Nella guerra dei Berluscones Marina e Piersilvio inciampano in Mills

Ci sono due nomi che rischiano di trasformarsi in una buccia di banana nella causa di separazione fra Silvio Berlusconi e Veronica Lario. Sono nomi di società off shore: Century One e Universal One ltd, e sono apparsi a più riprese in una serie di processi davanti alla procura di Milano. Due nomi chiave nella sentenza di condanna di primo e di secondo grado dell’avvocato britannico David Mills. Sono riapparsi nel filone sui diritti tv e nel procedimento Mediatrade. Ma le stesse due sigle sono state utilizzate dalla difesa di Silvio Berlusconi per uno dei rari successi giudiziari ottenuti: quello che allontanato dal capo di Piersilvio e di Marina Berlusconi una delle ipotesi investigative più gravi, il riciclaggio. Ma la storia di Century One e Universal One rischia di trasformarsi ora in un’arma a doppio taglio per il Cavaliere. Fra i motivi della condanna di Mills c’è soprattutto quello di avere taciuto i “beneficial owners” dei due trust durante la deposizione testimoniale al processo All Iberian. L’avvocato inglese che nel 1997 aveva trascurato il particolare (e per questo è accusato di averlo fatto apposta, poi ripagato da Fininvest), in una successiva deposizione ha ricostruito la vera storia dei due trust. Nacquero all’inizio degli anni Novanta, grazie alla collaborazione fra Mills, Carlo Bernasconi , Livio Gironi e Candia Camaggi (che ne scelse i nomi per affinità con il mondo del cinema). I beneficiari erano appunto i figli di primo letto del Cavaliere, che nel frattempo però aveva già concepito gli altri tre figli con Veronica (l’ultimo, Luigi, era nato nel 1988). Secondo la ricostruzione contenuta negli atti del processo i due trust sarebbero serviti a mettere in sicurezza parte del patrimonio di Berlusconi a favore dei due figli di primo letto, Piersilvio e Marina. Così scrivono i magistrati milanesi a pagina 99 della sentenza di primo grado con cui condannano l’avvocato inglese: “La falsità e reticenza delle dichiarazioni di Mills in ordine alla reale proprietà delle società Century One e Universal One risulta dalle prove orali e documentali raccolte. Egli era a perfetta conoscenza che le società erano state create per volontà diretta di Silvio Berlusconi, che intendeva così trasmettere una parte del proprio patrimonio ai figli Marina e Piersilvio- mantenendone però il controllo fino al proprio decesso, con una facoltà decisionale delegata solo a Gironi, Foscale e Confalonieri, da comunicarsi per il tramite esclusivo dello studio di David Mills- e che i capitali ad esse afferenti erano gestiti da Paolo Del Bue per conto della famiglia Berlusconi. Di quanto sopra la deposizione confessoria di Mills del 18 luglio 2004 davanti ai pm milanesi- sul punto mai ritrattata- e le sue affermazioni agli ispettori di Inland Revenue, costituiscono pieno riscontro”. Questa deposizione di Mills dell’estate 2004 è stata utile- come ricordato- proprio per allontanare il sospetto di riciclaggio dalla testa di Piersilvio e Marina. Ma rischia di entrare a pieno diritto nella causa di separazione fra Silvio e Veronica. Perché un faldone intero di documenti processuali è lì a dimostrare come il cavaliere si sia adoperato fin dagli anni Novanta per proteggere un asse ereditario privilegiato di cui non c’era né evidenza né contabilità ufficiale. Non si sa quanti soldi siano stati trasferiti su quei due trust. Ma i magistrati milanesi scrivono: “è documentata in atti l’entità dei prelievi in contanti effettuata negli anni 1991-1994 sui conti di ciascuna società: quasi 71 miliardi di lire italiane sul conto di Century One, oltre 32 miliardi di lire italiane su quello di Universal One. I relativi giustificativi il 3 gennaio 2002 furono trasmessi all’autorità giudiziaria elvetica nell’ambito della commissione rogatoriale in corso”.

Silvio-Veronica, scene da un patrimonio- Tutte le cifre del divorzio del momento

Silvio Berlusconi oggi ha in tasca 3,8 miliardi di euro. Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario in tasca ha 80 milioni di euro. I tre figli di Silvio e Veronica, e cioè Eleonora, Barbara e Luigi, possono già contare su 1,2 miliardi di euro grazie ai beni assegnati dal padre. Dipende proprio da questi tre parametri il valore di quel che diventerà il trattamento di fine rapporto della seconda moglie del cavaliere. In termini giuridici si chiama legittima, ma quando ci sono di mezzo i figli e un patrimonio in gran parte legato alle vicende di borsa, è assai difficile da calcolare. Fra moglie e marito per altro c’è qualcuno che ha messo non un dito, ma un ditone da 750 milioni di euro: è Carlo De Benedetti, che grazie alla causa intentata da Cir a Fininvest e già vinta in primo grado rischia non solo di rendere più povera tutta la famiglia, ma anche di rendere inutile qualsiasi accordo consensuale fatto oggi dai coniugi Berlusconi davanti al giudice. Anche per questo dividere il più grande patrimonio d’Italia non sarà uno scherzo da ragazzi. Le caratteristiche stesse della causa potrebbero incidere e non poco sul valore del bene. Basti pensare che dei 3,8 miliardi di euro oggi attribuibili al cavaliere ben 2,5 sono legati alla patrimonializzazione di quattro titoli quotati: Mediaset, Mediolanum, Mondadori e Mediobanca. Stesso discorso per i tre figli di secondo letto: 850 milioni su 1,2 del loro patrimonio possono risentire della volatile sensibilità dei mercati finanziari. Anche se non è stata la chiave principale di questi mesi di separazione fra i coniugi, ora qualsiasi passo sopra le righe nella causa di liquidazione di Veronica rischia di fare perdere anche a lei una parte della posta in gioco. Silvio oggi può contare su circa 700 milioni di euro di liquidità a diretta disposizione grazie alla quota distribuibile del patrimonio delle quattro holding di controllo di Fininvest a lui riconducibili, e alla liquidità depositata sui loro conti correnti presso la Arner bank e il Monte dei Paschi di Siena. Due miliardi e mezzo il valore di capitalizzazione di borsa dei titoli riportabili alla sua persona fisica, altri 178 milioni di valori mobiliari in società non quotate e circa 420 milioni in immobili. Il pezzo più pregiato in portafoglio resta Villa Certosa, che nel bilancio della società che la controlla (Immobiliare Idra) è stato da poco rivalutato in 168 milioni di euro (terreno più fabbricati). Seconda per valore proprio la villa di Macherio dove abita in Italia Veronica: 78 milioni di euro, che potrebbero entrare a pieno diritto nel conto del trattamento di fine rapporto della signora. Vale di meno villa San Martino ad Arcore (52 milioni), ed appare incedibile: a quelle mura è davvero affezionato il premier. Ci sono poi altri immobili a Roma, in Sardegna e a Segrate che potrebbero entrare a fare parte della trattativa. A Silvio Berlusconi persona fisica sono intestati 6 fabbricati a Milano (frutto dell’eredità paterna), due piccoli terreni (poco più di un agro) pratosi a Castelveccana, nel varesotto e dieci fabbricati a Lesa, sul lago Maggiore, in provincia di Novara. Il premier li ha comprati il 30 settembre 2008 da una coppia di coniugi, Daniele Mulacchiè e Marina Girola. Costituiscono il complesso di Villa Lapejre o Villa Correnti sulla statale del Sempione: un piano interrato, un piano sottoterra, uno sottotetto e tre piani fuori terra, oltre a un edificio per il custode, uno ad uso darsena, un edificio “adibito a sala hobby/palestra con terrazza, bagno e ripostiglio”, vari box, parcheggio auto coperto e “parco su cui insistono piscina e annesso spogliatoio, campo da tennis e campo da bocce”. Valore stimato in circa 12 milioni di euro. Infine le partecipazioni immobiliari estere, quella nella Bridgeston Ltd alle Bermuda e quella nella Sweet Dragon Limited a Dubai. Veronica ha sostanzialmente tre partecipazioni mobiliari: quella nella San Daniele srl, ora in liquidazione, quella nel “Foglio edizioni” (38%) che edita il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara e quella nella Finanziaria Il Poggio, il braccio immobiliare dell’ex first lady italiana. Attraverso questa controlla altre due società: la Orchidea reality corporation a New York e la Palace Gate mansions ltd a Londra. Nel ramo immobiliare ha acquistato una serie di palazzi e abitazioni di un certo valore in Sardegna, a Londra (a Kensington, dove Veronica passa parte del suo tempo), a Bologna, Milano e New York, sulla 55 strada. Il pezzo più di pregio è acquisto recente: 135 porzioni di fabbricato a Milano Due, con la proprietà di gran parte di palazzo Canova. Operazione conclusa il 31 marzo 2009, quando già iniziava ad esserci il grande freddo con il marito. Lo testimonia anche un atto che non ha precedenti: per acquistare palazzo Canova Veronica ha dovuto bussare per la prima volta nella sua storia in banca e chiedere un mutuo. Così la Banca popolare di Sondrio le ha concesso un finanziamento ventennale di 20 milioni di euro di capitale oltre a 10 milioni di euro di interessi e 4 milioni in spese di istruttoria, al tasso di interesse annuo del 2,85%.

La strana storia del paffuto console di Parma che impone Patrizia D'Addario per raccogliere fondi pro bambini. E spunta perfino l'ombra di Gelli

Dietro il disco che sta per lanciare Patrizia D’Addario c’è un misterioso giallo, che unisce l’escort barese a un paffuto console di Parma, balzato agli onori delle cronache durante i giorni del sequestro e assassinio del piccolo Tommaso Onofri e ora plenipotenziario di una organizzazione Onu per salvare i bambini in difficoltà nata in Serbia, trasferitasi in Macedonia e cresciuta anche grazie ai buoni uffici del figlio di Licio Gelli, Raffaello. Il giallo emerge proprio all’ombra di un fatto di cronaca che ieri abbiamo raccontato ai lettori di Libero. Il 19 dicembre scorso un gruppo di cassintegrati della Metalli preziosi di Paderno Dugnano si è rifiutato di scendere in campo per una partitella di calcio di beneficienza con la Nazionale italiana solidale, proprio perché a dare il calcio di inizio sarebbe dovuta essere la D’Addario: “se c’è lei niente partita”. I dirigenti della nazionale a scopo benefico, composta da ex calciatori, artisti e perfino giocatori in attività, non hanno voluto rinunciare alla presenza della escort, e la partita non si è giocata. L’allenatore della squadra, Dario Casetta, ha regalato la maglia numero 10 alla D’Addario facendone la madrina ufficiale della squadra. Lei ha ricambiato l’attenzione promettendo di versare alla squadra a fini di beneficenza parte dei diritti di autore che avesse dovuto incassare con il suo primo disco promosso lunedì scorso al Midem di Cannes. Da quando però la D’Addario è diventata dodicesima giocatrice di quella nazionale, nessun avversario vuole più scendere in campo, rinunciando perfino alle iniziative di beneficenza collegate. Ieri con Libero ha voluto prendere le distanze dall’iniziativa un giocatore come Nicola Legrottaglie coinvolto nel varo della nazionale, ma tenuto all’oscuro del caso D’Addario. Ora sembra preoccupato anche il presidente della squadra, l’ex portiere dela Juventus e della nazionale A, Stefano Tacconi. Che confessa a Libero: “Avrà anche un visetto carino quella D’Addario, ma da quando è madrina non vuole giocare più nessuno con noi. Rischiano di saltare 5-6 partite già programmate dopo quella con i cassaintegrati. Meglio che salti lei…”. Già, ma chi ha voluto la D’Addario? “Ah, non è stata scelta della squadra: ce l’ha imposta il console di Parma”. Di che paese? “Il console italiano, Claudio Borghi”, spiega Tacconi. Ed italiano è il Borghi che anima le iniziative della Nazionale italiana solidale sperando di raccogliere fondi per adottare o salvare i bambini di tutto il mondo in difficoltà. E’ pure console, nominato a questo ufficio dopo avere ricoperto per qualche anno l’incarico di viceconsole, dalla prima ambasciata dei bambini nel mondo. L’ambasciata fu creata l’8 giugno 1991 nella ex Jugoslavia, a Medjashi e la sua sede fu poi trasferita a Skopje, in Macedonia, che la riconobbe giuridicamente nominando ambasciatore il suo fondatore, l’insegnante Dragj Zmijanac. Fu riconosciuta anche dall’Onu che le diede a pieno titolo i diritti diplomatici grazie all’intervento della sottocommissione per la promozioni e la protezione delle minoranze. In quel consesso sedevano due italiani in possesso di passaporto diplomatico, Raffaello Gelli, figlio del venerabile Licio e sua moglie Marta Gelli. In commissione al loro fianco fu cooptato Dragj Zmijanac. E da quel momento, avendo l’ex insegnante macedone la possibilità di offrire onorificenze e passaporti diplomatici, si allungò la lista italiana dei beneficiari. Subito fu nominato un ambasciatore onorario a Napoli, Antonio Diletto. Seguirono onorificenze a personaggi famosi, spesso calciatori (come Daniele Massaro). E infine veri e propri incarichi, come quello arrivato al parmigiano Borghi, nominato prima viceconsole e poi console effettivo della ambasciata per i bambini nel mondo. Lui si è dato un gran da fare. Anche se la prima volta che è balzato agli onori delle cronache è stato per un fatto tragico: il rapimento del piccolo Tommaso Onofri. Borghi si precipitò a casa dei genitori del piccolo, spiegando di essere il migliore amico del padre. Fondò subito un comitato “Liberate Tommaso”, e successivamente, appreso il tragico epilogo della vicenda, una fondazione benefica in memoria del piccolo. Prima iniziativa: una partita di beneficenza, poi l’apertura di due conti correnti, uno bancario e uno postale. Ma non è mai stato chiaro quali iniziative si fossero intraprese con quei fondi. Nel 2007 la mamma di Tommaso, Paola, in un’intervista sollevò qualche dubbio sulla gestione di Borghi: “Non voglio accusare nessuno in particolare, ma quei fondi sembrano spariti nel nulla”. Borghi non spiegò, ma piccato si dimise dalla fondazione e presentò querela nei confronti della signora. Il 20 ottobre però il gup di Milano ha prosciolto la signora da ogni accusa di diffamazione,. Sostenendo che non c’erano gli estremi nemmeno per arrivare a un rinvio a giudizio. E’ stato poche settimane dopo che Borghi ha deciso di utilizzare la D’Addario come prima testimonial delle iniziative del consolato per i bambini nel mondo. “Non so nemmeno”, sostiene con una certa saggezza Tacconi, “se lei possa essere una mascotte utile a iniziative del genere”. E in effetti mettere in primo piano una escort per convincere il buon cuore degli italiani a versare fondi a favore delle adozioni dei bambini sembra la mossa più controproducente che ci possa essere, come i fatti stanno dimostrando. Per questo è ancora più misterioso il legame fra il testardissimo Borghi e la D’Addario.

D'Addario madrina? I cassintegrati la rifiutano e Legrottaglie rinuncia alla beneficenza

Quando l’ha saputo Nicola Legrottaglie, difensore della Juventus e della Nazionale italiana, ha subito preso le distanze: “Ah, io con quella Patrizia D’Addario non voglio c’entrare proprio nulla. Non sapevo fosse stata coinvolta nella Nazionale italiana solidale (Nis) e anzi lo trovo imbarazzante”. A Legrottaglie, che in quella nazionale di vecchie e nuove glorie nata per uno dei tanti tour di beneficenza per iniziativa dell’ex portiere azzurro Stefano Tacconi, è sfuggito infatti che madrina della Nis fosse divenuta da un paio di mesi proprio l’escort barese che tentò di incastrare con il suo registratore Silvio Berlusconi. A lei Dario Casetta, allenatore della squadra benefica in cui hanno giocato oltre a Tacconi anche Marco Osio, Luca Bucci e Lorenzo Minotti, ha consegnato la maglia azzurra numero dieci, ottenendo in cambio la devoluzione alla onlus di parte dei diritti di autore che eventualmente la D’Addario incasserà con il suo prossimo disco, presentato lunedì al Midem di Cannes. Un matrimonio che ha suscitato un certo clamore, quello fra la escort barese e la squadra di Tacconi. Lasciando appunto all’oscuro uno dei partecipanti all’iniziativa, come Legrottaglie, che per altro ricorda: “a dire il vero non ho mai giocato in quella nazionale. Mi hanno proposto 5-6 partite l’estate scorsa spiegandomi che gli incassi sarebbero stati devoluti a una associazione benefica specializzata nell’adozione di bambini in difficoltà. Per giocare naturalmente avrei dovuto essere libero dagli impegni con la Juventus e con la nazionale A, e questo non è mai capitato. Appena nato, dunque, il matrimonio D’Addario- Nazionale italiana solidale rischia già di naufragare per le prese di distanza. La squadra di Tacconi, dopo avere giocato l’ultima partita il 19 settembre scorso a Fontanellato, vincendo 1 a 0 contro la nazionale della polizia di stato, non è più riuscita a scendere kin campo. L’esibizione clou sarebbe dovuta avvenire pochi giorni prima del Natale, a Paderno Dugnano, giocando contro una rappresentativa di cassintegrati della Metalli preziosi, che dal dicembre 2008 aveva di fatto chiuso i battenti. Quando però il 9 dicembre i dirigenti della Nazionale hanno posto la condizione irrinunciabile della presenza della D’Addario, che avrebbe dovuto dare il calcio di inizio, i cassintegrati si sono rifiutati di giocare. I loro rappresentanti sindacali (anche la Fiom Cgil) sono corsi dal sindaco di Paderno Dugnano, il giovane Marco Alparone, primo farmacista della cittadina, che ha subito condiviso le loro preoccupazioni. Spiega il primo cittadino: “ Due dirigenti della Nazionale italiana solidale si sono presentati il giorno della conferenza stampa tirando fuori all’improvviso la condizione della presenza della D’Addario, divenuta madrina della squadra. D’accordo con i cassintegrati ho risposto che non se ne parlava nemmeno. La partita serviva a portare solidarietà ai lavoratori, non a fare pubblicità a quella signorina. Loro hanno chiesto di fare due telefonate e poi ci hanno detto che la condizione D’Addario era irrinunciabile. Allora abbiamo rinunciato a loro. La partita si è giocata salvando l’incasso. Ma in campo è scesa più banalmente la mia giunta contro i lavoratori della Metalli preziosi in crisi”.

Per il fisco la escort d'Italia valeva 733 euro al mese

Nome, D’Addario Patrizia. Reddito lordo 2005 : 12.265 euro. Netto mensile: 733,84 euro, appena 170 euro sopra la soglia della povertà ufficiale. Tasse pagate: 2.725 euro all’anno. Non se la passava un granchè bene la protagonista del sexy gate italiano prima di fare esplodere il caso Silvio Berlusconi. Certo, i redditi per esercitare il mestiere più antico del mondo non finiscono mica nel 740, e alla D’Addario sarebbero bastate due serate da accompagnatrice perfino senza “utilizzatore finale” per essere rimborsata di quel che in un anno aveva versato al fisco con il suo 740 ufficiale. Ma fino a lì la povera Patrizia non deve avere vissuto anni d’oro. Ora si atteggia a star del Midem di Cannes, il salone internazionale della musica dove la D’Addario è sfilata sotto i flash internazionali pochi giorni fa. Ma era ben altra musica quella che suonava dieci-quindi anni fa, quando per piazzare insieme al socio qualche book video o fotografico della sua Stadium pictures snc a Bari le doveva provare proprio tutte. Fu il suo primo flop imprenditoriale. Voleva produrre film, telefilm, documentari, spot, spettacoli teatrali, libri d’arte e fotografici sul Mezzogiorno d’Italia e la Puglia in particolare. Non ha ottenuto che qualche piccola commessa e quando era appena uscita dalla fase di lancio la D’Addario e il suo socio, Riccardo Schito, avevano dovuto chiudere baracca e burattini e liquidare la società. Non è andata molto meglio negli anni successivi: qualche piccolo contratto televisivo, qualche book fotografico, perfino un calendario. Anche se non traspariva dalla dichiarazione dei redditi, qualche soldino Patrizia doveva averlo messo da parte. Tanto che dal 2000 risulta proprietaria di una bottega da 193 mq a Triggiano e dal 2001 di un appartamento di 6,5 vani e di cantina da 20 mq a Bari, oltre che dei beni ereditati l’anno precedente, alla morte del padre Francesco e poi a quella del fratello Luigi, insieme alla madre a Bari (due alloggi da 4,5 vani ciascuno) e nel quartiere Carbonara (un terreno). Ma al catasto la D’Addario è stata protagonista di una girandola di atti in questi anni. I problemi più grossi li ha avuti con la bottega di Triggiano: Patrizia l’aveva conquistata grazie a un atto di permuta con una società: la Galtieri Tommaso e Gaudino Cataldo snc. Loro avevano girato a lei il negozio e in cambio avevano ricevuto da lei parte dell’eredità paterna cui avevano rinunciato madre e fratello: due alloggetti in “abitazione di tipo ultrapopolare” da 1,5 vani ciascuno in via De Rossi a Bari, uno allo stesso indirizzo da 2,5 vani, uno da un vano appena e uno un po’ più ampio, 4 vani. Ma sulla bottega l’anno successivo, il 9 febbraio 2001, è stata posta ipoteca giudiziale dal giudice di pace di Bari con decreto ingiuntivo a favore dell’avvocato Domenico De Felice tutto per una piccola cifra che fra capitale e interessi ammontava a 7 milioni di vecchie lire. Il resto dell’eredità paterna, due mini alloggi ad Adelfia, sono stati venduti il 10 maggio 2001 ai signori Arciuli (marito e moglie) di Bari. Ma non si è potuto ricavare un granchè. Le speranze di Patrizia erano tutte in un’altra parte di eredità: il terreno a Carbonara e il diritto di costruzione di tre fabbricati lì sopra. Era quello che lei avrebbe voluto trasformare in residence e per cui aveva cercato contatti e spintarelle in alto loco. Chiese una mano anche allo stesso Berlusconi, che non poteva dargliela, visto che il comune era saldamente in mano al Pd e al sindaco Michele Emiliano. Secondo la documentazione depositata al catasto però il comune in qualche modo era intervenuto nella vicenda. Il 4 ottobre 2007 infatti aveva costituito davanti al notaio barese Concetta Capano un vincolo di destinazione a favore del municipio del capoluogo pugliese. “I signori Frisone Vincenza (la mamma, ndr)”, si trova scritto nell’atto, “D’Addario Patrizia e D’Addario Luciano, proprietari del fabbricato a costruirsi sito in Bari-Carbonara, si sono obbligati a riservare e destinare a favore del comune di Bari e dei terzi aventi comunque diritto e interesse a tale riserva e destinazione- sempre che il fabbricato venga realizzato- a parcheggio privato le aree di pianoterra e del piano interrato della superficie complessiva di mq 295,75”. Il comune aveva quindi detto sì al progetto di Patrizia, chiedendo in cambio di costruire un parcheggio. Ma poi non se ne è fatto nulla.

A noi mai giù le tasse. A se stessi i partiti si graziano 500 milioni

I partiti politici stanno per regalarsi un maxi condono. Proprio nel momento in cui negano agli italiani un taglio delle tasse, grazie a un emendamentino alla legge mille proroghe vogliono approvare un colpo di spugna da 500 milioni di euro perdonando peccati passati e perfino futuri grazie a un nuovo condono sulle multe per avere affisso manifesti abusivi. L’idea è venuta a due ex tesorieri (Pontone, An e Lusi, Margherita) che hanno firmato una modifica al decreto legge mille proroghe per sanare ogni affissione abusiva dal 10 marzo 2009 fino alla prima parte della campagna elettorale in corso con il semplice pagamento di mille euro in ogni provincia. Lo sconto è analogo a quello previsto dal mille proroghe di un anno fa, che stabiliva un condono tombale per gli anni 2005-2009. Non è gran pagare, perché secondo stime attendibili in un anno elettorale le multe complessivamente comminate dai comuni ai partiti valgono 150 milioni di euro. Cifra a cui va aggiunto il costo per rimuovere i manifesti abusivi:circa 20 milioni all’anno. Grazie al condono invece di pagare 170 milioni ciascun partito se la può cavare con poco più di 100 mila euro all’anno. Tutti insieme poco più di un milione di euro. Roba da stappare spumante e festeggiare, come farebbe qualsiasi cittadino se il comune facesse uno sconto simile sulle multe per sosta vietata: un euro ogni 170 dovuti. Eppure nemmeno il clamoroso regalo offerto a Pd-Pdl e tutti gli altri all’inizio del 2009 li ha resi contenti. La possibilità di chiudere con 4 milioni di euro in tutto un contenzioso superiore ai 400 milioni non ha fatto felici i tesorieri né del centro destra né del centro-sinistra: nessuno ha colto la super-promozione. Semplicemente hanno fatto spallucce e non hanno pagato sperando che tutto finisse come sempre nel dimenticatoio. Invece molti comuni che almeno a quegli spiccioli non vogliono proprio rinunciare, hanno fatto recapitare a Pd, Pdl e compagnia bella delle minacciose cartelle esattoriali. Ma niente paura, ci pensa appunto il nuovo emendamento Lusi-Pontone, che sembra piacere proprio a tutti i partiti. Non solo arriva il nuovo condono 2009-2010, ma si allungano perfino i termini draconiani per aderire al condono precedente, quello 2005-2009. Bisognava versare quei mille euro a provincia entro il 31 marzo 2009. Bene, ora quel colpo di spugna è prorogato al 31 marzo 2010 e per la prima volta nella storia parlamentare comprende perfino le violazioni ancora non commesse, e che gli stessi partiti sanno bene che commetteranno. La rinuncia a incassare quasi 500 milioni di euro dovuti, per quanto il condono sui manifesti abusivi dei partiti sia ormai triste tradizione italiana, fa impressione nel momento in cui il governo in carica dice di non potere concedere sconti fiscali di alcuna natura ai contribuenti italiani, pur riconoscendo che la pressione tributaria sia alta. Se si potesse incassare quella somma, ad esempio si potrebbe scontare se non proprio eliminare uno dei tributi locali più odiati dai contribuenti italiani: la tassa sui rifiuti. C’è poi una grande differenza rispetto al passato, ed è che i partiti hanno i forzieri pieni grazie a un finanziamento ottenuto dai contribuenti italiani che con buona dose di ipocrisia si continua a chiamare rimborso elettorale. Lo Stato continua a rimborsare ai partiti più di quanto loro non spendano nelle campagne elettorali, stampa di manifesti inclusa. Ma se nel 1994 di fronte a una spesa di 36 milioni di euro ai partiti sono stati “rimborsati” 47 milioni di euro, nell’ultima campagna elettorale la sproporzione è stata ben più evidente: spesi 136 milioni, “rimborsati” 503 milioni di euro. Pd, Pdl, Udc e Idv avrebbero quindi tutte le risorse in cassa (hanno poi incassato anche il generosissimo rimborso delle europee) per pagare le multe che invece si condonano. Se proprio nel governo la vocazione al condono è insopprimibile, meglio regalarlo a tutti i contribuenti, con la prospettiva di incassare assai di più. Chissà, anche quei mille euro all’anno per le multe future potrebbero rivelarsi un affare per migliaia di cittadini: un forfettone sulla sosta vietata. Resterebbe da spiegare un’ultima cosa a tutti: perché mai si fanno tante leggi e si stabiliscono punizioni draconiane se poi si sa dal primo giorno che non verranno rispettate? A questo punto meglio libero manifesto in libero Stato.

Bonino's e Bresso, lo scontro prima dell'alleanza

L’atto è depositato ancora più che davanti al notaio: fra i documenti ufficiali del Senato della Repubblica, di cui Emma Bonino è vicepresidente. “Non desidero assistenza religiosa, desidero un funerale non religioso”, spiega la leader radicale nel suo testamento biologico, e aggiunge: “Qualora io perdessi la capacità di decidere o di comunicare le mie decisioni, nomino mio rappresentante fiduciario che si impegna a garantire lo scrupoloso rispetto delle mie volontà espresse nella presente carta, la signora Bonino Domenica, residente a Bra (Cn), via Principi di Piemonte (…). Nel caso in cui il mio rappresentante fiduciario sia nell’impossibilità di esercitare la sua funzione, delego a sostituirlo in questo compito il signor Bonino Giovanni, nato a Bra (Cn), residente a Bra, in via G Piumati…”. Giovanni e Domenica sono i fratelli del candidato alla presidenza della Regione Lazio, e con Emma condividono la proprietà di un appartamento ad Alassio e un box auto a Bra, paese natale della famiglia (la leader radicale ha anche casa e bottega a Trastevere a Roma, e la bottega l’affitta a un esercizio commerciale). Giovanni fa l’amministratore di alcune immobiliari in quel di Bra. Ma è Domenica la leader di famiglia, e non a caso Emma si affida per prima a lei. Fa l’imprenditrice, e con un certo successo. Controlla la Santa Rita srl di Bra e attraverso quella anche la Tlp di Cherasco, specializzata in Laminati. Ha le amicizie giuste, tanto da avere una quota nei Roveri, la cittadella nel verde alle porte di Torino dove vivono i piemontesi bene. Domenica Bonino e il marito hanno le stesse quote azionarie, tanto per capirci, di Andrea Nasi e Andrea Agnelli, rampolli dell’impero Fiat. E’ grazie alla sua attività imprenditoriale che la sorella della Bonino ha incrociato la spada con il presidente della Regione Piemonte, quella Mercedes Bresso che ha appena siglato un patto di ferro con Emma. La Bresso infatti fra il 2007 e il 2008 aveva chiuso un accordo di programma con la Grassetto costruzioni, un tempo di Salvatore Ligresti e poi passata a Marcellino Gavio, recentemente scomparso. Si trattava di costruire la nuova Bra con un programma straordinario di edilizia residenziale e pubblica che stava particolarmente a cuore alla Bresso. Ma l’accordo che era a un passo dalla firma dopo avere superato la conferenza di servizi è stato impugnato proprio dall’altra Bonino, l’imprenditrice che insieme a un’altra impresa ha contestato l’aderenza del progetto Gavio alla viabilità prevista dal piano regolatore di Bra. La spada però è stata rinfoderata in fretta: le obiezioni della Bonino sono state subito accolte e inserite nell’accordo della conferenza dei servizi, con soddisfazione di tutti. E alla fine, vinta l’opposizione dell’imprenditrice di Bra, la Bresso ha messo la firma sul piano per cui ha stanziato 69,8 milioni di euro,parte come contributo pubblico e parte come mutuo fondiario agevolato, la metà del quale (31 milioni di euro) è destinato ad edilizia non residenziale. La santa Rita srl e la sua legale rappresentante, Domenica Bonino, hanno accettato la correzione e la soluzione e sono andati avanti con i loro lavori. La società, che ha proprio sede nell’indirizzo fornito dal vicepresidente del Senato per l’esecuzione del suo testamento biologico, ha un patrimonio netto di circa 6 milioni di euro e un utile 2008 di poco inferiore agli 80 mila euro. Nell’ultimo quinquennio è riuscita a non chiudere mai i bilanci in rosso, anche grazie agli ottimi dividendi ottenuti dalla controllata Tlp di Cherasco, che nell’ultimo anno ha chiuso il bilancio con un utile di 543.491 euro e negli anni passati è riuscita a fare anche assai meglio. Avesse saputo prima dell’alleanza di Emma con la Bresso probabilmente la sorella Bonino imprenditrice avrebbe trovato altre strade alternative al braccio di ferro con il presidente della Regione Piemonte. A meno che proprio quell’occasione di lite risolta alla fine abbia favorito il buon clima sbocciato fra le due leader di casa Pd.

Dove stanno gli evasori? Sorpresa: tutti in Calabria e al Sud

Non è il cumenda, ma il picciotto il vero campione dell’evasione fiscale in Italia. Anche se per anni si è disegnato l’identikit del furbetto del fisco con l’imprenditore del Nord- Nord Est pronto a nascondere capitali in Svizzera o in qualche paradiso fiscale, il vero serbatoio dell’economia sottratta al fisco è il Sud Italia. Lo rivela la documentazione depositata da Banca d’Italia, Agenzia delle Entrate e Istat presso la commissione Lavoro del Senato che sta conducendo una indagine conoscitiva sul livello dei redditi di lavoro nonché sulla redistribuzione della ricchezza in Italia nel periodo 1993-2008. I dati , e in particolare un lavoro dell’ufficio studi della Agenzia delle Entrate sulla evasione Irap sono stati analizzati in un documento pubblicato lunedì scorso integralmente dal professore Paolo Feltrin, titolare della cattedra di scienza dell’amministrazione all’Università di Trieste. Feltrin ha spiegato che l’evasione Irap è “una delle forme di evasione che si possono quantificare meglio. Sulle altre ci possono essere indizi più o meno indiretti, ma su questa siamo abbastanza certi”. E ha citato l’indagine dell’Agenzia delle Entrate per rivelare che “l’intensità della evasione Irap nelle regioni del Sud è da 3 a 5 volte superiore a quella delle regioni del Nord, raggiungendo il massimo del 94 per cento in Calabria (vuole dire che circa il 50% è evaso)”. Sempre secondo i dati della Agenzia delle Entrate, rivela Feltrin, “nel Sud e nelle isole l’evasione fiscale è medio-alta per il 70 per cento delle province contro il 24-26 per cento delle province del centro-nord. Secondo la stessa ricerca per il Sud si arriva ad oltre l’80 per cento di propensione all’evasione fiscale”. I dati su chi fa fesso il fisco, secondo il professore triestino, rischiano di fare traballare la veridicità di altri dati ufficiali, soprattutto quelli su reddito medio e livelli di povertà che nel quadro macroeconomico si riflettono anche sulla consistenza del Pil italiano. Feltrin cita una indagine della Banca d’Italia “che segnala qualche problema sulle dichiarazioni delle regioni meridionali. Nel 2006 ad esempi ci sarebbe un 30 per cento di popolazione con reddito pro capite basso, ma se vado a vedere i consumi questo 30 per cento si dimezza e diventa 15 per cento. Se guardo ai redditi ho il 30 per cento delle famiglie povere, ma se guardo ai consumi questa percentuale si dimezza al 15 per cento. Anche qui la differenza fra redditi e consumi è una spia”. Il professore non lo dice, ma è evidente che è un altro indicatore del formidabile livello di evasione nel Mezzogiorno. Ma non si tratta della vecchia economia sommersa: “tutti i dati anzi dimostrano che l’evasione fiscale da lavoro nero, mancati contributi etc… è in radicale diminuzione: queste sono le stime Istat dagli anni ’90 in poi (…). In questi anni sembra essere aumentato un altro tipo di evasione/elusione fiscale, prevalentemente concentrata nei settori manifatturieri e collegata all’import-export”. E’ in questa massa di evasione fiscale che si spiega perché sia sopportabile nel Sud un altro dato ufficiale, quello sulla presenza del 61,8 per cento di famiglie povere: “perché”, sostiene Feltrin, “non ci sono movimenti di contestazione o tensioni sociali con dati così? Perché questi dati non sono veri”. Esiste secondo il professore triestino anche un altro dato non veridico: quello sul Pil: “Con ogni probabilità stiamo sottostimando il Pil nazionale perché non teniamo in adeguato conto non tanto l’evasione classica, tradizionale, quella che abbiamo avuto per 50 anni, ma quella che può essere esplosa negli anni ’90 e negli anni 2000, legata a transazioni estere, spesso legali”. Lo sa l’Istat, lo sa la Banca di Italia “e perché non si corregge la sottostima del Pil? Io credo che qualsiasi aggiustamento del Pil renderebbe meno cogente qualunque politica di contenimento del debito pubblico. Quindi, tutto sommato, conviene a tutti per un po’ dire che il Pil è così come è e non fare troppe discussioni”.

Le sentenze sono sacre! Ma il Csm non le rispetta

Le sentenze non si discutono, si rispettano e si applicano. Questa massima, ripetuta come una cantilena da magistrati, giuristi e legulei, vale per tutti. Beh, non proprio per tutti. Per tutti i comuni mortali. Meno i magistrati. Già, perché la sentenza riguarda loro, mica la debbono per forza rispettare. La buttano nel cestino. Come ha fatto nell’ultimo anno e mezzo per ben due volte il massimo organo di autogoverno della magistratura, il Csm. Due volte infatti il Consiglio di Stato ha annullato per irregolarità la nomina di Giovanni Palombarini a procuratore generale aggiunto della Corte di Cassazione. Due volte il Csm ha fatto finta di nulla e buttato nel cestino la decisione del massimo organo della giustizia amministrativa. E mercoledì scorso ha rinominato Palombarini procuratore generale aggiunto della Cassazione con la stessa procedura (una chiacchierata in commissione, stretta di mano e pacche sulle spalle) già annullata due volte per irregolarità. Palombarini era stato nominato a quell’incarico il 18 ottobre 2007. Tre magistrati che ritenevano di avere più titoli di lui hanno fatto ricorso. E vinto con decisione del Consiglio di Stato numero 3513 del 2008. Solo uno di loro, Vitaliano Esposito, ha ritirato poi l’azione giudiziaria. Non perché si sia convinto che Palombarini avesse più titoli di lui. Solo perché Esposito è stato nominato dal Csm a un grado più alto, quello di procuratore generale di Cassazione, e non avrebbe avuto senso continuare a battagliare per essere retrocesso. Davanti all’annullamento della nomina, il Csm non ha nemmeno lontanamente pensato di fare autocritica. Qualcosa tipo riguardare bene i curricula, esaminare tutti i candidati e poi scegliere con profonde motivazioni quello più adatto all’incarico, come stabiliva il Consiglio di Stato. Macchè, quelli Palombarini volevano e Palombarini hanno rinominato semplicemente riconvocandolo in commissione per una brillantissima audizione e stabilendo che sì, lui era l’uomo giusto. Inutile dire che di fronte a quello che loro sembrava un sopruso bello e buono, i due esclusi che attendevano giustizia, e cioè Carmelo Renato Calderone e Antonio Siniscalchi, hanno ripresentato ricorso al Csm. I supremi giudici amministrativi il 31 dicembre 2009, un po’ spazientiti per il comportamento dei colleghi del Consiglio superiore della magistratura, hanno bocciato con sentenza il loro comportamento e in più licenziato dall’incarico lo stesso Palombarini. Il Consiglio di Stato spiega che “non vi era adeguata motivazione in ordine alla ritenuta prevalenza del dott. Palombarini sugli altri candidati a fronte di quanto risultante dai fascicoli personali degli stessi: imn particolare emergeva dagli atti che il dott. Esposito vantava una più lunga e variegata esperienza presso gli uffici di legittimità e che sia il dott. Calderone che il dott. Siniscalchi potevano vantare maggiore esperienza dirigenziale specifica”. Di più: “illegittimo era il ruolo determinante che era stato assegnato, quanto al requisito delle attitudini e capacità organizzative, all’audizione del dotto. Palombarini, atteso il carattere integrativo e sussidiario che per, consolidata giurisprudenza, l’audizione personale riveste rispetto alle risultanze documentali relative ai precedenti in carriera dei candidati”. Come dire che uno studia per anni da mattino a sera, lavora come una bestia, macina titoli su titoli e poi a un concorso gli preferiscono un altro solo perché è più brillante e simpatico nella conversazione. Agli esclusi secchioni girano le scatole. Al Consiglio di Stato hanno bollato questa decisione con il timbro che dovrebbe essere più infamante per il Csm: “illogica e illegittima”. E così il 31 dicembre il Consiglio di Stato ha concluso: “Alla luce dei rilievi fin qui svolti, s’impone una decisione di accoglimento delle domande di parte ricorrente. Alle amministrazioni intimate, pertanto, va ordinato di porre in essere tutti gli atti necessari per la corretta ottemperanza al giudicato in questione, attraverso una ulteriore rinnovazione della valutazione comparativa”. Il 20 gennaio il Csm si è riunito e ha semplicemente rinominato Palombarini al suo posto, facendo spallucce al consiglio di Stato. Palombarini, il candidato per cui si buttano nel cestino le sentenze, non è di primissimo pelo. Nato a Gorizia nel 1936, va per i 74 anni. Nel 1981 è stato eletto segretario generale di Magistratura democratica e successivamente presidente della stessa corrente dei magistrati. Grazie a Md fra il 1990 e il 1994 è stato eletto nel consiglio superiore della magistratura. Ai suoi contendenti beffati per la seconda volta dal Csm resta ancora una possibilità: quella della causa civile per avere almeno il riconoscimento economico dei loro diritti. Ogni anno decine di magistrati, perfino quelli in pensione, scelgono quella strada per avere riparazione dalle ingiustizie del Csm. E ottengono il dovuto senza incontrare resistenza: tanto il loro aumento di stipendio e lo scatto di pensione viene pagato da Giulio Tremonti, mica da Nicola Mancino e dai suoi colleghi.

Claudio Bisio, il comico che ha più naso per gli affari

Come il Leonard Zelig di Woody Allen Claudio Bisio soffre di camaleontismo. Ma per lui non è una malattia. Di notte accarezza il suo cuore da sempre a sinistra, cavalcando con battute al fulmicotone i cabaret che lo hanno reso celebre fino a farlo diventare il mattatore di Zelig su Canale 5. Di giorno cura il suo portafoglio a destra, per cui deve ringraziare le tv di Silvio Berlusconi. Un superportafoglio, perché Bisio guadagna più di 2 milioni di euro all’anno ed è il comico più ricco, anzi, straricco, di tutta la banda Zelig. Lascia a distanza siderale perfino Luciana Littizzetto, la comica più ricca. Lei lo supera solo sul mercato immobiliare: ha 13 case fra Torino e Milano. Bisio si è fermato a 12. Alla banca dati del catasto il compagno Zelig di Novi Ligure (dove è nato il 19 marzo 1957) risulta proprietario di 5 fabbricati a Milano, due in provincia di Savona, tre a Firenze e due in provincia di Genova (ad Arenzano). In più ci sono cinque terreni nell’alessandrino e tre nel fiorentino. Ma a differenza della Littizzetto Bisio viene da famiglia benestante, e buona parte del patrimonio di immobili e terreni lo ha ereditato dal padre insieme alla sorella Marilena, di tre anni più giovane. Sugli immobili vale di più lei. Ma sul vile denaro Bisio sbaraglia la collega, grazie soprattutto agli ottimi contratti ottenuti con Mediaset e con Seat-Pagine gialle per cui da anni è testimonial di un fortunatissimo spot. Quando la Littizzetto ha iniziato a lavorare con Fabio Fazio in Rai, al fisco ha dichiarato 1,8 milioni di euro, cifra che la inserisce di diritto fra le donne più ricche di Italia. Bisio però le ha bagnato il naso, lasciandola a grande distanza. Con il suo reddito di 2.299.611 euro dal 2005 è entrato nell’empireo dei milionari italiani, 384° in classifica. Tanto per capirci al 385° posto figurava Andrea Della Valle, presidente della Fiorentina, che guadagnava 9 mila euro meno di lui. Sopra i due milioni di euro, ma alle spalle di Bisio c’erano anche Donatella Versace, l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti (che da domani secondo un emendamento alla legge comunitaria passato ieri in Senato dovrà ridursi lo stipendio sotto i 200 mila euro lordi, parificato ai parlamentari), l’ex manager della Juventus, Antonio Giraudo, il calciatore-allenatore ancora per poco della stessa squadra, Ciro Ferrara, e perfino uno scrittore-intellettuale che campa di diritti di autore d’oro come Umberto Eco (2 milioni e 128 mila euro). A costruire il super-reddito di Bisio oltre ai cachet cinematografici e per le serate, ci sono anche le partecipazioni in società. Il comico ha il 2 per cento della Bananas srl, creata da Gino e Michele proprio per dare forma societaria alle fortune di Zelig. Ma è intestata a lui anche l’80 per cento di una immobiliare, la Solea srl, di cui è amministratore unico. Nel 2008 ha fatturato poco più di un milione di euro con un utile di 469.277 euro. Non ha immobili di proprietà, ma ha preso in leasing un ufficio con autorimessa (valore 1,3 milioni) e una abitazione (valore 602 mila euro) che gestisce e riaffitta a terzi. Bisio ha una quota anche di una società di promozione pubblicitaria (la Moviement srl) che fattura circa 2 milioni di euro all’anno e ha chiuso il 2008 in utile per 33.093 euro. Meno fortunata un’altra avventura imprenditoriale in cui si è tuffato insieme ad altri colleghi di Zelig: quella della Steek Hutzee srl, azienda di abbigliamento in corso di trasformazione. Dopo qualche anno in cui si è barcamenata, ha dedicato l’intero 2008 a cercare di riscuotere i crediti dai clienti che non pagavano. Risultato: 13 mila euro di perdita. Per Bisio non è un dramma: ha solo l’8 per cento. Per gli affari (e non solo quelli), Claudio ha davvero naso.