Conso svela: fu il governo Ciampi-Scalfaro ad accontentare i boss mafiosi/ 1.


Giovanni Conso non è solo uno dei più importanti giuristi viventi (forse il più grande esperto di procedura penale), è anche un’icona vivente della storia d’Italia. Un’icona di quell’Italia che si considera perbene, migliore. Ha guidato il Csm, è stato voluto a quella Corte Costituzionale di cui è ancora presidente emerito da Sandro Pertini. E’ stato il simbolo del governo del Presidente quando al Quirinale regnava Oscar Luigi Scalfaro, che lo impose a Giuliano Amato come ministro della Giustizia in sostituzione di Claudio Martelli e poi a Carlo Azeglio Ciampi nel governo di emergenza che sarebbe seguito. E’ cattolico, ma era considerato di area repubblicana e per questo amato e idolatrato anche da chi proveniva dalle altre aree culturali del Cln, quella azionista e quella comunista. Per questo Conso è la madonnina ideale, il santino perfetto di quella armata che in queste settimane si è coalizzata contro Silvio Berlusconi. E invece proprio uno così, che ogni 12 febbraio da 30 anni si reca al Csm per commemorare Vittorio Bachelet (ogni tanto si vede pure Rosy Bindi, che fu sua assistente), giovedì 11 novembre ha tirato uno scherzetto da prete a tutta la banda. Conso si è presentato davanti alla commissione antimafia guidata da Beppe Pisanu e raccontato perché nel novembre 1993 non fu rinnovato il regime di carcere duro (il 41 bis dell’ordinamento penitenziario) a ben 140 detenuti mafiosi nel carcere dell’Ucciardone. Attenti, perché quel fatto è un po’ il pilastro della riscrittura della storia di Italia che stanno compiendo da qualche anno le procure di Palermo e Firenze (che indagano su stragi e attentati del 1992- 1993). E’ il cuore del teorema giudiziario base, che partendo da rivelazioni di pentiti come Gaspare Spatuzza e dai celebri papelli di Vito Ciancimino custoditi dal figlio Massimo, ipotizza che Silvio Berlusconi prima di trasformarsi in politico avesse stretto un patto di sangue con i vertici di Cosa Nostra. Per farlo avrebbe utilizzato Marcello Dell’Utri, un po’ di servizi più o meno deviati, dirigenti dell’amministrazione come Nicolò Amato e il co-fondatore dei Ros, Mario Mori. Il patto prevedeva da una parte l’abbandono di Cosa Nostra della opzione stragista e dall’altra la concessione ai boss di un regime carcerario meno duro. Questo è il centro delle tesi giudiziarie che percorrono mezza Italia e che avevano trovato una sponda non da poco perfino nell’ultima relazione della commissione antimafia scritta da Pisanu. Conso giovedìn scorso si è presentato lì e con la soavità di un santino vivente a cui nessuno osa replicare, ha distrutto in un colpo solo l’intera operazione politico-giudiziaria in corso. “Trattativa?Ricatto?”, si è stupito l’ex guardasigilli di Ciampi, “ Per quanto riguarda il sottoscritto e posso garantirlo sotto ogni forma di giuramento che non c’è mai stato il più lontano- da parte mia- barlume di trattativa. In via di principio non avrei mai trattato con nessuno di questi appartenenti a questa parte anti-Stato”. E allora chi ha deciso di non prorogare quel 41-bis ai boss di Palermo? “Io, me ne assumo tutta la responsabilità”, ha spiegato senza esitazioni Conso. E perché? “Per vedere di frenare la minaccia di altre stragi…L’arresto di Totò Riina (avvenuto nel gennaio 1993, ndr) che era il capo indiscusso e di altri suoi accoliti, ha avuto un ruolo determinante nel cambiare un po’ le strategie della stessa mafia. Con il capo della mafia in carcere il potere è passato al suo vice, che aveva una visione diversa, molto economica. Aveva dichiarato, rivolgendosi ai suoi: “Io nell’assumere questo incarico direi che la mafia deve puntare sull’aspetto economico. La sua potenza va dimostrata non facendo stragi, ma utilizzando il suo fascino, il suo peso, sul piano economico. Invadendo appunto i settori economici. Quindi un cambiamento di strategia che allontanava dalle stragi… Io, in assoluta solitudine, avevo preso questa determinazione, magari rischiando…. Sperando in bene… E’ andata bene”.
Conso ha spiegato di essere pronto anche sotto qualsiasi forma di giuramento a escludere di avere mai fatto cenno di questa sua scelta né a collaboratori né a vertici di polizia. Non lo disse nemmeno ai suoi colleghi di governo “altrimenti il giorno dopo sarebbe finito tutto sui giornali”.
Una deposizione- quella di Conso- dunque micidiale per chiunque avesse sposato le tesi della trattativa fra Stato e mafia e dei possibili complotti bersluconiani. L’audizione è stata una mazzata per i magistrati di Palermo e Firenze e per le due gazzette che più di altre avevano soffiato sul fuoco delle loro tesi: il Fatto quotidiano di Marco Travaglio e la Repubblica di Giuseppe D’Avanzo (le firme che più si erano esposte). Si trovano di fronte alla verità di una loro icona, e non possono sparare come di solito si fa sulla credibilità personale del testimone. Hanno accusato il colpo e da qualche giorno provano a metterci una toppa. Prima sottolineando l’anziana età di Conso (88 anni, ma è lucidissimo). Poi l’incongruenza di parte della sua ricostruzione: il vice di Riina è ricordato come Bernardo Provenzano, ma all’epoca la stampa aveva dato per morto il boss. Non è vero: ci sono ampie cronache di Repubblica che lo identificano come successore di Riina, anche dopo la pubblicazione in dieci righe di una misteriosa deposizione a Palermo di teste che sarebbe stato a conoscenza della morte di Provenzano (non gli avevano creduto né magistrati né giornalisti). Infine ecco spuntare nuovi documenti in grado di smentire la ricostruzione di Conso, come un verbale del Dap del 12 febbraio 1993 in cui si fece riferimento alla possibilità di attenuare il 41bis. Quel 12 febbraio Conso era al Csm come privato cittadino. Da lì venne tirato fuori da Scalfaro e Amato che poche ore dopo lo fecero giurare come nuovo guardasigilli. Quindi quell’appunto del Dap- se vero- poteva essergli del tutto oscuro. L’estensore- Nicolò Amato- per altro fu sollevato dall’incarico a giugno perché troppo garantista (lo era stato tutta la vita) per decisione di Scalfaro, Nicola Mancino e dello stesso Conso. A novembre quando quel 41bis non fu rinnovato per i 140 boss dell’Ucciardone, quasi nessuno dei presunti protagonisti della trattativa fra Stato e Mafia era più in carica. La verità di Conso dunque è difficile da picconare. Anche se costringe a gettare a mare anni di teoremi giudiziari che ora poggiano sul nulla.

Pompei? Quel crollo è benedetto. Parola di archeologo

Avrà pianto perfino il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ma quel crollo che si è verificato a Pompei è tutt'altro che drammatico. Anzi, è una benedizione artistica, perchè quel che è venuto giù è una sorta di mostro architettonico. Parola di Andrea Carandini, presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali e soprattutto uno dei massimi archeologi viventi, noto per avere scoperto a Roma le mure del Palatino. Carandini, cui il presidente della Repubblica hga conferito quattro anni fa la medaglia d'oro ai Benemeriti della Cultura e dell'Arte, ha spiegato in assoluta controtendenza la sua opinione a Francesco Graziani, conduttore di Baobab su Radio Uno. Secondo Carandini a crollare è un impianto in cemento armato costruito dai restauratori nel 1947. "Il  dolore monumentale va anche circoscritto, perchè quello che è crollato è il restauro di Maiori della fine degli anni '40... quello che è crollato per fortuna è questo. Non è un danno. Per assurdo è in sè un bene perchè noi dobbiamo levarle queste struttiure in cemento". Carandini sostiene che bisognerebbe fare crollare anche tutte le altre strutture, a iniziare dalla casa del fauno, per ricostruirle in legno lamellare

Metodo Tarquinio: al direttore di Avvenire non va giù il pasticcio etico di Fini e manda un avviso a Casini

Al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, non è piaciuto un granchè il discorso di Gianfranco Fini a Bastia Umbra. E lo confessa senza mezzi termini a un lettore nella rubrica delle lettere dle quotidiano dei vescovi, sotto il titolo "Un rischioso futurismo familiare". Secondo Tarquinio "il partito moderno, anzi futurista, di Gianfranco Fini, ultima evoluzione della destra post-fascista faticosamente nata dalle ceneri del Msi-Dn, sta rivelando di portare nel suo Dna qualcosa di strutturalmente e- per quanto ci riguarda- di inaccettabilmente vecchio: la pretesa radicaleggiante di dividere il mondo in buoni e cattivi, in arretrati e progrediti culturalmente, sulla base di una premessa e di un pregiudizio ideologico". Tarquinio cita la confusione finiana sulla famiglia (intesa non come Tullianos, ma come famiglia italiana allargata inserita nel programma politico) e sulle leggi sull'etica. Temi rilevanti che rendono Fini politicamente molto distante dai cattolici italiani. Tarquinio però va oltre la critica al programma futurista. E alla fine si chiede: "Come potremmo non annotare e tenere in debita considerazione tutto questo? E proprio guardando al futuro oltre che al presente, come potrebbero non tenerne conto con lucidità i potenziali interlocutori politici di Fini?". Un messaggio non proprio subliminale diretto a Pierferdinando Casini e all'Udc: quell'alleanza non s'ha da fare...


Il testo integrale a questo link


http://www.avvenire.it/Lettere/futurismofamiliare_201011090832252570000.htm

La mia ultima volta al Tg3


Giovedì 4 novembre squilla il mio telefonino. E' una gentile redattrice del Tg3 che chiede la disponibilità a partecipare alla edizione notturna di Linea Notte condotta da Bianca Berlinguer. Mi informo di che si parla e su quali siano gli altri ospiti. Mi dicono che ci saranno con me tre esponenti politici: Rosy Bindi (Pd), Gaetano Quagliariello (Pdl) e Roberto Rosso, fresco acquisto del Fli. Li conosco tutti e tre e accetto l'invito. Fra le 16 e le 23 e 30 il Tg3 mi chiama altre tre volte per sincerarsi che arrivi a Saxa Rubra con mezzi miei e all'ora giusta. Quando arrivo faccio per andare in studio e mi fermano: "no, lei non ci sta, lì è già pieno. Facciamo un collegamento con un altro ospite in un altro stanzino". Come pieno? In quattro ci stiamo... Così apprendo che gli ospiti sono in tutto sei e non 4 (in un'ora di trasmissione con servizi e rassegna stampa praticamente non si può esporreb un pensiero compiuto in così tanti). Sono cambiati quasi tutti, e nessuno me l'ha detto, C'è Rosy Bindi (unica sopravvisuta), poi Adolfo Urso (Fli), Gianfranco Rotondi (Pdl), lo scrittore Alberto Asor Rosa (fuori quota ufficialmente), e nello stanzino della punizione con me anche Massimo Giannini, vicedirettore di Repubblica. Quando ci vediamo scopro che nessuno dei due sapeva della presenza dell'altro e che anche lui era stato invitato sulla base di ospiti che poi non c'erano. Grottescamente i tecnici del Tg3 chiedono a me e Giannini di ignorarci e non parlarci. Abbiamo ciascuno una telecamera puntata come fossimo in due studi diversi, tipo uno a Milano e l'altro a Palermo. Una truffa per i telespettatori, ma la tv è sempre finzione. La par condicio è assicurata così: La Bindi è contro Berlusconi. Urso è contro Berlusconi. Giannini è contro Berlusconi. Rotondi lo difende. Bechis, essendo vicedirettore di Libero dovrebbe fare la stessa cosa (anche se non ne avevo intenzione). Asor Rosa è un intellettuale, di sinistra, ma anche autore dell'Einaudi di Berlusconi. sarà super partes. Infatti gli cedono la parola come si fa a un santone. Dice - super partes- "Ogni giorno che passa il proseguimento dell'era berlusconiana porta sempre di più il Paese verso la catastrofe". Per fortuna non tutto il Paese: si salva l'Einaudi di Berlusconi che così può pagare anticipi e diritti di autore ad Asor Rosa. Al 32° minuto nel finto studio sulla luna la Berlinguer chiede anche a me cosa pensi. Inizio a dire una cosa su Gianfranco Fini e sulle sue eterne giravolte. Inizio a citare un caso, la Berlinguer mi toglie la parola e fa subito replicare Urso. Io non posso controreplicare. Provo più volte a dire qualcosa e a chiedere di intervenire, ma non ho l'audio. Prima di me ha parlato Giannini. Fanno un giro di opinioni, poi un secondo giro. Tocca a Giannini. Dice cose su cui viorrei dire la mia, chiedo la parola. Non ho microfono e la Berlinguer non m i considera più. Devo stare lì muto (vietato parlare criticamente di Fini: è il nuovo idolo di TeleKabul) a fare la foglia di fico della loro par condicio? Ma chi me lo fa fare? Mi alzo e me ne vado. E' scortese, pazienza. Ho sbagliato io ad accettare l'invito. Ma ora lo so.

La vera storia della casa di Rosy Bindi

Martedì 2 novembre a Ballarò mi è capitato di ricordare a Rosy Bindi che della privacy dei politici si fa uso e consumo a seconda delle convenienze. Non deve averne Silvio Berlusconi, ma quando mi è capitato di occuparmi di come proprio Rosy Bindi avesse ottenuto una casa dietro piazza del Popolo dall'Inail nel 2000 comprandosela poi nel 2006 aprofittando delle cartolarizzazioni del ministero dell'Economia, mi sono trovato di fronte al muro della privacy. Con fatica ho scoperto poi il prezzo di acquisto- 421 mila euro- che era assai inferiore a quello di mercato dell'epoca (739.810 euro secondo la valutazione di Stima-Cerved). La Bindi si è indignata perchè lei non sarebbe accostabile al caso di Claudio Scajola. E in effetti non lo è. Ha fatto di meglio. Perchè i politici prima lottizzano l'Inail, poi invece di aderire a un bando come fanno tutti i cittadini, chiedono ai manager lottizzati di triovargli una casetta in centro di Roma a poco prezzo a due passi dalla Camera. E quando è il momento buono l'acquistano anche con un meraviglioso sconto. Naturalmente così passano davanti a chi ne avrebbe più bisogno. Chissenefrega. Per altro la Bindi passò davanti anche a un collega deputato, Vincenzo Zaccheo, oggi finiano. Che se la prese talmente da volere riempire di pugni il manager Inail che aveva favorito la Bindi. Come racconta lo stesso Zaccheo nella telefonata che potete sentire tutti nel file audio video allegato... Buon ascolto

Quella Bibbia che nella capitale del cristianesimo nessuno ha dato a Stefano Cucchi

A pochi giorni dall'anniversario della morte del fratello Stefano, Ilaria Cucchi ha scritto una lettera aperta a papa Benedetto XVI. "Mi rivolgo a Lei perché quando sembra impossibile trovare una consolazione terrena al nostro dolore, l'unico vero conforto ci arriva dalla fede", ha esordito Ilaria. Che ha poi spiegato che suo fratello Stefano è "morto di pregiudizio". Ha percorso le tappe del suo calvario dall'arresto al trasferimento all'ospedale Pertini di Roma, rivelando : "è giunto in ospedale dove dei medici l'hanno lasciato morire dopo un martirio durato sei giorni, tra dolori insopportabili, nello sconforto e nella solitudine, chiedendosi perché tutti, compresi i suoi cari, lo avessero abbandonato. Non era così, ma mio fratello lo avrà pensato quando poche ore prima di morire ha chiesto una Bibbia. Mi consola il fatto che Stefano sia morto in pace con Dio". Quello che racconta Ilaria è vero. Stefano Cucchi chiese una Bibbia 48 ore prima di morire. Ma purtroppo nella capitale della cristianità nessuno riuscì in quelle 48 ore a procurargliela. A Roma non si trovò una Bibbia. O meglio: all'ospedale Pertini esisteva una biblioteca. Ma fra i libri non c'era una Bibbia. E nessuno ritenne così importante l'ultima richiesta di un condannato a morte. L'episodio- tutt'altro che marginale- viene dagli atti desecretati della commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi, guidata da Ignazio Marino. Nella seduta del 13 gennaio scorso (gli atti sono ora pubblici e stampati dal Senato la scorsa settimana) fu ascoltata una volontaria della Caritas di stanza all'ospedale Pertini, Amalia Benedetta Ceriello. Fu lì che lei spiegò di avere ricevuto il martedì da Cucchi due richieste. La prima fu di di avvertire il cognato di accudire il suo cagnolino. La seconda fu appunto di potere avere una Bibbia. Ha raccontato la volontaria Caritas: "Io sono andata nella biblioteca della struttura insieme ad un agente a cercare la Bibbia, ma non c’era e ho pensato che gliela avrei procurata e portata". Di fronte all'insistenza dei parlamentari che chiedevano: "Ma la Bibbia? Cucchi l'ha poi ricevuta?", la Ceriello ha risposto così: "Presidente, la sera stessa in cui il ragazzo ha avanzato la richiesta, io ho telefonato al cognato. Non ho pero` parlato con lui; mi ha risposto la sorella, alla quale ho riferito le richieste di suo fratello. Le ho detto del cagnolino anche perche´, essendo io un amante degli animali, sono stata toccata da questa richiesta. Mi sono dunque raccomandata in tal senso (...) La Bibbia non e` stata consegnata: purtroppo, non abbiamo fatto in tempo". Certo, la volontaria della Caritas non aveva compreso l'urgenza della richiesta, non potendo sapere che Cucchi sarebbe morto due giorni dopo. Fa impressione però la sollecitudine con cui anche chi lavora nella Chiesa ritenesse più importante fare qiuel favore sul cagnolino ("sono un amante degli animali") che fare arrivare la Bibbia a Cucchi. E fa altrettanta impressione che nella biblioteca di un ospedale pubblico della città di Roma, capitale mondiale della cristianità, ma anche capitale di un paese che si è battuto per inserire le radici cristiane nella costituzione europea, non trovi posto la Bibbia, che testo base di quelle radici è non solo per i cristiani. E' il segno di un'epoca e perfino lo specchio reale di una cultura quella volontaria che lavora per la Chiesa italiana (la Caritas) che si preoccupa del cagnolino e non dell'anima di Cucchi. Come lo è quella assenza della Bibbia nella biblioteca del Pertini. Perfino ai condannati a morte regimi anche duri consentivano quell'ultimo desiderio: leggere la Bibbia e magari anche recitarla morendo. Non è più consentito in questo regime che si vede meno e penetra assai di più uomini e coscienze, fino a cancellare in modo spietato e banale ogni senso del reale, della vita e del suo destino. Il caso Cucchi è ancora più per questio lo specchio drammatico e assurdo della tragedia di un paese
Franco Bechis

Se quella miniera fosse stata alle porte di Roma...


Se l'incidente cileno fosse successo in una miniera italiana, le cose sarebbero andate così...

I giorno – tutti uniti per salvare i minatori, diretta tv 24h, Bertolaso sul posto.
II giorno – da Bruno Vespa plastico della miniera, con Barbara Palombelli, Belén e Lele Mora.
III giorno – prime difficoltà, ricerca dei colpevoli e delle responsabilità.
Berlusconi: “colpa dei comunisti”;
Di Pietro: “colpa del conflitto d’interessi”;
Bersani: “… ma cosa …è successo??”;
Bossi: “sono tutti terroni, lasciateli la’;
Capezzone: “non è una tragedia, è una grande opportunità ed è merito di questo governo e di questo premier”;
Fini: “mio cognato non c’entra”.
IV giorno – Totti: “dedicherò un gol a tutti i minatori.”
V giorno – Il Papa: “faciamo prekiera ai minatori ke in kvesti ciorni zono vicini al tiavolo!!”
VI giorno – cala l’audience, una finestra in Chi l’ha visto e da Barbara d’Urso, che intervista i figli dei minatori: “dimmi, ti manca papà?”
Dall’ottavo al trentesimo giorno falliscono tutti i tentativi di Bertolaso, che viene nominato così capo mondiale della protezione civile.
Passato un mese, i minatori escono per fatti loro dalla miniera, scavando con le mani.
Un anno dopo, i 33 minatori, già licenziati, vengono incriminati per danneggiamento del sito minerario.

Ma è successo in Cile…

Minzo, sono un rivoluzionario. Ecco perchè vogliono mettermi al muro

 Per cercare di farlo parlare del caso di Santoro,
bisogna proprio tirarlo per i capelli. Ed è impresa im-
possibile, perché di capelli Augusto Minzolini, diretto-
re del Tg1, non abbonda. Poi lui ha ben altri problemi
in testa in queste settimane. «I Simpson, ad esempio». I
Simpson? «Eh, sì, i Simpson ci hanno fatto ballare pa-
recchio a settembre. Non so nemmeno da dove sbu-
cassero, ma sono stati l’avversario più insidioso del
Tg1», spiega tutto serio il direttore della prima testata
Rai. Ma come, non è Mentana con il suo Tg a La 7 a farvi
ballare? «Ah, io stimo molto Enrico e sono pure suo
amico.Malui non cihatolto davvero ascolto.Hafatto
un’operazione furba. Non fa un vero tg,mauna sorta
di talk show sulla politica: 7-8 notizie massimo. E sac-
cheggia il pubblico di Rai Tre, che è più impegnato e va
matto per quelle cose. Sono loro a leccarsi le ferite:
guardi le curve degli ascolti...». Minzo (gli amici e tifosi
lo chiamano così, per tutti gli altri è ironicamente il “di -
rettorissimo”, appellativo coniato da Berlusconi) scio-
rina tabelle e grafici preparati dagli uffici. Ed è vero:
Mentana porta via ascoltatori di Rai 3 e li restituisce alla
fine del suo tg. Cosa che non accade nel week end,
quando su Rai 3 c’è un piatto forte come Fabio Fazio.
Ma noi eravamo andati dal direttore del Tg1 per parla-
re di Santoro. Perché il mondo politico sembra avere
fatto un’equazione: i sostenitori deidue sonoacerrimi
nemici, e brandiscono il nome del direttore Rai più
odiato a vicenda come un’arma. «Volete fare fuori
Santoro? Allora via anche Minzo», dicono gli uni. «Vo-
lete fare fuori Minzo? Prima via Santoro», rispondono
minacciosi gli altri... Mica si può eludere il tema.
Minzolini, che effetto le ha fatto quel “vaffa” di Santo-
ro?

«Ah…Io non l’ho visto. Me l’hanno riferito. Ma io che
c’entro?»
C’entra, c’entra. I suoi nemici dicono che anche lei l’ab -
bia fatta fuori dal vaso con i celebri editoriali...

«Ma io ho mica mai insultato nessuno! E poi Santoro fa
un editoriale alla settimana. Io sono direttore del Tg1
da16 mesieho fatto solo 14 editoriali.Non siamopro-
prio paragonabili. Lui fa uno show, io un tg».
Pensa che sia sproporzionata, come si dice, la decisio-
ne di tenere Santoro via dal video due settimane?

«Io non sono l’azienda, e quindi non posso rispondere
nel merito. Certo è un po’ paradossale che un dipen-
dente possa liberamente insultare il capo-azienda.
Immagini poi se quell’azienda è la Rai, con 14 mila di-
pendenti! Fosse concesso a chiunque saremmo sem-
pre in assemblea ad organizzare il Vaffa del momento.
realizzeremo il manifesto politico di Beppe Grillo...».
I suoi critici dicono però che anche lei faccia un uso
personale della tv, con quegli editoriali...

«Ah, certo di personale c’è la mia testa. Penso e dico
quello che penso. Ma non demonizzo nessuno. Ogni
direttore responsabile di testata esprime la sua opinio-
ne negli editoriali, mica li ho inventati io. Ai miei critici
- come li chiama lei - non importa un fico secco di que-
sto. Vogliono altro...».
Altro?
«Legga Beppe Giulietti che oggi fa una dichiarazione
su come dovrebbe essere la scaletta del Tg1 di stase-
ra, vaticinando “e invece lui non la farà così”. Ec-
co il desiderio: fare la scaletta come se non ci
fosse alcun direttore al Tg...».
Giulietti è un ex giornalista. Magari voleva solo
darle un consiglio professionale...

«Ex giornalista? Mi ricorda un clamoroso
scoopfirmatodalui? Si ricordaanchesoloun
magnifico servizio di Giulietti? Io ricordo solo
che quando faceva il giornalista faceva dei lun-
ghissimi comunicati sindacali... La scaletta vor-
rebbero fare. Come Vincenzo Vita, un lot-
tizzatore che ora deve essersi pentito,
viste le lezioni che ci dà...».
Suvvia, Minzolini. Dove credeva
di essere andato? La Rai è un’azienda politica, un po’ deve stare al gioco...

«Mi sembra un’azienda dove tutto è permesso a una
parte politica e guai se le stesse cose le fa un’altra parte.
Questa èun’azienda cresciutaa panee centro sinistra,
dove la cultura dominante è quella. Fin dalla prima Re-
pubblica: grandi infornate di sinistra dc e vecchio pci.
Tutti ancora lì in posizione dominante».
E lei mica sarà una vittima? È il direttore del Tg 1, il can-
tore di Berlusconi...

«Io cantore? Le sembro l’esponente di un regime?
Quando c’è un regime sono gli oppositori che vengo-
no messi al muro. Sono i rivoluzionari ad essere fucila-
ti. Io sarei il cantore del regime eppure ogni giorno c’è
qualcuno che vuole mettermi al muro. Strano, no? Al-
lora significa che il vero rivoluzionario sono io. E che il
regime è quello di chi mi vuole fucilare. Poi guardi, io
noncanto proprio nulla. Dico quello che penso, e che
pensavo anche quando scrivevo su La Stampa. Sono
stato sempre garantista. E lo sarò sempre».
Anche con Gianfranco Fini?
Sì, anche con Fini. Della casa a Montecarlo
ne abbiamo parlato perché è entrata nel
dibattito politico. Non l’abbiamo trat-
tata come un caso giudiziario. Faccia-
mosolo lacronaca,mica unacampa-
gna».
Lei però è nel mirino dei finiani. Di-
cono che li censura nel tg.

«Ma non è vero! Guardi i dati di set-
tembre sulla par condicio. Ai finiani è
stato concesso il doppio del tem-
po dato alla Lega. E non
è conteggiato lo spazio concesso a Fini, che
fa il presidente della Camera ed è considerato istituzione».
Bella risposta! Adesso vorranno la sua testa i leghisti...
«Mica posso impazzire con la par condicio. Ne tengo
conto, ma bisogna pure che ci siano le notizie. E la “no -
tiziabilità” di una posizione politica».
Però il suo Tg non abbonda di notizie politiche...
«Devo tenere conto anche degli ascolti. Guido un tg
generalista. Se facessiun quartod’oradi politicacome
Mentana, lo share crollerebbe. Già sono costretto a da-
re notizie obbligatorie -non michiedaquali -chenor-
malmente fanno fuggire i telespettatori...».
Così riempe il tg di cronaca rosa e bianca che fanno di-
menticare i veri problemi...

«Guardi, quei servizi sono ripresi quasi sempre dai
giornali del mattino. Che ci criticano ma spesso non
leggono nemmeno le loro pagine. Diamo tante noti-
zie, ma poi alleggeriamo per mantenere gli ascolti. Al-
trimenti tutti fuggono su Canale 5, dove poi c’è Striscia
la Notizia».
Lei ha questo simulacro degli ascolti, ma lo share del
Tg1è caduto. Lilli Gruber dice che ai suoi tempi era so-
pra il 40 per cento...

«Bene, mettiamo di nuovo Lilli Gruber a condurre, e lo
share non si muoverà di un millimetro. È cambiato il
mondo da quell’epoca. C’è la tv digitale, la platea si è
allargata di un milione di ascoltatori, l’offerta si è decu-
plicata. Non possiamo più fare quegli share. Ma gli
ascolti tengono. Vado meglio di un anno fa».
Cioè?
«Ho aumentato la distanza dal mio concorrente diret-
to, il Tg5, che è l’unico altro tg generalista. Cresciamo e
abbiamo modernizzato il prodotto. Rinnovando an-
che i volti dei Tg...».
...epurando conduttori famosi, come la Busi e la Ferra-
rio...

«Epurando? Ma come si fa a parlare di epurazione?
Stavano a condurre da decenni. Io ho dato una possi-
bilità ad altri. Per una vita decine di giornalisti del Tg1
hanno aspettato il loro turno. Che non arrivava mai.
Ora hanno una chance. Come i molti precari che ho
assunto. Ce ne era uno che aveva 52 anni. Emancoso
che idee abbia in testa...».

Ellero: Conosco il proprietario di Montecarlo. Ma non saprete mai chi è


Premessa: conosco Renato Ellero, l’uomo del giorno, da 15 anni. Lui, l’avvocato penalista vicentino protagonista ieri del colpo di scena sulla casa di Montecarlo, fu eletto in Senato con la Lega nel 1994. Se ne andò dopo pochi mesi, quando Umberto Bossi tolse la fiducia a Silvio Berlusconi. Fondò la Lega italiana federalista e per un po’ si ritagliò il ruolo di pontiere fra Berlusconi e Lamberto Dini. Noi giornalisti quando eravamo in cerca di un’intervista frizzante bussavamo alla sua porta. Non deludeva mai. Sparacchiava accuse gravissime, e non faceva mai un nome. Come quella volta che mi disse che avevano tentato di comprarlo. Chi? “Qualcuno che si muoveva in sintonia con il Quirinale”. Ma il nome? “Volessi farlo, finirei in prima pagina su tutti i giornali”. Lo faccia. “No, meglio di no”. Ieri mi è sembrato di rivedere lo stesso film. Ha rivelato di avere un cliente che gli ha mostrato le azioni della famosa Timara, proprietaria della casa di Montecarlo. Ma nomi, no, non ne può fare. E nemmeno mostrare le azioni che “chissà se ha ancora oggi: non lo so”. L’ho chiamato a casa sua. Era assediato da mille telefonate di colleghi: “Bechis, sì. Mi ricordo di lei. Ma abbia pazienza, qui è un caos, non ho manco mangiato, nemmeno fatto pipì, Me la fa fare? Mi richiama fra dieci minuti?”. D’accordo. E invece dieci minuti dopo squilla il mio telefonino. E’ lui, l’uomo del giorno.

Ellero: Chi è?
Libero: Come chi è? Mi sta chiamando lei. Sono Bechis di Libero..

Ellero: Ah, Bechis! Qui è tutto un caos, sto richiamando i numeri che mi hanno chiamato oggi…

Libero: Allora fa prima a prendere le pagine bianche e cominciare con la A…

Ellero: Lei scherza, ma qui mia moglie è incazzata. Io sono sempre regolare come un orologio svizzero, a pranzo a quell’ora… Oggi è saltato tutto.

Libero: Beh, certo, se lei crea quel terremoto, poi non può lamentarsi…

Ellero: Ma io ho fatto un comunicato, ho spiegato tutto. Pensavo fosse chiaro…

Libero: No, non ha chiarito proprio nulla. Lei ha detto che un suo cliente si è presentato da lei facendole vedere le azioni al portatore. Quando è accaduto?

Ellero: Mercoledì

Libero: E quel signore l’aveva mai visto prima?

Ellero: Certo, era un mio cliente…

Libero: Da dieci anni come si dice?

Ellero: Sì, più o meno… Adesso non mi ricordo bene, ma lo conosco da un po’…

Libero: Scusi, ma lei non fa il penalista? Il suo cliente aveva qualche guaio giudiziario?

Ellero: Io sono specialista in penale ma anche in penale societario. Ho fatto un fracco di processi di tangentopoli, uno famoso perché mi mangiai il giudice. Lo attaccai da tutte le parti finchè non  andò via…

Libero: Torniamo al suo cliente. Lo sa che perfino i finiani sono scettici su questa storia?

Ellero: Mah… E’ che io darei anche volentieri una mano a Fini. Ma non posso. Qui non è Renato Ellero in campo, ma l’avvocato Ellero. Io posso anche sapere delle cose che lo possono agevolare. Ma io devo dire solo le cose che il mio cliente mi autorizza a dire… Se lei mi dice che il mio cliente conosce Fini, le rispondo che non conosce né lui né la Tulliani.

Libero: Conosce Giancarlo Tulliani?

Ellero: Può darsi che lo conosca come nome…

Libero:.. certo, gli ha affittato casa…

Ellero: non è stato certo il mio cliente ad affittargliela. Non lui personalmente, voglio dire. Però può darsi che sappia che ha un inquilino lì. Di sicuro non l’ha mai visto né sentito. Questo posso dire…

Libero: Lei può escludere che il suo cliente abbia oggi- come dice- quelle azioni al portatore, però le abbia comprate poco tempo fa da altri?

Ellero: No. Io posso dire che le aveva ieri sera. le aveva mercoledì. Oggi non l’ho sentito. Queste azioni sono al portatore, può anche averle cedute…

Libero: quindi potrebbe averle acquistate quando quell’appartamento era già affittato a Tulliani…

Ellero: Ma quell’appartamento non è stato comprato inizialmente da questa società, la Timara. E’ stato comprato da un’altra società…

Libero: Sì, era la Printemps. Ma amministratori, sede sociale, luogo e giorno della fondazione sono identici. Il suo cliente ne ha una sola delle due?

Ellero: Non posso escludere che il mio cliente le abbia tutte e due. Non lo so. Lei sa che laggiù comprano società come fossero acqua fresca.. Costano niente, sono elementi locali che le fanno in quantità industriale e poi si mettono lì a venderle… Il problema è un altro. Voi tutti volete sapere di Fini e Tulliani. Al mio cliente non gliene frega niente. Mercoledì occasionalmente mi ha fatto vedere quelle azioni mentre parlavamo di un’altra vicenda…

Libero: Perché il suo cliente ha attività in Italia?

Ellero: Dappertutto, le ha dappertutto. Ma non posso dirle di più se no lo espongo a conseguenze…

Libero: … ma deve convincere il suo cliente a dire qualcosa di più. In Italia questa è diventata una questione di Stato…

Ellero: … ma lo è diventata perché siamo uno Stato poco serio che va dietro a queste cazzate…

Libero: non solo in Italia è importante verificare se un leader politico dice bugie o il vero…

Ellero: se Fini ha detto di non conoscere il proprietario di Timara, non ha mentito. Non conosce il mio cliente. Lo so per certo…

Libero: ma non sappiamo se all’epoca della vendita il proprietario della società fosse il suo cliente. Magari il proprietario era Tulliani che poi ha venduto a lui…

Ellero: Ma non lo so…

Libero: Può escluderlo?

Ellero: Dire lo escludo, no. Ma lo escluderei. Non ho parlato di questo con il mio cliente. Ma la sensazione è che lui non avesse la società da qualche giorno… Ne abbiamo parlato così, per modo di dire, discutendo se Tulliani era paraculo o non era paraculo…
Libero: Ah, che bella discussione. E che avete sentenziato?

Ellero: No, dicevo così per dire… Può essere che Tulliani sia andato a proporsi. Ma non con il mio cliente. Glielo dico io che il mio cliente non tratta con un Tulliani. sarà andato da uno a proporre, quello avrà valutato, ne avrà parlato con un altro e quell’altro l’avrà detto al mio cliente. Lui non ha mica tempo da perdere per una stronzata così…

Libero: Scusi e per fare quella che lei chiama una “stronzata” il suo cliente è andato ad aprire due società a Santa Lucia per comprare una casa a Montecarlo?

Ellero: Io non lo so, ma credo che il mio cliente abbia il bagagliaio pieno di società off shore… Bechis, lei ha fatto giornalismo economico, queste cose le sa perfettamente…

Libero: … ma veramente no…

Ellero: lo sa che questi qui si comprano decine di off shore e manco sanno di averle

Libero: Scusi, ma il suo cliente che non perde tempo con queste cose e manco sa perché ne ha decine, viene a trovarla e guarda caso in tasca ha proprio le azioni della Timara. Come faccio a crederle?

Ellero: Ma non le aveva in tasca. In una cartellina.

Libero: E che le aveva a fare?

Ellero: e che ne so io? Magari prima era andato in banca per un prestito o dal commercialista per la dichiarazione dei redditi..

Libero: ma non è residente all’estero? Mica deve fare la dichiarazione dei redditi in Italia…

Ellero: Ah, non lo so questo se la residenza vera è qui o là… Io non lo so e non voglio saperlo. Io gli faccio solo da consulente. Quando lui fa una operazione finanziaria gli dico: guarda che con questo vai dentro, con questo no. Poi lui è libero di fare anche quello con va in carcere. Ma io glielo ho detto prima…

Libero: E questo signore che vive all’estero forse sì forse no, non è veneto, che viene a fare da lei a Vicenza?

Ellero: Sono il suo avvocato…

Libero: ma lei ha lo studio a Vicenza…

Ellero: … ma opero ovunque. Ho lavorato anche con una grossa multinazionale di cui non posso farle il nome..

Libero:… naturalmente. Mai nomi!

Ellero: Ah, io mica ho bisogno di pubblicità. E’ come quando si va in un ristorante dalle parti di un lago sopra Belluno…

Libero: Quale ristorante?
Ellero: Non faccio il nome…

Libero: … ci avrei giurato…

Ellero:… è un ristorante rinomato, si paga 3-400 euro a testa..

Libero: Roba da off shore!

Ellero: … di solito ci si va con l’amante…

Libero: … niente nomi?

Ellero:…è noto in tutto il mondo. Ma è noto a pochi, perché pochi possono spendere così. A me non piace, perché ti danno quelle porzioni da mezze seghe.. Io preferisco cibo da camionisti…

Libero: scusi, ma che c’entra allora il ristorante?

Ellero: è come le off shore…

Libero: Ah, se lo dice lei. Mi parli del suo cliente. Perché l’ha chiamata venerdì sera chiedendole di rivelare che lui è il proprietario di Timara?

Ellero: Perché si è incazzato dopo che aveva sentito il ministro di Santa Lucia che rivelava il nome…

Libero: Il ministro ha rivelato il nome di Tulliani, non quello del suo cliente. Se è vero quello che dice lei, dovrebbe essere felice: il suo anonimato è stato protetto…

Ellero: Ma non doveva fare nessun nome. Il mio cliente si sarebbe incazzato anche se il ministro avesse detto : “il proprietario è Bechis!”. E’ la regola ferrea di Santa Lucia (io dicevo: che l’inverno porta via… Ma il mio cliente mi ha detto che non si dice all’italiana. Si pronuncia Lusìa, non Lucìa, e la rima non viene più). Un governo non può sparare nomi alla cazzo di cane. Ci sono regole nei paradisi fiscali. Se no vadano a pascolare capre…

Libero: Senta Ellero, è vero che stamattina è venuto a trovarla il finiano Conte?

Ellero: Sì, ma con molta discrezione, perché voleva sapere di più. Gli ho offerto un aperitivo, ma non gli ho dato nessuna notizia. Non posso

Libero: ma adesso deve convincere questo cliente a mostrare in pubblico queste azioni al portatore…

Ellero: se lei pensa che io abbia tempo da perdere per queste cazzate, si sbaglia. Se lui vuole darmele, me le dà. Se non vuole non me le dà.

Libero: ma noi se non vediamo, non crediamo…

Ellero: questo è un problema vostro. Lui mi ha chiesto di fare così e io così ho fatto. Oggi non si è fatto sentire, quindi significa che ha ottenuto l’effetto che voleva ottenere. Non ci sarà altro.

Anteprima dell'intervista che appare su Libero domenica 26 settembre 2010

Il caso Fini è chiuso. Ha mentito. Vorremo ridere, come diceva lui. Ma c'è da piangere



Gianfranco Fini ha regalato un milione- un milione e mezzo di euro a suo cognato, Giancarlo Tulliani, sottraendolo alle casse del partito che guidava, Alleanza Nazionale. E’ stato Tulliani ad acquistare la celebre casa di Montecarlo con la Printemps Ltd l’11 luglio 2008 ed è stato lui a rivendersela alla Tulliani immobiliare (Timara Ltd) al solo scopo di confondere le tracce sulla proprietà. Dalla vendita di quella casa Alleanza Nazionale ha ricevuto 300 mila euro, una cifra con cui a Montecarlo non si poteva acquistare nemmeno un box auto o una cantina. Prima della vendita c’era stata un’offerta superiore al milione di euro. Oggi con la stessa metratura nella stessa via vengono venduti appartamenti al prezzo di 2,5-3 milioni di euro. E’ chiaro il danno inferto al partito politico e l’ingente vantaggio finanziario consentito al cognato di Fini, che può rivendersi l’immobile ai valori veri di mercato. Ora che il ministro della giustizia dell’isola di Santa Lucia, ai Caraibi, ha certificato la proprietà di Printemps e Timara in una lettera riservata al suo primo ministro, di cui è venuta in possesso la stampa locale, la verità è venuta alla luce: quella casa è passata dalla famiglia politica alla famiglia personale di Fini. Non c’è più bisogno nemmeno di fare perdere tempo e soldi ai magistrati italiani che oltretutto non sarebbero stati in grado di venire a capo di nulla, vista la raffinatezza dell’operazione compiuta in un paradiso fiscale. Sembra grottesca alla luce di questo documento ufficiale del governo di Santa Lucia quella risposta che Fini stesso diede poche settimane fa ad Enrico Mentana che lo intervistava per il Tg di La7: “Non ho nulla da temere perchè non ho nulla da nascondere. Rideremo quando sarà fatta chiarezza dalla magistratura, basta aspettare qualche settimana, qualche mese”. Non è stato necessario tanto tempo, per fortuna. E guardando quella lettera c’è davvero da ridere. Ma non è il presidente della Camera a poterlo fare. Dovremmo ridere noi chiamati “infami”, appellativo che come ricordava giustamente Marco Travaglio, fa parte del gergo usato dai mafiosi per attaccare chi sceglie la verità e lo Stato e non loro. Ma non c’è molto da ridere, perché la questione è assai seria e grave. Quel documento pubblicato dalla stampa caraibica, che certifica la vendita a Tulliani della casa di Montecarlo, dimostra che Fini ha mentito sia davanti al suo partito che di fronte all’opinione pubblica. E’ un peccato grave per un uomo politico, in grado da solo di rovinare carriere in molti paesi del mondo. E’ un peccato più grave se commesso dalla terza carica istituzionale del paese, oltretutto con minacce gravi e a questo punto del tutto ingiustificate alla libertà di espressione e di stampa in Italia. Dopo questa clamorosa bugia svelata dal governo di Santa Lucia, non è più problema di una parte politica la permanenza o meno di Fini alla presidenza della Camera. E’ un problema di tutto il paese, che non  può più essere da lui rappresentato a una così alta carica istituzionale. Il resto ha diritto a chiederlo, anche con azioni giudiziarie, chi ha militato in Alleanza Nazionale anche a prezzo di grandi sacrifici: la restituzione di quella casa. Allo stesso prezzo a cui è stata venduta la prima volta.