Ingrassato con la Rai, Santoro non si può mai mettere a dieta

Articolo 27 del contratto di lavoro giornalistico: “il direttore, il condirettore, il vicedirettore può essere licenziato anche in assenza di giustificata causa o di giustificato motivo”. Vale per tutti i giornalisti italiani meno uno: Michele Santoro. Per lui e per la Rai che sarebbe il suo editore, non vale il contratto di lavoro giornalistico. E’ direttore a prescindere e a vita, per editto (italiano, ma assai più bulgaro di quello celebre) di un magistrato. Non è licenziabile, non è contestabile, non è sostituibile. Si trattasse di un qualsiasi altro giornalista, di quelli che a differenza sua sono sottoposti a regole e contratti, domani sera andando in onda da Bologna dovrebbe dire addio alla Rai per evidente violazione dell’esclusiva contrattuale. E invece non accadrà, perché Santoro è protetto da un lodo assai superiore a quello ideato da Angelino Alfano: per lui immunità assoluta, e non per via costituzionale. Nemmeno ha dovuto scomodare una legge. E’ bastato un editto di un giudice. Da ore gli avvocati della Rai sono al lavoro per verificare la violazione del contratto di esclusiva che Santoro ha firmato in cambio di oltre 700 mila euro, ma è tempo buttato via. Come con una certa amarezza sosteneva ieri un alto dirigente: “tanto esiste in Italia un giudice disposto a dare ragione alla Rai contro di lui? Possiamo avere tutte le ragioni del mondo. Nessuno ce le riconoscerà”. E’ vero: come si può pensare che ci sia un giudice disposto a dare torto al nuovo leader del partito delle procure? Lui è fuori dalla legge. Vi è sopra. In più è pure un incantatore di serpenti, talmente abile da avere schierato a propria difesa proprio quei babbioni del sindacato unico dei giornalisti. Che c’entra la Fnsi a protezione di Santoro? E’ come se la Caritas si mobilitasse a garantire un pasto caldo a Silvio Berlusconi. Michele chi? Occupa militarmente una serata tv Rai dal 1987. Lì si è fatto blindare dall’editto italo-bulgaro, come un tappo sul prime time della tv di Stato. Per colpa sua non avranno chance nuovi talenti, non potrà crescere un giovane, qualche precario resterà precario a vita. Basta guardare quel che è accaduto in queste settimane. Con una decisione più che discutibile la Rai ha sospeso in campagna elettorale tutti i talk show. Meno puntate significa anche meno lavoro. Meno stipendio per tutti quelli che lì lavoravano e non essendo vip non godevano di un minimo garantito. Che hanno fatto Fnsi e Usigrai? Bracci di ferro, manifestazioni, comizi di fuoco per ottenere che a parte i contratti che durano pochi mesi e pochi euro, ai poveri precari non fosse tolto un mese di stipendio così? Figurarsi! Se ne preoccupa Santoro di quei poverelli? No, lui è impegnato a tenere alto il suo peso politico, che vale oro. E quindi, se il conduttore principe se ne frega dei suoi precari, ci deve pensare il sindacato? Quello come sempre è alla corte del vero potente, mica lì a curarsi dei poveracci. Cari signori della Rai, ritirate allora i vostri avvocati e giuristi. Inutile aggiungere al danno anche lo sberleffo di Santoro e dei suoi amichetti in tribunale. Arrendetevi, lui non è un dipendente. Da tempo le parti sono invertite. E’ un capo di partito, il più forte che c’è. Lo volevano fare fuori ai tempi di dc e psi. Ma è ancora lì, nello stesso posto. Sono democristiani e socialisti a non esserci più. Quella di domani sera sarà solo una manifestazione di partito. Lo ha certificato Sky Tg24 che la trasmetterà in diretta: “l’abbiamo fatto anche con il Pdl a San Giovanni”. E allora beccatevi l’onorevole Santoro. Non si nega una piazza per un comizio in campagna elettorale. Poi ci dirà la questura quanti l’avranno seguito…

Per non pagare un euro il pm Spataro invoca il suo lodo Alfano

Il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, invoca per sé una sorta di lodo Alfano per proteggersi dall’azione giudiziaria di un collega. Il pm che è stato uno dei più fieri oppositori del lodo Alfano e dell’immunità parlamentare in genere (il prossimo 24 marzo spiegherà la sua avversità in un convegno a Napoli), condannato dopo una lunga battaglia legale in appello a risarcire simbolicamente con un euro la diffamazione di un collega, Angelo Di Salvo, ha appena presentato ricorso in Cassazione invocando l’immunità riservata ai consiglieri del Csm. I fatti oggetto della controversia fra magistrati che ha visto capitolare Spataro risalgono infatti al 2002, quando il procuratore aggiunto di Milano era membro togato del Csm. E la legge sull’immunità per tutte le espressioni di pensiero e gli atti compiuti durante la permanenza del Csm esiste davvero: è la numero 1 del 31 gennaio 1981. Pochi magistrati hanno fatto ricorso a quello scudo previsto dall’articolo 5 della legge. E nessuno l’ha mai impugnata davanti alla Corte Costituzionale, anche se nel dibattito scientifico quella norma è stata assai criticata. E’ praticamente identica al lodo Alfano: una legge ordinaria (che secondo la recente pronuncia della Corte Costituzionale sarebbe dunque illegittima) che introduce una immunità identica a quella prevista dall’articolo 68 della Costituzione per i parlamentari anche per tutti i membri del Csm che è un organo solo di rilevanza costituzionale. La contesa fra i due magistrati da cui Spataro oggi vorrebbe essere protetto grazie a quel Lodo Alfano ad hoc per il Csm risale al 2002. Fu allora che il giudice campano Angelo Di Salvo si iscrisse alla maling list “Civilnet” di cui era fondatore e amministratore l’attuale procuratore aggiunto di Milano. A Di Salvo qualche collega aveva spiegato che grazie a quello strumento via e-mail avrebbe potuto leggere in anteprima circolari e interpretazioni giurisprudenziali utili al suo lavoro. Dopo qualche settimana il magistrato campano si accorse che quella mailing list era assai poco tecnica. Era invece una sorta di manifesto politico di giudici assai schierati. In una delle mail arrivò una lunga dissertazione di un magistrato di Lecce sul “riconglionimento” (testuale) degli italiani che avevano votato per Silvio Berlusconi. Di Salvo raccolse il materiale ricevuto, lo inviò al Csm ponendo un quesito: “è così che si può difendere l’imparzialità e l’obiettività della nostra categoria?”. Invece di essere ringraziato dal supremo organo della magistratura, fu lui ad essere messo sotto processo. A intentarglielo, in seduta pubblica e trasmessa da Radio radicale, proprio Spataro. Che lo accusò di violazione della privacy e – per farla breve- annunciò di volere proporre l’apertura di un fascicolo sul collega, descrivendolo come inattendibile e già coinvolto in procedimenti penali e disciplinari. Quei fatti a cui Spataro alludeva risalivano a 11 anni prima, e per altro si erano chiusi con la piena assoluzione di Di Salvo. Questi, ascoltando la seduta, si risentì e querelò Spataro per diffamazione. In primo grado il procuratore aggiunto di Milano è stato assolto, e anzi ha ottenuto lui un risarcimento di 12 mila euro subito richiesto con atto ingiuntivo e pignoramento di un quinto dello stipendio del collega che lo aveva querelato. In secondo grado la sentenza è stata ribaltata, e Spataro condannato al risarcimento simbolico del collega per un euro, oltre alla restituzione di quanto pignorato e al pagamento di parte delle spese processuali. Ora il caso approda in Cassazione, di fronte a cui è stato invocato quel lodo Alfano per i giudici del Csm che se applicato d’ora in avanti potrà essere ribattezzato “lodo Spataro”. A meno che sia il ministro Angelino Alfano questa volta a impugnarlo per ripicca di fronte alla Corte Costituzionale.

Giù le mani dalle nostre indennità! Basta toccare la loro tasca e perfino l'Idv si trasforma in casta

Riformate tutto, ma non tagliateci lo stipendio. A sorpresa in Senato è risorta fra le fila dell’opposizione la casta, che sta facendo fuoco e fiamme per garantire superstipendi ai prossimi eletti nei consigli regionali. Pd e Idv hanno infatti sollevato eccezione di costituzionalità nei confronti dell’articolo 3 del decreto legge a firma Silvio Berlusconi, Roberto Calderoli ed altri, che punta a calmierare fra le altre anche le spese delle Regioni per il funzionamento dei propri organi istituzionali: consiglio e giunta. A dire il vero non è che avesse calato la mannaia sugli stipendi. Ha solo proposto una norma quadro di buon senso, lasciando piena autonomia a ciascuno: “Ciascuna Regione”, stabilisce l’articolo, “a decorrere dal primo rinnovo del consiglio regionale successivo alla data di entrata in vigore del presente decreto, definisce l’importo degli emolumenti e delle utilità, comunque denominati, ivi compresi l’indennità di funzione, l’indennità di carica, la diaria, il rimborso spese, a qualunque titolo percepiti dai consiglieri regionali in virtù del loro mandato, in modo tale che non accedano complessivamente, in alcun caso, l’indennità spettante ai membri del Parlamento”. Insomma: superstipendi sì, ma non più di quelli che si concedono a deputati e senatori. Sembrava filare liscia, e invece, apriti cielo! Quando hanno visto quel taglio per i loro beniamini, coro di proteste nelle fila del Pd e perfino dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. “E’ incostituzionale, è incostituzionale!”, hanno tuonato all’unisono scoprendosi improvvisamente superfederalisti, e a poco è servita la spiegazione della maggioranza di non volere prevaricare le Regioni: ognuna deciderà autonomamente, nel limite però di un tetto di spesa che anche i cittadini dovrebbero apprezzare. Il braccio di ferro è in corso, e per ripicca Pd e Idv hanno inondato le commissioni riunite (Affari costituzionali e Bilancio) di palazzo Madama di centinaia di emendamenti. Che non solo puntano a sventare il calmiere governativo sugli stipendi della casta, ma a fare allargare i cordoni della borsa nei confronti dei loro beniamini e affiliati, tutti professionisti della politica che non saprebbero come sbarcare il lunario senza le generosità pubblica. Nelle fila del Pd pioggia di proposte per fare risorgere dopo il taglio governativo (già ammorbidito dalla Camera)le comunità montane anche quando sono a livello del mare. Clamoroso fra i tanti un emendamento dell’Italia dei valori, primo firmatario Pancho Pardi (ma ci sono anche altri pezzi grossi come Felice Belisario e Stefano Pedica) che getta nel cestino anni di prediche inutili (ed evidentemente un po’ false) sui costi della politica e la necessità di tirare la cinghia. I valorosi dipietristi (emendamento 4.53) chiedono infatti di restituire ad amministratori e consiglieri di enti locali dalle mani bucate quel taglio del 30% dei loro stipendi che nel 2009 aveva loro comminato Giulio Tremonti come punizione per non avere rispettato l’equilibrio dei conti previsto dal patto di stabilità. La nuova casta è dunque tornata.

L'ultima dei pm sul cav: condannatelo, perchè delinque solo a parole. Ma poi non fa nulla...

Di cosa è accusato Silvio Berlusconi dai magistrati di Trani? Di avere fatto pressioni e tentato di punire un mezzo di comunicazione, la Rai. Questo a Trani. Perché anche a Milano Berlusconi è accusato. E questo certo non farebbe notizia. Non fosse che l’accusa poggia sull’assunto diametralmente opposto: quella di non avere mai manifestato “intenti punitivi nei confronti dei mezzi di comunicazione”. Lo sostiene il giudice milanese Alda M. Vanoni in un documento inviato alla Camera il 13 febbraio scorso. Detta così sembrerebbe una cosa da pazzi. Ma non lo è. Perché a Milano come a Trani l’obiettivo è lo stesso: incastrare Berlusconi. Per farlo in Puglia bisogna dimostrare quella tesi, del Berlusconi che minaccia la libertà di comunicare. Per farlo a Milano bisogna dimostrare la tesi opposta. Lì infatti il giudice si è trovato una causa civile del gruppo Espresso contro il premier, che pubblicamente davanti a imprenditori si era lamentato dell’atteggiamento critico di quei giornali dicendo “non dovreste dargli più pubblicità”. A processo Berlusconi ha sollevato lo scudo costituzionale dell’immunità: “era una battuta politica, insindacabile”: E ai giudici, che altrimenti dovevano fermarsi, non è restata altra arma che accusarlo di essere quasi un santo: “Non sembra potersi collegare ad alcuna attività parlamentare svolta dall’onorevole Berlusconi, dato che le sue iniziative non hanno mai manifestato intenti punitivi nei confronti dei mezzi di comunicazione”. Morale della favola di Berlusconi imputato: “Sei colpevole? Ti condanno”. “Non sei colpevole? Male. Allora ti condanno per la tua intollerabile innocenza”.

Intercettare e incastrare è così bello che è addirittura meglio di salvare la vittima di un delitto. Il manifesto dei pm secondo Antonio Di Pietro

La difesa era scontata. Per uno come Antonio Di Pietro qualsiasi inchiesta possa mettere nel mirino “quel piduista di Silvio Berlusconi”- come ha detto ieri nel morbido salotto di Repubblica tv- è ottima a prescindere. E per difendere appunto a prescindere i magistrati di Trani l’ex pm divenuto leader politico ieri ha spiegato che quando lui era al loro posto faceva nello stesso modo: “non è che se io facevo inchieste a Milano e poi sentivo al telefono qualcuno che pagava tangenti a Napoli, Canicattì o Mondovì dicevo alt, non mi riguarda. Intercettavo tutto e poi alla fine decidevo di inviare gli atti a Napoli, Canicattì o Mondovì”. Quindi vero che i pm di Trani stavano indagando e intercettando sullo “scandalo dell’usura sulle carte di credito” (un clamoroso affaire del valore di 560 euro), ma se intercettando per quello hanno scoperto reati ben più grossi che riguardano – ha detto testualmente Di Pietro- “il presidente del Consiglio e il presidente della Rai, Minzolini”, benissimo hanno fatto a continuare a intercettare. Ed ecco l’asso sfoderato dal leader dell’Italia dei Valori per convincere qualche dubbio degli astanti: “ dimenticatevi questi fatti. Facciamo finta che ad essere intercettati a Trani fossero un gruppo di spacciatori di cocaina e si procedesse per quel reato. Mentre sono intercettati entra un’altra persona che dice ‘Ho saputo che domani Giuseppe va ad ammazzare sua moglie’. Il pm che deve fare? Fare finta di non sentire perché si sta occupando di un altro reato? No. Naturalmente intercetta anche il telefono di Giuseppe così capisce se si trattava di una battuta o se davvero quello lì fa anche l’omcidio e così si poi lo si incastra”. Ecco, con il suo discorso in parole povere fra mille strafalcioni in italiano, Di Pietro ha proprio centrato l’argomento chiave per cui non solo quelle di Trani, ma gran parte delle intercettazioni fatte dalle procure italiane sono inutili. Perché nella testa Di Pietro, che per fortuna non fa più il magistrato, e molti suoi amici pm che purtroppo sono in servizio hanno proprio solo quello: incastrare colpevoli su colpevoli con il giochino facile delle intercettazioni. Una persona normale che ha la fortuna di sentire uno annunciare “Giuseppe domani ammazza sua moglie”, che fa? Cerca subito Giuseppe e prova in ogni modo a sventare un uxoricidio, salvando la vita della povera donna. A Di Pietro e ai suoi amici pm una soluzione così evidente non salta nemmeno nell’anticamera del cervello: loro intercettano e incastrano. Se prendono Giuseppe con l’arma in mano dopo il delitto, sono felicissimi. E magari aspettano un po’ prima di farlo. Perché se continuano a intercettare Giuseppe a lungo, chissà mai che non commetta altri delitti e così alla fine si imbastisce un bel processone sicuro per strage. Questo manifesto politico del partito delle procure con lo slogan “intercettate, intercettate, qualcosa resterà” non è stato l’unico riferimento alla vicenda di Trani dell’intervista a Di Pietro. Il leader dell’Italia dei Valori sbagliando nomi e cariche (“l presidente della Rai, Minzolini” è in realtà il direttore del Tg1) ha protestato contro l’attentato alla libertà di stampa che Silvio Berlusconi avrebbe commesso al telefono lamentandosi sia di giornalisti di Repubblica che di Michele Santoro. Ha sostenuto che erano sacrosante le puntate di Annozero sul “racconto di Mills” e sul “racconto del pentito Spatola” (lapsus: si trattava del racconto di Spatuzza. Spatola era invece un pentito del processo a Giulio Andreotti). Ha tuonato contro Berlusconi indagato che manda gli ispettori: “Vuole fare il prete e il sacrestano” (paragone incomprensibile, che vorrebbe sottolineare l’antinomia dei ruoli). E si è morso la lingua a proposito della nota di Giorgio Napolitano che frenava gli ardori del Csm: “ha detto le cose che potrebbe dire il mio vicino di casa. Un colpo al cerchio e uno alla botte”. Di Pietro quella lingua se l’è morsa meno poi affrontando temi politici e commentando le alleanze di Pierferdinando Casini un po’ a destra e un po’ a sinistra: “Casini fa il mestiere più antico del mondo…”.

Ma quanto minacciano la Rai questi politici! Bersani l'ha fatto tante volte da sembrare un terrorista

Il Pd deve ringraziare che nessun procuratore di provincia ha provato a mettere ai suoi dirigenti il telefono sotto controllo. Altrimenti il partito oggi sarebbe travolto dalle inchieste su concussione e minacce nei confronti dell’Autorità di garanzia nelle comunicazioni. Perché è proprio il partito di Pierluigi Bersani (e le formazioni politiche che hanno originato il Pd) quello che negli anni della par condicio più di tutti ha provato a fare mettere il bavaglio a trasmissioni televisive e perfino ad articoli di giornale che non ne tessevano le lodi. Per 98 volte il Pd o suoi singoli esponenti hanno presentato esposti all’Authority, ed è un record assoluto. Perché al secondo posto figurano i radicali (alleati del Pd) che per 70 volte hanno cercato di mettere il bavaglio a tv e giornali. Le attuali opposizioni da quando esiste la par condicio hanno tentato questa “minaccia” 190 volte, il Pdl (e in qualche caso Silvio Berlusconi come singolo firmatario) ci ha provato solo 27 volte, e visto che la Lega è caduta in tentazione altre 9 volte, l’attuale governo lo ha fatto 36 volte. A ragionare come i giudici di Trani, la maggioranza ha minacciato la libertà di stampa una volta ogni cinque minacce degli avversari. Vero che Michele Santoro è stato uno dei bersagli preferiti: 27 minacce politiche contro i programmi da lui condotti. Ma anche qui c’è una sorpresa: nove volte da Berlusconi & c e 13 volte dal centrosinistra che avrebbe dovuto incensarlo. Altra vittima eccellente della politica è stato Bruno Vespa: ha incassato in questi anni 21 minacce, 16 delle quali provenienti dal centrosinistra. Terzo posto per Emilio Fede, con 16 minacce, quasi tutte provenienti dalle fila di Pd, radicali e dintorni. Se si guardano invece le aziende, non c’è proprio par condicio: 147 volte minacciata la Rai, 90 volte Mediaset e 17 volte La7. Fra le principali vittime, grazie alla rilevanza avuta durante le amministrative, la TgR Rai, con 16 minacce rivolte, 7 dal centro destra e 6 dal centrosinistra. Nel mirino delle pressioni sulla par condicio anche la stampa quotidiana, minacciata ben 236 volte. In testa i quotidiani Finegil del gruppo Espresso a pari merito con Il Messaggero (21 minacce ciascuno), seguiti da Il Giornale (20 minacce), dal Resto del Carlino (19 minacce), dal Corriere della Sera (17 minacce) e da Repubblica (13 minacce). Ma se in tanti fanno la faccia feroce e mostrano i denti, il risultato non è poi diverso da quello emerso dalle telefonate di Trani fra Berlusconi e il commissario dell’Authority tlc, Giancarlo Innocenzi: un buco nell’acqua. Nel 75 per cento dei casi di minaccia l’autorità di garanzia nelle comunicazioni infatti se la cava con un’alzata di spalle: archivia o dichiara manifestamente infondati i rilievi. In un caso su quattro invece interviene, quasi sempre per chiedere al presunto colpevole di sanare autonomamente la possibile violazione di parità di condizioni fra le forze politiche. Anche qui di solito la riparazione avviene subito. In caso contrario l’Autorità dà una bella tiratina di orecchie al colpevole e tutto finisce a tarallucci e vino. In pochissimi casi arriva davvero la punizione voluta da chi aveva minacciato. Si contano 12 casi dal 1994 (quando l’autorità non esisteva e c’era ancora il Garante unico). Sette volte la sberla è arrivata a Mediaset e cinque volte alla Rai. Si strapperà i capelli, ma la vera vittima delle minacce, non è Michele Santoro. Il più colpito da frustate dei politici concessori è infatti Emilio Fede con il suo straordinario Tg4, che dal 1994 ad oggi si è visto comminare sanzioni per 850 mila euro (con decisioni talvolta ribaltate in pretura o davanti al Tar). Il povero Santoro vale come vittima tanto quanto Irene Pivetti: 150 mila euro a testa. L’ex deputato leghista si è presa la sanzione minacciata in unica soluzione: nel 2006 per un programma su Rete 4. Santoro invece per fare 150 mila euro ci ha messo otto anni. I primi centomila sono arrivati nel 2001 per una puntata del Raggio Verde in cui aveva linciato senza contraddittorio Marcello Dell’Utri. Gli altri sono stati aggiunti nel 2009 per una puntata di Annozero punita per la presenza di Beppe Grillo che insultava senza freno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il senatore Pd nonchè celebre oncologo Umberto Veronesi. Due uomini politici nati e cresciuti nel centro sinistra.

Santoro, da Servire il Popolo a Servire i pm...

Eccolo il leader che non c’era del partito che c’è più di tutti. Si sono trovati a Trani, Michele Santoro e il partito dei giudici. A “Michele chi?”, che in venti anni le ha provate tutte o quasi, mancava il partito della vita. Le toghe rosse erano prive di un vero leader. Sì, c’era Marco Travaglio, il giornalista più coccolato dalle procure, ma lì mancava la stoffa per l’avventura. Bravo ragazzo, solo che con la politica c’azzecca poco. Che meraviglioso incontro a Trani! Il tribuno televisivo insediato a vita nei palinsesti Rai per decisione giudiziaria di fronte all’ultima leva dei pm che impazziscono per la ribalta del piccolo schermo. Michele già calato nella parte, sotto braccio il faldone dei faldoni, quello che può fare aprire altre mille inchieste, centinaia di intercettazioni, mettere a soqquadro il Parlamento, fare ballare il settimo piano della Rai, rivoltare come calzini Autorità di garanzia, commissioni di vigilanza, maggioranze e opposizioni. Il matrimonio atteso da una vita. Perfino per uno come Santoro, svezzato dai maoisti di Servire il popolo che ai giudici avrebbero volentieri appiccato il fuoco. Poi cresciuto nella Telekabul di Alessandro Curzi e Angelo Guglilemi, da cui si è smarcato in fretta in cerca della piazza di cui diventare capopolo. Samarcanda, Il Rosso e il Nero, Temporeale, la fuga in braccio al nemico (Moby Dick su Mediaset), Il Raggio verde, Sciuscià, Annozero. Animale televisivo ma soprattutto politico in cerca della piazza della sua vita. Qualche giro di valzer ( e di Valter) con il pci-pds-ds-pd che lo ha portato perfino a Strasburgo. E l’attrazione per compagnia dell’antimafia, girotondi, bandiere arcobaleno, grillini dell’antipolitica, fazzoletti viola. Sempre inquieto, perché alla fine mai nessuno si è fidato di lui, l’ha voluto fino in fondo. Salvo il periodo dorato a Mediaset e – ironia della sorte- l’epoca gloriosa con i superpoteri affidatigli da Letizia Moratti nella prima Rai del centrodestra, Santoro non è riuscito a digerirlo mai nessuno dei manager delle aziende in cui lavorava. Qualcuno l’ha preso di petto, ed è andata male: toccare Michele chi? è come mettere le mani bagnate su fili scoperti della luce: si resta fulminati. E quando il poveretto se ne accorge troppo tardi, agonizzante a terra, manca ancora il colpo di teatro finale, quello che renderà chiaro a tutti come quello a terra sia il carnefice, e l’immacolato Santoro la povera vittima della prepotenza altrui. Uno così era proprio predestinato a diventare il leader naturale del partito dei giudici. Hanno lo stesso dna. Li sentite da anni? Hanno scagliato frecce, bombe a meno, scud sempre contro lo stesso bersaglio. E se quello prova a difendersi, ad alzare almeno uno scudo a protezione, le parti si invertono: diventa lui l’invasore e i poveri magistrati gli assediati. Certo a Trani avevano le idee un po’ confuse. In questi giorni anonime fonti giudiziarie dal sen sfuggite avevano sparacchiato un po’ di tutto. Berlusconi indagato anzi no. Berlusconi, Minzolini e Innocenzi indagati per concussione. Solo uno. No, due. Macchè, tutti e tre. Smentisco tutto, Minzolini non è indagato. Che avete capito? E’ indagato sì, ma in un altro contesto. Interdetto Berlusconi dai pubblici uffici. Ma no, interdetto Minzolini. O Innocenzi? O forse interdetto a tutti l’uso dell’American Express. Beh, un po’ di caos c’era laggiù. Forse il pm, Michele Ruggiero, era troppo giovane. Si era distratto pensando a villetta e terreni appena donati dai genitori a due passi dal lungomare di Bari. Ma ora niente paura. E’ arrivato a Trani il procuratore capo, anzi il capo dei procuratori. Ci pensa Santoro a dare una dritta all’inchiesta, a farle fare il salto di qualità. Con il suo faldone di carte subito segretate ha reso inutile il viaggio degli ispettori di Angelino Alfano, ormai un passo indietro rispetto agli eventi. Ha già ottenuto la generosa protezione del Csm, che ha blindato l’inchiesta contro i diritti assegnati dalla Costituzione al ministro della Giustizia. La rivoluzione è già iniziata. L’ex leader di “Servire il popolo”, neo fondatore di “Servire i pm” è già lì, sulle barricate.

Barzelletta sul Berlusca indagato in campagna elettorale? Sì, ma è vecchia, raccontatene un'altra

A raccontarla una sera fra gli amici, ti prenderebbero subito per rimbambito. “La sapete l’ultima? Quella su Silvio Berlusconi indagato a due settimane dal voto?”. Giù fischi: “Uh, è vecchia, vecchissima”. Eppure è la barzelletta che funziona meglio sotto elezioni. Anche questa volta: Silvio Berlusconi è indagato a Trani. Il reato è gravissimo: gli è scappato un vaffa (forse più di uno) al telefono nei confronti di Michele Santoro. Purtroppo nel codice penale si sono dimenticati un articolo in proposito, così i magistrati di Trani per sottolineare il peso di questa lesa maestà, hanno pensato bene di affibbiare al presidente del Consiglio ben due reati: concussione e minacce. La vittima di tanta ferocia istituzionale sarebbe Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Autorità di garanzia nelle comunicazioni. Berlusconi si è lamentato con lui a proposito di due puntate di Annozero, quelle che hanno reso una star prima Patrizia D’Addario e poi il pentito-bluff di mafia Gaspare Spatuzza. E siccome l’autorità che si chiama di garanzia non riusciva a garantire nonostante le pubbliche proteste la vittima di questo linciaggio tv, che era appunto Berlusconi, lui si sarebbe sfogato al telefono con Innocenzi: “altro che autorità, siete ridicoli! Dovreste dimettervi tutti”. Nella barzelletta che si racconta a Trani questa sarebbe la terribile minaccia. Se in Italia dici a qualcuno “dovresti dimetterti”, puoi stare certo che il giorno dopo il poveretto impaurito lascia subito la poltrona. E infatti Innocenzi è lì al suo posto, dove per altro l’aveva nominato anni fa Forza Italia, partito guidato dal Cavaliere. Con l’iscrizione ufficiale del premier nel registro degli indagati, alla procura di Trani sta però per sfuggire il boccone più grosso dell’inchiesta: la competenza diventa di Roma, e gli incartamenti vanno spediti tutti nella capitale. Dove i magistrati rideranno assai poco: se i magistrati lì non infilzeranno subito Berlusconi, finiranno sbranati da colleghi e giornalisti che già preparano titoloni sul “Porto delle nebbie”. A questo punto la barzelletta non funziona più. Altro che ridere, non si capisce più nulla. Infatti i magistrati pugliesi hanno iscritto nel registro degli indagati anche l’oggetto delle minacce, Innocenzi, per favoreggiamento. Il poveretto così si trova nel duplice ruolo di vittima e di carnefice. Indagato c’è anche il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, e finalmente si conosce l’ipotesi di reato: rivelazione del segreto istruttorio. Qui ancora ci sarebbe un po’ da ridere. Perché l’accusa viene proprio da quei magistrati che hanno così blindato a doppia mandata l’inchiesta segretissima, da trovarsela pubblicata in lungo e in largo sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. L’accusa a Minzolini è di avere divulgato a mezzo mondo di essere stato sentito come teste ai primi di dicembre nell’inchiesta sull’American Express. Gli avevano detto “mi raccomando, resti fra noi”, e invece lui è stato intercettato con mezzo mondo mentre raccontava l’esperienza vissuta. In questi giorni il direttore del Tg1 deve avere sensibilmente peggiorato la propria situazione: l’inchiesta era ancora segretissima per tutti quelli che non avevano ancora letto Travaglio, e lui ha nuovamente tradito il patto con i magistrati rivelando tutto prima ai lettori di Libero in un’intervista e ieri perfino ai fan di Enrico Mentana che lo ha ospitato nel suo programma sulla web-tv del Corriere della Sera. Se i pm di Trani avessero fatto prima un giro a Montecitorio, avrebbero trovato centinaia di politici della prima e della Seconda Repubblica in grado di metterli in guardia: “se volete mantenere un segreto, non raccontatelo mai a Minzolini. Quello non sa tenersi un cecio in bocca”. E’ un sorriso amaro però quello che si leva da Trani. Perché ormai questa vicenda è entrata a gamba tesa a pochi giorni dal voto in una campagna elettorale già imbrigliata come mai era accaduto dai tentacoli di procure, Tar, vicende giuridiche e giudiziarie. A dire il vero sono due le campagne elettorali che gli uffici giudiziari pugliesi ormai condizionano: quella dei politici per le regionali e quella tutta interna ai giudici togati per l’imminente elezione del prossimo consiglio superiore della Magistratura. Già che c’erano quei ferrei custodi del segreto istruttorio hanno fatto trapelare confuse notizie di telefonate fra Innocenzi e uno dei leader di Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe: Cosimo Maria Ferri, attuale consigliere del Csm. Un po’ di fango fatto girare anche in quel ventilatore, senza che un fatto reale sia emerso e verificato. Riso amaro per tanti, dunque, e uno solo che in questa barzelletta triste riesce ancora a prendersi sul serio: Michele Santoro. Grazie a Trani può recitare la parte che da anni gli varrebbe l’Oscar come migliore attore protagonista: quella della vittima. Lo ha fatto anche ieri all’Infedele di Gad Lerner. Strana vittima quella che da più di 20 anni domina l’informazione televisiva (per tre anni addirittura, colpito insieme a Berlusconi dalla sindrome di Stoccolma: ha lavorato a Mediaset) e che pur di evitare lo sbocciare di nuovi talenti in grado di oscurarlo, si è fatto ibernare in prima serata Rai da una sentenza della magistratura che ce lo conserverà in eterno.

Inchieste piene di bufale. Così da un anno si tenta il placcaggio a Berlusconi

Tutto per uno scandalo da 560 euro. E’ per tre carte di credito American Express che si erano viste chiedere rimborsi di 689 euro invece dei 129 attesi che la procura di Trani ha messo sotto controllo il telefono del direttore del Tg1, Augusto Minzolini, del commissario dell’Authority Giancarlo Innocenzi e intercettato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il suo sottosegretario Paolo Bonaiuti, decine di ministri e viceministri, segretari di partito, leader politici di maggioranza e opposizione. Uno di quei tre che giustamente protestavano per gli interessi esorbitanti era un ufficiale della Guardia di Finanza. Ha fatto denuncia alla procura di Trani e dopo settimane di indagine il pm Michele Ruggiero ha trovato altri due clienti American Express nelle stesse condizioni. Ai tre probabilmente grazie a super interessi sono stati prelevati quei 560 euro di troppo. Il pm di Trani a quel punto ha sequestrato ad American Express tutti gli atti relativi alle carte “Blue” rateali, sperando di trovare altri interessi da usuraio. Messi sotto inchiesta tutti i vertici italiani della compagnia americana. Pur avendo tutta la documentazione in mano, un gip deve avere autorizzato incomprensibili intercettazioni telefoniche ai manager American Express. Uno di questi è stato ascoltato mentre diceva: “al tg 1 ci penso io”. Probabilmente il mestiere di quel manager era cercare di attutire la portata della notizia, e magari di non creare ad American Express un danno di immagine assai più rilevante di quei 560 euro. Avrà chiamato le principali testate giornalistiche. Anche il direttore del Tg1 per dire: “non amplificate la notizia”. Così i magistrati di Trani hanno deciso di tenere sotto controllo tutte le mosse e le telefonate del direttore del Tg1. E hanno scoperto l’acqua calda: lui (e perfino i manager di American Express) avevano rapporti con i potenti. Minzolini addirittura con il presidente del Consiglio e i ministri! I pm si sono ingolositi: guarda che roba capitava loro fra le mani. Brogliacci da titoli di prima pagina dei giornali! Cose che sulla spiaggia di Trani non capitavano da almeno 6 anni, quando un altro pm (caso fotocopia) pensò bene di avviare da lì una sfortunata “banco poli” poi finita nel nulla: inchiesta su Banca 121, bufera in borsa sul Monte dei Paschi di Siena, iscritto nel registro degli indagati il Governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio. Quest’atto che era segretato naturalmente finì dopo pochi giorni sulle prime pagine dei giornali. I politici chiesero le dimissioni di Fazio e da lì iniziò la parabola discendente del Governatore. Il procuratore capo si infuriò con il pm, ma ormai la frittata era fatta. E il danno non riparato dalla successiva assoluzione di tutti gli indagati: l’inchiesta non stava in piedi. Non sta in piedi, a leggere le prime ammissioni ufficiali dei fatti, nemmeno l’inchiesta di oggi. Sarebbe un sollievo pensare che tutto sia dovuto solo alla voglia di protagonismo di qualche inquirente. Ma siccome Trani arriva dopo Fastweb-Telecom, che arriva dopo il fango gettato sulla cervicale di Guido Bertolaso dalla procura di Firenze che solo poche settimane prima aveva contribuito a mettere nel ventilatore il fango del pentito Gaspare Spatuzza, e arriva dopo l’allegra gestione a Bari del caso Patrizia D’Addario, che arrivava dopo lo “scandalo Noemi”, beh, qualche cattivo pensiero comincia ad arrivare. Immaginatevi il Berlusconi di fine aprile 2009: al massimo della popolarità, calato nel dramma del terremoto de L’Aquila, con davanti il passaggio che sembrava trionfale delle elezioni europee e l’organizzazione del vertice del G8. L’opposizione quasi non esiste, Walter Veltroni è saltato, Dario Franceschini sta gestendo l’agonia del Pd, Francesco Rutelli sta preparando le valigie. Berlusconi rischia di fare bingo per anni. E’ lì che salta fuori il punto debole del Cavaliere: il gentile sesso. Spunta Noemi e si prova senza successo a imbastire una sorta di caso di pedofilia. Ma l’arma è spuntata e davvero abborracciata. Tiene qualche settimana, ma diventa un buco nell’acqua. Lo fa anche il Pd, con una campagna elettorale lontana dai guai veri dell’Italia e centrata sulle questioni familiari/sessuali di Berlusconi. Arriva il G8, un successo. E il cavaliere sembra più forte di prima. Così spunta fuori Patrizia D’Addario. La debolezza di una notte di Berlusconi. Si monta la panna all’inverosimile. Ma alla fine sembra una maionese: non funziona, si squaglia. Disperazione assoluta: Berlusconi è ancora lì, tutto il potere nelle mani. E i sondaggi sono feroci con l’opposizione. Comincia a stancare perfino Antonio Di Pietro, che fino a lì ha divorato centimetro dopo centimetro lo spazio vitale degli alleati. Così spunta un evergreen: Dell’Utri, Palermo, la mafia, l’origine oscura dei capitali di Berlusconi, lo scudo fiscale che serve ancora a coprirla e farne perdere le tracce. Si trova il pentito, Spatuzza. Ma è un vero disastro e il castello frana al primo tentativo di conferma. E’ un dramma. Siamo alle porte della campagna elettorale per le regionali, e in Lazio scoppia anche il caso di Piero Marrazzo. Berlusconi supera tutto, non si riesce ad abbatterlo né con i vecchi né con i nuovi metodi. Quante carte restano? Il Cavaliere ha dalla sua più di una brillante operazione: via i rifiuti da Napoli, consegna record delle case ai terremotati de L’Aquila, il successo del G8. Pierferdinando Casini scherza: questo non è un governo Berlusconi, mi sembra il governo di Guido Bertolaso. Già. Sembrava proprio così. E a febbraio scattano gli arresti alla cricca degli appalti. Ci sarà chi ne avrà combinate di tutti i colori. Ma fin dall’inzio l’inchiesta sembra puntare a Bertolaso. L’ordinanza di arresto firmata dal gup di Firenze si sofferma per pagine a pagine sui massaggi del capo della protezione civile. Sostiene che in un caso sicuramente c’è stato un rapporto sessuale. Negli altri non è chiaro, ma lui voleva sempre una “certa Francesca”. Lo scopriremo dopo leggendo tutti i rapporti dei Ros: quando il gup gira intorno alla “certa Francesca” sa benissimo chi è: i Ros da settimane l’hanno identificata e perfino interrogata. Sanno tutto anche dell’altra massaggiatrice. Ma si preferisce il dubbio e si lascia il mistero. Che diventa fango. L’Aquila? Terra di sciacalli, altro che ricostruzione. E poco importa che gli sciacalli lì non abbiano avuto nemmeno una commessa. Bertolaso? Un assatanato di sesso. Falso, ma intanto il fango gira. Il G8? Solo corruzione e favori, la cricca degli appalti. Prove nessuna: l’unica è arrivata l’altro giorno dal Tar del Lazio, che ha annullato un appalto della cricca. Quello dell’auditorium di Firenze che nell’inchiesta sembrava raccomandato da Walter Veltroni e vinto da un imprenditore romano. Per il Tar irregolare quello, regolari le gare per la Maddalena. Ma non importa: il biglietto da visita del Cavaliere è stato frantumato, distrutto in mille pezzi nell’immaginario collettivo. Ora arriva Trani. A guardarla di penale nulla davvero. Ma di effetto politico in piena campagna elettorale, tanto. Volete che un Di Pietro o un Bersani non agguantino al volo la pappa graziosamente preparata? Sembra già di sentirli nei comizi: “La gente va in cassa integrazione, diventa disoccupata, non arriva alla fine del mese e Berlusconi a chi pensava? A Santoro, a come farlo fuori”. Che meraviglioso assist da Trani. Sembra chiudere il cerchio. Si posa beato sul pasticcio dei Tar che hanno fatto fuori il Pdl da Roma e sconcertato gli elettori. Rischia di funzionare questa volta. Ma tutto questo è solo un cattivo pensiero. E bisogna rifarsi a una massima di Giulio Andreotti: a pensare male si fa peccato. E talvolta ci si azzecca.

De Benedetti fa il travet. Via da Sankt Moritz, ora abita a Dogliani e compra casale con un mutuo

Carlo De Benedetti oltre alle società lussemburghesi e portoghesi ha rimpatriato in Italia anche se stesso e la sua signora, Silvia Cornacchia prima in Donà delle Rose poi in De Benedetti. La notizia è ufficiale, ed è contenuta in una cortese lettera della Cir inviata a Libero (vedasi box qui sotto): da qualche settimana l’Ingegnere ha infatti trasferito la sua residenza civile dalla esclusiva località svizzera di Sankt Moritz, al comunque blasonato paese di Dogliani nel cuneese: è quello che ha dato i natali all’editore Giulio Einaudi e dove hanno sede parte dei poderi Luigi Einaudi, appartenuti all’ex presidente della Repubblica italiana. A Dogliani l’ingegnere e la sua signora hanno in effetti acquistato terreno e quattro ampi casali, uno da 23,5 vani, uno da 9,5 vani, uno da 7,5 e uno da 5,5 vani. Sono stati comprati fra il 2006 e il 2007, anno dedicato alla ristrutturazione dei fabbricati, da una società personale. All’ epoca era denominata Casita società semplice ed era posseduta al 99% dall’Ingegnere e all’1 per cento dalla sua signora. Nel 2008 la società ha cambiato denominazione, diventando Cà di nostri società semplice e con un aumento che ha raddoppiato il capitale sociale, riservato al 99 per cento a Silvia Cornacchia e all’uno per cento all’Ingegnere. Così ora casali e terreno sono divisi in parti uguali fra gli sposi. Chissà, forse per segnare anche in questo modo il desiderio di tornare alla normalità, De Benedetti come un travet qualsiasi ha acceso perfino un mutuo fondiario sul maniero. Il contratto è stato firmato il 22 maggio 2008 davanti al notaio Giancarlo Reverdini Grassi di Torino con la Banca popolare di Sondrio. Il finanziamento concesso all’Ingegnere è stato di 5 milioni di euro, al tasso di interesse annuo del 5,5% (nemmeno regalato). Secondo lo schema di contratto pagherà di interessi 2,5 milioni di euro e di spese un milione di euro per un totale di 8,5 milioni di euro, somma per cui è stata iscritta ipoteca volontaria sul maniero. La durata del mutuo è di 15 anni, e quindi le rate correranno fino al 2023, quando De Benedetti avrà compiuto 89 anni. Il contratto di mutuo porta proprio la firma dell’Ingegnere, ma nella premessa si precisa che “Carlo De Benedetti, nato a Torino il 14 novembre 1934, interviene al presente atto non in proprio, ma nella sua qualità di unico amministratore e legale rappresentante della società Casita società semplice (poi trasformata in Cà de nostri, ndr) con sede in Torino” Sarà dunque la società immobiliare e non la persona fisica a garantire la banca. Con il mutuo De Benedetti ha finanziato l’acquisto non solo dei casali, ma anche del terreno circostante con tanto di vigneto che confina proprio con i poderi Luigi Einaudi e le celebri viti del Dolcetto più blasonato delle Langhe. Per altro a vendere il maniero sono stati proprio degli Einaudi: Letizia, Germano e Celestino che non risultano però discendenti diretti dell’ex presidente della Repubblica. Proprio per il vino e la presenza di casali blasonati Dogliani, paese con meno di 5 mila abitanti, ha attratto negli ultimi anni più di un vip che lì si è ritirato o ha acquistato una seconda casa per i week end. Ci passa spesso il fine settimana il critico televisivo del Corriere della Sera, Aldo Grassi. Ci vive da tempo Nicoletta Bocca, figlia di Giorgio, che anno dopo anno ha fatto incetta di vigne e poderi coltivandoli di persona. Secondo una leggenda di paese un giorno sarebbe approdata lì portata da una Lamborghini scortata da body guards in moto anche una star della moda internazionale come Naomi Campbell, ma l’affare immobiliare inseguito sarebbe sfumato in extremis. A Dogliani vive da tempo in libertà anche il fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio. E’ benvoluto dagli abitanti, che la domenica lo vedono sempre a messa. Prima di prendere ufficialmente la residenza mettendo fine alle polemiche sul trasferimento in Svizzera, De Benedetti e signora erano soliti trascorrere nel maniero qualche lungo week end. L’ingegnere è stato riconosciuto qualche tempo fa mentre trattava l’acquisto di due biciclette ed è stato recentemente visto farsi il pieno alla sua Porche ultimo modello al distributore automatico.