistratura ha già sanato secondo le nuove regole due posizioni, quella di Amura (giudice del tribunale di Torre Annunziata) e quella di Sinagra, che andando in pensione secondo la legge esistente avrebbe costretto il tribunale di Genova a riformare corte e azzerare processo sul G8.
Trattandosi di magistrati, naturalmente il plenum del Csm ha provato a dare anche un minimo di fondamento giuridico a una decisione che se altri organi istituzionali (perfino le Camere) avessero preso, sarebbe sorto un pandemonio. Così hanno notato che la legge del 2008 scrive sì che per restare oltre i 70 anni i magistrati debbono chiederlo fra i 24 e i 12 mesi prima di compiere la fatidica età. Ma la legge non aggiunge che quel termine debba essere “perentorio”. Ora lo sarà. Ma solo dopo avere sanato la posizione dei magistrati che stavano tanto a cuore ai componenti del Csm. E visto che siamo in periodo di grande generosità, gli uffici dell’organo di autogoverno della magistratura hanno allegato alla documentazione sulla sanatoria anche un elenco di altri 20 magistrati meno noti che stanno per compiere i 70 anni, ma non hanno al momento presentato domanda di trattenimento in servizio, senza inoltrare al Csm nemmeno regolare istanza di cessazione del servizio, necessaria per andare a godersi la meritata pensione. Si tratta di Salvatore Bognanni, Leonardo Bonsignore, Adriano D’Ottavio, Alberto De Palma, Antonio Giuseppe Giannuzzi, Francantonio Granero, Francesco Lacoppola, Giuseppe Vito Antonio Magno, Sergio Maxia, E. Armando Mori, Francesco Nuzzo, Giuseppe Pellettieri, Giuliano Perpetua, Luigi Persico, Michele Piantadosi, Giacomo Rodighiero, Giovanni Russo, Giacomo Sartea, Giovanni Strozzi e Guido Vidiri. Un plotoncino di sbadati che però ora verrà avvertito dai colleghi del Csm. Se sono interessati e si sbrigano, il colpetto di spugna sulle norme in vigore potrà valere anche per loro. A patto naturalmente di ringraziare Borraccetti: non ci fosse stato il suo caso, per tutti all’orizzonte resterebbe solo la panchina del giardinetto comunale e un po’ di pane secco da distribuire ai piccioni.
Ecco la tassa per cui ogni bebè è un rifiuto
In Italia c’è perfino una tassa che considera ogni nuovo nato come un rifiuto da buttare. Si chiama Tia, tariffa di igiene ambientale, e in moltissimi comuni ha ormai sostituito fra il 2002 e il 2007 una delle imposte meno amate dagli italiani: la Tarsu, tassa sui rifiuti solidi urbani. A differenza della Tarsu la Tia si paga non solo per i rifiuti portati via da casa, ma anche per la pulizia della città. Così c’è una quota fissa che ogni cittadino deve pagare, e una quota variabile che dipende come la Tarsu dalla metratura dell’abitazione, ma anche dall’ampiezza del nucleo familiare. Ogni figlio che nasce consumerà e butterà via, ha pensato il legislatore. Così per ogni neonato il capofamiglia dovrà pagare 15-25 euro in più di tassa rifiuti all’anno a seconda della città di residenza. E la vecchia Tarsu ha conquistato con la nuova veste un assoluto primato: in attesa dei più volte annunciati e mai realizzati provvedimenti fiscali a favore della famiglia, questa è l’unica tassa che punisce le famiglie numerose.
Chissà, forse cambiando il nome decine di sindaci hanno pensato di ingentilire il tributo. Di più: se ne sono anche politicamente liberati, perché a riscuoterlo non è più il comune, ma un’azienda municipalizzata. Il travestimento in realtà è stato diabolico, perché così si è pensato di trasformare la tassa nel più ordinario pagamento di un servizio. Così è aumentato l’esborso in modo esponenziale. Perché se nessuno vi ha mai fatto pagare l’Iva sulle tasse che pagate, sui servizi è sembrato possibile chiedere. Centinaia di piccoli comuni hanno quindi applicato il 10% di Iva sulla Tia, ex tassa sui rifiuti. Fino a quando la Corte costituzionale l’estate scorsa ha fermato l’indecenza, rendendo possibile a sei milioni di italiani la richiesta del maltolto. Iva o non Iva comunque la Tia costa assai più della vecchia Tarsu che pure è rimasta in vigore ancora nella maggiore parte dei comuni italiani. Un esempio? Roma. Una famiglia di quattro persone in cento metri quadrati pagava nel 2002 in tutto 196,90 euro di Tarsu all’anno. Poi la tassa sui rifiuti ha cambiato nome. Siccome la capitale è speciale, l’ha trasformata in Tia, ma non l’ha voluta chiamare così. Per distinguersi l’ha ribattezzata Tari. Per capire come funziona ci vuole un regolamento che solo qualche pazzo può avere ideato. La formula magica- l’algoritmo qui riprodotto in pagina- è così astrusa che nemmeno Einstein l’avrebbe mai compresa. Ma il risultato è ben visibile nelle tasche dei cittadini romani. Quella stessa famiglia di 4 persone che pagava 196,90 euro di Tarsu oggi paga 299.61 euro di Tari (fotocopia della Tia). Chi se la sente di raccontare la barzelletta che nessuno ha messo loro le mani in tasca? A parte i figli diventati rifiuti costosi, la tassa che non è più tassa è aumentata sensibilmente. Anche un single nello stesso appartamento paga più salato di prima: oggi 247,95 euro.
A Milano invece sopravvive la Tarsu. Che sarà odiatissima, ma se la offrite a quella stessa famiglia romana con due figli è in grado di portare un sorriso: perché sotto la Madonnina pagherebbe “solo” 262,20 euro all’anno e in più si potrebbe regalare gratis un fratellino o una sorellina ai due figli già nati perché la tassa resterebbe identica.
Nel capoluogo lombardo per altro a sorridere è anche la chiesa ambrosiana, cui non è chiesto per i luoghi di culto nemmeno un centesimo di Tarsu. A Roma ogni parrocchia deve pagare invece 3,93 euro al metro quadrato di tassa per lo smaltimento dei rifiuti, identica tariffa chiesta ai partiti politici (e nella capitale non mancano né chiese né sedi di partito). L’agevolazione milanese riguarda tutti i luoghi di culto riconosciuti, ed è concessa anche in uno sparuto gruppo di altre città, fra cui Bari e Trieste.
Epifani, che fiuto per il mattone. Tre case in un anno. Pronto per guidare il sindacato dei palazzinari
Tre case in meno di dodici mesi. Guglielmo Epifani può aspirare ora alla guida del sindacato degli immobiliaristi, grazie a una improvvisa passione per il mattone che ha fatto cogliere al volo al segretario della Cgil fra l’estate del 2008 e quella del 2009 tre affari immobiliari fra Roma e la Toscana insieme alla moglie Maria Giuseppina De Luca. Due i colpacci di mercato messi a segno dalla coppia: uno per un appartamento da 9,5 vani al settimo piano di un prestigioso immobile di viale Liegi, nell’esclusivo quartiere romano dei Parioli. E uno a Castelnuovo Berardenga, nel senese, dove la coppia è riuscita a conquistare una sorta di buen retiro nell’esclusivissimo Borgo di San Gusmè, un gioiello dell’architettura medioevale fresco di restauro. Tutto grazie ai propri risparmi (anche se il segretario della Cgil può contare su uno stipendio di circa 3.500 euro al mese, il più basso dei segretari dei sindacati) e a una girandola di mutui e finanziamenti il cui valore è cambiato sensibilmente nell’ultimo anno, ma che aveva toccato la punta di una esposizione ipotecaria per circa un milione e mezzo di euro.
La gentile consorte per altro ha donato al marito Guglielmo Ettore proprio nell’aprile 2009 la sua quota in un’altra casa, posseduta nel quartiere africano a Roma, a due passi dalla circonvallazione Salaria. L’atto, firmato davanti al notaio Gennaro Mariconda, uno dei più noti professionisti della capitale. Seconda la cortese formula di rito depositata alla banca dati del catasto capitolino “la signora Maria Giuseppina De Luca ha donato con riserva al signor Ettore Guglielmo Epifani che, con animo grato, ha accettato, la propria quota pari alla metà indivisa sulle porzioni immobiliare site in (…) comune di Roma. La signora si riserva espressamente la facoltà di disporre dei diritti pari alla metà indivisa dell’appartamento e della soffitta in oggetto, con esclusione della metà indivisa del posto auto, che resta definitivamente acquisita nel patrimonio del donatario”. Insomma, casa e soffitta con diritti di entrambi i coniugi e quel box auto che insieme avevano acquistato nel 2005 da una anziana signora di Piacenza, ora è tutto del segretario generale della Cgil. Grazie alla donazione il 23 dicembre scorso i coniugi Epifani hanno deciso di estinguere con 13 anni di anticipo il mutuo ipotecario da 125 mila euro da poco concesso dal Monte dei Paschi di Siena con un tasso di interesse annuo del 5,27%. D’altra parte proprio nell’anno d’oro del mattone per il numero uno della Cgil, il 15 ottobre 2008, Ettore Guglielmo ha anche ereditato insieme al fratello Gianfranco dal compianto padre Giuseppe un quarto immobile a Roma, da 7 vani e ampia cantina.
Pur conservando la casa nel quartiere africano, gli Epifani l’8 aprile 2009 hanno acquistato appunto ai Parioli di Roma un appartamento assai più prestigioso e grande, da 9,5 vani, ma sprovvisto di soffitta e box auto come nell’altra casa. A vendere l’appartamento uno dei nomi più noti della neurologia della capitale, Efrem Ferretti (classe 1917) che proprio nella nuova casa Epifani per lunghi anni ha esercitato la professione medica, scrivendo anche importanti saggi di psicanalisi. Il palazzo ha anche un ampio cortile trasformato in giardino lussureggiante con palme e vegetazione rara. Per l’acquisto gli Epifani, sei mesi prima di estinguere il mutuo in corso per l’altra proprietà, hanno bussato alla porta della banca di fiducia, il Monte dei Paschi di Siena. Che ha concesso al segretario Cgil (che compirà 60 anni il prossimo 24 marzo) un mutuo trentennale di 450 mila euro di capitale e un tasso di interesse annuo dello 3,01%, iscrivendo ipoteca sull’immobile per un valore di 900 mila euro. Il contratto prevede un tasso pari a quello Euribor di un mese maggiorato di un punto netto all’anno.
Risale invece alla primavera del 2008 il compromesso firmato dai coniugi Epifani con la Borgo di San Gusmè srl per l’acquisto di un appartamento di 104 metri quadrati nell’esclusivo e omonimo borgo medioevale a pochi km dal comune di Castelnuovo Berardenga, provincia di Siena. Il borgo è diventato in questi anni di moda, tanto che molti vip di sono precipitati ad acquistare gli appartamenti appena restaurati. Appena fuori dalle mura anche per favorire l’arrivo dei nuovi cittadini onorari è stata realizzata una piccola pista per l’atterraggio degli elicotteri. Gli Epifani vivono nella piazza centrale, a fianco dell’ufficio del turismo e a pochi passi da un giornalista e conduttore televisivo con cui hanno stretto subito amicizia, Tiberio Timperi. Ottimi i rapporti anche con una celebre attrice protagonista delle pellicole sexy degli anni Settanta, l’ancora affascinante Barbara Bouchet con cui i rapporti sono diventati ormai di grande simpatia. Per altro la cittadina non si è fatta sfuggire l’occasione dei suoi inquilini vip premiando sia Epifani che la Bouchet l’estate scorsa con la coppa Silvio Gigli (noto conduttore toscano dei tempi pioneristici della radio). A consegnare ad Epifani l’ambito riconoscimento è stata un’altra inquilina vip del borgo:Iva Zanicchi.
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