Ehia ehia voglio quella foto là! Fini si è portato alla Camera il fotografo di fiducia (con tanta nostalgia...)


L’appalto in teoria dovevano dividerselo in tre, e la spesa prevista per l’intero 2010 era stata messa in budget per un totale di 307.992 euro. Quello era quanto il collegio dei Questori della Camera aveva previsto di erogare in cambio di qualche servizio fotografico per le pubblicazioni e l’archivio interno. Una spesa non piccolissima, che però doveva coprire sia le foto di ambiente del palazzo che quelle- ricordo della attività istituzionale del suo presidente pro-tempore, Gianfranco Fini. Il budget rischia però di andare a farsi benedire, perché uno dei tre fotografi prescelti, ne ha mangiato già un buon quarto nel solo primo mese dell’anno. Un paio di mini-servizi commissionati alla Luxardo foto, una serie di book richiesti a Umberto Battaglia (12.756 euro già impegnati a febbraio per servizi sugli ambienti del palazzo) e la gran parte assorbita per le foto della frenetica attività istituzionale e diplomatica di Fini. Visite ufficiali in Italia e all’estero, incontri istituzionali con presidenti di Stati e Parlamenti di tutto il mondo, incontri con scolaresche e associazioni. Bottino pieno per la società che si è assicurata l’esclusiva dell’immagine del presidente della Camera, la Impero fotografico srl, che in un solo mese ha già prenotato 75.328 euro della posta complessiva ( i dati sarebbero segreti, naturalmente, ma ora li possiamo conoscere tutti grazie a una battaglia fatta sulla trasparenza con tanto di sciopero della fame dalla radicale Rita Bernardini). Il nome della società dice già qualcosa, con quel riferimento nostalgico un tempo impreziosito anche da un’aquila imperiale stemma dell’agenzia. Ma se si fa quello del titolare, si mette a versare lacrimoni anche donna Assunta: si tratta infatti di Enrico Para, l’ex fotografo di fiducia di Giorgio Almirante, un monumento vivente della storia postfascista italiana. Para dal 1980 è il fotografo ufficiale del Secolo d’Italia. Ha marcato come un francobollo avendone il copyright tutti i leader prima del movimento sociale e poi di Alleanza Nazionale. Era l’ombra di Almirante, è diventato una sorta di guardia del corpo di Fini. L’attuale leader della minoranza del Pdl non vuole fotografia ufficiale che non abbia la firma di Para, e ha trasmesso questa passione per il suo click anche ai principali amici e collaboratori. Tanto che Para è diventato fra il 2001 e il 2006 quasi il fotografo unico delle istituzioni del centro destra. Fini se lo portò dietro a palazzo Chigi come fotografo ufficiale del vicepresidente del Consiglio e alla Farnesina come ritrattista del ministro degli Esteri. Francesco Storace ne fece il fotografo ufficiale della Regione Lazio, Gianni Alemanno ne utilizzò l’opera al ministero delle Risorse agricole, Altero Matteoli lo chiamò al suo ministero dell’Ambiente. Naturale che quando Fini è divenuto la terza carica della Repubblica non abbia voluto altro scatto che quello di Para. E non si è sottratto certo ai suoi flash,tanto da creare qualche preoccupazione al collegio dei questori che ha visto lievitare oltre ogni attesa il conto per le fotografie.
Nonostante le frenetiche attività istituzionali del presidente della Camera e dei vari ministri che lo hanno voluto alla loro corte, Para è riuscito a trovare il tempo sia per continuare l’attività tradizionale della sua Impero fotografico (i redditizi servizi per i matrimoni), sia per togliersi qualche sfizio. In pochi anni un libro dietro l’altro. Con Federico Guiglia ha pubblicato ( e dàglie) una biografia di Fini assai vicina all’agiografia (“Gianfranco Fini, cronaca di un leader), corredata di tutte le foto scattate negli anni a palazzo Chigi. Con Mauro Mazza, attuale direttore di Rai Uno, ha dato alle stampe “I ragazzi di via Milano” dove campeggiava la bellissima foto della squadra di calcio del secolo, con tutti i futuri leader di An.
Para scatta e non commenta. Cresciuto in quel mondo, lo ha seguito (e gli è andata bene) senza mai fare capire cosa pensasse davvero dei vari cambi di pelle della destra italiana. Qualcosa si capiva fino a un anno fa dando un’occhiata al sito Internet della sua agenzia foto. Ai novelli sposi proponeva quattro tipi di servizi fotografici: “Claretta, Rachele, Edda e Rosa”, i nomi dell’amante, della moglie, della figlia e della mamma di Benito Mussolini. La traccia di una evidente nostalgia. Che però deve essere saltata all’occhio del suo committente, che non poteva più permettersela. Meglio riparare, deve avere pensato il fotografo, che non voleva perdersi per nessuna ragione al mondo il business della Camera dei deputati. Così i quattro servizi per gli sposi oggi si chiamano: “Diamante, Topazio, Smeraldo e Rubino”. Cosa non si fa per la gloria…

Ha negato mille volte. Montezemolo però ha la sua poltrona a Montecitorio


Lui continua a giurare che no, la politica non è il suo mestiere, e che non scenderà in campo. Ma ormai c’è la prova provata della evidente bugia ripetuta come una cantilena da Luca Cordero di Montezemolo. Perché l’ex presidente della Fiat e della Confindustria a Montecitorio ha già pronta la sua poltrona. Lui non è ancora lì, ma la Camera già sta pagandogli l’indennità di poltrona. A testimoniarlo è un contratto che l’amministrazione di Montecitorio ha da poco firmato con il gruppo Montezemolo. Poltrona Frau si è infatti assicurata in cordata con altre tre aziende del settore la fornitura di 220 mila euro di poltrone per il terzo palazzo delle istituzioni presieduto da Gianfranco Fini. L’azienda di Montezemolo ha infatti vinto una gara per “acquisto di arredi e sedute” fornendo già le prime poltroncine pregiate ai deputati nel primo quadrimestre. Luca penserà a poltrone e divani (quelli celebri del Transatlantico dove parlottano nelle pause onorevoli e giornalisti), i compagni di cordata penseranno alla fornitura di altri arredi da ufficio. Insieme a Poltrona Frau ci sono infatti la Estel Office spa della famiglia Stella, la Tecno spa del gruppo Mosconi e la Sedus stoll che appartiene all’omonimo gruppo internazionale. Altre suppellettili per gli uffici dei deputati saranno invece fornite (per 100 mila euro) dalla Eurosalotto Pedrina, dalla Cassina spa e da un gruppo di piccole aziende minori. Solo di arredi di complemento per gli uffici quest’anno la Camera ha messo in budget una spesa al milione di euro. Non riguarderà però i famosi uffici dei deputati sistemati ormai fuori dal palazzo principale, anche perché sono tutti di recentissima costruzione e con arredi per lo più nuovi fiammanti. Grazie a quella gara Montezemolo ha già avviato una rivoluzione copernicana nel sistema politico. Un tempo si conquistava la poltrona del palazzo. Lui invece ha conquistato il palazzo per la sua poltrona. E quando arriverà potrà sentirsi già a casa sua.


L'ultima bufala: non si può più intercettare la moglie di Riina. Già, perchè lei al telefono racconta tutto...

Quante intercettazioni telefoniche sono servite a catturare Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano? Quante telefonate hanno tradito i capi della mafia e sono state utilizzate come fonti di prova per la loro condanna nei maxi processi? La risposta è semplice: nemmeno una. Sì, è vero. Per quattro anni gli inquirenti hanno piazzato microspie nella casa di Saveria Provenzano. Per 34.650 ore un ristretto pool di poliziotti ha ascoltato ininterrottamente ogni respiro captato nella casa dove viveva la moglie del capo dei capi della mafia. In quattro anni non è accaduto nulla. Solo una sera di inverno si è sentito piangere e singhiozzare Saveria. E solo l’intuito di un poliziotto ha immaginato che potesse essere accaduto qualcosa al padrino: forse stava male, forse era capitato qualcosa di grave. Dopo, solo dopo, si sarebbe ipotizzato che forse quel singhiozzo seguì la notizia giunta in un misterioso pizzino del cancro alla prostata di Provenzano, del suo ricovero sotto falso nome in una clinica di Marsiglia. Non ci sono telefonate, non ci sono intercettazioni, non ci sono microspie ambientali piazzate dove si voglia che siano state utili a trovare i superlatitanti della mafia, che abbiano tradito i Riina, i Messina Denaro, i Piccolo, i Bagarella. Non c’è una sola telefonata a inchiodare chicchessia nei grandi processi sulla criminalità organizzata. Basta andarsi a riprendere gli atti, leggersi le sentenze, sentire gli inquirenti veri che sono andati per anni caccia dei mafiosi. La caratteristica principale di Cosa nostra è il silenzio. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno parla al telefono. Ad aprire bocca sono stati i pentiti, raccontando ognuno la sua verità e certo fornendo ai magistrati anche elementi fondamentali nella guerra alla mafia. Ma nessun picciotto che conti si è mai tradito al telefono. Nessuna moglie, nessun figlio di latitante è inciampato in una frase di troppo captata dalla microspia che ben immaginavano di avere in casa, in ufficio, nel negozio o in auto. Alcuni quotidiani assai agguerriti nella campagna contro la legge del governo per regolamentare le intercettazioni ieri riferivano dell’arma micidiale che avrebbe usato il presidente della Camera, Gianfranco Fini per convincere Umberto Bossi che quella legge sarebbe assai indigesta: “Ma ti rendi conto Umberto”, ricostruiva ieri Il Fatto quotidiano, certo di avere intercettato la telefonata fra Fini e Bossi, “che con questo testo approvato in Senato non si potrebbe mettere una cimice nella macchina della moglie di Riina?”. Chissà se l’intercettazione politica è vera o una delle tante patacche disseminate in questa campagna. Certo è una patacca questa della microspia nell’auto della moglie di Riina. Non solo perché la legge sulle intercettazioni non vieta affatto questa possibilità. Ma perché la moglie di Riina- Ninetta Bagarella- non ha mai avuto auto e quando vi è salita sopra è sempre stato perché altri la scortavano e si mettevano alla guida. Microspie ne hanno messe anche a lei e ai suoi figli, in casa, in lavanderia, nei luoghi di lavoro. Ma inutilmente: non è da quelle che il capitano Ultimo ha avuto la strada per rintracciare il Capo dei capi e giungere al suo arresto nel lontano 1993. Non ci sono intercettazioni ambientali, non ci sono brogliacci di telefonate fra le prove regine dei processi per la strage di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone, o per la strage di via D’Amelio dove a perdere al vita fu Paolo Borsellino. Sì, qualche magistrato siciliano come Antonio Ingroia anche oggi va ripetendo in dibattiti e conferenze insieme ai Marco Travaglio o ai giornalisti dell’antimafia che senza intercettazioni telefoniche non si prenderebbe più neanche un latitante. Ma non è vero. L’unico lavoro sui telefoni in qualche modo collegato alle grandi inchieste sulla criminalità organizzata è stato quello sui tabulati telefonici fatto da Gioacchino Genchi nell’inchiesta sulla strage di Capaci. Non intercettazioni, ma controllo dei tabulati molto tempo dopo i fatti. Lì ha ricostruito qua e là chi stava in contatto con chi e ipotizzato anche una telefonata subito dopo la strage per dare il segnale che tutto era avvenuto secondo i piani. Un indizio importante certo, ma probabilmente se quella telefonata fosse stata intercettata (e assai difficilmente sarebbe potuto avvenire), probabilmente non si sarebbe sentito molto più di un sospiro. E’ una superpatacca quella della legge sulle intercettazioni che manderebbe gambe all’aria la lotta alla mafia. Nei processi le uniche vere telefonate prodotte sono quelle ai politici ritenuti coinvolti. Ad esempio quelle di Silvio Berlusconi o Marcello dell’Utri. Buone a tutti gli usi e a tutte le interpretazioni. Perché parlavano liberamente al telefono. Come i veri mafiosi non fanno mai.

Ma come tirano la cinghia! In Calabria ogni assessore ha fatto assumere un autista che gli era caro


La scelta al momento l’hanno fatta in sei, ma è possibile che alla fine diventi una caratteristica comune a tutta la nuova giunta della Regione Calabria, guidata da Giuseppe Scopelliti: la squadra di governo è stata dotata di un autista personale di fiducia liberamente scelto al di fuori della pubblica amministrazione. Il primo a togliere i colleghi dall’imbarazzo è stato il 19 aprile scorso l’assessore all’Urbanistica, Piero Aiello, in carica da tre giorni. Ha preso carta e penna e scritto al dirigente dell’ufficio dle personale chiedendo l’assunzione come autista di fiducia (stipendio base standard della Regione: 35.707,44 euro all’anno) di Salvatore Ionà, “estraneo alla pubblica amministrazione”. La Regione Calabria naturalmente ha i suoi autisti regolarmente assunti, ma non erano di fiducia dell’assessore, che per regolamento regionale ha diritto ha una sua “struttura speciale” di collaborazione in cui sono consentite immissioni di personale dall’esterno. Spezzato il ghiaccio, quello dell’autista di fiducia è diventato un cult in Regione. Il 21 aprile è arrivata la richiesta dell’assessore all’Agricoltura e alla Forestazione, Michele Trematerra per chiedere l’assunzione dell’autista di fiducia Giovanni Siciliano. Con lettera del 22 aprile anche l’assessore al Bilancio, Giacomo Mancini, ha preteso (e poi ottenuto) l’assunzione dall’esterno del suo chauffeur: Francesco Manna. Il 27 aprile all’ufficio del personale è arrivata la lettera- con analoga richiesta- scritta dall’avvocato Francescantonio Stillitani: l’autista prescelto (anche lui estraneo alla pubblica amministrazione) è stato Emanuele Mancuso. Il 30 aprile altra lettera, questa volta firmata dal neoassessore alle Attività Produttive, Antonio Caridi. Chaffeur personale dall’esterno: Domenico Laganà, assunto effettivamente dal 5 maggio con decreto n. 7018 di inserimento nel “registro dei decreti dei dirigenti della Regione Calabria”. Quello stesso giorno all’ufficio del personale è arrivata un’altra lettera- con analoga richiesta- da parte dell’assessore all’Ambiente, Francesco Pugliano, che non aveva trovato all’interno della Regione un autista di fiducia e con la sua richiesta ha fatto strabuzzare gli occhi ai dirigenti della Regione. Il prescelto infatti è un omonimo: Francesco Pugliano, nato come l’assessore a Rocca di Neto in provincia di Crotone. L’assessore però è del 1955 e l’autista è del 1969. Uno faceva il veterinario prima di arrivare in Regione, l’altro (l’autista) aveva una omonima impresa agricola.

l'Italia giocava? Solo i Bossi e Calderoli's boys lavoravano come sempre



 Durante la disfatta azzurra di Italia- Slovacchia molti nei ministeri erano talmente presi dalla partita da non potere rispondere al telefono. Nella segreteria del ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, solo durante l'intervallo qualcuno si è degnato di rispondere. E solo lo staff della Lega ha risposto al primo colpo: i Bossi e Calderoli boy's non stavano guardando l'Italia. Prova effettuata da Franco Bechis dal primo minuto della partita 






Ministero Titolare Ufficio Secondi per avere risposta
Commercio estero Adolfo Urso centralino 1.972
Pari Opportunità Mara Carfagna segreteria ministro 1.863
Salute Ferruccio Fazio centralino 1.122
Sviluppo Economico int. Silvio Berlusconi centralino 274
Economia Giulio Tremonti centralino 137
Infrastrutture Altero Matteoli centralino 42
Turismo Michela V. Brambilla centralino 31
Lavoro Maurizio Sacconi centralino 27
Giustizia Angelino Alfano centralino 22
Politiche Ue Andrea Ronchi segreteria ministro 21
Beni Culturali Sandro Bondi centralino 13
Difesa  Ignazio La Russa gabinetto 12
Pubblica istruz Maristella Gelmini centralino 11
Difesa  Esercito centralino 11
Interno Roberto Maroni centralino 9
Ambiente Stefania Prestigiacomo centralino 9
Politiche agricole Giancarlo Galan centralino 7
Pa e Innovazione Renato Brunetta centralino 6
Camera deputati Gianfranco Fini centralino 5
Rapporti regioni Raffaele Fitto segreteria ministro 5
Gioventù Giorgia Meloni segreteria ministro 4
Difesa  Marina militare centralino 4
Senato Renato Schifani centralino 3
Esteri Franco Frattini centralino 3
Rapporti Parlamento Elio Vito segreteria ministro 3
Attuazione programma Gianfraco Rotondi segreteria ministro 2
Difesa  Aeronautica centralino 2
Pres. Cons. min. Silvio Berlusconi centralino 2
Semplificazione Roberto Calderoli segreteria ministro 1
Riforme e federalismo Umberto Bossi segreteria ministro 1




Comunicazioni Paolo Romani numero verde staccato sempre




Per il Cavaliere (dopo Topolanek) tassa Zappadu da 30 milioni


Ha dovuto prima staccare un assegno da 24,5 milioni di euro a titolo di finanziamento infruttifero. E poi trovarsi di fronte a una perdita di 7,6 milioni di euro, che è quella con cui si è chiuso il bilancio 2009 della Immobiliare Idra. Silvio Berlusconi ha dovuto pagare a caro prezzo la difesa della sua privacy dopo le incursioni con tanto di tele-obiettivo di Antonello Zappadu, il fotografo che lo ritrasse fra il 2008 e il 2009 a villa Certosa insieme al premier cèco Mirek Topolanek in costume adamitico. Il maxi-investimento per la difesa della propria privacy si coglie ora dal bilancio 2009 della Dolcedrago spa, la holding controllata quasi totalitariamente dal Cavaliere che ne ha lasciato una minuscola quota (0,25%) a testa ai due figli di primo letto, Marina e Piersilvio. Dolcedrago controlla fra le altre società, la Immobiliare Idra che amministra le tre principali residenze private del presidente del Consiglio: Villa San Martino ad Arcore, la villa di Macherio dove abita l’ex moglie Vernica Lario e appunto villa Certosa, buen retiro estivo del Cavaliere. Lì sono stati necessari numerosi lavori di ristrutturazione per garantire meglio la sicurezza del premier ed evitare intrusioni non gradite. Spese per innalzare paratie e rendere più sicuri i confini dei parchi, ma anche per acquistare nuovi terreni che segnassero le distanze dalle residenze più vicine. Fra l’altro nel 2009 Berlusconi è riuscito a mettere fine anche a questo scopo a una lite annosa con la propria vicina di casa, la signora Maristella Cipriani. Prima, nel mese di maggio, in un preliminare di acquisto il cavaliere si è impegnato ad acquistare dalla Cipriani i terreni di confine utilizzati per la vigilanza armata a tutela della sicurezza del premier che tante liti avevano causato in questi anni. La promessa è stata poi rispettata il 14 agosto scorso aggiungendo in dono alla signora altri terreni della Idra a titolo di compensazione. E impegnandosi pure a non piazzare più vicino a casa Cipriani "apparecchiature e impianti rumorosi che rechino disturbo alla limitrofa proprietà a rimuovere quelli attualmente esistenti allo scopo di rendere meno fastidiosi i rumori e possibilmente eliminarli del tutto".

Alla pensione dei calciatori ci pensa Simona


L’isola dei famosi ha messo un mattoncino per costruire la pensione dei calciatori e degli allenatori un po’ meno famosi degli altri. E’ grazie anche a Magnolia, società di produzione del celebre programma tv guidato da Simona Ventura, che si tengono in piedi i conti della previdenza calcistica. Magnolia- che in Italia è rappresentata dall’ex direttore di Canale 5, Giorgio Gori, è infatti l’inquilino più celebre dei palazzi della Sport Invest 2000 investimenti immobiliari sportivi spa, società guidata dall’avvocato Salvatore Catalano (già presidente del collegio sindacale Rai) e controllata al 100% dal Fondo di accantonamento delle indennità di fine carriera per i giocatori e gli allenatori di calcio. La Sport Invest 2000 insomma ha il compito di investire in immobili per mantenere la solvibilità del fondo per il congedo di allenatori e giocatori di calcio. E lo ha fatto a Roma, Milano e in altre città, dove ha in portafoglio terreni e fabbricati per 33,7 milioni di euro. Fra gli immobili anche uno nella capitale, in via della Farnesina, che è diventato la sede romana di Magnolia che si è garantita la locazione con una fidejussione da 112.500 euro rilasciata dalla Banca San Paolo di Brescia. E’ il contratto di affitto più rilevante della Sport invest 2000 e così Gori e Ventura danno una mano ai calciatori più anziani. In attesa di averli all’Isola dei famosi…

Papi si è comprato il suo primo comunista: Peppone

Grazie a una lunga e complessa transazione durata più di un decennio Silvio Berlusconi è diventato dal 2009 ufficialmente l’erede di Giovanni Guareschi. O quasi. Fatto sta che gli appartiene in diritto Peppone insieme al suo eterno rivale don Camillo, in versione cinematografica. Pagando 41.562 euro all’anno di royalties infatti la Videodue srl controllata indirettamente (attraverso Dolcedrago) dal premier italiano si è conquistata il diritto di trasmettere dove e quando vuole la serie su don Camillo e Peppone. La piccola tassa finirà (come spiega il bilancio 2009 della Videodue, appena depositato) agli eredi di Renè Barjavel e Julien Duvivier, sceneggiatori della fortunatissima serie interpretata da Fernandel e Gino Cervi.

Come capo azienda ora è meglio Piersilvio di Silvio


Nell’anno più difficile 254 nuovi investitori pubblicitari sui 1.017 complessivi di Publitalia. E un’altra quarantina già arrivati nel primo trimestre 2010. Non solo, Digitalia 08, la concessionaria del digitale Mediaset, che ha raggiunto il punto di pareggio già nel 2009 con un anno di anticipo rispetto alla tabella di marcia. Così Piersilvio Berlusconi è riuscito proprio nel 2009-2010, in cui la crisi internazionale ha piegato gran parte delle economie occidentali, a battere l’orso e a fare assai meglio di quanto non sia riuscito a papà Silvio che con Giulio Tremonti era alla guida dell’azienda Italia. Mentre i conti pubblici avevano innestato il passo del gambero lasciando sul campo migliaia di feriti, Piersilvio ha tenuto la corazzata Mediaset e perfino la creatura più colpita dalla crisi, Publitalia, sulla cresta dell’onda, facendo addirittura guadagnare fette di mercato (la concessionaria del primo gruppo di tv private italiana ha conquistato nel 2009 il 64% del mercato, un punto in più dell’anno precedente). Proprio mentre Sipra (concessionaria Rai) perdeva il 17,4%, Rcs (Rizzoli Corriere della Sera) il 17,6%, Il Sole 24 System il 21,5%, Manzoni (Repubblica e Finegil) il 24 per cento (e la sola Repubblica il 14,5% del proprio fatturato pubblicitario). Ma la vera scommessa vinta da Piersilvio è proprio quella del digitale, testimoniata oltre che dal sorprendente risultato di Digitalia 08, anche dai ricavi 2010 di Mediaset premium, cresciuti del 54,6% nei primi tre mesi dell’anno sfiorando i 215 milioni di euro e avviandosi ormai a ripagare anche nel risultato gli investimenti effettuati.

Lippi pareggia, Cannavaro la butta giù. De Rossi la ritira su. La nazionale azzurra quando fa affari è uguale a quella in campo


Tutti insieme fatturano probabilmente meno dei loro 740. Però non sono da buttare via nemmeno quei 58 milioni di euro che vengono da business diversi che tra un allenamento e l’altro sono riusciti a mettere in piedi i componenti della Nazionale di calcio che ha esordito lunedì ai mondiali del Sudafrica. Un allenatore, Marcello Lippi  e 23 giocatori. Di loro 11 (Lippi più dieci giocatori) hanno già pensato al futuro, a quando appenderanno le scarpette al chiodo. E hanno provato a prepararsi un altro mestiere, perfino a lanciare un business. Il successo non è stato grandissimo, perché se i 58 milioni di valore della produzione sono comunque un risultato rispettabile da media azienda, non altrettanto si può dire del risultato consolidato formato sommando utili e perdite dei loro bilanci. Perché gli 11 azzurri in campo nel mondo degli affari nell’ultimo anno si sono rivelati una nazionale perdente. Hanno dovuto sborsare di tasca loro 198.664 euro, che rappresenta il rosso complessivo della loro avventura finanziaria. Hanno giocato maluccio, ma come nel campo reale anche qui è soprattutto questione di formazione. L’allenatore non è una certezza: con Lippi nel mondo degli affari si può vincere o perdere. Ma alla fine il risultato dell’anno è un pareggio: sommando utili e perdite delle sue partecipazioni l’allenatore azzurro è andato in rosso di appena 76 euro. Le due velocità sono una costante nelle storie degli 11 azzurri businessman. Che incredibilmente sembrano parallele a quel che si è visto in campo nella partita di esordio con il Paraguay. Il conto economico della Nazionale è infatti tirato su da uno spumeggiante Daniele De Rossi (utile consolidato di 539.090 euro), ma tirato giù da Fabio Cannavaro che alla fine perde più di un milione di euro. Senza i suoi errori di valutazione la Nazionale spa sarebbe oggi in attivo.
Gli undici azzurri hanno imparato a fare davvero un po’ di tutto nella vita. Molti si sono buttati nel mattone, costituendo immobiliari, ma anche utilizzando sistemi più sofisticati come i fondi del settore o il leasing. Alcuni hanno cercato di valorizzare il proprio marchio di origine, acquisendo società sportive, palestre, o società organizzatrici di pr. Altri hanno provato con fantasia a fare tutt’altro: c’è chi alleva bovini e chi pesci e crostacei, chi gestisce catene di ristoranti e chi prova con spiagge e locali notturni , chi idea campagne pubblicitarie e perfino chi ha messo un piedino nel business energetico del futuro: quello dell’eolico e delle energie rinnovabili. Ecco nome per nome le attività.

Marcello Lippi. Guadagna bei soldini con la Mammamia srl, la società proprietaria del Twiga di Forte dei Marmi, che Lippi possiede insieme a Paolo Brosio ma soprattutto alla Laridel partecipations di Flavio Briatore e alla Dani comunicazioni di Daniela Santanchè. Ma li perde al momento con le altre attività. Che vanno dallo Health and sport International center di Firenze alla Capraia diving service (corsi sportivi) alla immobiliare di famiglia Dast all’altra immobiliare fiorentina Promoinvest, in contenzioso con il comune di Firenze che da tempo non rilascia le autorizzazioni che servono per un immobile da acquistare in via dei Cimatori. Lippi si è anche buttato nel campo delle energie alternative con al sua Sviluppo Energia pulita srl.
Ivan Gattuso. Possiede una società immobiliare con la moglie, con immobili in Calabria e a Varese. Ha una omonima srl a Corigliano per l’allevamento di pesci a crostacei e ha poi fondato con  un socio la Gattuso e Bianchi srl per la vendita di pesci e crostacei. Il socio si chiama Andrea Bianchi e curiosamente per associarsi a Gattuso ha dovuto presentare un attestato di partecipazione a jun corso per la qualifica di responsabile dell’autocontrollo. Gattuso ha messo in piedi una catena alimentare completa: il pesce lo coltiva, lo vende e poi lo serve al ristorante attraverso la sue Ottantasette srl
Giampaolo Pazzini. Per ora l’attaccante della Sampdoria si limita all’immobiliare. E’ sua la twenty-nine srl di Montecatini. Ma il portafoglio non è affatto da buttare via: un fabbricato a Firenze e 17 in provincia di Pistoia, in gran parte a Montecatini.
Vincenzo Iaquinta.L’attaccante bianconero con la famiglia (soprattutto con il papà, molto giovane, classe 1957) conduce un’azienda di costruzioni edili omonima. E proprio prima del mondiale ha fondato la Champions Re spa, attiva nel leasing immobiliare: fra i soci ci sono anche calciatori o ex calciatori come Sebastian Giovinco e Matteo Guardalben e un procuratore di calcio come Luca Pasqualin.
Fabio Quagliarella. Per ora il suo è solo un esordio nel mondo degli affari: ha costituito e gestisce con la famiglia un’azienda immobiliare, la Faviad srl la cui sede è da poco stata trasferita a Roma.
Giorgio Chiellini. Ha costituito a Livorno con il fratello Claudio una società, la Twin Group srl, specializzata in organizzazione di eventi e pubbliche relazioni. E va piuttosto bene, visto che ha chiuso in utile di 43 mila euro.
Daniele De Rossi. Ha due immobiliari con la moglie (Aleutine 106 e Gaia immobiliare 2005) e una società che fa da agenzia per spettacolo e sport, la Dagat srl. Da poco ha costituito anche la Wgt srl che si occupa di “gestione di piano bar, discoteche, enoteche e pubs”.
Gianluca Zambrotta. Ha una immobiliare, la Giza srl con alcune proprietà a Como, a la Young Boys srl che ha tentato di acquistare all’asta giudiziaria il centro sportivo di San Fermo della Battaglia, ma il tribunale di Como si è messo di traverso.
Gianluigi Buffon. L’ultima sua avventura è stata l’acquisto dell’Hotel Stella della Versilia srl a Massa, proprietaria dell’omonimo albergo. Ha anche immobiliari come la Buffon & co e la Suolo & ambiente srl. Anche lui però è in contenzioso come Lippi con il comune di Carrara e Massa che non gli lascia costruire una strada essenziale per recuperare un immobile in disuso di proprietà. Così le ruspe sono ferme e la società nell’attesa continua a perdere soldi.
Angelo Palombo. A parte l’immobiliare di famiglia, la P&P immobiliare, possiede la Palo 17 srl. Già dal nome non sembra ci sia troppa fantasia. Eppure dovrebbe ideare campagne pubblicitarie. In attesa dell’idea vincente, perde soldi.
Fabio Cannavaro. Più che un giocatore è un’industria. Ha due capogruppo: una immobiliare (Cma immobiliare srl) e una holding di partecipazioni (Cma holding e servizi). Si è salvato dal fallimento delle farmacie Maddaloni, che hanno ottenuto da poco il concordato preventivo. Il suo impero spazia dall’immobiliare (Margot srl) , ai trasporti marittimi (Fd service srl), ai servizi societari (Gm global trading),  allo sfruttamento dei diritti di immagine (Fenix srl), all’allevamento e produzione di latte (La Fattoria gaia, Biancolatte srl) alla gestione di spiagge (Pharaon srl) e di ristoranti (Como 8 srl, Fn number One, Vittoria srl, Le Millionaire srl, Le Millionair e Caserta srl). Le ultime tre società di ristorazione aperte (Millionaire 4, Millionaire 5 e Sveva srl) hanno nella compagine un socio di rilievo: Antonio Martusciello, già coordinatore campano di Forza Italia e ancora oggi uno dei leader del Pdl in Regione.