Ciampi e Scalfaro si fecero scappare anche il boss di Gomorra



Il capo del clan dei Casalesi, il protagonista principale delle vicende di Gomorra raccontate da Roberto Saviano, scrisse nell’agosto del 1993 al presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro chiedendogli la revoca del regime carcerario duro previsto dal 41 bis. Francesco Schiavone detto Sandokan dunque supplicò insieme ad altri tre boss della camorra Scalfaro di “revocare il trattamento penitenziario a cui siamo sottoposti e di ripristinare la legalità. La lettera di Schiavone fu resa pubblica l’11 agosto di quell’anno, poche settimane prima che il ministro della Giustizia Giovanni Conso firmasse la revoca del carcere duro per 140 boss mafiosi. E’ un nuovo inquietante particolare che emerge fra le pieghe di quell’anno oscuro in cui il governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi (chiamato “governo del Presidente” anche perché voluto fermamente da Scalfaro) accettò di fatto le condizioni che la criminalità organizzata aveva dettato nella stagione degli attentati e delle stragi. Per Schiavone in realtà non ci fu bisogno di quella revoca, perché fu la magistratura dell’epoca ad alleggerire la condizione carceraria del capo del clan dei Casalesi. Il 17 ottobre del 1993 infatti i giudici della Corte di Appello di Napoli presero la clamorosa decisione di alleggerire la sua pena già comminata nell’attesa dei processi chiave ancora in corso (per cui sarebbe stato poi condannato all’ergastolo), scarcerandolo e limitandosi a firmare un provvedimento di sorveglianza speciale per tre anni. Il giorno stesso della scarcerazione Schiavone detto Sandokan si è reso latitante. E così proprio mentre si apprestava a firmare la resa alle condizioni imposte dalla criminalità organizzata il governo Scalfaro-Ciampi-Conso si fece sfuggire di mano uno dei più pericolosi camorristi esistenti, il capo del clan dei Casalesi.
Resta ancora un giallo per altro la ragione per cui l’allora ministro della Giustizia, Conso, firmò quell’anno come guardasigilli di Ciampi due provvedimenti di maxi-revoca del 41 bis a boss della Camorra e della mafia. Il primo fu il 14 maggio e riguardò 140 detenuti delle carceri di Secondigliano e di Poggioreale. Il secondo avvenne il 5 novembre e alleggerì la condizione carceraria per 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone.Davanti alla commissione antimafia guidata da Beppe Pisanu l’ex ministro della Giustizia del governo Ciampi ha ricordato soltanto il secondo provvedimento di revoca del regime carcerario duro ai boss, dimenticando il primo. E ha sostenuto di averlo adottato in segreto e in solitudine, per verificare se quel segnale di disponibilità fosse utile a mettere fine alla stagione stragista di Cosa Nostra. Conso però ha omesso molti particolari di quell’anno emersi anche documentalmente nelle ore successive. A parte il primo provvedimento di revoca, esisteva anche un verbale del comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico in cui prima l’ex capo della polizia, Vincenzo Parisi (legatissimo a Scalfaro) e poi l’allora direttore delle carceri italiane, Nicolò Amato, proposero l’abolizione o l’attenuazione del carcere duro per i mafiosi. La commissione antimafia ha per questo deciso di riconvocare Conso insieme ad altri esponenti delle istituzioni dell’epoca (Nicolò Amato e Ciampi). Ieri sera il Tg1 ha provato a intervistare telegfonicamente sul tema lo stesso imbarazzatissimo Conso. L’ex ministro ha risposto al telefono, prima fingendo di non essere in casa: “No, mio padre non c’è”, ha balbettato (Conso ha 88 anni, ndr). Poi ha ammesso la sua identità e si è scusato, spiegando che l’argomento è troppo delicato per concedere interviste, e che chiarirà i dubbi emersi nelle sedi istituzionali: in antimafia e presso la procura della Repubblica di Firenze, che sta conducendo una indagine sulle presunte trattative dell’epoca fra Stato e Mafia.
Fra i testimoni dell’epoca è probabile che venga sentito anche l’allora capo della Dia, prefetto Gianni De Gennaro. Anche perché poche settimane prima del provvedimento di clemenza ai boss mafiosi firmato dal governo Ciampi proprio De Gennaro concesse a La Stampa una allarmatissima intervista così titolata: “Dopo le stragi Cosa Nostra punta al golpe”. De Gennaro così lesse stragi e attentati di quell’estate: “I boss potrebbero essersi convinti che il terrore sia l’unica strada per invertire la tendenza contraria, fidando nell’effetto paura per fiaccare il consenso sociale alla linea governativa. Ma le finalità sono anche di natura più concreta e immediata, per esempio quelle di fare modificare l’atteggiamento istituzionale, cambiando alcune norme di recente emanazione. Una di queste- non l’unica- mi pare possa essere l’articolo 41 bis che regola le modalità di detenzione per i mafiosi. La carcerazione differenziata mette in crisi Cosa Nostra: il mafioso finalmente non comunica con l’esterno e, soprattutto, perde l’aureola di onnipotente anche fra le sbarre. Non è un caso che fra gli attentati sventati ve ne sia uno che stava per essere attuato contro 14 agenti di custodia di Pianosa. Se Cosa Nostra voleva reagire, è segno che il 41 bis non le piace”.
Quindi poche settimane prima della seconda clamorosa calata di braghe di fronte ai boss mafiosi da parte del governo Scalfaro-Ciampi-Conso il direttore della Dia aveva chiesto semmai di non mollare sul 41 bis, spiegandone semmai la grande efficacia. Diventa ancora più misteriosa allora la scelta del governo dell’epoca.

In barca con il boss? Non era Briatore, ma il figlio di Ciampi


 Per sostituire Silvio Berlusconi e affrontare la grave situazione economica e istituzionale il Partito democratico vorrebbe un governo come quello che nel 1993 calò le braghe di fronte alla mafia dandola vinta alla massima organizzazione criminale italiana: il governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi. Proprio nelle ore in cui emerge la grave responsabilità di quell’esecutivo che disapplicò il 41bis (il carcere duro ai boss) come i mafiosi volevano, ricattando lo Stato di strage in strage, uno dei leder del Pd, Walter Veltroni, se ne è uscito con una proposta incredibile: “Si deve dare vita a un governo istituzionale che, come il governo Ciampi, rassereni e dia sicurezza al Paese. Chi vuole votare ora è nemico dell’Italia”. Va bene che il Pd è ormai famoso per non averne azzeccata mai una da quando è nato, ma l’uscita di Veltroni ha fatto strabuzzare gli occhi a molti dei suoi. Proprio quando dentro il partito si stava perfino accarezzando l’idea di accasare (c’è chi dice perfino come leader) un uomo-simbolo dell’antimafia come Roberto Saviano, è sembrato follia uscirsene con quel “modello governo Ciampi” proprio nel bel mezzo delle rivelazioni sui favori fatti dall’esecutivo in quel 1993 ai boss di Cosa Nostra accettando di fatto le condizioni poste dal papello Ciancimino trovato un anno fa. Prudenza avrebbe consigliato di cancellare perfino il ricordo di quel governo, che tutto fece meno che rassicurare l’Italia, ma il Pd- si sa- è fatto così: se trova l’occasione per un hara-kiri ci si butta a capofitto.
Proprio mentre Veltroni confessava al Corriere il suo modello, ieri davanti al pm fiorentino della Dna, Gabriele Chelazzi, si è svolto l’interrogatorio di Nicolò Amato, che nel 1993 era direttore delle carceri italiane. L’ex collaboratore del ministro della Giustizia dell’epoca, Giovanni Conso, ha confermato che la decisione di disapplicare il carcere duro ai mafiosi venne proposta dall’allora capo della polizia, Vincenzo Parisi, un fedelissimo del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, e che vi furono anche “pressanti insistenze” per la revoca della carcerazione dura da parte del Viminale, che era guidato da Nicola Mancino. Grazie a questo pressing il governo Ciampi adottò due decreti di revoca del carcere duro ai mafiosi. Uno a maggio e l’altro a novembre e i destinatari erano in tutto 280 boss detenuti nelle carceri di Secondigliano, di Poggioreale e dell’Ucciardone.
Amato ha confermato parzialmente la versione di Conso, dicendo che non vi fu trattativa con le organizzazioni mafiose (non avrebbe per altro potuto dire diversamente), ma discussione politica sì, tutta nelle sedi istituzionali. Lo scopo sarebbe stato quello già rivelato dall’ex ministro della Giustizia: fare finire la stagione delle stragi allentando la morsa di quel 41bis che a tutti era chiaro fosse all’origine degli attentati e degli assassinii del 1992-’93.
Ci sarà da indagare naturalmente sulle versioni e sui motivi di quella scelta, ma intanto i nuovi fatti emersi, le testimonianze e le documentazioni per la prima volta acquisite agli atti sono in grado di riscrivere la storia di quegli anni e probabilmente buona parte della storia di Italia così come l’abbiamo conosciuta. Sentenze comprese.
La vicenda dei rapporti fra Stato e Mafia invece di essere studiata e indagata con prudenza viene spesso utilizzata in modo distorta come manganello di uno schieramento contro l’altro. Ha brandito questo argomento in modo maldestro lo stesso Saviano contro la Lega, scatenando le ira del ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Incidente simile è accaduto ai primi di novembre al Fatto quotidiano ditretto da Antonio Padellaro. Che ha pubblicato l’anticipazione di un libro-intervista alla prima moglie di Flavio Briatore titolando “Quando Mr. Billionaire frequentava i mafiosi” e prendendosi una querela dal diretto interessato. Il Fatto si scandalizzava per la presunta frequentazione da parte di Briatore alla fine degli anni Ottanta di due personaggi: Gaetano Corallo, il re del casinò delle Antille e Rosario Spadaro, re degli hotel delle Antille. Erano loro i mafiosi individuati dal Fatto, e Briatore ha querelato perché sostiene di non averli mai frequentati.
In effetti i due personaggi frequentavano all’epoca il bel mondo. Non la famiglia Briatore, però. Si trattava della famiglia Ciampi. E in particolare del rampollo di Carlo Azeglio, Claudio, che all’epoca era dirigente dell’ufficio di New York della Bnl, in mezzo a mille polemiche per non avere controllato la filiale di Atlanta ed evitato lo scandalo internazionale dei fondi all’Iraq. Ciampi jr aveva rapporti strettissimi con Spadaro, tanto da essere stato intercettato dall’Alto commissario antimafia, Domenico Sica (le carte sono ancora in archivio) numerose volte al telefono con lui e nell’estate del 1989 addirittura mentre erano insieme in barca. Un missino dell’epoca, per anni fiero oppositore di Gianfranco Fini e ora finito fra le sue braccia, il barone Tommaso Staiti di Cuddia, presentò una interrogazione parlamentare che fece molto rumore, ipotizzando che nelle Antille con Spadaro fosse finito anche il governatore della Banca di Italia, Carlo Azeglio Ciampi. In effetti nelle telefonate con Ciampi jr c’erano numerosi riferimenti di Spadaro a un imminente incontro con “il Governatore”. Interrogati poi i due sostennero che il riferimento era al Governatore della isola di Sant Marteen. Ciampi jr per diradare le ombre che si addensavano sul padre ammise la frequentazione con Spadaro, prima sostenendo “non ho letto da nessuna parte che Spadaro sia stato giudicato colpevole di qualche reato”, poi aggiungendo: “Rosario è cliente della Bnl da molti anni, più di dieci. Siccome io mi occupo dell’area commerciale, mi sembra naturale che io abbia contatti con lui. Credo non sia reato e tantomeno peccato andare in barca con qualcuno..”. Spadaro è stato arrestato due volte. Nel 1993 dalla polizia olandese nelle Antille per un’inchiesta sulle tangenti. Nello stesso anno è stato indagato dalla procura di Messina per traffico internazionale di armi. Nel 2005 Spadaro è stato arrestato una seconda volta per ordine della procura antimafia di Reggio Calabria nell’ambito dell’inchiesta “Gioco d’azzardo”. Reati che non hanno portato al momento a condanne in via definitiva. Resta il fatto che Spadaro in barca andava con il figlio di Ciampi e non con Briatore. Banale particolare che però insieme a quelli ben più seri e sostanziosi che emergono fra i segreti dell’attività del governo Ciampi nei confronti della mafia, racconta una storia assai diversa dalla favola ufficiale narrata. Particolare che sconsiglia vivamente di utilizzare questi temi in modo strumentale: spesso si rivelano armi a doppio taglio.

Scalfaro-Ciampi: da 20 anni fanno la morale a tutti, ma furono loro a calarsi le braghe davanti alla Mafia

Fu per un articolo che Salvo Lima fu assassinato. Fu per lo stesso articolo che saltarono in aria Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che Oscar Luigi Scalfaro divenne capo dello Stato, che esplosero le bombe al Velabro e all’Accademia dei Georgofili. L’articolo è il 41bis dell’ordinamento penitenziario, che isola i boss mafiosi dai contatti con le loro famiglie e dai pizzini dei capi in libertà. Sappiamo da anni dalle inchieste giudiziarie, dai pentiti e dai documenti ritrovati che le stragi e gli attentati del 1992-’93  erano il pressing di Cosa Nostra per ottenere l’abolizione di quel 41bis. Questo sta scritto anche nel famoso papello Ciancimino ritrovato per caso poco più di un anno fa e che sarebbe lì a mostrare la trattativa in corso fra Stato e Mafia. Quel che non era noto invece è che la mafia vinse quel braccio di ferro con lo Stato. E che ad arrendersi fu lo Stato rappresentato al Quirinale proprio da Scalfaro, a palazzo Chigi da Carlo Azeglio Ciampi, al Viminale da Nicola Mancino, al ministero della Giustizia da Giovanni Conso, alla direzione della polizia da un fedelissimo di Scalfaro come Vincenzo Parisi. Fu quello Stato ad arrendersi alla mafia e a dargliela vinta, senza abolire il 41bis ma disapplicandolo di nascosto prima nel maggio e poi nel novembre 1993 a ben 280 boss di Cosa Nostra, metà dei quali erano detenuti a Palermo nel carcere dell’Ucciardone. Nella sua audizione della scorsa settimana davanti alla commissione antimafia guidata da Beppe Pisanu l’allora ministro della Giustizia, Conso, ha candidamente ammesso di avere deciso di liberare dal giogo del 41 bis nel novembre 1993 quei 140 boss della mafia di propria autonoma scelta, non consultandosi con alcuno e solo per vedere se con un gesto- diciamo così, di distensione- finivano le stragi.  Già l’ammissione in sé ha fatto franare il castello dei teoremi giudiziari di molte procure italiane. Queste sostenevano infatti che fino agli anni Ottanta il referente unico della mafia fosse Giulio Andreotti, poi pentito fino a diventare addirittura il padre del 41 bis. Andreotti- continua il teorema- fu punito per questo con l’assassinio di Lima, cui seguirono quelli di Falcone e Borsellino. A quel punto di strage in strage- continuava il teorema- Cosa Nostra provò a intavolare una trattativa con pezzi dello Stato. E attraverso Ciancimino raggiunse Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi che si preparava a diventare politico e non voleva stragi fra i piedi, per raggiungere lo scopo. Certo, il teorema vacillava perché una volta andato al governo Berlusconi confermò il 41 bis e iniziò anzi una dura lotta alla mafia culminata con un discorso a Palermo nell’ottobre 1994 che fu esaltato perfino da Attilio Bolzoni su Repubblica. Le inchieste cercavano per chiudere la partita qualche documento o qualche atto riportabile a Berlusconi per dimostrare che sì, la trattativa era reale e il 41bis stava per essere abolito. Ora l’ammissione di Conso manda tutto all’aria perché se trattativa mai fosse esistita, le richieste della mafia furono esaudite dal governo Scalfaro-Ciampi-Mancino-Conso. Un bel guaio per dietrologi, magistrati, campioni dell’antimafia, perfino per i vari Roberto Saviano: la loro tesi sui rapporti fra mafia e politica sta diventando un boomerang. E ora rischia di colpire proprio chi da venti anni fa la morale e insegna la retta vita a tutti gli altri italiani. La mafia voleva una cosa e l’ha ottenuta da quel governo, non da altri. Conso ha certamente aperto una autostrada alla verità storica, ma la sua versione fa acqua da molte parti. Lui ha ammesso quell’episodio del novembre 1993, ma è saltato fuori anche un decreto precedente di revoca del 41 bis ad altri 140 boss del 14 maggio 1993, la sera stessa dell’attentato a Maurizio Costanzo in via Fauro. Quindi sono stati due i decreti del governo Ciampi a disapplicare il 41bis ai mafiosi. Il primo, quello dimenticato da Conso, fu suggerito misteriosamente in una riunione del 12 febbraio 1993 dall’allora capo della polizia, Parisi (era l’ombra di Scalfaro) e sostenuto dal direttore delle carceri Nicolò Amato. A differenza dei teoremi giudiziari precedenti, ci sono documenti e fatti che provano quanto è avvenuto nel 1993. Ciampi era capo del governo. Richiesto ora di un commento si è rifiutato di intervenire con una dichiarazione facendo però sapere in privato che lui non c’entrava e che aveva ereditato una proposta simile dal governo precedente di Giuliano Amato, in cui Conso e Mancino erano già ministri. La versione Ciampi è plausibile semmai per il primo decreto, quello di maggio. Ma per il secondo, firmato sei mesi dopo (a novembre) Giuliano Amato non può centrare proprio nulla. Credibile la versione di Conso, allora, di avere deciso tutto in solitudine e di nascosto? Mica tanto. Come faceva ad essere quella revoca del 41 bis nascosta al direttore dell’Ucciardone e al magistrato di sorveglianza del carcere? Impossibile. Come impossibile che fosse nascosta ai pubblici ministeri di Palermo che un anno prima avevano chiesto l’applicazione del 41bis per quei boss mafiosi. Impossibile che quella decisione fosse ignota al procuratore capo di Palermo, che dal 15 gennaio 1993 era Giancarlo Caselli, né al procuratore aggiunto Guido Lo Forte e ai pm Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli.  Eppure nessuno protestò, nessuno rese pubblico per venti anni che lo Stato nell’anno di Scalfaro-Ciampi-Mancino-Conso-Parisi e Caselli aveva ceduto alla mafia, dandogliela vinta sul 41 bis. Strano che i pm che di solito insorgono per queste cose e scatenano campagne stampa, si chiusero in un mutismo assoluto. Strano, eppure comprensibile: se avessero rivelato gli atti a loro conoscenza, si sarebbe sbriciolato fra le loro mani l’atto di accusa nei confronti di Andreotti che avevano appena firmato.  Anche per questo bisogna riscrivere la storia di Italia degli ultimi venti anni.

Conso svela: fu il governo Ciampi-Scalfaro ad accontentare i boss mafiosi/ 1.


Giovanni Conso non è solo uno dei più importanti giuristi viventi (forse il più grande esperto di procedura penale), è anche un’icona vivente della storia d’Italia. Un’icona di quell’Italia che si considera perbene, migliore. Ha guidato il Csm, è stato voluto a quella Corte Costituzionale di cui è ancora presidente emerito da Sandro Pertini. E’ stato il simbolo del governo del Presidente quando al Quirinale regnava Oscar Luigi Scalfaro, che lo impose a Giuliano Amato come ministro della Giustizia in sostituzione di Claudio Martelli e poi a Carlo Azeglio Ciampi nel governo di emergenza che sarebbe seguito. E’ cattolico, ma era considerato di area repubblicana e per questo amato e idolatrato anche da chi proveniva dalle altre aree culturali del Cln, quella azionista e quella comunista. Per questo Conso è la madonnina ideale, il santino perfetto di quella armata che in queste settimane si è coalizzata contro Silvio Berlusconi. E invece proprio uno così, che ogni 12 febbraio da 30 anni si reca al Csm per commemorare Vittorio Bachelet (ogni tanto si vede pure Rosy Bindi, che fu sua assistente), giovedì 11 novembre ha tirato uno scherzetto da prete a tutta la banda. Conso si è presentato davanti alla commissione antimafia guidata da Beppe Pisanu e raccontato perché nel novembre 1993 non fu rinnovato il regime di carcere duro (il 41 bis dell’ordinamento penitenziario) a ben 140 detenuti mafiosi nel carcere dell’Ucciardone. Attenti, perché quel fatto è un po’ il pilastro della riscrittura della storia di Italia che stanno compiendo da qualche anno le procure di Palermo e Firenze (che indagano su stragi e attentati del 1992- 1993). E’ il cuore del teorema giudiziario base, che partendo da rivelazioni di pentiti come Gaspare Spatuzza e dai celebri papelli di Vito Ciancimino custoditi dal figlio Massimo, ipotizza che Silvio Berlusconi prima di trasformarsi in politico avesse stretto un patto di sangue con i vertici di Cosa Nostra. Per farlo avrebbe utilizzato Marcello Dell’Utri, un po’ di servizi più o meno deviati, dirigenti dell’amministrazione come Nicolò Amato e il co-fondatore dei Ros, Mario Mori. Il patto prevedeva da una parte l’abbandono di Cosa Nostra della opzione stragista e dall’altra la concessione ai boss di un regime carcerario meno duro. Questo è il centro delle tesi giudiziarie che percorrono mezza Italia e che avevano trovato una sponda non da poco perfino nell’ultima relazione della commissione antimafia scritta da Pisanu. Conso giovedìn scorso si è presentato lì e con la soavità di un santino vivente a cui nessuno osa replicare, ha distrutto in un colpo solo l’intera operazione politico-giudiziaria in corso. “Trattativa?Ricatto?”, si è stupito l’ex guardasigilli di Ciampi, “ Per quanto riguarda il sottoscritto e posso garantirlo sotto ogni forma di giuramento che non c’è mai stato il più lontano- da parte mia- barlume di trattativa. In via di principio non avrei mai trattato con nessuno di questi appartenenti a questa parte anti-Stato”. E allora chi ha deciso di non prorogare quel 41-bis ai boss di Palermo? “Io, me ne assumo tutta la responsabilità”, ha spiegato senza esitazioni Conso. E perché? “Per vedere di frenare la minaccia di altre stragi…L’arresto di Totò Riina (avvenuto nel gennaio 1993, ndr) che era il capo indiscusso e di altri suoi accoliti, ha avuto un ruolo determinante nel cambiare un po’ le strategie della stessa mafia. Con il capo della mafia in carcere il potere è passato al suo vice, che aveva una visione diversa, molto economica. Aveva dichiarato, rivolgendosi ai suoi: “Io nell’assumere questo incarico direi che la mafia deve puntare sull’aspetto economico. La sua potenza va dimostrata non facendo stragi, ma utilizzando il suo fascino, il suo peso, sul piano economico. Invadendo appunto i settori economici. Quindi un cambiamento di strategia che allontanava dalle stragi… Io, in assoluta solitudine, avevo preso questa determinazione, magari rischiando…. Sperando in bene… E’ andata bene”.
Conso ha spiegato di essere pronto anche sotto qualsiasi forma di giuramento a escludere di avere mai fatto cenno di questa sua scelta né a collaboratori né a vertici di polizia. Non lo disse nemmeno ai suoi colleghi di governo “altrimenti il giorno dopo sarebbe finito tutto sui giornali”.
Una deposizione- quella di Conso- dunque micidiale per chiunque avesse sposato le tesi della trattativa fra Stato e mafia e dei possibili complotti bersluconiani. L’audizione è stata una mazzata per i magistrati di Palermo e Firenze e per le due gazzette che più di altre avevano soffiato sul fuoco delle loro tesi: il Fatto quotidiano di Marco Travaglio e la Repubblica di Giuseppe D’Avanzo (le firme che più si erano esposte). Si trovano di fronte alla verità di una loro icona, e non possono sparare come di solito si fa sulla credibilità personale del testimone. Hanno accusato il colpo e da qualche giorno provano a metterci una toppa. Prima sottolineando l’anziana età di Conso (88 anni, ma è lucidissimo). Poi l’incongruenza di parte della sua ricostruzione: il vice di Riina è ricordato come Bernardo Provenzano, ma all’epoca la stampa aveva dato per morto il boss. Non è vero: ci sono ampie cronache di Repubblica che lo identificano come successore di Riina, anche dopo la pubblicazione in dieci righe di una misteriosa deposizione a Palermo di teste che sarebbe stato a conoscenza della morte di Provenzano (non gli avevano creduto né magistrati né giornalisti). Infine ecco spuntare nuovi documenti in grado di smentire la ricostruzione di Conso, come un verbale del Dap del 12 febbraio 1993 in cui si fece riferimento alla possibilità di attenuare il 41bis. Quel 12 febbraio Conso era al Csm come privato cittadino. Da lì venne tirato fuori da Scalfaro e Amato che poche ore dopo lo fecero giurare come nuovo guardasigilli. Quindi quell’appunto del Dap- se vero- poteva essergli del tutto oscuro. L’estensore- Nicolò Amato- per altro fu sollevato dall’incarico a giugno perché troppo garantista (lo era stato tutta la vita) per decisione di Scalfaro, Nicola Mancino e dello stesso Conso. A novembre quando quel 41bis non fu rinnovato per i 140 boss dell’Ucciardone, quasi nessuno dei presunti protagonisti della trattativa fra Stato e Mafia era più in carica. La verità di Conso dunque è difficile da picconare. Anche se costringe a gettare a mare anni di teoremi giudiziari che ora poggiano sul nulla.

Pompei? Quel crollo è benedetto. Parola di archeologo

Avrà pianto perfino il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ma quel crollo che si è verificato a Pompei è tutt'altro che drammatico. Anzi, è una benedizione artistica, perchè quel che è venuto giù è una sorta di mostro architettonico. Parola di Andrea Carandini, presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali e soprattutto uno dei massimi archeologi viventi, noto per avere scoperto a Roma le mure del Palatino. Carandini, cui il presidente della Repubblica hga conferito quattro anni fa la medaglia d'oro ai Benemeriti della Cultura e dell'Arte, ha spiegato in assoluta controtendenza la sua opinione a Francesco Graziani, conduttore di Baobab su Radio Uno. Secondo Carandini a crollare è un impianto in cemento armato costruito dai restauratori nel 1947. "Il  dolore monumentale va anche circoscritto, perchè quello che è crollato è il restauro di Maiori della fine degli anni '40... quello che è crollato per fortuna è questo. Non è un danno. Per assurdo è in sè un bene perchè noi dobbiamo levarle queste struttiure in cemento". Carandini sostiene che bisognerebbe fare crollare anche tutte le altre strutture, a iniziare dalla casa del fauno, per ricostruirle in legno lamellare

Metodo Tarquinio: al direttore di Avvenire non va giù il pasticcio etico di Fini e manda un avviso a Casini

Al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, non è piaciuto un granchè il discorso di Gianfranco Fini a Bastia Umbra. E lo confessa senza mezzi termini a un lettore nella rubrica delle lettere dle quotidiano dei vescovi, sotto il titolo "Un rischioso futurismo familiare". Secondo Tarquinio "il partito moderno, anzi futurista, di Gianfranco Fini, ultima evoluzione della destra post-fascista faticosamente nata dalle ceneri del Msi-Dn, sta rivelando di portare nel suo Dna qualcosa di strutturalmente e- per quanto ci riguarda- di inaccettabilmente vecchio: la pretesa radicaleggiante di dividere il mondo in buoni e cattivi, in arretrati e progrediti culturalmente, sulla base di una premessa e di un pregiudizio ideologico". Tarquinio cita la confusione finiana sulla famiglia (intesa non come Tullianos, ma come famiglia italiana allargata inserita nel programma politico) e sulle leggi sull'etica. Temi rilevanti che rendono Fini politicamente molto distante dai cattolici italiani. Tarquinio però va oltre la critica al programma futurista. E alla fine si chiede: "Come potremmo non annotare e tenere in debita considerazione tutto questo? E proprio guardando al futuro oltre che al presente, come potrebbero non tenerne conto con lucidità i potenziali interlocutori politici di Fini?". Un messaggio non proprio subliminale diretto a Pierferdinando Casini e all'Udc: quell'alleanza non s'ha da fare...


Il testo integrale a questo link


http://www.avvenire.it/Lettere/futurismofamiliare_201011090832252570000.htm

La mia ultima volta al Tg3


Giovedì 4 novembre squilla il mio telefonino. E' una gentile redattrice del Tg3 che chiede la disponibilità a partecipare alla edizione notturna di Linea Notte condotta da Bianca Berlinguer. Mi informo di che si parla e su quali siano gli altri ospiti. Mi dicono che ci saranno con me tre esponenti politici: Rosy Bindi (Pd), Gaetano Quagliariello (Pdl) e Roberto Rosso, fresco acquisto del Fli. Li conosco tutti e tre e accetto l'invito. Fra le 16 e le 23 e 30 il Tg3 mi chiama altre tre volte per sincerarsi che arrivi a Saxa Rubra con mezzi miei e all'ora giusta. Quando arrivo faccio per andare in studio e mi fermano: "no, lei non ci sta, lì è già pieno. Facciamo un collegamento con un altro ospite in un altro stanzino". Come pieno? In quattro ci stiamo... Così apprendo che gli ospiti sono in tutto sei e non 4 (in un'ora di trasmissione con servizi e rassegna stampa praticamente non si può esporreb un pensiero compiuto in così tanti). Sono cambiati quasi tutti, e nessuno me l'ha detto, C'è Rosy Bindi (unica sopravvisuta), poi Adolfo Urso (Fli), Gianfranco Rotondi (Pdl), lo scrittore Alberto Asor Rosa (fuori quota ufficialmente), e nello stanzino della punizione con me anche Massimo Giannini, vicedirettore di Repubblica. Quando ci vediamo scopro che nessuno dei due sapeva della presenza dell'altro e che anche lui era stato invitato sulla base di ospiti che poi non c'erano. Grottescamente i tecnici del Tg3 chiedono a me e Giannini di ignorarci e non parlarci. Abbiamo ciascuno una telecamera puntata come fossimo in due studi diversi, tipo uno a Milano e l'altro a Palermo. Una truffa per i telespettatori, ma la tv è sempre finzione. La par condicio è assicurata così: La Bindi è contro Berlusconi. Urso è contro Berlusconi. Giannini è contro Berlusconi. Rotondi lo difende. Bechis, essendo vicedirettore di Libero dovrebbe fare la stessa cosa (anche se non ne avevo intenzione). Asor Rosa è un intellettuale, di sinistra, ma anche autore dell'Einaudi di Berlusconi. sarà super partes. Infatti gli cedono la parola come si fa a un santone. Dice - super partes- "Ogni giorno che passa il proseguimento dell'era berlusconiana porta sempre di più il Paese verso la catastrofe". Per fortuna non tutto il Paese: si salva l'Einaudi di Berlusconi che così può pagare anticipi e diritti di autore ad Asor Rosa. Al 32° minuto nel finto studio sulla luna la Berlinguer chiede anche a me cosa pensi. Inizio a dire una cosa su Gianfranco Fini e sulle sue eterne giravolte. Inizio a citare un caso, la Berlinguer mi toglie la parola e fa subito replicare Urso. Io non posso controreplicare. Provo più volte a dire qualcosa e a chiedere di intervenire, ma non ho l'audio. Prima di me ha parlato Giannini. Fanno un giro di opinioni, poi un secondo giro. Tocca a Giannini. Dice cose su cui viorrei dire la mia, chiedo la parola. Non ho microfono e la Berlinguer non m i considera più. Devo stare lì muto (vietato parlare criticamente di Fini: è il nuovo idolo di TeleKabul) a fare la foglia di fico della loro par condicio? Ma chi me lo fa fare? Mi alzo e me ne vado. E' scortese, pazienza. Ho sbagliato io ad accettare l'invito. Ma ora lo so.

La vera storia della casa di Rosy Bindi

Martedì 2 novembre a Ballarò mi è capitato di ricordare a Rosy Bindi che della privacy dei politici si fa uso e consumo a seconda delle convenienze. Non deve averne Silvio Berlusconi, ma quando mi è capitato di occuparmi di come proprio Rosy Bindi avesse ottenuto una casa dietro piazza del Popolo dall'Inail nel 2000 comprandosela poi nel 2006 aprofittando delle cartolarizzazioni del ministero dell'Economia, mi sono trovato di fronte al muro della privacy. Con fatica ho scoperto poi il prezzo di acquisto- 421 mila euro- che era assai inferiore a quello di mercato dell'epoca (739.810 euro secondo la valutazione di Stima-Cerved). La Bindi si è indignata perchè lei non sarebbe accostabile al caso di Claudio Scajola. E in effetti non lo è. Ha fatto di meglio. Perchè i politici prima lottizzano l'Inail, poi invece di aderire a un bando come fanno tutti i cittadini, chiedono ai manager lottizzati di triovargli una casetta in centro di Roma a poco prezzo a due passi dalla Camera. E quando è il momento buono l'acquistano anche con un meraviglioso sconto. Naturalmente così passano davanti a chi ne avrebbe più bisogno. Chissenefrega. Per altro la Bindi passò davanti anche a un collega deputato, Vincenzo Zaccheo, oggi finiano. Che se la prese talmente da volere riempire di pugni il manager Inail che aveva favorito la Bindi. Come racconta lo stesso Zaccheo nella telefonata che potete sentire tutti nel file audio video allegato... Buon ascolto

Quella Bibbia che nella capitale del cristianesimo nessuno ha dato a Stefano Cucchi

A pochi giorni dall'anniversario della morte del fratello Stefano, Ilaria Cucchi ha scritto una lettera aperta a papa Benedetto XVI. "Mi rivolgo a Lei perché quando sembra impossibile trovare una consolazione terrena al nostro dolore, l'unico vero conforto ci arriva dalla fede", ha esordito Ilaria. Che ha poi spiegato che suo fratello Stefano è "morto di pregiudizio". Ha percorso le tappe del suo calvario dall'arresto al trasferimento all'ospedale Pertini di Roma, rivelando : "è giunto in ospedale dove dei medici l'hanno lasciato morire dopo un martirio durato sei giorni, tra dolori insopportabili, nello sconforto e nella solitudine, chiedendosi perché tutti, compresi i suoi cari, lo avessero abbandonato. Non era così, ma mio fratello lo avrà pensato quando poche ore prima di morire ha chiesto una Bibbia. Mi consola il fatto che Stefano sia morto in pace con Dio". Quello che racconta Ilaria è vero. Stefano Cucchi chiese una Bibbia 48 ore prima di morire. Ma purtroppo nella capitale della cristianità nessuno riuscì in quelle 48 ore a procurargliela. A Roma non si trovò una Bibbia. O meglio: all'ospedale Pertini esisteva una biblioteca. Ma fra i libri non c'era una Bibbia. E nessuno ritenne così importante l'ultima richiesta di un condannato a morte. L'episodio- tutt'altro che marginale- viene dagli atti desecretati della commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi, guidata da Ignazio Marino. Nella seduta del 13 gennaio scorso (gli atti sono ora pubblici e stampati dal Senato la scorsa settimana) fu ascoltata una volontaria della Caritas di stanza all'ospedale Pertini, Amalia Benedetta Ceriello. Fu lì che lei spiegò di avere ricevuto il martedì da Cucchi due richieste. La prima fu di di avvertire il cognato di accudire il suo cagnolino. La seconda fu appunto di potere avere una Bibbia. Ha raccontato la volontaria Caritas: "Io sono andata nella biblioteca della struttura insieme ad un agente a cercare la Bibbia, ma non c’era e ho pensato che gliela avrei procurata e portata". Di fronte all'insistenza dei parlamentari che chiedevano: "Ma la Bibbia? Cucchi l'ha poi ricevuta?", la Ceriello ha risposto così: "Presidente, la sera stessa in cui il ragazzo ha avanzato la richiesta, io ho telefonato al cognato. Non ho pero` parlato con lui; mi ha risposto la sorella, alla quale ho riferito le richieste di suo fratello. Le ho detto del cagnolino anche perche´, essendo io un amante degli animali, sono stata toccata da questa richiesta. Mi sono dunque raccomandata in tal senso (...) La Bibbia non e` stata consegnata: purtroppo, non abbiamo fatto in tempo". Certo, la volontaria della Caritas non aveva compreso l'urgenza della richiesta, non potendo sapere che Cucchi sarebbe morto due giorni dopo. Fa impressione però la sollecitudine con cui anche chi lavora nella Chiesa ritenesse più importante fare qiuel favore sul cagnolino ("sono un amante degli animali") che fare arrivare la Bibbia a Cucchi. E fa altrettanta impressione che nella biblioteca di un ospedale pubblico della città di Roma, capitale mondiale della cristianità, ma anche capitale di un paese che si è battuto per inserire le radici cristiane nella costituzione europea, non trovi posto la Bibbia, che testo base di quelle radici è non solo per i cristiani. E' il segno di un'epoca e perfino lo specchio reale di una cultura quella volontaria che lavora per la Chiesa italiana (la Caritas) che si preoccupa del cagnolino e non dell'anima di Cucchi. Come lo è quella assenza della Bibbia nella biblioteca del Pertini. Perfino ai condannati a morte regimi anche duri consentivano quell'ultimo desiderio: leggere la Bibbia e magari anche recitarla morendo. Non è più consentito in questo regime che si vede meno e penetra assai di più uomini e coscienze, fino a cancellare in modo spietato e banale ogni senso del reale, della vita e del suo destino. Il caso Cucchi è ancora più per questio lo specchio drammatico e assurdo della tragedia di un paese
Franco Bechis

Se quella miniera fosse stata alle porte di Roma...


Se l'incidente cileno fosse successo in una miniera italiana, le cose sarebbero andate così...

I giorno – tutti uniti per salvare i minatori, diretta tv 24h, Bertolaso sul posto.
II giorno – da Bruno Vespa plastico della miniera, con Barbara Palombelli, Belén e Lele Mora.
III giorno – prime difficoltà, ricerca dei colpevoli e delle responsabilità.
Berlusconi: “colpa dei comunisti”;
Di Pietro: “colpa del conflitto d’interessi”;
Bersani: “… ma cosa …è successo??”;
Bossi: “sono tutti terroni, lasciateli la’;
Capezzone: “non è una tragedia, è una grande opportunità ed è merito di questo governo e di questo premier”;
Fini: “mio cognato non c’entra”.
IV giorno – Totti: “dedicherò un gol a tutti i minatori.”
V giorno – Il Papa: “faciamo prekiera ai minatori ke in kvesti ciorni zono vicini al tiavolo!!”
VI giorno – cala l’audience, una finestra in Chi l’ha visto e da Barbara d’Urso, che intervista i figli dei minatori: “dimmi, ti manca papà?”
Dall’ottavo al trentesimo giorno falliscono tutti i tentativi di Bertolaso, che viene nominato così capo mondiale della protezione civile.
Passato un mese, i minatori escono per fatti loro dalla miniera, scavando con le mani.
Un anno dopo, i 33 minatori, già licenziati, vengono incriminati per danneggiamento del sito minerario.

Ma è successo in Cile…

Minzo, sono un rivoluzionario. Ecco perchè vogliono mettermi al muro

 Per cercare di farlo parlare del caso di Santoro,
bisogna proprio tirarlo per i capelli. Ed è impresa im-
possibile, perché di capelli Augusto Minzolini, diretto-
re del Tg1, non abbonda. Poi lui ha ben altri problemi
in testa in queste settimane. «I Simpson, ad esempio». I
Simpson? «Eh, sì, i Simpson ci hanno fatto ballare pa-
recchio a settembre. Non so nemmeno da dove sbu-
cassero, ma sono stati l’avversario più insidioso del
Tg1», spiega tutto serio il direttore della prima testata
Rai. Ma come, non è Mentana con il suo Tg a La 7 a farvi
ballare? «Ah, io stimo molto Enrico e sono pure suo
amico.Malui non cihatolto davvero ascolto.Hafatto
un’operazione furba. Non fa un vero tg,mauna sorta
di talk show sulla politica: 7-8 notizie massimo. E sac-
cheggia il pubblico di Rai Tre, che è più impegnato e va
matto per quelle cose. Sono loro a leccarsi le ferite:
guardi le curve degli ascolti...». Minzo (gli amici e tifosi
lo chiamano così, per tutti gli altri è ironicamente il “di -
rettorissimo”, appellativo coniato da Berlusconi) scio-
rina tabelle e grafici preparati dagli uffici. Ed è vero:
Mentana porta via ascoltatori di Rai 3 e li restituisce alla
fine del suo tg. Cosa che non accade nel week end,
quando su Rai 3 c’è un piatto forte come Fabio Fazio.
Ma noi eravamo andati dal direttore del Tg1 per parla-
re di Santoro. Perché il mondo politico sembra avere
fatto un’equazione: i sostenitori deidue sonoacerrimi
nemici, e brandiscono il nome del direttore Rai più
odiato a vicenda come un’arma. «Volete fare fuori
Santoro? Allora via anche Minzo», dicono gli uni. «Vo-
lete fare fuori Minzo? Prima via Santoro», rispondono
minacciosi gli altri... Mica si può eludere il tema.
Minzolini, che effetto le ha fatto quel “vaffa” di Santo-
ro?

«Ah…Io non l’ho visto. Me l’hanno riferito. Ma io che
c’entro?»
C’entra, c’entra. I suoi nemici dicono che anche lei l’ab -
bia fatta fuori dal vaso con i celebri editoriali...

«Ma io ho mica mai insultato nessuno! E poi Santoro fa
un editoriale alla settimana. Io sono direttore del Tg1
da16 mesieho fatto solo 14 editoriali.Non siamopro-
prio paragonabili. Lui fa uno show, io un tg».
Pensa che sia sproporzionata, come si dice, la decisio-
ne di tenere Santoro via dal video due settimane?

«Io non sono l’azienda, e quindi non posso rispondere
nel merito. Certo è un po’ paradossale che un dipen-
dente possa liberamente insultare il capo-azienda.
Immagini poi se quell’azienda è la Rai, con 14 mila di-
pendenti! Fosse concesso a chiunque saremmo sem-
pre in assemblea ad organizzare il Vaffa del momento.
realizzeremo il manifesto politico di Beppe Grillo...».
I suoi critici dicono però che anche lei faccia un uso
personale della tv, con quegli editoriali...

«Ah, certo di personale c’è la mia testa. Penso e dico
quello che penso. Ma non demonizzo nessuno. Ogni
direttore responsabile di testata esprime la sua opinio-
ne negli editoriali, mica li ho inventati io. Ai miei critici
- come li chiama lei - non importa un fico secco di que-
sto. Vogliono altro...».
Altro?
«Legga Beppe Giulietti che oggi fa una dichiarazione
su come dovrebbe essere la scaletta del Tg1 di stase-
ra, vaticinando “e invece lui non la farà così”. Ec-
co il desiderio: fare la scaletta come se non ci
fosse alcun direttore al Tg...».
Giulietti è un ex giornalista. Magari voleva solo
darle un consiglio professionale...

«Ex giornalista? Mi ricorda un clamoroso
scoopfirmatodalui? Si ricordaanchesoloun
magnifico servizio di Giulietti? Io ricordo solo
che quando faceva il giornalista faceva dei lun-
ghissimi comunicati sindacali... La scaletta vor-
rebbero fare. Come Vincenzo Vita, un lot-
tizzatore che ora deve essersi pentito,
viste le lezioni che ci dà...».
Suvvia, Minzolini. Dove credeva
di essere andato? La Rai è un’azienda politica, un po’ deve stare al gioco...

«Mi sembra un’azienda dove tutto è permesso a una
parte politica e guai se le stesse cose le fa un’altra parte.
Questa èun’azienda cresciutaa panee centro sinistra,
dove la cultura dominante è quella. Fin dalla prima Re-
pubblica: grandi infornate di sinistra dc e vecchio pci.
Tutti ancora lì in posizione dominante».
E lei mica sarà una vittima? È il direttore del Tg 1, il can-
tore di Berlusconi...

«Io cantore? Le sembro l’esponente di un regime?
Quando c’è un regime sono gli oppositori che vengo-
no messi al muro. Sono i rivoluzionari ad essere fucila-
ti. Io sarei il cantore del regime eppure ogni giorno c’è
qualcuno che vuole mettermi al muro. Strano, no? Al-
lora significa che il vero rivoluzionario sono io. E che il
regime è quello di chi mi vuole fucilare. Poi guardi, io
noncanto proprio nulla. Dico quello che penso, e che
pensavo anche quando scrivevo su La Stampa. Sono
stato sempre garantista. E lo sarò sempre».
Anche con Gianfranco Fini?
Sì, anche con Fini. Della casa a Montecarlo
ne abbiamo parlato perché è entrata nel
dibattito politico. Non l’abbiamo trat-
tata come un caso giudiziario. Faccia-
mosolo lacronaca,mica unacampa-
gna».
Lei però è nel mirino dei finiani. Di-
cono che li censura nel tg.

«Ma non è vero! Guardi i dati di set-
tembre sulla par condicio. Ai finiani è
stato concesso il doppio del tem-
po dato alla Lega. E non
è conteggiato lo spazio concesso a Fini, che
fa il presidente della Camera ed è considerato istituzione».
Bella risposta! Adesso vorranno la sua testa i leghisti...
«Mica posso impazzire con la par condicio. Ne tengo
conto, ma bisogna pure che ci siano le notizie. E la “no -
tiziabilità” di una posizione politica».
Però il suo Tg non abbonda di notizie politiche...
«Devo tenere conto anche degli ascolti. Guido un tg
generalista. Se facessiun quartod’oradi politicacome
Mentana, lo share crollerebbe. Già sono costretto a da-
re notizie obbligatorie -non michiedaquali -chenor-
malmente fanno fuggire i telespettatori...».
Così riempe il tg di cronaca rosa e bianca che fanno di-
menticare i veri problemi...

«Guardi, quei servizi sono ripresi quasi sempre dai
giornali del mattino. Che ci criticano ma spesso non
leggono nemmeno le loro pagine. Diamo tante noti-
zie, ma poi alleggeriamo per mantenere gli ascolti. Al-
trimenti tutti fuggono su Canale 5, dove poi c’è Striscia
la Notizia».
Lei ha questo simulacro degli ascolti, ma lo share del
Tg1è caduto. Lilli Gruber dice che ai suoi tempi era so-
pra il 40 per cento...

«Bene, mettiamo di nuovo Lilli Gruber a condurre, e lo
share non si muoverà di un millimetro. È cambiato il
mondo da quell’epoca. C’è la tv digitale, la platea si è
allargata di un milione di ascoltatori, l’offerta si è decu-
plicata. Non possiamo più fare quegli share. Ma gli
ascolti tengono. Vado meglio di un anno fa».
Cioè?
«Ho aumentato la distanza dal mio concorrente diret-
to, il Tg5, che è l’unico altro tg generalista. Cresciamo e
abbiamo modernizzato il prodotto. Rinnovando an-
che i volti dei Tg...».
...epurando conduttori famosi, come la Busi e la Ferra-
rio...

«Epurando? Ma come si fa a parlare di epurazione?
Stavano a condurre da decenni. Io ho dato una possi-
bilità ad altri. Per una vita decine di giornalisti del Tg1
hanno aspettato il loro turno. Che non arrivava mai.
Ora hanno una chance. Come i molti precari che ho
assunto. Ce ne era uno che aveva 52 anni. Emancoso
che idee abbia in testa...».

Ellero: Conosco il proprietario di Montecarlo. Ma non saprete mai chi è


Premessa: conosco Renato Ellero, l’uomo del giorno, da 15 anni. Lui, l’avvocato penalista vicentino protagonista ieri del colpo di scena sulla casa di Montecarlo, fu eletto in Senato con la Lega nel 1994. Se ne andò dopo pochi mesi, quando Umberto Bossi tolse la fiducia a Silvio Berlusconi. Fondò la Lega italiana federalista e per un po’ si ritagliò il ruolo di pontiere fra Berlusconi e Lamberto Dini. Noi giornalisti quando eravamo in cerca di un’intervista frizzante bussavamo alla sua porta. Non deludeva mai. Sparacchiava accuse gravissime, e non faceva mai un nome. Come quella volta che mi disse che avevano tentato di comprarlo. Chi? “Qualcuno che si muoveva in sintonia con il Quirinale”. Ma il nome? “Volessi farlo, finirei in prima pagina su tutti i giornali”. Lo faccia. “No, meglio di no”. Ieri mi è sembrato di rivedere lo stesso film. Ha rivelato di avere un cliente che gli ha mostrato le azioni della famosa Timara, proprietaria della casa di Montecarlo. Ma nomi, no, non ne può fare. E nemmeno mostrare le azioni che “chissà se ha ancora oggi: non lo so”. L’ho chiamato a casa sua. Era assediato da mille telefonate di colleghi: “Bechis, sì. Mi ricordo di lei. Ma abbia pazienza, qui è un caos, non ho manco mangiato, nemmeno fatto pipì, Me la fa fare? Mi richiama fra dieci minuti?”. D’accordo. E invece dieci minuti dopo squilla il mio telefonino. E’ lui, l’uomo del giorno.

Ellero: Chi è?
Libero: Come chi è? Mi sta chiamando lei. Sono Bechis di Libero..

Ellero: Ah, Bechis! Qui è tutto un caos, sto richiamando i numeri che mi hanno chiamato oggi…

Libero: Allora fa prima a prendere le pagine bianche e cominciare con la A…

Ellero: Lei scherza, ma qui mia moglie è incazzata. Io sono sempre regolare come un orologio svizzero, a pranzo a quell’ora… Oggi è saltato tutto.

Libero: Beh, certo, se lei crea quel terremoto, poi non può lamentarsi…

Ellero: Ma io ho fatto un comunicato, ho spiegato tutto. Pensavo fosse chiaro…

Libero: No, non ha chiarito proprio nulla. Lei ha detto che un suo cliente si è presentato da lei facendole vedere le azioni al portatore. Quando è accaduto?

Ellero: Mercoledì

Libero: E quel signore l’aveva mai visto prima?

Ellero: Certo, era un mio cliente…

Libero: Da dieci anni come si dice?

Ellero: Sì, più o meno… Adesso non mi ricordo bene, ma lo conosco da un po’…

Libero: Scusi, ma lei non fa il penalista? Il suo cliente aveva qualche guaio giudiziario?

Ellero: Io sono specialista in penale ma anche in penale societario. Ho fatto un fracco di processi di tangentopoli, uno famoso perché mi mangiai il giudice. Lo attaccai da tutte le parti finchè non  andò via…

Libero: Torniamo al suo cliente. Lo sa che perfino i finiani sono scettici su questa storia?

Ellero: Mah… E’ che io darei anche volentieri una mano a Fini. Ma non posso. Qui non è Renato Ellero in campo, ma l’avvocato Ellero. Io posso anche sapere delle cose che lo possono agevolare. Ma io devo dire solo le cose che il mio cliente mi autorizza a dire… Se lei mi dice che il mio cliente conosce Fini, le rispondo che non conosce né lui né la Tulliani.

Libero: Conosce Giancarlo Tulliani?

Ellero: Può darsi che lo conosca come nome…

Libero:.. certo, gli ha affittato casa…

Ellero: non è stato certo il mio cliente ad affittargliela. Non lui personalmente, voglio dire. Però può darsi che sappia che ha un inquilino lì. Di sicuro non l’ha mai visto né sentito. Questo posso dire…

Libero: Lei può escludere che il suo cliente abbia oggi- come dice- quelle azioni al portatore, però le abbia comprate poco tempo fa da altri?

Ellero: No. Io posso dire che le aveva ieri sera. le aveva mercoledì. Oggi non l’ho sentito. Queste azioni sono al portatore, può anche averle cedute…

Libero: quindi potrebbe averle acquistate quando quell’appartamento era già affittato a Tulliani…

Ellero: Ma quell’appartamento non è stato comprato inizialmente da questa società, la Timara. E’ stato comprato da un’altra società…

Libero: Sì, era la Printemps. Ma amministratori, sede sociale, luogo e giorno della fondazione sono identici. Il suo cliente ne ha una sola delle due?

Ellero: Non posso escludere che il mio cliente le abbia tutte e due. Non lo so. Lei sa che laggiù comprano società come fossero acqua fresca.. Costano niente, sono elementi locali che le fanno in quantità industriale e poi si mettono lì a venderle… Il problema è un altro. Voi tutti volete sapere di Fini e Tulliani. Al mio cliente non gliene frega niente. Mercoledì occasionalmente mi ha fatto vedere quelle azioni mentre parlavamo di un’altra vicenda…

Libero: Perché il suo cliente ha attività in Italia?

Ellero: Dappertutto, le ha dappertutto. Ma non posso dirle di più se no lo espongo a conseguenze…

Libero: … ma deve convincere il suo cliente a dire qualcosa di più. In Italia questa è diventata una questione di Stato…

Ellero: … ma lo è diventata perché siamo uno Stato poco serio che va dietro a queste cazzate…

Libero: non solo in Italia è importante verificare se un leader politico dice bugie o il vero…

Ellero: se Fini ha detto di non conoscere il proprietario di Timara, non ha mentito. Non conosce il mio cliente. Lo so per certo…

Libero: ma non sappiamo se all’epoca della vendita il proprietario della società fosse il suo cliente. Magari il proprietario era Tulliani che poi ha venduto a lui…

Ellero: Ma non lo so…

Libero: Può escluderlo?

Ellero: Dire lo escludo, no. Ma lo escluderei. Non ho parlato di questo con il mio cliente. Ma la sensazione è che lui non avesse la società da qualche giorno… Ne abbiamo parlato così, per modo di dire, discutendo se Tulliani era paraculo o non era paraculo…
Libero: Ah, che bella discussione. E che avete sentenziato?

Ellero: No, dicevo così per dire… Può essere che Tulliani sia andato a proporsi. Ma non con il mio cliente. Glielo dico io che il mio cliente non tratta con un Tulliani. sarà andato da uno a proporre, quello avrà valutato, ne avrà parlato con un altro e quell’altro l’avrà detto al mio cliente. Lui non ha mica tempo da perdere per una stronzata così…

Libero: Scusi e per fare quella che lei chiama una “stronzata” il suo cliente è andato ad aprire due società a Santa Lucia per comprare una casa a Montecarlo?

Ellero: Io non lo so, ma credo che il mio cliente abbia il bagagliaio pieno di società off shore… Bechis, lei ha fatto giornalismo economico, queste cose le sa perfettamente…

Libero: … ma veramente no…

Ellero: lo sa che questi qui si comprano decine di off shore e manco sanno di averle

Libero: Scusi, ma il suo cliente che non perde tempo con queste cose e manco sa perché ne ha decine, viene a trovarla e guarda caso in tasca ha proprio le azioni della Timara. Come faccio a crederle?

Ellero: Ma non le aveva in tasca. In una cartellina.

Libero: E che le aveva a fare?

Ellero: e che ne so io? Magari prima era andato in banca per un prestito o dal commercialista per la dichiarazione dei redditi..

Libero: ma non è residente all’estero? Mica deve fare la dichiarazione dei redditi in Italia…

Ellero: Ah, non lo so questo se la residenza vera è qui o là… Io non lo so e non voglio saperlo. Io gli faccio solo da consulente. Quando lui fa una operazione finanziaria gli dico: guarda che con questo vai dentro, con questo no. Poi lui è libero di fare anche quello con va in carcere. Ma io glielo ho detto prima…

Libero: E questo signore che vive all’estero forse sì forse no, non è veneto, che viene a fare da lei a Vicenza?

Ellero: Sono il suo avvocato…

Libero: ma lei ha lo studio a Vicenza…

Ellero: … ma opero ovunque. Ho lavorato anche con una grossa multinazionale di cui non posso farle il nome..

Libero:… naturalmente. Mai nomi!

Ellero: Ah, io mica ho bisogno di pubblicità. E’ come quando si va in un ristorante dalle parti di un lago sopra Belluno…

Libero: Quale ristorante?
Ellero: Non faccio il nome…

Libero: … ci avrei giurato…

Ellero:… è un ristorante rinomato, si paga 3-400 euro a testa..

Libero: Roba da off shore!

Ellero: … di solito ci si va con l’amante…

Libero: … niente nomi?

Ellero:…è noto in tutto il mondo. Ma è noto a pochi, perché pochi possono spendere così. A me non piace, perché ti danno quelle porzioni da mezze seghe.. Io preferisco cibo da camionisti…

Libero: scusi, ma che c’entra allora il ristorante?

Ellero: è come le off shore…

Libero: Ah, se lo dice lei. Mi parli del suo cliente. Perché l’ha chiamata venerdì sera chiedendole di rivelare che lui è il proprietario di Timara?

Ellero: Perché si è incazzato dopo che aveva sentito il ministro di Santa Lucia che rivelava il nome…

Libero: Il ministro ha rivelato il nome di Tulliani, non quello del suo cliente. Se è vero quello che dice lei, dovrebbe essere felice: il suo anonimato è stato protetto…

Ellero: Ma non doveva fare nessun nome. Il mio cliente si sarebbe incazzato anche se il ministro avesse detto : “il proprietario è Bechis!”. E’ la regola ferrea di Santa Lucia (io dicevo: che l’inverno porta via… Ma il mio cliente mi ha detto che non si dice all’italiana. Si pronuncia Lusìa, non Lucìa, e la rima non viene più). Un governo non può sparare nomi alla cazzo di cane. Ci sono regole nei paradisi fiscali. Se no vadano a pascolare capre…

Libero: Senta Ellero, è vero che stamattina è venuto a trovarla il finiano Conte?

Ellero: Sì, ma con molta discrezione, perché voleva sapere di più. Gli ho offerto un aperitivo, ma non gli ho dato nessuna notizia. Non posso

Libero: ma adesso deve convincere questo cliente a mostrare in pubblico queste azioni al portatore…

Ellero: se lei pensa che io abbia tempo da perdere per queste cazzate, si sbaglia. Se lui vuole darmele, me le dà. Se non vuole non me le dà.

Libero: ma noi se non vediamo, non crediamo…

Ellero: questo è un problema vostro. Lui mi ha chiesto di fare così e io così ho fatto. Oggi non si è fatto sentire, quindi significa che ha ottenuto l’effetto che voleva ottenere. Non ci sarà altro.

Anteprima dell'intervista che appare su Libero domenica 26 settembre 2010

Il caso Fini è chiuso. Ha mentito. Vorremo ridere, come diceva lui. Ma c'è da piangere



Gianfranco Fini ha regalato un milione- un milione e mezzo di euro a suo cognato, Giancarlo Tulliani, sottraendolo alle casse del partito che guidava, Alleanza Nazionale. E’ stato Tulliani ad acquistare la celebre casa di Montecarlo con la Printemps Ltd l’11 luglio 2008 ed è stato lui a rivendersela alla Tulliani immobiliare (Timara Ltd) al solo scopo di confondere le tracce sulla proprietà. Dalla vendita di quella casa Alleanza Nazionale ha ricevuto 300 mila euro, una cifra con cui a Montecarlo non si poteva acquistare nemmeno un box auto o una cantina. Prima della vendita c’era stata un’offerta superiore al milione di euro. Oggi con la stessa metratura nella stessa via vengono venduti appartamenti al prezzo di 2,5-3 milioni di euro. E’ chiaro il danno inferto al partito politico e l’ingente vantaggio finanziario consentito al cognato di Fini, che può rivendersi l’immobile ai valori veri di mercato. Ora che il ministro della giustizia dell’isola di Santa Lucia, ai Caraibi, ha certificato la proprietà di Printemps e Timara in una lettera riservata al suo primo ministro, di cui è venuta in possesso la stampa locale, la verità è venuta alla luce: quella casa è passata dalla famiglia politica alla famiglia personale di Fini. Non c’è più bisogno nemmeno di fare perdere tempo e soldi ai magistrati italiani che oltretutto non sarebbero stati in grado di venire a capo di nulla, vista la raffinatezza dell’operazione compiuta in un paradiso fiscale. Sembra grottesca alla luce di questo documento ufficiale del governo di Santa Lucia quella risposta che Fini stesso diede poche settimane fa ad Enrico Mentana che lo intervistava per il Tg di La7: “Non ho nulla da temere perchè non ho nulla da nascondere. Rideremo quando sarà fatta chiarezza dalla magistratura, basta aspettare qualche settimana, qualche mese”. Non è stato necessario tanto tempo, per fortuna. E guardando quella lettera c’è davvero da ridere. Ma non è il presidente della Camera a poterlo fare. Dovremmo ridere noi chiamati “infami”, appellativo che come ricordava giustamente Marco Travaglio, fa parte del gergo usato dai mafiosi per attaccare chi sceglie la verità e lo Stato e non loro. Ma non c’è molto da ridere, perché la questione è assai seria e grave. Quel documento pubblicato dalla stampa caraibica, che certifica la vendita a Tulliani della casa di Montecarlo, dimostra che Fini ha mentito sia davanti al suo partito che di fronte all’opinione pubblica. E’ un peccato grave per un uomo politico, in grado da solo di rovinare carriere in molti paesi del mondo. E’ un peccato più grave se commesso dalla terza carica istituzionale del paese, oltretutto con minacce gravi e a questo punto del tutto ingiustificate alla libertà di espressione e di stampa in Italia. Dopo questa clamorosa bugia svelata dal governo di Santa Lucia, non è più problema di una parte politica la permanenza o meno di Fini alla presidenza della Camera. E’ un problema di tutto il paese, che non  può più essere da lui rappresentato a una così alta carica istituzionale. Il resto ha diritto a chiederlo, anche con azioni giudiziarie, chi ha militato in Alleanza Nazionale anche a prezzo di grandi sacrifici: la restituzione di quella casa. Allo stesso prezzo a cui è stata venduta la prima volta.

Fini vissuto da vicino. 4/ E un giovane Gianfranco si innamorò di Follieri


Al ministero degli Esteri. A Palazzo Chigi, dove era vicepresidente del Consiglio. E ancora in via della Scrofa, dove era tornato preparandosi a una lunga opposizione. Era sempre aperta la porta di Gianfranco Fini per il vecchio amico Giorgio Moschetti, detto Giò il Biondo, l’ex numero due della dc andreottiana a Roma ai tempi di Vittorio Sbardella che aveva sempre aiutato quel leader rampante del Movimento sociale. Da vecchi amici passavano ore a chiacchierare delle vicende politiche in corso. Ma non si trattava sempre di quattro parole davanti al caminetto. Moschetti ha assistito in presa diretta a svolte politiche, a soluzioni di problemi interni, talvolta ha dato una mano nell’organizzare campagne elettorali o nel riattivare una rete di rapporti che mai era venuta meno per risolvere a Fini questo o quel problema. Quando Moschetti a fine novembre 2009 ha inviato al presidente della Camera una mail che lui stesso avrebbe definito agli amici “bruttissima”, sperando di essere ricevuto, ha elencato cinque episodi di quegli anni. Tre riguardavano personalmente Fini e la soluzione di problemi della vecchia e nuova famiglia. Due la soluzione di problemi del partito. Senza avere in mano quel testo di posta elettronica è difficile individuare quei cinque capitoli. Ma da giorni sondando i testimoni di quel lungo rapporto a Roma emergono episodi dei quella curiosa unione politica. Ed episodi a loro raccontati dalla viva voce dei protagonisti che potrebbero costituire la trama di quei cinque titoli. Cinque titoli che hanno destato subito l’attenzione del presidente della Camera dei deputati, che il 7 dicembre scorso concesse l’agognato appuntamento a Moschetti nel suo ufficio a Montecitorio.
Chissà se in quell’elenco appare anche un piccolo romanzo che si è concluso non nel migliore dei modi nei primi mesi del 2008. Quello dell’infatuazione che Fini provò per un giovane finanziere italiano da qualche anno emigrato negli Stati Uniti e destinato a una fortuna tanto rapida quanto lo sarebbero state le sue disavventure. Il giovane rampante si chiama Raffaello Follieri. Oggi sta scontando una condanna a 4 anno e mezzo di carcere negli Stati Uniti. Ma per qualche anno è stato uomo-copertina di molti magazine del mondo. Un po’ per le sue fortune finanziarie (che si sarebbero rivelate tarocche), un po’ per la storia sentimentale che lo legò all’attrice Anne Hathaway, deliziosa protagonista de “Il diavolo veste Prada”. Negli States Follieri aveva messo in piedi un piccolo gruppo finanziario, specializzato nel comprare e rivendere gli immobili delle diocesi colpite dallo scandalo pedofilia. Aveva preso come consulente Andrea Sodano, nipote dell’allora segretario di Stato Vaticano, e così aveva accreditato un suo rapporto stretto con la Santa Sede. Più tardi si sarebbe scoperto anche un altro millantato credito: Follieri aveva sostenuto di essere il fiduciario degli affari finanziari del Vaticano negli Stati Uniti,e così aveva abbindolato banche, finanzieri e perfino Bill Clinton. Per reggere la parte aveva naturalmente bisogno di venire di tanto in tanto in Italia, a Roma, a discutere con  i suoi “superiori”. In Vaticano passava un assegno mensile a un impiegato di una congregazione della Santa Sede, Antonio Mainiero detto Tony, che gli apriva fuori orario Musei Vaticani e giardini del palazzo consentendo di mostrare ad attoniti ospiti tutta l’influenza di Follieri. Nei viaggi romani il rampante finanziere è riuscito a fare il giro di qualche salotto. Gira che ti gira, chissà come ha incontrato anche Francesco Proietti Cosimi, detto Checchino. Allora era il principale assistente di Fini, che poi lo scaricò quando insieme ad altri esponenti di An fu intercettato dal pm di Potenza John Woodcock nella cosiddetta inchiesta su “Vallettopoli”. Poi il rapporto fra i due si è in parte ricucito, Checchino è stato ricandidato da Fini nel 2008, è diventato senatore e ha ripagato il suo leader seguendolo ora nella scissione dei gruppi di Futuro e Libertà.
Fu Proietti Cosimi quindi a portare il rampante Follieri a Fini, cui il giovane risultò subito assai simpatico e interessante. Follieri provò a fare fruttare rete di conoscenze e rapporti trovati nella capitale. Aprì una società lussemburghese con il suo nome, con quella sottoscrisse il capitale di una finanziaria italiana basata a Roma e vi mise il fidato Mainiero ad amministrarla. Era una immobiliare, e con Checchino pensò bene di cogliere al volo le eventuali occasioni che si sarebbero presentate con le dismissioni del mattone da parte di alcuni grandi gruppi pubblici. Fu durante una delle tante visite di Moschetti a palazzo che Fini confessò l’entusiasmo per quella nuova conoscenza, un ragazzo sveglio, bravo a fare affari, introdotto perfino nella politica internazionale. Un italiano all’estero che ce l’aveva finalmente fatta ed era pieno di miliardi. Disse che Checchino stava pensando a una joint venture con Follieri, coinvolgendo anche alcuni parenti di Fini specializzati in ristrutturazioni immobiliari. Parenti acquisiti, perché il legame di sangue era con la prima moglie, Daniela Di Sotto. “So che Massimo Sarmi alle Poste sta preparando un piano di dismissioni immobiliari”, disse il presidente di Alleanza Nazionale, facendo capire all’interlocutore che avrebbe favorito un incontro fra Poste e Follieri group. Moschetti non seppe poi a quale livello l’incontro ci fosse stato. Ma intuì che Sarmi, persona assai cortese, ma anche assai ferrata nella matematica, capì che due più due fa quattro, ma Follieri+Poste non sarebbe stata una buona operazione. Scelta assai lungimirante, visto il decorso delle vicende. Sfumato l’affare non vennero meno i rapporti di cortesia. Chissà se rafforzati nel frattempo dall’evolversi delle vicende sentimentali del futuro presidente della Camera. Negli Stati Uniti infatti Follieri cementò un rapporto con Frank Stella e la sua National Italian American Foundation (Niaf). Tanto che la fondazione principe degli italo-americani assegnò al giovane Follieri un ambito riconoscimento pubblico festeggiandolo insieme a George Bush padre. Stella, come è emerso in questi giorni, era anche il referente americano della Wind Rose International, società immobiliare fondata da Sergio, Giancarlo ed Elisabetta Tulliani e che ha sede a Roma al piano terra della palazzina dove è andato a vivere dal 2007 Fini. Se con le Poste l’affare sfumò, la finanziaria di Follieri almeno un immobile riuscì a comprare nel centro di Roma, a due passi da Trinità dei Monti. Ed è una fortuna per i creditori, visto che tutto è finito a gambe all’aria, compreso il tentativo di liquidazione di papà Pasquale dopo l’arresto americano del figlio, e la finanziaria romana è fallita nel febbraio di questo 2010.
Di politica parlava quindi Fini nei suoi incontri con Moschetti. Ma anche di affari, che sembravano sempre stare a cuore al futuro presidente della Camera. Affari nazionali e internazionali. E affari di famiglia. Della vecchia e della nuova famiglia…

4- continua

Fini vissuto da vicino. 3/Quella mano chiesta per la pubblicità degli amici

Eccola lì, la foto che stava in un angolo della scrivania di Giorgio Moschetti nell’ufficio dove Gianfranco Fini andava a trovarlo nel lontano 1993 cercando dal segretario amministrativo dell’ex dc romana prima una spinta e poi un aiuto per la corsa alle elezioni di sindaco di Roma contro Francesco Rutelli. Chissà se scappò a Fini l’occhio su quella foto che ritraeva l’ultimo sindaco di Roma della dc andreottiana, Pietro Giubilo, con il suo addetto stampa dell’epoca e un ragazzo di una tv romana che sbucava alle spalle. Era Andrea Ronchi, futuro portavoce di An, futuro ministro, protagonista ancora in erba di quella che sarebbe diventata la scissione di Futuro e Libertà nella destra italiana. Fini vide la foto sicuramente il 18 ottobre 1993, quando tornò da Moschetti dopo essere già sceso in campo a lamentarsi di non essere preso sul serio dall’establishment dell’epoca. L’allora numero uno del Movimento sociale era deluso perché a una puntata su Canale 5 del Maurizio Costanzo show erano stati invitati tutti gli aspiranti sindaci della capitale, meno Fini. C’era bisogno di qualche appoggio in più, altrimenti la candidatura rischiava di essere un buco nell’acqua. Sarà stato per la foto trovata sulla scrivania, ma fra tante cose quel giorno i due parlarono anche di Ronchi. Moschetti lo conosceva da tempo, sia come giornalista sia perché aveva una società di pubbliche relazioni insieme alla moglie Simonetta con cui ogni tanto cercava di prendere qualche lavoro nella Roma andreottiana, in Comune o nelle società municipalizzate. Fini non poteva sapere che tutti quegli incontri con Moschetti venivano registrati da una microspia piazzata nell’ufficio da un organo di polizia giudiziaria. Non lo sapeva nessuno dei protagonisti, naturalmente, finchè un collaboratore di Moschetti (che all’epoca era senatore) non la individuò e con una certa ingenuità il segretario amministrativo dell’ex dc la portò al primo commissariato di Roma centro sporgendo regolare denuncia. Molti, molti anni dopo- chissà come- quelle registrazioni che non poterono essere utilizzate nei procedimenti tornarono miracolosamente in mano al registrato che certo le ha ascoltate con amara curiosità e chissà se dopo se ne sarà disfatto. Una cosa era sicura: in quei frammenti audio c’era materiale per riscrivere la storia in modo assai diverso di quanto non abbiano consegnato le cronache. Ci sono anche tutti i particolari di quel finanziamento di 1,3 miliardi di lire dell’epoca (ad essere precisi un miliardo e 350 milioni di lire) pensato per la campagna elettorale del prefetto scelto dalla ex dc, che con Mino Martinazzoli si era trasformata in partito popolare, e che invece prese la direzione del movimento sociale, ad aiutare la scalata di Fini ai vertici della politica nazionale. C’è anche il colloquio di Moschetti con due imprenditori romani, vecchie conoscenze del senatore dc, che erano pronti a puntare le loro risorse economiche sulla campagna elettorale popolare. Trovarono dall’interlocutore una risposta che li sorprese, e fece capire loro che il mondo stava proprio cambiando: “Sul Ppi? Buttate via i vostri soldi. E’ Fini quello su cui puntare”.
Favore non da poco ricevuto dagli eredi di Andreotti giunti al loro capolinea politico. E un po’ di riconoscenza Fini ebbe. Ascoltando le raccomandazioni su quel giornalista-pubblicitario, Ronchi, che presto gli sarebbe stato assai utile. Fu Moschetti a parlargliene assai prima di Gaetano Rebecchini. E fu una fortuna perché negli anni Ronchi si sarebbe rivelato per Fini una risorsa fondamentale. Messo un po’ da parte fra il 1994 e il 1996, fu Fini a parlare a Moschetti di Ronchi poco prima delle elezioni di quell’anno. Quando stava per lasciare il governo di Lamberto Dini fu fatto un tentativo in extremis di esecutivo ad ampio spettro costituzionale, affidato alla regia di Antonio Maccanico. Il governo era quasi fatto. Ma all’ultimo lo fece saltare Fini. Così lo raccontò Maccanico agli amici: “ Sono tornato a casa in via della Scrofa e ho incontrato Fini sulle scale, che mi ha detto di averci ripensato. Non si fa”. Quel giorno in via della Scrofa arrivò il vecchio amico e confidente Moschetti. Chiese a Fini il perché di quel no. Lui gli rispose:  “Vogliono fare un governo solo di massoni”. Moschetti scherzando disse: “ma se ci sono anche esponenti vicini all’Opus Dei!”. Fini rispose: “Perché, l’Opus Dei non è massoneria?”. Fu quel giorno che l’ormai presidente di Alleanza nazionale confessò all’amico ex senatore dc di avere dei problemi da sistemare su una partita di immobili, senza specificare se si trattava di mattoni del partito o di famiglia. Ma disse che stava dandogli una mano proprio Ronchi, attraverso alcune società estere da lui conosciute per la sua attività professionale. C’era sempre bisogno di una mano, dalle parti di via della Scrofa. Moschetti aveva ancora tante relazioni utili dopo avere militato ai massimi livelli nella dc capitolina per tanti lustri, fino a diventarne il quasi leader- sia pure senza fare ombra a Vittorio Sbardella. Di una mano aveva bisogno Fini sugli immobili, di una mano aveva bisogno Ronchi per le attività professionali che erano ormai a largo raggio. Si occupava di pubbliche relazioni e di campagne pubblicitarie attraverso la Apr pubblicità e marketing, che negli anni avrebbe conquistato cuore e portafoglio delle società pubbliche: Poste, Eni, Enel e così via. Ronchi insieme alla moglie Simonetta Sechi ed altri soci possedeva anche altre società meno note, ma assai attive a Roma, come la Baam srl e la Olifer srl (gestì per un certo periodo il Jazz caffè, poi gli affari andarono peggio e fallì quando Ronchi se ne era già disfatto). Con il giovane rampante politico di An destinato a scalare tutti i gradini del successo politico si imbarcò all’epoca un altro personaggio cresciuto all’ombra di Fini negli anni. Si chiama Ferruccio Ferranti, oggi è amministratore delegato del Poligrafico dello Stato. E’ stato anche amministratore di Sviluppo Italia e prima ancora amministratore della Consip, la società che centralizza gli acquisti per conto dello Stato. Una carriera rapidissima sotto l’ombra di Fini. E non è un caso se Ferranti nel tempo libero oggi riesce a sedere anche nel consiglio della Fondazione Fare Futuro, il pensatoio da cui è partita la prima secessione finiana. Ma all’epoca dei secondi anni Novanta, quando Fini chiedeva di tanto in tanto “una mano” a Moschetti, la folgorante carriera di Ferranti era ai nastri di partenza. Era più noto per essere il marito di Piera Salabè, figlia di Adolfo, l’architetto del Sisde e dei misteri di Oscar Luigi Scalfaro alla fine della Prima Repubblica, e il socio di Ronchi nelle agenzie di pr e pubblicità a caccia di commesse pubbliche. Sarà stato Moschetti, sarà stato il potere di Fini e del suo partito, ma arrivarono uno dopo l’altro gli agognati contratti prima dalle imprese pubbliche capitoline e poi dai grandi gruppi pubblici nazionali. I fatturati aumentarono anno dopo anno. E quel ragazzino che il numero due della dc romana fece vedere in foto a Fini in quel lontano 1993 sarebbe diventato l’ombra del leader. Pronto a concentrare nelle sue mani nel 2005 tutto il potere dei colonnelli e ora a diventare il gran ciambellano della secessione di Futuro e Libertà. Una scalata lunga anni. In cui mai Fini e Moschetti si sono persi di vista. Dai lunghi colloqui del 2004, alla vigilia della decapitazione di Giulio Tremonti per un incidente su Sviluppo Italia. A quelli di qualche anno più tardi, quando la strada di Moschetti ha incrociato quella della nuova famiglia di Fini. Trovando sulla sua strada Sergio Tulliani e uno strano progetto industriale che aveva immaginato per l’Acea…


3- continua