Ma come tirano la cinghia! In Calabria ogni assessore ha fatto assumere un autista che gli era caro


La scelta al momento l’hanno fatta in sei, ma è possibile che alla fine diventi una caratteristica comune a tutta la nuova giunta della Regione Calabria, guidata da Giuseppe Scopelliti: la squadra di governo è stata dotata di un autista personale di fiducia liberamente scelto al di fuori della pubblica amministrazione. Il primo a togliere i colleghi dall’imbarazzo è stato il 19 aprile scorso l’assessore all’Urbanistica, Piero Aiello, in carica da tre giorni. Ha preso carta e penna e scritto al dirigente dell’ufficio dle personale chiedendo l’assunzione come autista di fiducia (stipendio base standard della Regione: 35.707,44 euro all’anno) di Salvatore Ionà, “estraneo alla pubblica amministrazione”. La Regione Calabria naturalmente ha i suoi autisti regolarmente assunti, ma non erano di fiducia dell’assessore, che per regolamento regionale ha diritto ha una sua “struttura speciale” di collaborazione in cui sono consentite immissioni di personale dall’esterno. Spezzato il ghiaccio, quello dell’autista di fiducia è diventato un cult in Regione. Il 21 aprile è arrivata la richiesta dell’assessore all’Agricoltura e alla Forestazione, Michele Trematerra per chiedere l’assunzione dell’autista di fiducia Giovanni Siciliano. Con lettera del 22 aprile anche l’assessore al Bilancio, Giacomo Mancini, ha preteso (e poi ottenuto) l’assunzione dall’esterno del suo chauffeur: Francesco Manna. Il 27 aprile all’ufficio del personale è arrivata la lettera- con analoga richiesta- scritta dall’avvocato Francescantonio Stillitani: l’autista prescelto (anche lui estraneo alla pubblica amministrazione) è stato Emanuele Mancuso. Il 30 aprile altra lettera, questa volta firmata dal neoassessore alle Attività Produttive, Antonio Caridi. Chaffeur personale dall’esterno: Domenico Laganà, assunto effettivamente dal 5 maggio con decreto n. 7018 di inserimento nel “registro dei decreti dei dirigenti della Regione Calabria”. Quello stesso giorno all’ufficio del personale è arrivata un’altra lettera- con analoga richiesta- da parte dell’assessore all’Ambiente, Francesco Pugliano, che non aveva trovato all’interno della Regione un autista di fiducia e con la sua richiesta ha fatto strabuzzare gli occhi ai dirigenti della Regione. Il prescelto infatti è un omonimo: Francesco Pugliano, nato come l’assessore a Rocca di Neto in provincia di Crotone. L’assessore però è del 1955 e l’autista è del 1969. Uno faceva il veterinario prima di arrivare in Regione, l’altro (l’autista) aveva una omonima impresa agricola.

l'Italia giocava? Solo i Bossi e Calderoli's boys lavoravano come sempre



 Durante la disfatta azzurra di Italia- Slovacchia molti nei ministeri erano talmente presi dalla partita da non potere rispondere al telefono. Nella segreteria del ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, solo durante l'intervallo qualcuno si è degnato di rispondere. E solo lo staff della Lega ha risposto al primo colpo: i Bossi e Calderoli boy's non stavano guardando l'Italia. Prova effettuata da Franco Bechis dal primo minuto della partita 






Ministero Titolare Ufficio Secondi per avere risposta
Commercio estero Adolfo Urso centralino 1.972
Pari Opportunità Mara Carfagna segreteria ministro 1.863
Salute Ferruccio Fazio centralino 1.122
Sviluppo Economico int. Silvio Berlusconi centralino 274
Economia Giulio Tremonti centralino 137
Infrastrutture Altero Matteoli centralino 42
Turismo Michela V. Brambilla centralino 31
Lavoro Maurizio Sacconi centralino 27
Giustizia Angelino Alfano centralino 22
Politiche Ue Andrea Ronchi segreteria ministro 21
Beni Culturali Sandro Bondi centralino 13
Difesa  Ignazio La Russa gabinetto 12
Pubblica istruz Maristella Gelmini centralino 11
Difesa  Esercito centralino 11
Interno Roberto Maroni centralino 9
Ambiente Stefania Prestigiacomo centralino 9
Politiche agricole Giancarlo Galan centralino 7
Pa e Innovazione Renato Brunetta centralino 6
Camera deputati Gianfranco Fini centralino 5
Rapporti regioni Raffaele Fitto segreteria ministro 5
Gioventù Giorgia Meloni segreteria ministro 4
Difesa  Marina militare centralino 4
Senato Renato Schifani centralino 3
Esteri Franco Frattini centralino 3
Rapporti Parlamento Elio Vito segreteria ministro 3
Attuazione programma Gianfraco Rotondi segreteria ministro 2
Difesa  Aeronautica centralino 2
Pres. Cons. min. Silvio Berlusconi centralino 2
Semplificazione Roberto Calderoli segreteria ministro 1
Riforme e federalismo Umberto Bossi segreteria ministro 1




Comunicazioni Paolo Romani numero verde staccato sempre




Per il Cavaliere (dopo Topolanek) tassa Zappadu da 30 milioni


Ha dovuto prima staccare un assegno da 24,5 milioni di euro a titolo di finanziamento infruttifero. E poi trovarsi di fronte a una perdita di 7,6 milioni di euro, che è quella con cui si è chiuso il bilancio 2009 della Immobiliare Idra. Silvio Berlusconi ha dovuto pagare a caro prezzo la difesa della sua privacy dopo le incursioni con tanto di tele-obiettivo di Antonello Zappadu, il fotografo che lo ritrasse fra il 2008 e il 2009 a villa Certosa insieme al premier cèco Mirek Topolanek in costume adamitico. Il maxi-investimento per la difesa della propria privacy si coglie ora dal bilancio 2009 della Dolcedrago spa, la holding controllata quasi totalitariamente dal Cavaliere che ne ha lasciato una minuscola quota (0,25%) a testa ai due figli di primo letto, Marina e Piersilvio. Dolcedrago controlla fra le altre società, la Immobiliare Idra che amministra le tre principali residenze private del presidente del Consiglio: Villa San Martino ad Arcore, la villa di Macherio dove abita l’ex moglie Vernica Lario e appunto villa Certosa, buen retiro estivo del Cavaliere. Lì sono stati necessari numerosi lavori di ristrutturazione per garantire meglio la sicurezza del premier ed evitare intrusioni non gradite. Spese per innalzare paratie e rendere più sicuri i confini dei parchi, ma anche per acquistare nuovi terreni che segnassero le distanze dalle residenze più vicine. Fra l’altro nel 2009 Berlusconi è riuscito a mettere fine anche a questo scopo a una lite annosa con la propria vicina di casa, la signora Maristella Cipriani. Prima, nel mese di maggio, in un preliminare di acquisto il cavaliere si è impegnato ad acquistare dalla Cipriani i terreni di confine utilizzati per la vigilanza armata a tutela della sicurezza del premier che tante liti avevano causato in questi anni. La promessa è stata poi rispettata il 14 agosto scorso aggiungendo in dono alla signora altri terreni della Idra a titolo di compensazione. E impegnandosi pure a non piazzare più vicino a casa Cipriani "apparecchiature e impianti rumorosi che rechino disturbo alla limitrofa proprietà a rimuovere quelli attualmente esistenti allo scopo di rendere meno fastidiosi i rumori e possibilmente eliminarli del tutto".

Alla pensione dei calciatori ci pensa Simona


L’isola dei famosi ha messo un mattoncino per costruire la pensione dei calciatori e degli allenatori un po’ meno famosi degli altri. E’ grazie anche a Magnolia, società di produzione del celebre programma tv guidato da Simona Ventura, che si tengono in piedi i conti della previdenza calcistica. Magnolia- che in Italia è rappresentata dall’ex direttore di Canale 5, Giorgio Gori, è infatti l’inquilino più celebre dei palazzi della Sport Invest 2000 investimenti immobiliari sportivi spa, società guidata dall’avvocato Salvatore Catalano (già presidente del collegio sindacale Rai) e controllata al 100% dal Fondo di accantonamento delle indennità di fine carriera per i giocatori e gli allenatori di calcio. La Sport Invest 2000 insomma ha il compito di investire in immobili per mantenere la solvibilità del fondo per il congedo di allenatori e giocatori di calcio. E lo ha fatto a Roma, Milano e in altre città, dove ha in portafoglio terreni e fabbricati per 33,7 milioni di euro. Fra gli immobili anche uno nella capitale, in via della Farnesina, che è diventato la sede romana di Magnolia che si è garantita la locazione con una fidejussione da 112.500 euro rilasciata dalla Banca San Paolo di Brescia. E’ il contratto di affitto più rilevante della Sport invest 2000 e così Gori e Ventura danno una mano ai calciatori più anziani. In attesa di averli all’Isola dei famosi…

Papi si è comprato il suo primo comunista: Peppone

Grazie a una lunga e complessa transazione durata più di un decennio Silvio Berlusconi è diventato dal 2009 ufficialmente l’erede di Giovanni Guareschi. O quasi. Fatto sta che gli appartiene in diritto Peppone insieme al suo eterno rivale don Camillo, in versione cinematografica. Pagando 41.562 euro all’anno di royalties infatti la Videodue srl controllata indirettamente (attraverso Dolcedrago) dal premier italiano si è conquistata il diritto di trasmettere dove e quando vuole la serie su don Camillo e Peppone. La piccola tassa finirà (come spiega il bilancio 2009 della Videodue, appena depositato) agli eredi di Renè Barjavel e Julien Duvivier, sceneggiatori della fortunatissima serie interpretata da Fernandel e Gino Cervi.

Come capo azienda ora è meglio Piersilvio di Silvio


Nell’anno più difficile 254 nuovi investitori pubblicitari sui 1.017 complessivi di Publitalia. E un’altra quarantina già arrivati nel primo trimestre 2010. Non solo, Digitalia 08, la concessionaria del digitale Mediaset, che ha raggiunto il punto di pareggio già nel 2009 con un anno di anticipo rispetto alla tabella di marcia. Così Piersilvio Berlusconi è riuscito proprio nel 2009-2010, in cui la crisi internazionale ha piegato gran parte delle economie occidentali, a battere l’orso e a fare assai meglio di quanto non sia riuscito a papà Silvio che con Giulio Tremonti era alla guida dell’azienda Italia. Mentre i conti pubblici avevano innestato il passo del gambero lasciando sul campo migliaia di feriti, Piersilvio ha tenuto la corazzata Mediaset e perfino la creatura più colpita dalla crisi, Publitalia, sulla cresta dell’onda, facendo addirittura guadagnare fette di mercato (la concessionaria del primo gruppo di tv private italiana ha conquistato nel 2009 il 64% del mercato, un punto in più dell’anno precedente). Proprio mentre Sipra (concessionaria Rai) perdeva il 17,4%, Rcs (Rizzoli Corriere della Sera) il 17,6%, Il Sole 24 System il 21,5%, Manzoni (Repubblica e Finegil) il 24 per cento (e la sola Repubblica il 14,5% del proprio fatturato pubblicitario). Ma la vera scommessa vinta da Piersilvio è proprio quella del digitale, testimoniata oltre che dal sorprendente risultato di Digitalia 08, anche dai ricavi 2010 di Mediaset premium, cresciuti del 54,6% nei primi tre mesi dell’anno sfiorando i 215 milioni di euro e avviandosi ormai a ripagare anche nel risultato gli investimenti effettuati.

Lippi pareggia, Cannavaro la butta giù. De Rossi la ritira su. La nazionale azzurra quando fa affari è uguale a quella in campo


Tutti insieme fatturano probabilmente meno dei loro 740. Però non sono da buttare via nemmeno quei 58 milioni di euro che vengono da business diversi che tra un allenamento e l’altro sono riusciti a mettere in piedi i componenti della Nazionale di calcio che ha esordito lunedì ai mondiali del Sudafrica. Un allenatore, Marcello Lippi  e 23 giocatori. Di loro 11 (Lippi più dieci giocatori) hanno già pensato al futuro, a quando appenderanno le scarpette al chiodo. E hanno provato a prepararsi un altro mestiere, perfino a lanciare un business. Il successo non è stato grandissimo, perché se i 58 milioni di valore della produzione sono comunque un risultato rispettabile da media azienda, non altrettanto si può dire del risultato consolidato formato sommando utili e perdite dei loro bilanci. Perché gli 11 azzurri in campo nel mondo degli affari nell’ultimo anno si sono rivelati una nazionale perdente. Hanno dovuto sborsare di tasca loro 198.664 euro, che rappresenta il rosso complessivo della loro avventura finanziaria. Hanno giocato maluccio, ma come nel campo reale anche qui è soprattutto questione di formazione. L’allenatore non è una certezza: con Lippi nel mondo degli affari si può vincere o perdere. Ma alla fine il risultato dell’anno è un pareggio: sommando utili e perdite delle sue partecipazioni l’allenatore azzurro è andato in rosso di appena 76 euro. Le due velocità sono una costante nelle storie degli 11 azzurri businessman. Che incredibilmente sembrano parallele a quel che si è visto in campo nella partita di esordio con il Paraguay. Il conto economico della Nazionale è infatti tirato su da uno spumeggiante Daniele De Rossi (utile consolidato di 539.090 euro), ma tirato giù da Fabio Cannavaro che alla fine perde più di un milione di euro. Senza i suoi errori di valutazione la Nazionale spa sarebbe oggi in attivo.
Gli undici azzurri hanno imparato a fare davvero un po’ di tutto nella vita. Molti si sono buttati nel mattone, costituendo immobiliari, ma anche utilizzando sistemi più sofisticati come i fondi del settore o il leasing. Alcuni hanno cercato di valorizzare il proprio marchio di origine, acquisendo società sportive, palestre, o società organizzatrici di pr. Altri hanno provato con fantasia a fare tutt’altro: c’è chi alleva bovini e chi pesci e crostacei, chi gestisce catene di ristoranti e chi prova con spiagge e locali notturni , chi idea campagne pubblicitarie e perfino chi ha messo un piedino nel business energetico del futuro: quello dell’eolico e delle energie rinnovabili. Ecco nome per nome le attività.

Marcello Lippi. Guadagna bei soldini con la Mammamia srl, la società proprietaria del Twiga di Forte dei Marmi, che Lippi possiede insieme a Paolo Brosio ma soprattutto alla Laridel partecipations di Flavio Briatore e alla Dani comunicazioni di Daniela Santanchè. Ma li perde al momento con le altre attività. Che vanno dallo Health and sport International center di Firenze alla Capraia diving service (corsi sportivi) alla immobiliare di famiglia Dast all’altra immobiliare fiorentina Promoinvest, in contenzioso con il comune di Firenze che da tempo non rilascia le autorizzazioni che servono per un immobile da acquistare in via dei Cimatori. Lippi si è anche buttato nel campo delle energie alternative con al sua Sviluppo Energia pulita srl.
Ivan Gattuso. Possiede una società immobiliare con la moglie, con immobili in Calabria e a Varese. Ha una omonima srl a Corigliano per l’allevamento di pesci a crostacei e ha poi fondato con  un socio la Gattuso e Bianchi srl per la vendita di pesci e crostacei. Il socio si chiama Andrea Bianchi e curiosamente per associarsi a Gattuso ha dovuto presentare un attestato di partecipazione a jun corso per la qualifica di responsabile dell’autocontrollo. Gattuso ha messo in piedi una catena alimentare completa: il pesce lo coltiva, lo vende e poi lo serve al ristorante attraverso la sue Ottantasette srl
Giampaolo Pazzini. Per ora l’attaccante della Sampdoria si limita all’immobiliare. E’ sua la twenty-nine srl di Montecatini. Ma il portafoglio non è affatto da buttare via: un fabbricato a Firenze e 17 in provincia di Pistoia, in gran parte a Montecatini.
Vincenzo Iaquinta.L’attaccante bianconero con la famiglia (soprattutto con il papà, molto giovane, classe 1957) conduce un’azienda di costruzioni edili omonima. E proprio prima del mondiale ha fondato la Champions Re spa, attiva nel leasing immobiliare: fra i soci ci sono anche calciatori o ex calciatori come Sebastian Giovinco e Matteo Guardalben e un procuratore di calcio come Luca Pasqualin.
Fabio Quagliarella. Per ora il suo è solo un esordio nel mondo degli affari: ha costituito e gestisce con la famiglia un’azienda immobiliare, la Faviad srl la cui sede è da poco stata trasferita a Roma.
Giorgio Chiellini. Ha costituito a Livorno con il fratello Claudio una società, la Twin Group srl, specializzata in organizzazione di eventi e pubbliche relazioni. E va piuttosto bene, visto che ha chiuso in utile di 43 mila euro.
Daniele De Rossi. Ha due immobiliari con la moglie (Aleutine 106 e Gaia immobiliare 2005) e una società che fa da agenzia per spettacolo e sport, la Dagat srl. Da poco ha costituito anche la Wgt srl che si occupa di “gestione di piano bar, discoteche, enoteche e pubs”.
Gianluca Zambrotta. Ha una immobiliare, la Giza srl con alcune proprietà a Como, a la Young Boys srl che ha tentato di acquistare all’asta giudiziaria il centro sportivo di San Fermo della Battaglia, ma il tribunale di Como si è messo di traverso.
Gianluigi Buffon. L’ultima sua avventura è stata l’acquisto dell’Hotel Stella della Versilia srl a Massa, proprietaria dell’omonimo albergo. Ha anche immobiliari come la Buffon & co e la Suolo & ambiente srl. Anche lui però è in contenzioso come Lippi con il comune di Carrara e Massa che non gli lascia costruire una strada essenziale per recuperare un immobile in disuso di proprietà. Così le ruspe sono ferme e la società nell’attesa continua a perdere soldi.
Angelo Palombo. A parte l’immobiliare di famiglia, la P&P immobiliare, possiede la Palo 17 srl. Già dal nome non sembra ci sia troppa fantasia. Eppure dovrebbe ideare campagne pubblicitarie. In attesa dell’idea vincente, perde soldi.
Fabio Cannavaro. Più che un giocatore è un’industria. Ha due capogruppo: una immobiliare (Cma immobiliare srl) e una holding di partecipazioni (Cma holding e servizi). Si è salvato dal fallimento delle farmacie Maddaloni, che hanno ottenuto da poco il concordato preventivo. Il suo impero spazia dall’immobiliare (Margot srl) , ai trasporti marittimi (Fd service srl), ai servizi societari (Gm global trading),  allo sfruttamento dei diritti di immagine (Fenix srl), all’allevamento e produzione di latte (La Fattoria gaia, Biancolatte srl) alla gestione di spiagge (Pharaon srl) e di ristoranti (Como 8 srl, Fn number One, Vittoria srl, Le Millionaire srl, Le Millionair e Caserta srl). Le ultime tre società di ristorazione aperte (Millionaire 4, Millionaire 5 e Sveva srl) hanno nella compagine un socio di rilievo: Antonio Martusciello, già coordinatore campano di Forza Italia e ancora oggi uno dei leader del Pdl in Regione.

Tremonti, guerra santa ai carrozzoni. Però salva il suo...

Venti enti pubblici sciolti per decreto. Duecentotrentadue associazioni, fondazioni, istituti e centri di varia cultura e umanità per cui d’ora in avanti sarà assai difficile ottenere un contributo pubblico. La finanziaria tutta tagli di Giulio Tremonti non ha fatto poco nella sua parte di eliminazione degli sprechi. Eppure la notizia vera non è in quei 20 che volano via e in quei 232 messi in parziale quarantena (il Tesoro comunque conserverà il 30% dei fondi erogati a loro da corrispondere a quelli più bisognosi e meritevoli). La vera notizia è quella degli enti che rimangono. Sono dieci volte quelli che si sciolgono. O le fondazioni, le associazioni e gli istituti che continueranno a vivere di contributo pubblico: un elenco anche qui dieci volte più lungo di quello che deve stringere la cinghia. Solo il ministro dell’Economia, dopo anni di privatizzazioni e liberalizzazioni, è ancora azionista diretto di una trentina di società pubbliche, che a loro volta ne controllano decine di altre. Tutte fondamentali e utilissime, naturalmente. E chissà se Tremonti conosce la fondamentale missione di Studiare Sviluppo srl, che lui controlla al 100%. Se gli è sfuggita, faccia un giretto sul sito Internet della società. Lo spiegano i manager sotto la pomposa voce “mission” (perché usare l’italiano nel tempio della finanza pubblica di Roma è ormai proibito). Eccola: “Studiare Sviluppo, soggetto strumentale di Amministrazioni centrali, realizza attività orientate principalmente verso settori tematici e progettuali coerenti con gli interessi prioritari e gli obiettivi strategici dei propri referenti istituzionali”. Avete capito qualcosa? Direi di no. Allora facciamoci spiegare meglio: “In particolare, la Società opera a valere su due linee di intervento: supporto ad Amministrazioni o Enti pubblici, sul territorio nazionale, nella programmazione e gestione di strumenti di sviluppo territoriale e locale; partecipazione a progetti internazionali, finanziati prevalentemente dall’Unione Europea, relativi a consulenza istituzionale, institutional building e assistenza  tecnica a Governi e Amministrazioni pubbliche di Paesi terzi”. Ancora nulla? Sembra l’ultimo inutile carrozzone dello Stato italiano? I manager di Studiare Sviluppo pensano di essere fondamentali: “la Società gestisce iniziative che si caratterizzano per il loro contenuto innovativo e sperimentale, e rispetto alle quali l’azione permette all’Amministrazione di ricavare utili indicazioni di policy sulla materia trattata”. Per carità di patria bisognerebbe non procedere oltre. E tacere uno dei progetti fondamentali che il Tesoro sta finanziando. Si chiama “Storie interrotte” e “consiste nella diffusione, con diversi mezzi di divulgazione e comunicazione (sperimentazione scolastica, produzione teatrale, trasmissioni radiofoniche tematiche, produzioni editoriali, audio-riviste, web), della conoscenza del ruolo, del pensiero e dell’azione di cinque figure-chiave originarie del Sud d’Italia, che hanno segnato la storia nazionale: Francesco Crispi, Francesco Saverio Nitti, Donato Menichella, Luigi Sturzo e Giuseppe Di Vittorio”. Davanti a un monumento simile all’inutilità di cui Tremonti è unico azionista e che sopravvive anche a una finanziaria come questa, allora si capisce meglio il piagnucolìo delle vittime dei tagli. Viene quasi voglia di solidarizzare con chi si è visto portare via il contributo pubblico o ridurre i gettoni di presenza. Perché a lui sì e a studiare sviluppo no? Domande che restano senza risposta. E che possono essere ripetute all’infinito. I carrozzoni sono centinaia e centinaia. Ma perché lo è il comitato nazionale per la nascita di Cesare Pavese cui Tremonti ha tolto i 33.600 euro del finanziamento dei Beni culturali e non lo è invece quello per le celebrazioni della nascita di Amintore Fanfani, rifinanziato senza battere ciglio con 60 mila euro? E per gli amanti del genere restano in vita con soldi pubblici anche il comitato per il centenario della nascita di Mario Pannunzio (222 mila euro), quello per i 400 anni della morte di padre Matteo Ricci (180 mila euro), quello per lo studio e la valorizzazione del Tesoro di San Gennaro (174 mila euro), quello per ricordare la nascita di Massimo Mila (90 mila euro), di Paolo Bonomi (60 mila euro), di Mario Tobino (90 mila euro) e decine di altri. Basta non essere stati proprio nessuno ed essere morti o nati da almeno un secolo, che anche in tempi di magra come questi continuano ad arrivare finanziamenti pubblici: 5 milioni nel 2010 a questo scopo. Brindano perché salvano il tesoretto gli altri duemila sfuggiti all’occhio di Tremonti. Il Centro di ecologia teorica, come la Fondazione Gramsci Romagna che beffa l’omonima fondazione nazionale, depennata dalla lista. L’associazione combattenti e reduci insieme ai partigiani salvi per un soffio. Niente fondi alla Fondazione Adriano Olivetti, ma arrivano 48 mila euro al Comitato per i 100 anni della nascita della Olivetti spa. Chiusi i rubinetti alla Pro civitate cristiana di Assisi, ma affluiscono fondi pubblici nelle casse del Forum per i problemi della pace e della guerra. L’elenco è infinito, e lo offriremo giorno dopo giorno ai lettori di Libero. Certo, se si vuole tagliare, non mancheranno altre occasioni.

Sacconi senzatetto, Romani però conquista la palestrina

Nel governo c’è anche qualcuno che non segue le indicazioni della casa madre. Qualcuno che non ha investito sul mattone per seguire l’esempio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. A ribellarsi (o almeno a celare diabolicamente la proprietà dei propri investimenti) anche un pezzo da novanta come il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Nessuna casa è ufficialmente intestata a lui in alcuna parte di Italia, e altrettanto dicasi della gentile graziosa consorte, che fa il direttore generale di Confindustria. Insomma, o il ministro preferisce stare in affitto o ha gabbato noi e le banche dati del catasto con qualche trucco. Come lui pochi altri nel governo: non ci sono immobili intestati al ministro Andrea Ronchi, ma la spiegazione qui l’ha offerta il diretto interessato: la casa c’era, da poco però è stata donata alla figliola che ne aveva più bisogno di papà, pronto ad arrangiarsi in affitto. Nessuna casa riconducibile a un vecchio professionista della politica, come Enzo Scotti, che oggi è ancora sottosegretario agli Esteri, e nessuna riportabile direttamente al sottosegretario al Tesoro, Luigi Casero. Due buchi perfino ai Trasporti, dove risultano senza casa di proprietà i sottosegretari Bartolomeo Giachino, detto Mino e il suo collega Giuseppe Maria Reina.
Se un gruppetto di ministri e vice dichiara zero mattoni, c’è in compenso chi nelle fila del governo ha pensato non solo a casa, ma a qualche affare immobiliare alternativo. Lo ha fatto da pochissimo il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, che oggi è in pole position per sostituire alle attività Produttive Claudio Scajola, che proprio la casa si è portato via. Romani si è comprato una palestra privata a Cusano Milanino: 67 metri quadrati e un po’ di terreno intorno, un bell’affare. Che però non deve essere piaciuto molto al fisco italiano. Nel gennaio scorso come un avvoltoio è zompata lì sopra Equitalia Esatri (concessionaria di Milano) iscrivendo ipoteca legale per un contenzioso con il viceministro da 26.292,52 euro. Lui appena se ne è accorto ha messo mano al portafoglio e saldato da gran signore il debito. Così l’ipoteca è stata cancellata del tutto lo scorso 4 marzo.

Compagni, tutti in campagna! Ecco le seconde, terze e quarte case dei leader della sinistra

Compagni, si va in campagna! E se non si trova il casalino toscano, umbro o pugliese che fa tanto chic, allora si va al mare! A sinistra è esplosa da qualche anno la moda della seconda o terza casa di proprietà, purchè silenziosa, accogliente e accomodante le buone letture. Grazie alla moda è tutto un fiorire di affaroni immobiliari che contagiano senza distinzione di credo nouvelle e ancient vague del Pd, vecchi comunisti all’amatriciana, rifondaroli dell’ultima ora e radical chic che sorridono ormai trionfanti per avere imposto ad ogni portafoglio il trend preferito. Il luogo preferito dagli agenti immobiliari rossi- si sa- è quello spicchio di terra fra campagna e mare in Toscana, poco oltre il confine con il Lazio. Tanto per intenderci, Capalbio e dintorni. Hanno lì casa (qualcuno la prima, altri la seconda e la terza) Furio Colombo e Alice Oxman, Giorgio Napolitano e Claudio Petruccioli con rispettive consorti, ma a pochi chilometri la truppa si ingrossa. Cìè Giuliano Amato con signora che da anni svernano e passano l’estate ad Ansedonia, chissà se ancora a giocare un buon tennis. C’è  Piero Fassino che con un mutuo si è ristrutturato un casale dalle parti di Scansano, dove va con la moglie Anna Serafini quando gli viene a noia la casa romana a due passi dal Pantheon (che battaglie con i locali della piazza che non chiudono mai i battenti, né di sabato né di domenica!). C’è un professore rivoluzionario attualmente in prestito all’Italia dei Valori, come Pancho Pardi che ha in pochi chilometri ha ben due case: una nell’esclusivo Monte Argentario, regno della compianta Susanna Agnelli, e l’altra davanti alla spiaggia della Giannella, quasi attaccata ad Orbetello. Pulsa lì il cuore della seconda casa di sinistra. Ma non pochi hanno scelto l’Umbria. Vi è approdato con la consorte l’ex presidente della Camera ed ex padre di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti: relax nella magione di Massa Martana, sui colli perugini per fuggire dalla casona dei Parioli e dal suo traffico insolente. Bertinotti da anni ha pure un’alternativa piena di magia, come la seconda casa (quella umbra è la terza) di Dolceacqua all’ombra del castello e vicino alle rive del fiume che vi passa in mezzo. Incantevole, ma un po’ lontanina per chi abita a Roma: si è praticamente a Ventimiglia, sul confine con la Francia. Ottima- certo- in questi giorni, se si vuole cfare un salto a Cannes e vedersi Draquila, l’ultima diabolica invenzione della amata Sabina Guzzanti.
Sulle colline umbre oziano volentieri nella seconda o terza magione altri protagonisti delle migliori stagioni della sinistra. Come Andrea Manzella, a Città della Pieve, Tommaso Padoa Schioppa e la sua compagna Barbara Spinelli fra Orvieto e Parrano, in provincia di Terni. O Giovanna Melandri a Ficulle, nel casale donatole dalla seconda moglie del padre. A metà strada fra i toscani e gli umbri si aggira invece Giuseppe Fioroni, che nella sua Viterbo ha possedimenti immobiliari in più di un paese (sono cinque le case a lui intestate). Preferiscono il mare e il ritorno nelle terre natie invece Umberto Ranieri, che ha acquistato a Maiori sulla spiaggia salernitana la sua terza casa (le altre a Roma e Napoli). O Alfonso Pecoraro Scanio che può fermarsi a dormire quando vuole in due case nel salernitano, in quella di Napoli o in quella della capitale. A sinistra non dispiace neppure la Puglia. Ci abita ovviamente Niki Vendola, governatore della Regione, anche se non è molto che ha comprato una sua casa a Terlizzi. Ci viene Vincenzo Visco, a Martinafranca in provincia di Taranto, quando non preferisce raggiungere la sua seconda casa in Pantelleria. Ci ha messo piede dal febbraio scorso anche un altro ex presidente della Camera, Luciano Violante, che ha acquistato a Francavilla Fontana, provincia di Brindisi, forse un po’ stanco delle vacanze un po’ in grigio nella sua seconda casa di Cogne, in Valle D’Aosta.