Il Cavaliere fa nominare da Napolitano un cavaliere tarocco
Con la firma messa in calce alla lista che gli aveva preparato prima delle dimissioni l’ex ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, il primo giugno scorso il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha nominato cavaliere del Lavoro uno dei re del Made in Italy taroccato: un italo-australiano che a Melbourne e dintorni vende con successo il suo “Parmesan”, la “Mozzabella fresca”, gli “cherry bocconcini” e da quest’anno produce sul posto “Italian wine and oil”. Una onorificenza che ha prima creato imbarazzo e poi rabbia nelle fila degli agricoltori italiani e delle loro associazioni di categoria: ma come, il governo spende milioni di euro per difendere il made in Italy alimentare, da anni conduce alla Corte di Giustizia europea una lunga battaglia giudiziaria contro il Parmesan tedesco, e poi va a premiare proprio un campione assoluto di parmigiano e mozzarella taroccati? Uno che più vende, più toglie mercato al vero parmigiano reggiano e alla vera mozzarella di bufala che in Australia- paese di migliaia di emigrati italiani, si potrebbero esportare con facilità?
Il campione del tarocco si chiama Sebastiano Pitruzzello. Classe 1940, siciliano di Sortino. In Australia dal lontano 15 marzo 1963, quando si imbarcò sulla nave Oceania con la fidanzata Lucia per andare a lavorare in fabbrica, alla General Motor di Melbourne. La sua è la storia di lacrime, sudore e successo di molti emigranti italiani. Dollari risparmiati con fatica, e un’idea a lungo coltivata: quei formaggi che aveva imparato a farsi nella sua Sicilia e che come sfizio continuava a confezionare per le serate con gli altri amici immigrati, avrebbero potuto diventare un nuovo lavoro. Fu così che nel 1973 nacque la Pantalica Cheese company, grazie alla decisione del governo australiano di liberalizzare la produzione del latte e dei suoi derivati, che fino a quel momento erano riservati a licenze pubbliche. Così nel giro di pochi anni Sebastiano Pitruzzello insieme ai figli Biagio e Silvio ha fatto fortuna. Ha iniziato con il “fresh pecorino”, poi è passato alla ricotta e di anno in anno si è adeguato ai gusti del mercato. “Smooth ricotta” e “low fat ricotta” per chi chiedeva formaggi leggeri e adatti alle mode delle diete ipocaloriche. Poi ha scoperto che più dell’Italia tirava la Grecia e si è messo a produrre feta, fornendo insieme la ricetta per l’insalata greca. Carezza ai gusti locali con la “cream cheese spread”, una crema di fromaggio da spalmare per la merenda dei ragazzi. Poi è tornata la mania del made in Italy e lui ha sfoggiato il meglio che poteva: forme di “parmesan” fatto alla maniera di Reggio Emilia, e via bustine di grattugiato da usare per “zuppe, salse, pasta e insalate”. Bustina “parmesan cheese- Italian style” per chi poteva permettersi qualche dollaro in più, bustina di “pasta topping- Italian style” per chi aveva meno risorse economiche a disposizione. Già che c’era Pitruzzello ha taroccato anche la Nutella, lanciando sul mercato australiano la “Nut free- Choc ezy” in versione tradizionale e in versione bianco-latte. Per spingere il prodotto si è messo anche a fare pubblicità con uno spot trasmesso in tv sui network nazionali e su quelli locali. Visto che funzionava, ha fatto il bis con lo spot sulla “mozza bella fresca” e sui “cherry bocconcini” da mangiare come “antipasti”, o sulla “pizza, la pasta e le insalate”. A forza di pubblicità, raffinandosi un po’, ha prodotto perfino uno spot istituzionale sulla azienda, e sul suo stile genuino italiano.
Mentre lanciava i formaggi taroccati, Pitruzzello non ha scordato il suo paese di origine. Ha mantenuto rapporti costanti con il consolato italiano di Melbourne e l’ambasciata tricolore di Canberra. Ha sponsorizzato tutte le iniziative dei siciliani emigrati in Australia, e tenuto i rapporti con il suo paese di origine, Sortino, che gli ha dedicato perfino una piazza (e lui ha ricambiato finanziando il monumento ai sortinesi emigrati che vi campeggia). Grazie ai buoni rapporti diplomatici il 27 dicembre del 2000 il presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, su proposta dell’allora presidente del Consiglio, Giuliano Amato, lo fece commendatore. Dal 2005 gli uffici diplomatici italiani in Australia propongono la sua candidatura per il cavalierato del lavoro. Tre volte è andata a vuoto, la quarta ha fatto centro. Ed è stato così che insieme al re del provolone italiano dop, Giandomenico Auricchio, alla grande firma di pandori e panettoni, Aldo Balocco, alla regina del Bardolino, del Soave e del Valpolicella doc- Maria Cristina Loredan Rizzardi- Pitruzzello, principe del formaggio tarocco, è diventato cavaliere della Repubblica italiana.
Ehia ehia voglio quella foto là! Fini si è portato alla Camera il fotografo di fiducia (con tanta nostalgia...)
L’appalto in teoria dovevano
dividerselo in tre, e la spesa prevista per l’intero 2010 era stata messa in
budget per un totale di 307.992 euro. Quello era quanto il collegio dei Questori
della Camera aveva previsto di erogare in cambio di qualche servizio
fotografico per le pubblicazioni e l’archivio interno. Una spesa non
piccolissima, che però doveva coprire sia le foto di ambiente del palazzo che
quelle- ricordo della attività istituzionale del suo presidente pro-tempore,
Gianfranco Fini. Il budget rischia però di andare a farsi benedire, perché uno
dei tre fotografi prescelti, ne ha mangiato già un buon quarto nel solo primo
mese dell’anno. Un paio di mini-servizi commissionati alla Luxardo foto, una
serie di book richiesti a Umberto Battaglia (12.756 euro già impegnati a
febbraio per servizi sugli ambienti del palazzo) e la gran parte assorbita per
le foto della frenetica attività istituzionale e diplomatica di Fini. Visite
ufficiali in Italia e all’estero, incontri istituzionali con presidenti di
Stati e Parlamenti di tutto il mondo, incontri con scolaresche e associazioni.
Bottino pieno per la società che si è assicurata l’esclusiva dell’immagine del
presidente della Camera, la Impero fotografico srl, che in un solo mese ha già
prenotato 75.328 euro della posta complessiva ( i dati sarebbero segreti,
naturalmente, ma ora li possiamo conoscere tutti grazie a una battaglia fatta
sulla trasparenza con tanto di sciopero della fame dalla radicale Rita
Bernardini). Il nome della società dice già qualcosa, con quel riferimento
nostalgico un tempo impreziosito anche da un’aquila imperiale stemma
dell’agenzia. Ma se si fa quello del titolare, si mette a versare lacrimoni
anche donna Assunta: si tratta infatti di Enrico Para, l’ex fotografo di
fiducia di Giorgio Almirante, un monumento vivente della storia postfascista
italiana. Para dal 1980 è il fotografo ufficiale del Secolo d’Italia. Ha
marcato come un francobollo avendone il copyright tutti i leader prima del
movimento sociale e poi di Alleanza Nazionale. Era l’ombra di Almirante, è
diventato una sorta di guardia del corpo di Fini. L’attuale leader della
minoranza del Pdl non vuole fotografia ufficiale che non abbia la firma di
Para, e ha trasmesso questa passione per il suo click anche ai principali amici
e collaboratori. Tanto che Para è diventato fra il 2001 e il 2006 quasi il
fotografo unico delle istituzioni del centro destra. Fini se lo portò dietro a
palazzo Chigi come fotografo ufficiale del vicepresidente del Consiglio e alla
Farnesina come ritrattista del ministro degli Esteri. Francesco Storace ne fece
il fotografo ufficiale della Regione Lazio, Gianni Alemanno ne utilizzò l’opera
al ministero delle Risorse agricole, Altero Matteoli lo chiamò al suo ministero
dell’Ambiente. Naturale che quando Fini è divenuto la terza carica della
Repubblica non abbia voluto altro scatto che quello di Para. E non si è
sottratto certo ai suoi flash,tanto da creare qualche preoccupazione al collegio
dei questori che ha visto lievitare oltre ogni attesa il conto per le
fotografie.
Nonostante le frenetiche
attività istituzionali del presidente della Camera e dei vari ministri che lo
hanno voluto alla loro corte, Para è riuscito a trovare il tempo sia per
continuare l’attività tradizionale della sua Impero fotografico (i redditizi
servizi per i matrimoni), sia per togliersi qualche sfizio. In pochi anni un
libro dietro l’altro. Con Federico Guiglia ha pubblicato ( e dàglie) una
biografia di Fini assai vicina all’agiografia (“Gianfranco Fini, cronaca di un
leader), corredata di tutte le foto scattate negli anni a palazzo Chigi. Con
Mauro Mazza, attuale direttore di Rai Uno, ha dato alle stampe “I ragazzi di
via Milano” dove campeggiava la bellissima foto della squadra di calcio del
secolo, con tutti i futuri leader di An.
Para scatta e non commenta.
Cresciuto in quel mondo, lo ha seguito (e gli è andata bene) senza mai fare
capire cosa pensasse davvero dei vari cambi di pelle della destra italiana.
Qualcosa si capiva fino a un anno fa dando un’occhiata al sito Internet della
sua agenzia foto. Ai novelli sposi proponeva quattro tipi di servizi
fotografici: “Claretta, Rachele, Edda e Rosa”, i nomi dell’amante, della
moglie, della figlia e della mamma di Benito Mussolini. La traccia di una
evidente nostalgia. Che però deve essere saltata all’occhio del suo
committente, che non poteva più permettersela. Meglio riparare, deve avere
pensato il fotografo, che non voleva perdersi per nessuna ragione al mondo il
business della Camera dei deputati. Così i quattro servizi per gli sposi oggi
si chiamano: “Diamante, Topazio, Smeraldo e Rubino”. Cosa non si fa per la
gloria…
Ha negato mille volte. Montezemolo però ha la sua poltrona a Montecitorio
Lui continua a giurare che
no, la politica non è il suo mestiere, e che non scenderà in campo. Ma ormai
c’è la prova provata della evidente bugia ripetuta come una cantilena da Luca
Cordero di Montezemolo. Perché l’ex presidente della Fiat e della Confindustria
a Montecitorio ha già pronta la sua poltrona. Lui non è ancora lì, ma la Camera
già sta pagandogli l’indennità di poltrona. A testimoniarlo è un contratto che
l’amministrazione di Montecitorio ha da poco firmato con il gruppo Montezemolo.
Poltrona Frau si è infatti assicurata in cordata con altre tre aziende del
settore la fornitura di 220 mila euro di poltrone per il terzo palazzo delle
istituzioni presieduto da Gianfranco Fini. L’azienda di Montezemolo ha infatti
vinto una gara per “acquisto di arredi e sedute” fornendo già le prime
poltroncine pregiate ai deputati nel primo quadrimestre. Luca penserà a
poltrone e divani (quelli celebri del Transatlantico dove parlottano nelle pause
onorevoli e giornalisti), i compagni di cordata penseranno alla fornitura di
altri arredi da ufficio. Insieme a Poltrona Frau ci sono infatti la Estel
Office spa della famiglia Stella, la Tecno spa del gruppo Mosconi e la Sedus
stoll che appartiene all’omonimo gruppo internazionale. Altre suppellettili per
gli uffici dei deputati saranno invece fornite (per 100 mila euro) dalla
Eurosalotto Pedrina, dalla Cassina spa e da un gruppo di piccole aziende
minori. Solo di arredi di complemento per gli uffici quest’anno la Camera ha
messo in budget una spesa al milione di euro. Non riguarderà però i famosi
uffici dei deputati sistemati ormai fuori dal palazzo principale, anche perché
sono tutti di recentissima costruzione e con arredi per lo più nuovi fiammanti.
Grazie a quella gara Montezemolo ha già avviato una rivoluzione copernicana nel
sistema politico. Un tempo si conquistava la poltrona del palazzo. Lui invece
ha conquistato il palazzo per la sua poltrona. E quando arriverà potrà sentirsi
già a casa sua.
L'ultima bufala: non si può più intercettare la moglie di Riina. Già, perchè lei al telefono racconta tutto...
Quante intercettazioni telefoniche sono servite a catturare Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano? Quante telefonate hanno tradito i capi della mafia e sono state utilizzate come fonti di prova per la loro condanna nei maxi processi? La risposta è semplice: nemmeno una. Sì, è vero. Per quattro anni gli inquirenti hanno piazzato microspie nella casa di Saveria Provenzano. Per 34.650 ore un ristretto pool di poliziotti ha ascoltato ininterrottamente ogni respiro captato nella casa dove viveva la moglie del capo dei capi della mafia. In quattro anni non è accaduto nulla. Solo una sera di inverno si è sentito piangere e singhiozzare Saveria. E solo l’intuito di un poliziotto ha immaginato che potesse essere accaduto qualcosa al padrino: forse stava male, forse era capitato qualcosa di grave. Dopo, solo dopo, si sarebbe ipotizzato che forse quel singhiozzo seguì la notizia giunta in un misterioso pizzino del cancro alla prostata di Provenzano, del suo ricovero sotto falso nome in una clinica di Marsiglia. Non ci sono telefonate, non ci sono intercettazioni, non ci sono microspie ambientali piazzate dove si voglia che siano state utili a trovare i superlatitanti della mafia, che abbiano tradito i Riina, i Messina Denaro, i Piccolo, i Bagarella. Non c’è una sola telefonata a inchiodare chicchessia nei grandi processi sulla criminalità organizzata. Basta andarsi a riprendere gli atti, leggersi le sentenze, sentire gli inquirenti veri che sono andati per anni caccia dei mafiosi. La caratteristica principale di Cosa nostra è il silenzio. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno parla al telefono. Ad aprire bocca sono stati i pentiti, raccontando ognuno la sua verità e certo fornendo ai magistrati anche elementi fondamentali nella guerra alla mafia. Ma nessun picciotto che conti si è mai tradito al telefono. Nessuna moglie, nessun figlio di latitante è inciampato in una frase di troppo captata dalla microspia che ben immaginavano di avere in casa, in ufficio, nel negozio o in auto.
Alcuni quotidiani assai agguerriti nella campagna contro la legge del governo per regolamentare le intercettazioni ieri riferivano dell’arma micidiale che avrebbe usato il presidente della Camera, Gianfranco Fini per convincere Umberto Bossi che quella legge sarebbe assai indigesta: “Ma ti rendi conto Umberto”, ricostruiva ieri Il Fatto quotidiano, certo di avere intercettato la telefonata fra Fini e Bossi, “che con questo testo approvato in Senato non si potrebbe mettere una cimice nella macchina della moglie di Riina?”. Chissà se l’intercettazione politica è vera o una delle tante patacche disseminate in questa campagna. Certo è una patacca questa della microspia nell’auto della moglie di Riina. Non solo perché la legge sulle intercettazioni non vieta affatto questa possibilità. Ma perché la moglie di Riina- Ninetta Bagarella- non ha mai avuto auto e quando vi è salita sopra è sempre stato perché altri la scortavano e si mettevano alla guida. Microspie ne hanno messe anche a lei e ai suoi figli, in casa, in lavanderia, nei luoghi di lavoro. Ma inutilmente: non è da quelle che il capitano Ultimo ha avuto la strada per rintracciare il Capo dei capi e giungere al suo arresto nel lontano 1993.
Non ci sono intercettazioni ambientali, non ci sono brogliacci di telefonate fra le prove regine dei processi per la strage di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone, o per la strage di via D’Amelio dove a perdere al vita fu Paolo Borsellino. Sì, qualche magistrato siciliano come Antonio Ingroia anche oggi va ripetendo in dibattiti e conferenze insieme ai Marco Travaglio o ai giornalisti dell’antimafia che senza intercettazioni telefoniche non si prenderebbe più neanche un latitante. Ma non è vero. L’unico lavoro sui telefoni in qualche modo collegato alle grandi inchieste sulla criminalità organizzata è stato quello sui tabulati telefonici fatto da Gioacchino Genchi nell’inchiesta sulla strage di Capaci. Non intercettazioni, ma controllo dei tabulati molto tempo dopo i fatti. Lì ha ricostruito qua e là chi stava in contatto con chi e ipotizzato anche una telefonata subito dopo la strage per dare il segnale che tutto era avvenuto secondo i piani. Un indizio importante certo, ma probabilmente se quella telefonata fosse stata intercettata (e assai difficilmente sarebbe potuto avvenire), probabilmente non si sarebbe sentito molto più di un sospiro. E’ una superpatacca quella della legge sulle intercettazioni che manderebbe gambe all’aria la lotta alla mafia. Nei processi le uniche vere telefonate prodotte sono quelle ai politici ritenuti coinvolti. Ad esempio quelle di Silvio Berlusconi o Marcello dell’Utri. Buone a tutti gli usi e a tutte le interpretazioni. Perché parlavano liberamente al telefono. Come i veri mafiosi non fanno mai.
Ma come tirano la cinghia! In Calabria ogni assessore ha fatto assumere un autista che gli era caro
La scelta al momento l’hanno
fatta in sei, ma è possibile che alla fine diventi una caratteristica comune a
tutta la nuova giunta della Regione Calabria, guidata da Giuseppe Scopelliti:
la squadra di governo è stata dotata di un autista personale di fiducia
liberamente scelto al di fuori della pubblica amministrazione. Il primo a
togliere i colleghi dall’imbarazzo è stato il 19 aprile scorso l’assessore
all’Urbanistica, Piero Aiello, in carica da tre giorni. Ha preso carta e penna
e scritto al dirigente dell’ufficio dle personale chiedendo l’assunzione come
autista di fiducia (stipendio base standard della Regione: 35.707,44 euro
all’anno) di Salvatore Ionà, “estraneo alla pubblica amministrazione”. La Regione Calabria naturalmente
ha i suoi autisti regolarmente assunti, ma non erano di fiducia dell’assessore,
che per regolamento regionale ha diritto ha una sua “struttura speciale” di
collaborazione in cui sono consentite immissioni di personale dall’esterno.
Spezzato il ghiaccio, quello dell’autista di fiducia è diventato un cult in
Regione. Il 21 aprile è arrivata la richiesta dell’assessore all’Agricoltura e
alla Forestazione, Michele Trematerra per chiedere l’assunzione dell’autista di
fiducia Giovanni Siciliano. Con lettera del 22 aprile anche l’assessore al
Bilancio, Giacomo Mancini, ha preteso (e poi ottenuto) l’assunzione
dall’esterno del suo chauffeur: Francesco Manna. Il 27 aprile all’ufficio del
personale è arrivata la lettera- con analoga richiesta- scritta dall’avvocato
Francescantonio Stillitani: l’autista prescelto (anche lui estraneo alla
pubblica amministrazione) è stato Emanuele Mancuso. Il 30 aprile altra lettera,
questa volta firmata dal neoassessore alle Attività Produttive, Antonio Caridi.
Chaffeur personale dall’esterno: Domenico Laganà, assunto effettivamente dal 5
maggio con decreto n. 7018 di inserimento nel “registro dei decreti dei
dirigenti della Regione Calabria”. Quello stesso giorno all’ufficio del
personale è arrivata un’altra lettera- con analoga richiesta- da parte
dell’assessore all’Ambiente, Francesco Pugliano, che non aveva trovato
all’interno della Regione un autista di fiducia e con la sua richiesta ha fatto
strabuzzare gli occhi ai dirigenti della Regione. Il prescelto infatti è un
omonimo: Francesco Pugliano, nato come l’assessore a Rocca di Neto in provincia
di Crotone. L’assessore però è del 1955 e l’autista è del 1969. Uno faceva il
veterinario prima di arrivare in Regione, l’altro (l’autista) aveva una omonima
impresa agricola.
l'Italia giocava? Solo i Bossi e Calderoli's boys lavoravano come sempre
| Durante la disfatta azzurra di Italia- Slovacchia molti nei ministeri erano talmente presi dalla partita da non potere rispondere al telefono. Nella segreteria del ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna, solo durante l'intervallo qualcuno si è degnato di rispondere. E solo lo staff della Lega ha risposto al primo colpo: i Bossi e Calderoli boy's non stavano guardando l'Italia. Prova effettuata da Franco Bechis dal primo minuto della partita | |||||||
| Ministero | Titolare | Ufficio | Secondi per avere risposta | ||||
| Commercio estero | Adolfo Urso | centralino | 1.972 | ||||
| Pari Opportunità | Mara Carfagna | segreteria ministro | 1.863 | ||||
| Salute | Ferruccio Fazio | centralino | 1.122 | ||||
| Sviluppo Economico | int. Silvio Berlusconi | centralino | 274 | ||||
| Economia | Giulio Tremonti | centralino | 137 | ||||
| Infrastrutture | Altero Matteoli | centralino | 42 | ||||
| Turismo | Michela V. Brambilla | centralino | 31 | ||||
| Lavoro | Maurizio Sacconi | centralino | 27 | ||||
| Giustizia | Angelino Alfano | centralino | 22 | ||||
| Politiche Ue | Andrea Ronchi | segreteria ministro | 21 | ||||
| Beni Culturali | Sandro Bondi | centralino | 13 | ||||
| Difesa | Ignazio La Russa | gabinetto | 12 | ||||
| Pubblica istruz |
Maristella Gelmini | centralino | 11 | ||||
| Difesa | Esercito | centralino | 11 | ||||
| Interno | Roberto Maroni | centralino | 9 | ||||
| Ambiente | Stefania Prestigiacomo | centralino | 9 | ||||
| Politiche agricole | Giancarlo Galan | centralino | 7 | ||||
| Pa e Innovazione | Renato Brunetta | centralino | 6 | ||||
| Camera deputati | Gianfranco Fini | centralino | 5 | ||||
| Rapporti regioni | Raffaele Fitto | segreteria ministro | 5 | ||||
| Gioventù | Giorgia Meloni | segreteria ministro | 4 | ||||
| Difesa | Marina militare | centralino | 4 | ||||
| Senato | Renato Schifani | centralino | 3 | ||||
| Esteri | Franco Frattini | centralino | 3 | ||||
| Rapporti Parlamento | Elio Vito | segreteria ministro | 3 | ||||
| Attuazione programma | Gianfraco Rotondi | segreteria ministro | 2 | ||||
| Difesa | Aeronautica | centralino | 2 | ||||
| Pres. Cons. min. | Silvio Berlusconi | centralino | 2 | ||||
| Semplificazione | Roberto Calderoli | segreteria ministro | 1 | ||||
| Riforme e federalismo | Umberto Bossi | segreteria ministro | 1 | ||||
| Comunicazioni | Paolo Romani | numero verde | staccato sempre | ||||
Per il Cavaliere (dopo Topolanek) tassa Zappadu da 30 milioni
Ha dovuto prima staccare un assegno da 24,5 milioni di euro a titolo di finanziamento infruttifero. E poi trovarsi di fronte a una perdita di 7,6 milioni di euro, che è quella con cui si è chiuso il bilancio 2009 della Immobiliare Idra. Silvio Berlusconi ha dovuto pagare a caro prezzo la difesa della sua privacy dopo le incursioni con tanto di tele-obiettivo di Antonello Zappadu, il fotografo che lo ritrasse fra il 2008 e il
Alla pensione dei calciatori ci pensa Simona
L’isola dei famosi ha messo
un mattoncino per costruire la pensione dei calciatori e degli allenatori un
po’ meno famosi degli altri. E’ grazie anche a Magnolia, società di produzione
del celebre programma tv guidato da Simona Ventura, che si tengono in piedi i
conti della previdenza calcistica. Magnolia- che in Italia è rappresentata
dall’ex direttore di Canale 5, Giorgio Gori, è infatti l’inquilino più celebre
dei palazzi della Sport Invest 2000 investimenti immobiliari sportivi spa,
società guidata dall’avvocato Salvatore Catalano (già presidente del collegio
sindacale Rai) e controllata al 100% dal Fondo di accantonamento delle
indennità di fine carriera per i giocatori e gli allenatori di calcio. La Sport Invest 2000 insomma ha il
compito di investire in immobili per mantenere la solvibilità del fondo per il
congedo di allenatori e giocatori di calcio. E lo ha fatto a Roma, Milano e in
altre città, dove ha in portafoglio terreni e fabbricati per 33,7 milioni di
euro. Fra gli immobili anche uno nella capitale, in via della Farnesina, che è
diventato la sede romana di Magnolia che si è garantita la locazione con una
fidejussione da 112.500 euro rilasciata dalla Banca San Paolo di Brescia. E’ il
contratto di affitto più rilevante della Sport invest 2000 e così Gori e
Ventura danno una mano ai calciatori più anziani. In attesa di averli all’Isola
dei famosi…
Papi si è comprato il suo primo comunista: Peppone
Grazie a una lunga e complessa transazione durata più di un decennio Silvio Berlusconi è diventato dal 2009 ufficialmente l’erede di Giovanni Guareschi. O quasi. Fatto sta che gli appartiene in diritto Peppone insieme al suo eterno rivale don Camillo, in versione cinematografica. Pagando 41.562 euro all’anno di royalties infatti la Videodue srl controllata indirettamente (attraverso Dolcedrago) dal premier italiano si è conquistata il diritto di trasmettere dove e quando vuole la serie su don Camillo e Peppone. La piccola tassa finirà (come spiega il bilancio 2009 della Videodue, appena depositato) agli eredi di Renè Barjavel e Julien Duvivier, sceneggiatori della fortunatissima serie interpretata da Fernandel e Gino Cervi.
Come capo azienda ora è meglio Piersilvio di Silvio
Nell’anno più difficile 254
nuovi investitori pubblicitari sui 1.017 complessivi di Publitalia. E un’altra
quarantina già arrivati nel primo trimestre 2010. Non solo, Digitalia 08, la
concessionaria del digitale Mediaset, che ha raggiunto il punto di pareggio già
nel 2009 con un anno di anticipo rispetto alla tabella di marcia. Così
Piersilvio Berlusconi è riuscito proprio nel 2009-2010, in cui la crisi
internazionale ha piegato gran parte delle economie occidentali, a battere
l’orso e a fare assai meglio di quanto non sia riuscito a papà Silvio che con
Giulio Tremonti era alla guida dell’azienda Italia. Mentre i conti pubblici
avevano innestato il passo del gambero lasciando sul campo migliaia di feriti,
Piersilvio ha tenuto la corazzata Mediaset e perfino la creatura più colpita
dalla crisi, Publitalia, sulla cresta dell’onda, facendo addirittura guadagnare
fette di mercato (la concessionaria del primo gruppo di tv private italiana ha
conquistato nel 2009 il 64% del mercato, un punto in più dell’anno precedente).
Proprio mentre Sipra (concessionaria Rai) perdeva il 17,4%, Rcs (Rizzoli
Corriere della Sera) il 17,6%, Il Sole 24 System il 21,5%, Manzoni (Repubblica
e Finegil) il 24 per cento (e la sola Repubblica il 14,5% del proprio fatturato
pubblicitario). Ma la vera scommessa vinta da Piersilvio è proprio quella del
digitale, testimoniata oltre che dal sorprendente risultato di Digitalia 08,
anche dai ricavi 2010 di Mediaset premium, cresciuti del 54,6% nei primi tre
mesi dell’anno sfiorando i 215 milioni di euro e avviandosi ormai a ripagare
anche nel risultato gli investimenti effettuati.
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