Lui continua a giurare che
no, la politica non è il suo mestiere, e che non scenderà in campo. Ma ormai
c’è la prova provata della evidente bugia ripetuta come una cantilena da Luca
Cordero di Montezemolo. Perché l’ex presidente della Fiat e della Confindustria
a Montecitorio ha già pronta la sua poltrona. Lui non è ancora lì, ma la Camera
già sta pagandogli l’indennità di poltrona. A testimoniarlo è un contratto che
l’amministrazione di Montecitorio ha da poco firmato con il gruppo Montezemolo.
Poltrona Frau si è infatti assicurata in cordata con altre tre aziende del
settore la fornitura di 220 mila euro di poltrone per il terzo palazzo delle
istituzioni presieduto da Gianfranco Fini. L’azienda di Montezemolo ha infatti
vinto una gara per “acquisto di arredi e sedute” fornendo già le prime
poltroncine pregiate ai deputati nel primo quadrimestre. Luca penserà a
poltrone e divani (quelli celebri del Transatlantico dove parlottano nelle pause
onorevoli e giornalisti), i compagni di cordata penseranno alla fornitura di
altri arredi da ufficio. Insieme a Poltrona Frau ci sono infatti la Estel
Office spa della famiglia Stella, la Tecno spa del gruppo Mosconi e la Sedus
stoll che appartiene all’omonimo gruppo internazionale. Altre suppellettili per
gli uffici dei deputati saranno invece fornite (per 100 mila euro) dalla
Eurosalotto Pedrina, dalla Cassina spa e da un gruppo di piccole aziende
minori. Solo di arredi di complemento per gli uffici quest’anno la Camera ha
messo in budget una spesa al milione di euro. Non riguarderà però i famosi
uffici dei deputati sistemati ormai fuori dal palazzo principale, anche perché
sono tutti di recentissima costruzione e con arredi per lo più nuovi fiammanti.
Grazie a quella gara Montezemolo ha già avviato una rivoluzione copernicana nel
sistema politico. Un tempo si conquistava la poltrona del palazzo. Lui invece
ha conquistato il palazzo per la sua poltrona. E quando arriverà potrà sentirsi
già a casa sua.
L'ultima bufala: non si può più intercettare la moglie di Riina. Già, perchè lei al telefono racconta tutto...
Quante intercettazioni telefoniche sono servite a catturare Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano? Quante telefonate hanno tradito i capi della mafia e sono state utilizzate come fonti di prova per la loro condanna nei maxi processi? La risposta è semplice: nemmeno una. Sì, è vero. Per quattro anni gli inquirenti hanno piazzato microspie nella casa di Saveria Provenzano. Per 34.650 ore un ristretto pool di poliziotti ha ascoltato ininterrottamente ogni respiro captato nella casa dove viveva la moglie del capo dei capi della mafia. In quattro anni non è accaduto nulla. Solo una sera di inverno si è sentito piangere e singhiozzare Saveria. E solo l’intuito di un poliziotto ha immaginato che potesse essere accaduto qualcosa al padrino: forse stava male, forse era capitato qualcosa di grave. Dopo, solo dopo, si sarebbe ipotizzato che forse quel singhiozzo seguì la notizia giunta in un misterioso pizzino del cancro alla prostata di Provenzano, del suo ricovero sotto falso nome in una clinica di Marsiglia. Non ci sono telefonate, non ci sono intercettazioni, non ci sono microspie ambientali piazzate dove si voglia che siano state utili a trovare i superlatitanti della mafia, che abbiano tradito i Riina, i Messina Denaro, i Piccolo, i Bagarella. Non c’è una sola telefonata a inchiodare chicchessia nei grandi processi sulla criminalità organizzata. Basta andarsi a riprendere gli atti, leggersi le sentenze, sentire gli inquirenti veri che sono andati per anni caccia dei mafiosi. La caratteristica principale di Cosa nostra è il silenzio. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno parla al telefono. Ad aprire bocca sono stati i pentiti, raccontando ognuno la sua verità e certo fornendo ai magistrati anche elementi fondamentali nella guerra alla mafia. Ma nessun picciotto che conti si è mai tradito al telefono. Nessuna moglie, nessun figlio di latitante è inciampato in una frase di troppo captata dalla microspia che ben immaginavano di avere in casa, in ufficio, nel negozio o in auto.
Alcuni quotidiani assai agguerriti nella campagna contro la legge del governo per regolamentare le intercettazioni ieri riferivano dell’arma micidiale che avrebbe usato il presidente della Camera, Gianfranco Fini per convincere Umberto Bossi che quella legge sarebbe assai indigesta: “Ma ti rendi conto Umberto”, ricostruiva ieri Il Fatto quotidiano, certo di avere intercettato la telefonata fra Fini e Bossi, “che con questo testo approvato in Senato non si potrebbe mettere una cimice nella macchina della moglie di Riina?”. Chissà se l’intercettazione politica è vera o una delle tante patacche disseminate in questa campagna. Certo è una patacca questa della microspia nell’auto della moglie di Riina. Non solo perché la legge sulle intercettazioni non vieta affatto questa possibilità. Ma perché la moglie di Riina- Ninetta Bagarella- non ha mai avuto auto e quando vi è salita sopra è sempre stato perché altri la scortavano e si mettevano alla guida. Microspie ne hanno messe anche a lei e ai suoi figli, in casa, in lavanderia, nei luoghi di lavoro. Ma inutilmente: non è da quelle che il capitano Ultimo ha avuto la strada per rintracciare il Capo dei capi e giungere al suo arresto nel lontano 1993.
Non ci sono intercettazioni ambientali, non ci sono brogliacci di telefonate fra le prove regine dei processi per la strage di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone, o per la strage di via D’Amelio dove a perdere al vita fu Paolo Borsellino. Sì, qualche magistrato siciliano come Antonio Ingroia anche oggi va ripetendo in dibattiti e conferenze insieme ai Marco Travaglio o ai giornalisti dell’antimafia che senza intercettazioni telefoniche non si prenderebbe più neanche un latitante. Ma non è vero. L’unico lavoro sui telefoni in qualche modo collegato alle grandi inchieste sulla criminalità organizzata è stato quello sui tabulati telefonici fatto da Gioacchino Genchi nell’inchiesta sulla strage di Capaci. Non intercettazioni, ma controllo dei tabulati molto tempo dopo i fatti. Lì ha ricostruito qua e là chi stava in contatto con chi e ipotizzato anche una telefonata subito dopo la strage per dare il segnale che tutto era avvenuto secondo i piani. Un indizio importante certo, ma probabilmente se quella telefonata fosse stata intercettata (e assai difficilmente sarebbe potuto avvenire), probabilmente non si sarebbe sentito molto più di un sospiro. E’ una superpatacca quella della legge sulle intercettazioni che manderebbe gambe all’aria la lotta alla mafia. Nei processi le uniche vere telefonate prodotte sono quelle ai politici ritenuti coinvolti. Ad esempio quelle di Silvio Berlusconi o Marcello dell’Utri. Buone a tutti gli usi e a tutte le interpretazioni. Perché parlavano liberamente al telefono. Come i veri mafiosi non fanno mai.
Ma come tirano la cinghia! In Calabria ogni assessore ha fatto assumere un autista che gli era caro
La scelta al momento l’hanno
fatta in sei, ma è possibile che alla fine diventi una caratteristica comune a
tutta la nuova giunta della Regione Calabria, guidata da Giuseppe Scopelliti:
la squadra di governo è stata dotata di un autista personale di fiducia
liberamente scelto al di fuori della pubblica amministrazione. Il primo a
togliere i colleghi dall’imbarazzo è stato il 19 aprile scorso l’assessore
all’Urbanistica, Piero Aiello, in carica da tre giorni. Ha preso carta e penna
e scritto al dirigente dell’ufficio dle personale chiedendo l’assunzione come
autista di fiducia (stipendio base standard della Regione: 35.707,44 euro
all’anno) di Salvatore Ionà, “estraneo alla pubblica amministrazione”. La Regione Calabria naturalmente
ha i suoi autisti regolarmente assunti, ma non erano di fiducia dell’assessore,
che per regolamento regionale ha diritto ha una sua “struttura speciale” di
collaborazione in cui sono consentite immissioni di personale dall’esterno.
Spezzato il ghiaccio, quello dell’autista di fiducia è diventato un cult in
Regione. Il 21 aprile è arrivata la richiesta dell’assessore all’Agricoltura e
alla Forestazione, Michele Trematerra per chiedere l’assunzione dell’autista di
fiducia Giovanni Siciliano. Con lettera del 22 aprile anche l’assessore al
Bilancio, Giacomo Mancini, ha preteso (e poi ottenuto) l’assunzione
dall’esterno del suo chauffeur: Francesco Manna. Il 27 aprile all’ufficio del
personale è arrivata la lettera- con analoga richiesta- scritta dall’avvocato
Francescantonio Stillitani: l’autista prescelto (anche lui estraneo alla
pubblica amministrazione) è stato Emanuele Mancuso. Il 30 aprile altra lettera,
questa volta firmata dal neoassessore alle Attività Produttive, Antonio Caridi.
Chaffeur personale dall’esterno: Domenico Laganà, assunto effettivamente dal 5
maggio con decreto n. 7018 di inserimento nel “registro dei decreti dei
dirigenti della Regione Calabria”. Quello stesso giorno all’ufficio del
personale è arrivata un’altra lettera- con analoga richiesta- da parte
dell’assessore all’Ambiente, Francesco Pugliano, che non aveva trovato
all’interno della Regione un autista di fiducia e con la sua richiesta ha fatto
strabuzzare gli occhi ai dirigenti della Regione. Il prescelto infatti è un
omonimo: Francesco Pugliano, nato come l’assessore a Rocca di Neto in provincia
di Crotone. L’assessore però è del 1955 e l’autista è del 1969. Uno faceva il
veterinario prima di arrivare in Regione, l’altro (l’autista) aveva una omonima
impresa agricola.
l'Italia giocava? Solo i Bossi e Calderoli's boys lavoravano come sempre
| Durante la disfatta azzurra di Italia- Slovacchia molti nei ministeri erano talmente presi dalla partita da non potere rispondere al telefono. Nella segreteria del ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, solo durante l'intervallo qualcuno si è degnato di rispondere. E solo lo staff della Lega ha risposto al primo colpo: i Bossi e Calderoli boy's non stavano guardando l'Italia. Prova effettuata da Franco Bechis dal primo minuto della partita | |||||||
| Ministero | Titolare | Ufficio | Secondi per avere risposta | ||||
| Commercio estero | Adolfo Urso | centralino | 1.972 | ||||
| Pari Opportunità | Mara Carfagna | segreteria ministro | 1.863 | ||||
| Salute | Ferruccio Fazio | centralino | 1.122 | ||||
| Sviluppo Economico | int. Silvio Berlusconi | centralino | 274 | ||||
| Economia | Giulio Tremonti | centralino | 137 | ||||
| Infrastrutture | Altero Matteoli | centralino | 42 | ||||
| Turismo | Michela V. Brambilla | centralino | 31 | ||||
| Lavoro | Maurizio Sacconi | centralino | 27 | ||||
| Giustizia | Angelino Alfano | centralino | 22 | ||||
| Politiche Ue | Andrea Ronchi | segreteria ministro | 21 | ||||
| Beni Culturali | Sandro Bondi | centralino | 13 | ||||
| Difesa | Ignazio La Russa | gabinetto | 12 | ||||
| Pubblica istruz |
Maristella Gelmini | centralino | 11 | ||||
| Difesa | Esercito | centralino | 11 | ||||
| Interno | Roberto Maroni | centralino | 9 | ||||
| Ambiente | Stefania Prestigiacomo | centralino | 9 | ||||
| Politiche agricole | Giancarlo Galan | centralino | 7 | ||||
| Pa e Innovazione | Renato Brunetta | centralino | 6 | ||||
| Camera deputati | Gianfranco Fini | centralino | 5 | ||||
| Rapporti regioni | Raffaele Fitto | segreteria ministro | 5 | ||||
| Gioventù | Giorgia Meloni | segreteria ministro | 4 | ||||
| Difesa | Marina militare | centralino | 4 | ||||
| Senato | Renato Schifani | centralino | 3 | ||||
| Esteri | Franco Frattini | centralino | 3 | ||||
| Rapporti Parlamento | Elio Vito | segreteria ministro | 3 | ||||
| Attuazione programma | Gianfraco Rotondi | segreteria ministro | 2 | ||||
| Difesa | Aeronautica | centralino | 2 | ||||
| Pres. Cons. min. | Silvio Berlusconi | centralino | 2 | ||||
| Semplificazione | Roberto Calderoli | segreteria ministro | 1 | ||||
| Riforme e federalismo | Umberto Bossi | segreteria ministro | 1 | ||||
| Comunicazioni | Paolo Romani | numero verde | staccato sempre | ||||
Per il Cavaliere (dopo Topolanek) tassa Zappadu da 30 milioni
Ha dovuto prima staccare un assegno da 24,5 milioni di euro a titolo di finanziamento infruttifero. E poi trovarsi di fronte a una perdita di 7,6 milioni di euro, che è quella con cui si è chiuso il bilancio 2009 della Immobiliare Idra. Silvio Berlusconi ha dovuto pagare a caro prezzo la difesa della sua privacy dopo le incursioni con tanto di tele-obiettivo di Antonello Zappadu, il fotografo che lo ritrasse fra il 2008 e il
Alla pensione dei calciatori ci pensa Simona
L’isola dei famosi ha messo
un mattoncino per costruire la pensione dei calciatori e degli allenatori un
po’ meno famosi degli altri. E’ grazie anche a Magnolia, società di produzione
del celebre programma tv guidato da Simona Ventura, che si tengono in piedi i
conti della previdenza calcistica. Magnolia- che in Italia è rappresentata
dall’ex direttore di Canale 5, Giorgio Gori, è infatti l’inquilino più celebre
dei palazzi della Sport Invest 2000 investimenti immobiliari sportivi spa,
società guidata dall’avvocato Salvatore Catalano (già presidente del collegio
sindacale Rai) e controllata al 100% dal Fondo di accantonamento delle
indennità di fine carriera per i giocatori e gli allenatori di calcio. La Sport Invest 2000 insomma ha il
compito di investire in immobili per mantenere la solvibilità del fondo per il
congedo di allenatori e giocatori di calcio. E lo ha fatto a Roma, Milano e in
altre città, dove ha in portafoglio terreni e fabbricati per 33,7 milioni di
euro. Fra gli immobili anche uno nella capitale, in via della Farnesina, che è
diventato la sede romana di Magnolia che si è garantita la locazione con una
fidejussione da 112.500 euro rilasciata dalla Banca San Paolo di Brescia. E’ il
contratto di affitto più rilevante della Sport invest 2000 e così Gori e
Ventura danno una mano ai calciatori più anziani. In attesa di averli all’Isola
dei famosi…
Papi si è comprato il suo primo comunista: Peppone
Grazie a una lunga e complessa transazione durata più di un decennio Silvio Berlusconi è diventato dal 2009 ufficialmente l’erede di Giovanni Guareschi. O quasi. Fatto sta che gli appartiene in diritto Peppone insieme al suo eterno rivale don Camillo, in versione cinematografica. Pagando 41.562 euro all’anno di royalties infatti la Videodue srl controllata indirettamente (attraverso Dolcedrago) dal premier italiano si è conquistata il diritto di trasmettere dove e quando vuole la serie su don Camillo e Peppone. La piccola tassa finirà (come spiega il bilancio 2009 della Videodue, appena depositato) agli eredi di Renè Barjavel e Julien Duvivier, sceneggiatori della fortunatissima serie interpretata da Fernandel e Gino Cervi.
Come capo azienda ora è meglio Piersilvio di Silvio
Nell’anno più difficile 254
nuovi investitori pubblicitari sui 1.017 complessivi di Publitalia. E un’altra
quarantina già arrivati nel primo trimestre 2010. Non solo, Digitalia 08, la
concessionaria del digitale Mediaset, che ha raggiunto il punto di pareggio già
nel 2009 con un anno di anticipo rispetto alla tabella di marcia. Così
Piersilvio Berlusconi è riuscito proprio nel 2009-2010, in cui la crisi
internazionale ha piegato gran parte delle economie occidentali, a battere
l’orso e a fare assai meglio di quanto non sia riuscito a papà Silvio che con
Giulio Tremonti era alla guida dell’azienda Italia. Mentre i conti pubblici
avevano innestato il passo del gambero lasciando sul campo migliaia di feriti,
Piersilvio ha tenuto la corazzata Mediaset e perfino la creatura più colpita
dalla crisi, Publitalia, sulla cresta dell’onda, facendo addirittura guadagnare
fette di mercato (la concessionaria del primo gruppo di tv private italiana ha
conquistato nel 2009 il 64% del mercato, un punto in più dell’anno precedente).
Proprio mentre Sipra (concessionaria Rai) perdeva il 17,4%, Rcs (Rizzoli
Corriere della Sera) il 17,6%, Il Sole 24 System il 21,5%, Manzoni (Repubblica
e Finegil) il 24 per cento (e la sola Repubblica il 14,5% del proprio fatturato
pubblicitario). Ma la vera scommessa vinta da Piersilvio è proprio quella del
digitale, testimoniata oltre che dal sorprendente risultato di Digitalia 08,
anche dai ricavi 2010 di Mediaset premium, cresciuti del 54,6% nei primi tre
mesi dell’anno sfiorando i 215 milioni di euro e avviandosi ormai a ripagare
anche nel risultato gli investimenti effettuati.
Lippi pareggia, Cannavaro la butta giù. De Rossi la ritira su. La nazionale azzurra quando fa affari è uguale a quella in campo
Tutti insieme fatturano
probabilmente meno dei loro 740. Però non sono da buttare via nemmeno quei 58
milioni di euro che vengono da business diversi che tra un allenamento e l’altro
sono riusciti a mettere in piedi i componenti della Nazionale di calcio che ha
esordito lunedì ai mondiali del Sudafrica. Un allenatore, Marcello Lippi e 23 giocatori. Di loro 11 (Lippi più dieci
giocatori) hanno già pensato al futuro, a quando appenderanno le scarpette al
chiodo. E hanno provato a prepararsi un altro mestiere, perfino a lanciare un
business. Il successo non è stato grandissimo, perché se i 58 milioni di valore
della produzione sono comunque un risultato rispettabile da media azienda, non
altrettanto si può dire del risultato consolidato formato sommando utili e
perdite dei loro bilanci. Perché gli 11 azzurri in campo nel mondo degli affari
nell’ultimo anno si sono rivelati una nazionale perdente. Hanno dovuto sborsare
di tasca loro 198.664 euro, che rappresenta il rosso complessivo della loro
avventura finanziaria. Hanno giocato maluccio, ma come nel campo reale anche
qui è soprattutto questione di formazione. L’allenatore non è una certezza: con
Lippi nel mondo degli affari si può vincere o perdere. Ma alla fine il
risultato dell’anno è un pareggio: sommando utili e perdite delle sue
partecipazioni l’allenatore azzurro è andato in rosso di appena 76 euro. Le due
velocità sono una costante nelle storie degli 11 azzurri businessman. Che incredibilmente
sembrano parallele a quel che si è visto in campo nella partita di esordio con
il Paraguay. Il conto economico della Nazionale è infatti tirato su da uno
spumeggiante Daniele De Rossi (utile consolidato di 539.090 euro), ma tirato
giù da Fabio Cannavaro che alla fine perde più di un milione di euro. Senza i
suoi errori di valutazione la
Nazionale spa sarebbe oggi in attivo.
Gli undici azzurri hanno
imparato a fare davvero un po’ di tutto nella vita. Molti si sono buttati nel
mattone, costituendo immobiliari, ma anche utilizzando sistemi più sofisticati
come i fondi del settore o il leasing. Alcuni hanno cercato di valorizzare il
proprio marchio di origine, acquisendo società sportive, palestre, o società
organizzatrici di pr. Altri hanno provato con fantasia a fare tutt’altro: c’è
chi alleva bovini e chi pesci e crostacei, chi gestisce catene di ristoranti e
chi prova con spiagge e locali notturni , chi idea campagne pubblicitarie e
perfino chi ha messo un piedino nel business energetico del futuro: quello
dell’eolico e delle energie rinnovabili. Ecco nome per nome le attività.
Marcello Lippi. Guadagna bei
soldini con la Mammamia srl, la società proprietaria del Twiga di Forte dei
Marmi, che Lippi possiede insieme a Paolo Brosio ma soprattutto alla Laridel
partecipations di Flavio Briatore e alla Dani comunicazioni di Daniela
Santanchè. Ma li perde al momento con le altre attività. Che vanno dallo Health
and sport International center di Firenze alla Capraia diving service (corsi
sportivi) alla immobiliare di famiglia Dast all’altra immobiliare fiorentina
Promoinvest, in contenzioso con il comune di Firenze che da tempo non rilascia
le autorizzazioni che servono per un immobile da acquistare in via dei
Cimatori. Lippi si è anche buttato nel campo delle energie alternative con al
sua Sviluppo Energia pulita srl.
Ivan Gattuso. Possiede una
società immobiliare con la moglie, con immobili in Calabria e a Varese. Ha una
omonima srl a Corigliano per l’allevamento di pesci a crostacei e ha poi
fondato con un socio la Gattuso e
Bianchi srl per la vendita di pesci e crostacei. Il socio si chiama Andrea
Bianchi e curiosamente per associarsi a Gattuso ha dovuto presentare un
attestato di partecipazione a jun corso per la qualifica di responsabile
dell’autocontrollo. Gattuso ha messo in piedi una catena alimentare completa:
il pesce lo coltiva, lo vende e poi lo serve al ristorante attraverso la sue
Ottantasette srl
Giampaolo Pazzini. Per ora
l’attaccante della Sampdoria si limita all’immobiliare. E’ sua la twenty-nine
srl di Montecatini. Ma il portafoglio non è affatto da buttare via: un
fabbricato a Firenze e 17 in
provincia di Pistoia, in gran parte a Montecatini.
Vincenzo
Iaquinta.L’attaccante bianconero con la famiglia (soprattutto con il papà,
molto giovane, classe 1957) conduce un’azienda di costruzioni edili omonima. E
proprio prima del mondiale ha fondato la Champions Re spa,
attiva nel leasing immobiliare: fra i soci ci sono anche calciatori o ex
calciatori come Sebastian Giovinco e Matteo Guardalben e un procuratore di
calcio come Luca Pasqualin.
Fabio Quagliarella. Per ora
il suo è solo un esordio nel mondo degli affari: ha costituito e gestisce con
la famiglia un’azienda immobiliare, la Faviad srl la cui sede è da poco stata trasferita
a Roma.
Giorgio Chiellini. Ha
costituito a Livorno con il fratello Claudio una società, la Twin Group srl,
specializzata in organizzazione di eventi e pubbliche relazioni. E va piuttosto
bene, visto che ha chiuso in utile di 43 mila euro.
Daniele De Rossi. Ha due
immobiliari con la moglie (Aleutine 106 e Gaia immobiliare 2005) e una società
che fa da agenzia per spettacolo e sport, la Dagat srl. Da poco ha costituito anche la Wgt srl che si occupa di
“gestione di piano bar, discoteche, enoteche e pubs”.
Gianluca Zambrotta. Ha una
immobiliare, la Giza
srl con alcune proprietà a Como, a la Young Boys srl che ha tentato di acquistare
all’asta giudiziaria il centro sportivo di San Fermo della Battaglia, ma il
tribunale di Como si è messo di traverso.
Gianluigi Buffon. L’ultima
sua avventura è stata l’acquisto dell’Hotel Stella della Versilia srl a Massa,
proprietaria dell’omonimo albergo. Ha anche immobiliari come la Buffon & co e la Suolo & ambiente srl.
Anche lui però è in contenzioso come Lippi con il comune di Carrara e Massa che
non gli lascia costruire una strada essenziale per recuperare un immobile in
disuso di proprietà. Così le ruspe sono ferme e la società nell’attesa continua
a perdere soldi.
Angelo Palombo. A parte
l’immobiliare di famiglia, la P &P
immobiliare, possiede la Palo
17 srl. Già dal nome non sembra ci sia troppa fantasia. Eppure dovrebbe ideare
campagne pubblicitarie. In attesa dell’idea vincente, perde soldi.
Fabio Cannavaro. Più che un
giocatore è un’industria. Ha due capogruppo: una immobiliare (Cma immobiliare
srl) e una holding di partecipazioni (Cma holding e servizi). Si è salvato dal
fallimento delle farmacie Maddaloni, che hanno ottenuto da poco il concordato
preventivo. Il suo impero spazia dall’immobiliare (Margot srl) , ai trasporti
marittimi (Fd service srl), ai servizi societari (Gm global trading), allo sfruttamento dei diritti di immagine
(Fenix srl), all’allevamento e produzione di latte (La Fattoria gaia,
Biancolatte srl) alla gestione di spiagge (Pharaon srl) e di ristoranti (Como 8
srl, Fn number One, Vittoria srl, Le Millionaire srl, Le Millionair e Caserta
srl). Le ultime tre società di ristorazione aperte (Millionaire 4, Millionaire
5 e Sveva srl) hanno nella compagine un socio di rilievo: Antonio Martusciello,
già coordinatore campano di Forza Italia e ancora oggi uno dei leader del Pdl
in Regione.
Tremonti, guerra santa ai carrozzoni. Però salva il suo...
Venti enti pubblici sciolti per decreto. Duecentotrentadue associazioni, fondazioni, istituti e centri di varia cultura e umanità per cui d’ora in avanti sarà assai difficile ottenere un contributo pubblico. La finanziaria tutta tagli di Giulio Tremonti non ha fatto poco nella sua parte di eliminazione degli sprechi. Eppure la notizia vera non è in quei 20 che volano via e in quei 232 messi in parziale quarantena (il Tesoro comunque conserverà il 30% dei fondi erogati a loro da corrispondere a quelli più bisognosi e meritevoli). La vera notizia è quella degli enti che rimangono. Sono dieci volte quelli che si sciolgono. O le fondazioni, le associazioni e gli istituti che continueranno a vivere di contributo pubblico: un elenco anche qui dieci volte più lungo di quello che deve stringere la cinghia. Solo il ministro dell’Economia, dopo anni di privatizzazioni e liberalizzazioni, è ancora azionista diretto di una trentina di società pubbliche, che a loro volta ne controllano decine di altre. Tutte fondamentali e utilissime, naturalmente. E chissà se Tremonti conosce la fondamentale missione di Studiare Sviluppo srl, che lui controlla al 100%. Se gli è sfuggita, faccia un giretto sul sito Internet della società. Lo spiegano i manager sotto la pomposa voce “mission” (perché usare l’italiano nel tempio della finanza pubblica di Roma è ormai proibito). Eccola: “Studiare Sviluppo, soggetto strumentale di Amministrazioni centrali, realizza attività orientate principalmente verso settori tematici e progettuali coerenti con gli interessi prioritari e gli obiettivi strategici dei propri referenti istituzionali”. Avete capito qualcosa? Direi di no. Allora facciamoci spiegare meglio: “In particolare, la Società opera a valere su due linee di intervento: supporto ad Amministrazioni o Enti pubblici, sul territorio nazionale, nella programmazione e gestione di strumenti di sviluppo territoriale e locale; partecipazione a progetti internazionali, finanziati prevalentemente dall’Unione Europea, relativi a consulenza istituzionale, institutional building e assistenza tecnica a Governi e Amministrazioni pubbliche di Paesi terzi”. Ancora nulla? Sembra l’ultimo inutile carrozzone dello Stato italiano? I manager di Studiare Sviluppo pensano di essere fondamentali: “la Società gestisce iniziative che si caratterizzano per il loro contenuto innovativo e sperimentale, e rispetto alle quali l’azione permette all’Amministrazione di ricavare utili indicazioni di policy sulla materia trattata”. Per carità di patria bisognerebbe non procedere oltre. E tacere uno dei progetti fondamentali che il Tesoro sta finanziando. Si chiama “Storie interrotte” e “consiste nella diffusione, con diversi mezzi di divulgazione e comunicazione (sperimentazione scolastica, produzione teatrale, trasmissioni radiofoniche tematiche, produzioni editoriali, audio-riviste, web), della conoscenza del ruolo, del pensiero e dell’azione di cinque figure-chiave originarie del Sud d’Italia, che hanno segnato la storia nazionale: Francesco Crispi, Francesco Saverio Nitti, Donato Menichella, Luigi Sturzo e Giuseppe Di Vittorio”. Davanti a un monumento simile all’inutilità di cui Tremonti è unico azionista e che sopravvive anche a una finanziaria come questa, allora si capisce meglio il piagnucolìo delle vittime dei tagli. Viene quasi voglia di solidarizzare con chi si è visto portare via il contributo pubblico o ridurre i gettoni di presenza. Perché a lui sì e a studiare sviluppo no? Domande che restano senza risposta. E che possono essere ripetute all’infinito. I carrozzoni sono centinaia e centinaia. Ma perché lo è il comitato nazionale per la nascita di Cesare Pavese cui Tremonti ha tolto i 33.600 euro del finanziamento dei Beni culturali e non lo è invece quello per le celebrazioni della nascita di Amintore Fanfani, rifinanziato senza battere ciglio con 60 mila euro? E per gli amanti del genere restano in vita con soldi pubblici anche il comitato per il centenario della nascita di Mario Pannunzio (222 mila euro), quello per i 400 anni della morte di padre Matteo Ricci (180 mila euro), quello per lo studio e la valorizzazione del Tesoro di San Gennaro (174 mila euro), quello per ricordare la nascita di Massimo Mila (90 mila euro), di Paolo Bonomi (60 mila euro), di Mario Tobino (90 mila euro) e decine di altri. Basta non essere stati proprio nessuno ed essere morti o nati da almeno un secolo, che anche in tempi di magra come questi continuano ad arrivare finanziamenti pubblici: 5 milioni nel 2010 a questo scopo. Brindano perché salvano il tesoretto gli altri duemila sfuggiti all’occhio di Tremonti. Il Centro di ecologia teorica, come la Fondazione Gramsci Romagna che beffa l’omonima fondazione nazionale, depennata dalla lista. L’associazione combattenti e reduci insieme ai partigiani salvi per un soffio. Niente fondi alla Fondazione Adriano Olivetti, ma arrivano 48 mila euro al Comitato per i 100 anni della nascita della Olivetti spa. Chiusi i rubinetti alla Pro civitate cristiana di Assisi, ma affluiscono fondi pubblici nelle casse del Forum per i problemi della pace e della guerra. L’elenco è infinito, e lo offriremo giorno dopo giorno ai lettori di Libero. Certo, se si vuole tagliare, non mancheranno altre occasioni.
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