Alla pensione dei calciatori ci pensa Simona


L’isola dei famosi ha messo un mattoncino per costruire la pensione dei calciatori e degli allenatori un po’ meno famosi degli altri. E’ grazie anche a Magnolia, società di produzione del celebre programma tv guidato da Simona Ventura, che si tengono in piedi i conti della previdenza calcistica. Magnolia- che in Italia è rappresentata dall’ex direttore di Canale 5, Giorgio Gori, è infatti l’inquilino più celebre dei palazzi della Sport Invest 2000 investimenti immobiliari sportivi spa, società guidata dall’avvocato Salvatore Catalano (già presidente del collegio sindacale Rai) e controllata al 100% dal Fondo di accantonamento delle indennità di fine carriera per i giocatori e gli allenatori di calcio. La Sport Invest 2000 insomma ha il compito di investire in immobili per mantenere la solvibilità del fondo per il congedo di allenatori e giocatori di calcio. E lo ha fatto a Roma, Milano e in altre città, dove ha in portafoglio terreni e fabbricati per 33,7 milioni di euro. Fra gli immobili anche uno nella capitale, in via della Farnesina, che è diventato la sede romana di Magnolia che si è garantita la locazione con una fidejussione da 112.500 euro rilasciata dalla Banca San Paolo di Brescia. E’ il contratto di affitto più rilevante della Sport invest 2000 e così Gori e Ventura danno una mano ai calciatori più anziani. In attesa di averli all’Isola dei famosi…

Papi si è comprato il suo primo comunista: Peppone

Grazie a una lunga e complessa transazione durata più di un decennio Silvio Berlusconi è diventato dal 2009 ufficialmente l’erede di Giovanni Guareschi. O quasi. Fatto sta che gli appartiene in diritto Peppone insieme al suo eterno rivale don Camillo, in versione cinematografica. Pagando 41.562 euro all’anno di royalties infatti la Videodue srl controllata indirettamente (attraverso Dolcedrago) dal premier italiano si è conquistata il diritto di trasmettere dove e quando vuole la serie su don Camillo e Peppone. La piccola tassa finirà (come spiega il bilancio 2009 della Videodue, appena depositato) agli eredi di Renè Barjavel e Julien Duvivier, sceneggiatori della fortunatissima serie interpretata da Fernandel e Gino Cervi.

Come capo azienda ora è meglio Piersilvio di Silvio


Nell’anno più difficile 254 nuovi investitori pubblicitari sui 1.017 complessivi di Publitalia. E un’altra quarantina già arrivati nel primo trimestre 2010. Non solo, Digitalia 08, la concessionaria del digitale Mediaset, che ha raggiunto il punto di pareggio già nel 2009 con un anno di anticipo rispetto alla tabella di marcia. Così Piersilvio Berlusconi è riuscito proprio nel 2009-2010, in cui la crisi internazionale ha piegato gran parte delle economie occidentali, a battere l’orso e a fare assai meglio di quanto non sia riuscito a papà Silvio che con Giulio Tremonti era alla guida dell’azienda Italia. Mentre i conti pubblici avevano innestato il passo del gambero lasciando sul campo migliaia di feriti, Piersilvio ha tenuto la corazzata Mediaset e perfino la creatura più colpita dalla crisi, Publitalia, sulla cresta dell’onda, facendo addirittura guadagnare fette di mercato (la concessionaria del primo gruppo di tv private italiana ha conquistato nel 2009 il 64% del mercato, un punto in più dell’anno precedente). Proprio mentre Sipra (concessionaria Rai) perdeva il 17,4%, Rcs (Rizzoli Corriere della Sera) il 17,6%, Il Sole 24 System il 21,5%, Manzoni (Repubblica e Finegil) il 24 per cento (e la sola Repubblica il 14,5% del proprio fatturato pubblicitario). Ma la vera scommessa vinta da Piersilvio è proprio quella del digitale, testimoniata oltre che dal sorprendente risultato di Digitalia 08, anche dai ricavi 2010 di Mediaset premium, cresciuti del 54,6% nei primi tre mesi dell’anno sfiorando i 215 milioni di euro e avviandosi ormai a ripagare anche nel risultato gli investimenti effettuati.

Lippi pareggia, Cannavaro la butta giù. De Rossi la ritira su. La nazionale azzurra quando fa affari è uguale a quella in campo


Tutti insieme fatturano probabilmente meno dei loro 740. Però non sono da buttare via nemmeno quei 58 milioni di euro che vengono da business diversi che tra un allenamento e l’altro sono riusciti a mettere in piedi i componenti della Nazionale di calcio che ha esordito lunedì ai mondiali del Sudafrica. Un allenatore, Marcello Lippi  e 23 giocatori. Di loro 11 (Lippi più dieci giocatori) hanno già pensato al futuro, a quando appenderanno le scarpette al chiodo. E hanno provato a prepararsi un altro mestiere, perfino a lanciare un business. Il successo non è stato grandissimo, perché se i 58 milioni di valore della produzione sono comunque un risultato rispettabile da media azienda, non altrettanto si può dire del risultato consolidato formato sommando utili e perdite dei loro bilanci. Perché gli 11 azzurri in campo nel mondo degli affari nell’ultimo anno si sono rivelati una nazionale perdente. Hanno dovuto sborsare di tasca loro 198.664 euro, che rappresenta il rosso complessivo della loro avventura finanziaria. Hanno giocato maluccio, ma come nel campo reale anche qui è soprattutto questione di formazione. L’allenatore non è una certezza: con Lippi nel mondo degli affari si può vincere o perdere. Ma alla fine il risultato dell’anno è un pareggio: sommando utili e perdite delle sue partecipazioni l’allenatore azzurro è andato in rosso di appena 76 euro. Le due velocità sono una costante nelle storie degli 11 azzurri businessman. Che incredibilmente sembrano parallele a quel che si è visto in campo nella partita di esordio con il Paraguay. Il conto economico della Nazionale è infatti tirato su da uno spumeggiante Daniele De Rossi (utile consolidato di 539.090 euro), ma tirato giù da Fabio Cannavaro che alla fine perde più di un milione di euro. Senza i suoi errori di valutazione la Nazionale spa sarebbe oggi in attivo.
Gli undici azzurri hanno imparato a fare davvero un po’ di tutto nella vita. Molti si sono buttati nel mattone, costituendo immobiliari, ma anche utilizzando sistemi più sofisticati come i fondi del settore o il leasing. Alcuni hanno cercato di valorizzare il proprio marchio di origine, acquisendo società sportive, palestre, o società organizzatrici di pr. Altri hanno provato con fantasia a fare tutt’altro: c’è chi alleva bovini e chi pesci e crostacei, chi gestisce catene di ristoranti e chi prova con spiagge e locali notturni , chi idea campagne pubblicitarie e perfino chi ha messo un piedino nel business energetico del futuro: quello dell’eolico e delle energie rinnovabili. Ecco nome per nome le attività.

Marcello Lippi. Guadagna bei soldini con la Mammamia srl, la società proprietaria del Twiga di Forte dei Marmi, che Lippi possiede insieme a Paolo Brosio ma soprattutto alla Laridel partecipations di Flavio Briatore e alla Dani comunicazioni di Daniela Santanchè. Ma li perde al momento con le altre attività. Che vanno dallo Health and sport International center di Firenze alla Capraia diving service (corsi sportivi) alla immobiliare di famiglia Dast all’altra immobiliare fiorentina Promoinvest, in contenzioso con il comune di Firenze che da tempo non rilascia le autorizzazioni che servono per un immobile da acquistare in via dei Cimatori. Lippi si è anche buttato nel campo delle energie alternative con al sua Sviluppo Energia pulita srl.
Ivan Gattuso. Possiede una società immobiliare con la moglie, con immobili in Calabria e a Varese. Ha una omonima srl a Corigliano per l’allevamento di pesci a crostacei e ha poi fondato con  un socio la Gattuso e Bianchi srl per la vendita di pesci e crostacei. Il socio si chiama Andrea Bianchi e curiosamente per associarsi a Gattuso ha dovuto presentare un attestato di partecipazione a jun corso per la qualifica di responsabile dell’autocontrollo. Gattuso ha messo in piedi una catena alimentare completa: il pesce lo coltiva, lo vende e poi lo serve al ristorante attraverso la sue Ottantasette srl
Giampaolo Pazzini. Per ora l’attaccante della Sampdoria si limita all’immobiliare. E’ sua la twenty-nine srl di Montecatini. Ma il portafoglio non è affatto da buttare via: un fabbricato a Firenze e 17 in provincia di Pistoia, in gran parte a Montecatini.
Vincenzo Iaquinta.L’attaccante bianconero con la famiglia (soprattutto con il papà, molto giovane, classe 1957) conduce un’azienda di costruzioni edili omonima. E proprio prima del mondiale ha fondato la Champions Re spa, attiva nel leasing immobiliare: fra i soci ci sono anche calciatori o ex calciatori come Sebastian Giovinco e Matteo Guardalben e un procuratore di calcio come Luca Pasqualin.
Fabio Quagliarella. Per ora il suo è solo un esordio nel mondo degli affari: ha costituito e gestisce con la famiglia un’azienda immobiliare, la Faviad srl la cui sede è da poco stata trasferita a Roma.
Giorgio Chiellini. Ha costituito a Livorno con il fratello Claudio una società, la Twin Group srl, specializzata in organizzazione di eventi e pubbliche relazioni. E va piuttosto bene, visto che ha chiuso in utile di 43 mila euro.
Daniele De Rossi. Ha due immobiliari con la moglie (Aleutine 106 e Gaia immobiliare 2005) e una società che fa da agenzia per spettacolo e sport, la Dagat srl. Da poco ha costituito anche la Wgt srl che si occupa di “gestione di piano bar, discoteche, enoteche e pubs”.
Gianluca Zambrotta. Ha una immobiliare, la Giza srl con alcune proprietà a Como, a la Young Boys srl che ha tentato di acquistare all’asta giudiziaria il centro sportivo di San Fermo della Battaglia, ma il tribunale di Como si è messo di traverso.
Gianluigi Buffon. L’ultima sua avventura è stata l’acquisto dell’Hotel Stella della Versilia srl a Massa, proprietaria dell’omonimo albergo. Ha anche immobiliari come la Buffon & co e la Suolo & ambiente srl. Anche lui però è in contenzioso come Lippi con il comune di Carrara e Massa che non gli lascia costruire una strada essenziale per recuperare un immobile in disuso di proprietà. Così le ruspe sono ferme e la società nell’attesa continua a perdere soldi.
Angelo Palombo. A parte l’immobiliare di famiglia, la P&P immobiliare, possiede la Palo 17 srl. Già dal nome non sembra ci sia troppa fantasia. Eppure dovrebbe ideare campagne pubblicitarie. In attesa dell’idea vincente, perde soldi.
Fabio Cannavaro. Più che un giocatore è un’industria. Ha due capogruppo: una immobiliare (Cma immobiliare srl) e una holding di partecipazioni (Cma holding e servizi). Si è salvato dal fallimento delle farmacie Maddaloni, che hanno ottenuto da poco il concordato preventivo. Il suo impero spazia dall’immobiliare (Margot srl) , ai trasporti marittimi (Fd service srl), ai servizi societari (Gm global trading),  allo sfruttamento dei diritti di immagine (Fenix srl), all’allevamento e produzione di latte (La Fattoria gaia, Biancolatte srl) alla gestione di spiagge (Pharaon srl) e di ristoranti (Como 8 srl, Fn number One, Vittoria srl, Le Millionaire srl, Le Millionair e Caserta srl). Le ultime tre società di ristorazione aperte (Millionaire 4, Millionaire 5 e Sveva srl) hanno nella compagine un socio di rilievo: Antonio Martusciello, già coordinatore campano di Forza Italia e ancora oggi uno dei leader del Pdl in Regione.

Tremonti, guerra santa ai carrozzoni. Però salva il suo...

Venti enti pubblici sciolti per decreto. Duecentotrentadue associazioni, fondazioni, istituti e centri di varia cultura e umanità per cui d’ora in avanti sarà assai difficile ottenere un contributo pubblico. La finanziaria tutta tagli di Giulio Tremonti non ha fatto poco nella sua parte di eliminazione degli sprechi. Eppure la notizia vera non è in quei 20 che volano via e in quei 232 messi in parziale quarantena (il Tesoro comunque conserverà il 30% dei fondi erogati a loro da corrispondere a quelli più bisognosi e meritevoli). La vera notizia è quella degli enti che rimangono. Sono dieci volte quelli che si sciolgono. O le fondazioni, le associazioni e gli istituti che continueranno a vivere di contributo pubblico: un elenco anche qui dieci volte più lungo di quello che deve stringere la cinghia. Solo il ministro dell’Economia, dopo anni di privatizzazioni e liberalizzazioni, è ancora azionista diretto di una trentina di società pubbliche, che a loro volta ne controllano decine di altre. Tutte fondamentali e utilissime, naturalmente. E chissà se Tremonti conosce la fondamentale missione di Studiare Sviluppo srl, che lui controlla al 100%. Se gli è sfuggita, faccia un giretto sul sito Internet della società. Lo spiegano i manager sotto la pomposa voce “mission” (perché usare l’italiano nel tempio della finanza pubblica di Roma è ormai proibito). Eccola: “Studiare Sviluppo, soggetto strumentale di Amministrazioni centrali, realizza attività orientate principalmente verso settori tematici e progettuali coerenti con gli interessi prioritari e gli obiettivi strategici dei propri referenti istituzionali”. Avete capito qualcosa? Direi di no. Allora facciamoci spiegare meglio: “In particolare, la Società opera a valere su due linee di intervento: supporto ad Amministrazioni o Enti pubblici, sul territorio nazionale, nella programmazione e gestione di strumenti di sviluppo territoriale e locale; partecipazione a progetti internazionali, finanziati prevalentemente dall’Unione Europea, relativi a consulenza istituzionale, institutional building e assistenza  tecnica a Governi e Amministrazioni pubbliche di Paesi terzi”. Ancora nulla? Sembra l’ultimo inutile carrozzone dello Stato italiano? I manager di Studiare Sviluppo pensano di essere fondamentali: “la Società gestisce iniziative che si caratterizzano per il loro contenuto innovativo e sperimentale, e rispetto alle quali l’azione permette all’Amministrazione di ricavare utili indicazioni di policy sulla materia trattata”. Per carità di patria bisognerebbe non procedere oltre. E tacere uno dei progetti fondamentali che il Tesoro sta finanziando. Si chiama “Storie interrotte” e “consiste nella diffusione, con diversi mezzi di divulgazione e comunicazione (sperimentazione scolastica, produzione teatrale, trasmissioni radiofoniche tematiche, produzioni editoriali, audio-riviste, web), della conoscenza del ruolo, del pensiero e dell’azione di cinque figure-chiave originarie del Sud d’Italia, che hanno segnato la storia nazionale: Francesco Crispi, Francesco Saverio Nitti, Donato Menichella, Luigi Sturzo e Giuseppe Di Vittorio”. Davanti a un monumento simile all’inutilità di cui Tremonti è unico azionista e che sopravvive anche a una finanziaria come questa, allora si capisce meglio il piagnucolìo delle vittime dei tagli. Viene quasi voglia di solidarizzare con chi si è visto portare via il contributo pubblico o ridurre i gettoni di presenza. Perché a lui sì e a studiare sviluppo no? Domande che restano senza risposta. E che possono essere ripetute all’infinito. I carrozzoni sono centinaia e centinaia. Ma perché lo è il comitato nazionale per la nascita di Cesare Pavese cui Tremonti ha tolto i 33.600 euro del finanziamento dei Beni culturali e non lo è invece quello per le celebrazioni della nascita di Amintore Fanfani, rifinanziato senza battere ciglio con 60 mila euro? E per gli amanti del genere restano in vita con soldi pubblici anche il comitato per il centenario della nascita di Mario Pannunzio (222 mila euro), quello per i 400 anni della morte di padre Matteo Ricci (180 mila euro), quello per lo studio e la valorizzazione del Tesoro di San Gennaro (174 mila euro), quello per ricordare la nascita di Massimo Mila (90 mila euro), di Paolo Bonomi (60 mila euro), di Mario Tobino (90 mila euro) e decine di altri. Basta non essere stati proprio nessuno ed essere morti o nati da almeno un secolo, che anche in tempi di magra come questi continuano ad arrivare finanziamenti pubblici: 5 milioni nel 2010 a questo scopo. Brindano perché salvano il tesoretto gli altri duemila sfuggiti all’occhio di Tremonti. Il Centro di ecologia teorica, come la Fondazione Gramsci Romagna che beffa l’omonima fondazione nazionale, depennata dalla lista. L’associazione combattenti e reduci insieme ai partigiani salvi per un soffio. Niente fondi alla Fondazione Adriano Olivetti, ma arrivano 48 mila euro al Comitato per i 100 anni della nascita della Olivetti spa. Chiusi i rubinetti alla Pro civitate cristiana di Assisi, ma affluiscono fondi pubblici nelle casse del Forum per i problemi della pace e della guerra. L’elenco è infinito, e lo offriremo giorno dopo giorno ai lettori di Libero. Certo, se si vuole tagliare, non mancheranno altre occasioni.

Sacconi senzatetto, Romani però conquista la palestrina

Nel governo c’è anche qualcuno che non segue le indicazioni della casa madre. Qualcuno che non ha investito sul mattone per seguire l’esempio del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. A ribellarsi (o almeno a celare diabolicamente la proprietà dei propri investimenti) anche un pezzo da novanta come il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Nessuna casa è ufficialmente intestata a lui in alcuna parte di Italia, e altrettanto dicasi della gentile graziosa consorte, che fa il direttore generale di Confindustria. Insomma, o il ministro preferisce stare in affitto o ha gabbato noi e le banche dati del catasto con qualche trucco. Come lui pochi altri nel governo: non ci sono immobili intestati al ministro Andrea Ronchi, ma la spiegazione qui l’ha offerta il diretto interessato: la casa c’era, da poco però è stata donata alla figliola che ne aveva più bisogno di papà, pronto ad arrangiarsi in affitto. Nessuna casa riconducibile a un vecchio professionista della politica, come Enzo Scotti, che oggi è ancora sottosegretario agli Esteri, e nessuna riportabile direttamente al sottosegretario al Tesoro, Luigi Casero. Due buchi perfino ai Trasporti, dove risultano senza casa di proprietà i sottosegretari Bartolomeo Giachino, detto Mino e il suo collega Giuseppe Maria Reina.
Se un gruppetto di ministri e vice dichiara zero mattoni, c’è in compenso chi nelle fila del governo ha pensato non solo a casa, ma a qualche affare immobiliare alternativo. Lo ha fatto da pochissimo il viceministro alle Comunicazioni, Paolo Romani, che oggi è in pole position per sostituire alle attività Produttive Claudio Scajola, che proprio la casa si è portato via. Romani si è comprato una palestra privata a Cusano Milanino: 67 metri quadrati e un po’ di terreno intorno, un bell’affare. Che però non deve essere piaciuto molto al fisco italiano. Nel gennaio scorso come un avvoltoio è zompata lì sopra Equitalia Esatri (concessionaria di Milano) iscrivendo ipoteca legale per un contenzioso con il viceministro da 26.292,52 euro. Lui appena se ne è accorto ha messo mano al portafoglio e saldato da gran signore il debito. Così l’ipoteca è stata cancellata del tutto lo scorso 4 marzo.

Compagni, tutti in campagna! Ecco le seconde, terze e quarte case dei leader della sinistra

Compagni, si va in campagna! E se non si trova il casalino toscano, umbro o pugliese che fa tanto chic, allora si va al mare! A sinistra è esplosa da qualche anno la moda della seconda o terza casa di proprietà, purchè silenziosa, accogliente e accomodante le buone letture. Grazie alla moda è tutto un fiorire di affaroni immobiliari che contagiano senza distinzione di credo nouvelle e ancient vague del Pd, vecchi comunisti all’amatriciana, rifondaroli dell’ultima ora e radical chic che sorridono ormai trionfanti per avere imposto ad ogni portafoglio il trend preferito. Il luogo preferito dagli agenti immobiliari rossi- si sa- è quello spicchio di terra fra campagna e mare in Toscana, poco oltre il confine con il Lazio. Tanto per intenderci, Capalbio e dintorni. Hanno lì casa (qualcuno la prima, altri la seconda e la terza) Furio Colombo e Alice Oxman, Giorgio Napolitano e Claudio Petruccioli con rispettive consorti, ma a pochi chilometri la truppa si ingrossa. Cìè Giuliano Amato con signora che da anni svernano e passano l’estate ad Ansedonia, chissà se ancora a giocare un buon tennis. C’è  Piero Fassino che con un mutuo si è ristrutturato un casale dalle parti di Scansano, dove va con la moglie Anna Serafini quando gli viene a noia la casa romana a due passi dal Pantheon (che battaglie con i locali della piazza che non chiudono mai i battenti, né di sabato né di domenica!). C’è un professore rivoluzionario attualmente in prestito all’Italia dei Valori, come Pancho Pardi che ha in pochi chilometri ha ben due case: una nell’esclusivo Monte Argentario, regno della compianta Susanna Agnelli, e l’altra davanti alla spiaggia della Giannella, quasi attaccata ad Orbetello. Pulsa lì il cuore della seconda casa di sinistra. Ma non pochi hanno scelto l’Umbria. Vi è approdato con la consorte l’ex presidente della Camera ed ex padre di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti: relax nella magione di Massa Martana, sui colli perugini per fuggire dalla casona dei Parioli e dal suo traffico insolente. Bertinotti da anni ha pure un’alternativa piena di magia, come la seconda casa (quella umbra è la terza) di Dolceacqua all’ombra del castello e vicino alle rive del fiume che vi passa in mezzo. Incantevole, ma un po’ lontanina per chi abita a Roma: si è praticamente a Ventimiglia, sul confine con la Francia. Ottima- certo- in questi giorni, se si vuole cfare un salto a Cannes e vedersi Draquila, l’ultima diabolica invenzione della amata Sabina Guzzanti.
Sulle colline umbre oziano volentieri nella seconda o terza magione altri protagonisti delle migliori stagioni della sinistra. Come Andrea Manzella, a Città della Pieve, Tommaso Padoa Schioppa e la sua compagna Barbara Spinelli fra Orvieto e Parrano, in provincia di Terni. O Giovanna Melandri a Ficulle, nel casale donatole dalla seconda moglie del padre. A metà strada fra i toscani e gli umbri si aggira invece Giuseppe Fioroni, che nella sua Viterbo ha possedimenti immobiliari in più di un paese (sono cinque le case a lui intestate). Preferiscono il mare e il ritorno nelle terre natie invece Umberto Ranieri, che ha acquistato a Maiori sulla spiaggia salernitana la sua terza casa (le altre a Roma e Napoli). O Alfonso Pecoraro Scanio che può fermarsi a dormire quando vuole in due case nel salernitano, in quella di Napoli o in quella della capitale. A sinistra non dispiace neppure la Puglia. Ci abita ovviamente Niki Vendola, governatore della Regione, anche se non è molto che ha comprato una sua casa a Terlizzi. Ci viene Vincenzo Visco, a Martinafranca in provincia di Taranto, quando non preferisce raggiungere la sua seconda casa in Pantelleria. Ci ha messo piede dal febbraio scorso anche un altro ex presidente della Camera, Luciano Violante, che ha acquistato a Francavilla Fontana, provincia di Brindisi, forse un po’ stanco delle vacanze un po’ in grigio nella sua seconda casa di Cogne, in Valle D’Aosta.

Urso re del mutuo: ne ha due da 2,4 milioni di euro

Adolfo Urso, viceministro del Commercio estero e segretario della Fondazione fare futuro, ha stabilito nel 2009 un primato assoluto. E’ il parlamentare sulle cui spalle grava il mutuo casa più alto della storia. Ne ha due: uno per sé e un altro per uno dei due figli. Entrambi accesi con il Banco di Napoli di Montecitorio per l’80 per cento del valore dell’immobile acquistato. Due alloggi centralissimi, uno il doppio dell’altro, a Prati, due passi dal Palazzaccio. Il primo mutuo trentennale è da 1,6 milioni di euro. Quello per il figlio nella stessa casa è da 800 mila euro. In tutto fanno 2,4 milioni di euro. Il prezzo ufficiale per l’acquisto dei due appartamenti è stato di 3 milioni di euro. Una bella somma. Chiedendo alle principali banche italiane ieri (attraverso mutui on line) di farci una proposta di finanziamento per quell’acquisto, abbiamo trovato molte porte sbarrate. Dichiarando la stessa età del viceministro Urso (53 anni), il primo problema è stato trovare chi finanziasse un acquisto così rilevante. Hanno detto di no 8 banche su 14. Le altre sei hanno invece detto di no alla durata del mutuo: per avere l’ammortamento in 30 bisognerebbe avere meno di 45 anni. Uniche proposte arrivate: rimborso in 20 anni con rate fra 11 e 12 mila euro al mese. Circa il doppio dell’indennità parlamentare ufficialmente dichiarata. Come ha fatto allora Urso? L’unica è stata chiederlo al diretto interessato. Che non si è tirato indietro, anzi. E’ stato prodigo di particolari. All’inizio ha protestato: “Ma come? Io seguo la linea di Fedele Confalonieri e facendo il viceministro ho comprato casa con un regolare mutuo, come chiede lui, e proprio sulla mia casa venite ad indagare?”. Ma poi cortesemente spiega tutto: “Primo, io ho due figli di cui sono orgoglioso che da quando hanno 18 anni si sono messi a lavorare regolarmente. Anche mia moglie, da cui sono separato, ha sempre lavorato. Secondo: ho cercato casa a lungo, e poi ho trovato quella che mi piaceva, sia per me che per uno dei miei figli. Una è il doppio dell’altra. Zona prestigiosa, certo. Quarto piano, ma non è un attico: affaccio sull’interno. Non dico che è brutta, l’ho comprata perché mi piaceva: ma penso di avere pagato il prezzo giusto: circa due milioni per una, circa un milione per l’altra. Nel 2009 dopo il boom del mercato immobiliare, i prezzi hanno iniziato a scendere un po’”. E il mutuo? “Tutto trasparente. Finanziato l’80 per cento del valore dell’immobile. Contratto trentennale a tasso variabile, ho anche l’accordo per estenderlo a 40 anni!”, Beh, non capita tutti i giorni di trovare una banca che scommetta di trovarti ancora lì a pagare le tue belle rate oltre i 90 anni… A proposito, quanto pesano queste rate? “Vado a memoria: 5.600 euro al mese per la mia casa e 2.800 euro al mese per quella di mio figlio”. Fanno 8.400 euro al mese. Ma è sicuro di poterseli permettere sempre? “Ah”, sorride Urso, “certo senza lo stipendio da parlamentare e l’indennità da viceministro avrei qualche difficoltà a pagare le rate. Ma io ho fatto una scommessa sulla durata lunga del governo di Silvio Berlusconi, e anche il mio mutuo è lì a testimoniarlo”. Già, perché se il governo cade, dovrà pensarci Fare Futuro a quelle rate… “Ma no, che dice? Fare futuro mai. Non si mischia così pubblico e privato. Per altro è sempre stata la mia linea. Sono orgoglioso di non avere mai chiesto finanziamenti pubblici per la mia rivista politica e di avere fatto la stessa cosa con la fondazione Fare futuro: solo sostegni privati. Ma poi glielo ho detto: il governo durerà a lungo, il rischio non c’è. E in ogni caso i miei figli lavorano duro e sono proprio bravi”.

Bondi si riconquista Arcore

Per un tempo indefinito, ma per lui lunghissimo, il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi ha tenuto di perdere la sua preziosa casa di Arcore, quasi di fronte alla villa dove abita il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Tutta colpa della più classica delle vicende coniugali. La bella casa era stata infatti acquistata quando il ministro andava d’amore e d’accordo con la moglie, Maria Gabriella Podestà. E come avviene in questi casi i due cuori si sono uniti in una capanna formalmente intestata al 50 per cento ciascuno. Proprietà un po’ di Bondi, un po’ della Podestà. Poi il matrimonio del ministro- si sa, non violiamo alcuna privacy- ha subito le sue traversie, fino alla piena burrasca. Bondi vive con una nuova compagna, la collega azzurra Manuela Repetto, e il suo matrimonio è finito con una separazione legale. Prima di Berlusconi dunque Bondi ha dovuto fare i conti con gli avvocati della separazione. E ha corso quel brivido: di perdere- perché spettante alla moglie- quell’abitazione con affaccio sulla residenza del presidente del Consiglio. Eventualità questa da fare tremare le vene dei polsi. Assolutamente da scongiurare. E così è stato: con grande pazienza il ministro dei Beni culturali ha ottenuto la separazione consensuale, e con atto del 31 agosto scorso depositato il 2 settembre 2009, ha riavuto indietro anche quel 50% di casa Arcore che non possedeva. Un bene che evidentemente non aveva prezzo, e infatti non è stato valutato dal notaio che effettuava il trasferimento di proprietà. Ma nell’atto è stato scritto un saggio “mai più”, e cioè che mai più Bondi cederà ad altri quel pezzo di casa di Arcore. All’atto è allegato “l’espresso accordo che il trascrivendo trasferimento non verrà meno in caso di riconciliazione dei coniugi”. Anche se con la prima moglie dovesse fare pace, casa Bondi sarà solo del ministro per sempre…

Le 350 abitazioni dei casalinghi del governo Berlusconi

I ministri del governo di Silvio Berlusconi sono diventati tutti perfetti casalinghi. Possono lavorare al ministero, andare in giro per convegni o anche restare a casa. In una delle loro tante case: ne hanno 126, in media fra 5 e 6 ciascuno. Certo, nessuno di loro batte il capo del governo che ha una decine di ville di rappresentanza e molti più appartamenti disseminati in giro per il mondo. Ma anche senza avere i milioni o i miliardi che escono dalle tasche, ministri, viceministri e sottosegretari hanno certamente un buon fiuto immobiliare. Tutti insieme- secondo i dati di Sister-Agenzia del Territorio, posseggono la bellezza di 348 fabbricati (126 ministri e viceministri e 222 i sottosegretari), a cui si aggiungono 295 appezzamenti di terreno (154 i ministri e 141 i sottosegretari). Fanno in tutto 643 proprietà immobiliari, e anche se in quel numero ci sono pure rustici, box auto indipendenti e soffitte magari da ristrutturare, fa sempre una bella impressione: se non una città, riunendole tutte insieme si fa un bel paese solo per il governo. La passione per il mattone sembra per altro coincidere proprio con l’attività politica e l’ingresso nell’esecutivo. Quasi tutti hanno acquistato casa a Roma, anche se ne avevano già nella città natale e magari in campagna, al mare o in montagna. Qualcuno l’affarone l’ha fatto proprio durante l’ultimo governo. Quello più prezioso l’ha portato a casa (proprio così), il viceministro del Commercio Estero, il finiano Adolfo Urso. Più che una casa, un complesso immobiliare centralissimo vicino al Palazzaccio, dove ha sede la Corte di Cassazione. Urso ha acquistato dal gruppo Refin casa (9,5 vani), cantina, locali annessi e un preziosissimo box auto a fine maggio del 2009. Top secret il prezzo, ma qualcosa dice il supermutuo ipotecario che lo stesso giorno il viceministro ha stipulato con Intesa-San Paolo ex Banco di Napoli. L’importo è il più alto che sia mai stato concesso a un membro del Parlamento: 1,6 milioni di euro spalmabile in 30 anni (anche per alleggerire rate che comunque valgono assai più dell’indennità parlamentare) a un tasso di interesse annuo del 5,5%. Con quel mutuo non restano grandi risorse per altri acquisti, così il proprietario dell’immobile di deve essere intenerito e qualche giorno fa, con atto depositato il 6 maggio 2010, ha ceduto ad Urso gratuitamente i diritti reali sul lastrico solare dell’immobile. Tanta generosità non hanno trovato invece i suoi colleghi di governo che in questo biennio hanno deciso all’unisono di prendere casa (o una nuova casa). Mara Carfagna a Roma abitava già dal 2001, ma sulla Cortina di Ampezzo che è un po’ lontana dalla sede ministeriale. Una casetta: 2,5 vani comprata con un mutuo Bnl da 77.648 euro. Ma erano i primi tempi nella capitale e qualche sacrificio bisognava pure fare. Diventata ministro, la Carfagna ha iniziato a cercare una casa più di rappresentanza e anche più vicina al lavoro. L’ha trovata proprio a quattro passi, all’inizio del 2009. Prima ha venduto la sua vecchia casetta a una società medica di Napoli, la Nice srl di Valeria De Magistris. Poi ha acquistato da una signora venezuelana la nuova casa centralissima: quinto piano, grande vista e 7,5 vani. Prezzo? L’ha rivelato la stessa Carfagna: 930 mila euro. Affare immobiliare poco dopo l’insediamento anche per Gianfranco Rotondi, uno che a proprietà immobiliari non scherza (ha case ad Avellino, Firenze, Roma e Teramo). Era da poco al governo, e la transazione si è conclusa ad inizio agosto del 2008, proprio nella sua Avellino. Bella casa, su due piani e un’autorimessa da 50 metri quadrati. L’ha venduta a Rotondi la Edil Av srl per 550 mila euro. Il ministro ha però chiesto e ottenuto dal Banco di Napoli un mutuo da 440 mila euro da restituire in 30 anni al tasso di interesse annuo del 5,67%. Anche Renato Brunetta, rapido come la solito, non si è fatto sfuggire qualche buon affare nei pochi momenti lasciati liberi dalla continua caccia ai fannulloni. Lui lavora come un matto, ma a dare un’occhiata al patrimonio è fra i più casalinghi dell’esecutivo: ha infatti case nel perugino (Monte castello di Vibio), a Roma, Venezia, Ravello e nelle Cinque terre. Proprio qui, a Riomaggiore, Brunetta ha realizzato il suo ultimo affare. Sarà per i suoi pressanti impegni, ma l’atto porta la data del 24 dicembre 2009. Ha acquistato sia il terreno che un fabbricato in corso di ristrutturazione da cui godersi uno dei panorami costieri più straordinari di Italia (fa concorrenza alla sua altra casa di Ravello). Nessuna indicazione di prezzo, ma non depone a favore di Brunetta il cognome del venditore: si chiamava Stefano Pecunia. Fra i ministri che hanno comprato casa da quando sono al governo un posticino l’ha conquistato anche Giorgia Meloni, che nel gennaio 2009 ha conquistato il suo piccolo rifugio all’Ardeatino per 370 mila euro e grazie a un mutuo Banco di Napoli da 151.572 euro, durata quinquennale e tasso del 3,63%.

Murdoch scende in campo a fianco del Papa perchè si è convertito? A guardare il battesimo delle figlie sulle rive del Giordano, sembra di sì

La foto campeggia sulla prima pagina di “Hello!”, una sorta di “Chi” inglese nel gossip familiare delle celebrità mondiali. Rupert Murdoch ritratto insieme alla moglie Wendi Deng , alla regina Rania di Giordania, a Nicole Kidman, sorride nel giorno del battesimo delle due figlie di ultimo letto, le piccole Grace (8 anni) e Chloe (6 anni). La cerimonia si è svolta il 22 marzo scorso sulle rive del fiume Giordano, celebrata da un prete cattolico proprio nell’esatto luogo dove tre dei quattro vangeli (Marco, Luca e Matteo) raccontano che Gesù Cristo avesse ricevuto il battesimo da Giovanni Battista. Madrina di battesimo è stata appunto la Kidman, attrice che non fa mistero della sua fede cattolica. Padrino un attore cattolico australiano, Hugh Jackman. Un fatto non vissuto privatamente, perché l’ampio servizio fotografico che occupa le 18 pagine è certamente stato autorizzato da Murdoch. Tanto da volere sembrare un messaggio al mondo su una possibile conversione del più potente imprenditore dei media internazionali. L’ha interpretato così, ad esempio, l’editorialista del Guardian, Nicholas Blincoe, che ha commentato quelle foto sotto il titolo” Una rinascita per Rupert Murdoch?- Con il battesimo delle sue figlie sulle rive del Giordano forse il capo di News Corp sta segnalando la sua personale conversione”. Certo che alla nascita le due bimbe di Murdoch non sono state battezzate, e farlo dopo anni in modo così suggestivamente simbolico e pubblicizzato è certo segno di una decisione dei genitori lungamente pensata e maturata. Per altro giunge dopo un’altra conversione in seno alla famiglia Murdoch, quella vissuta assai più privatamente del figlio James, vero erede del padre nella News corp, e noto in Italia sia perché si occupa direttamente di Sky, sia per la sua partecipazione all’ultimo Meeting di Rimini, da cui sembra sia rimasto particolarmente segnato. Sono più di uno quindi gli elementi personali della famiglia di Murdoch che accompagnano la scelta recentissima del Wall Street Journal di scendere in campo nella battaglia mediatica sugli scandali pedofilia per difendere Papa Benedetto XVI. Iln più importante quotidiano finanziario del mondo, posseduto dai Murdoch, ha sfoderato nell’occasione la firma di uno dei suoi più potenti columnist, William McGurn. Non si tratta di un qualsiasi editorialista del gruppo, ma di un cattolico che ha e ha avuto in passato ruoli manageriali in News corporation e che da anni scrive i discorsi più delicati ( i cosiddetti “position papers”) per lo stesso Murdoch. Non lo ha fatto solo fra il giugno 2006 e il febbraio 2008 quando l’allora presidente Usa George W. Bush lo ha chiamato alla Casa Bianca a guidare il team di chi scriveva i suoi discorsi ufficiali, dietro un compenso di 261 mila dollari all’anno. Potrebbe esserci una scelta editoriale, in parte una scelta politica (Murdoch non ha in simpatia Barack Obama e i media del gruppo non hanno lesinato attacchi al presidente Usa anche sulla linea abortista), ma anche una profonda convinzione personale del tycoon del media in questo sostegno inatteso a Benedetto XVI. D’altra parte i rapporti diplomatici fra Murdoch e il Vaticano sono buoni da molti anni. Fu il magnate anglo-australiano a donare nel dicembre 1999 alla Conferenza episcopale americana i 10 milioni di dollari che servivano alla costruzione della nuova cattedrale di Los Angeles. Nel gennaio dell’anno precedente l’arcivescovo di Los Angeles, il cardinale Roger Mahony, aveva insignito Murdoch dell’ordine pontificio di San Gregorio Magno, con tanto di benedizione papale che scandalizzò molti cattolici romani. E forse sono stati proprio i rapporti che si crearono all’epoca a determinare la nuova svolta religiosa del magnate.

Se volete il Papa a processo, consegnate Obama a Spataro- La curiosa linea difensiva in Usa dell'avvocato di fiducia del Vaticano

Volete Benedetto XVI in aula come testimone nei processi sulla pedofilia nella chiesa americana? Benissimo, allora ordinate al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, di andare a testimoniare a Milano sulle direttive date alla Cia per il rapimento di Abu Omar. A chiedere alla Corte suprema degli Stati Uniti l’applicazione di una sorta di par condicio giudiziaria è niente meno che lo Stato Città del Vaticano. Il paradosso legale è infatti formalmente depositato presso la Corte suprema americana da Jeffrey S. Lena, l’avvocato che coordina la difesa della Chiesa nei processi per pedofilia. La deposizione al processo è stata chiesta per papa Benedetto XVI da un avvocato del Kentucky, William McMurry, insieme a quella del cardinale Tarcisio Bertone, del cardinale William Levada e del nunzio apostolico in Usa, Pietro Sambi. Respinta una prima volta nel 2007 è stata ripresentata con documentazione a sostegno. Così il caso Kentucky è finito davanti alla Corte suprema americana insieme a quello dell’Oregon, in cui un tribunale vorrebbe chiamare a rispondere penalmente e civilmente il Papa e lo Stato Città del Vaticano degli abusi commessi da alcuni preti pedofili. La documentazione legale dei due fronti è approdata ora davanti alla Corte, che non ha ancora calendarizzato l’udienza. Gli avvocati delle vittime degli abusi hanno trasmesso un documento- per altro già rivelato dalla stampa britannica nel 2002- che secondo loro dovrebbe rappresentare la pistola fumante per dimostrare le responsabilità apicali del Vaticano nello scandalo. Si tratta di un documento non firmato di una sessantina di pagine, dal titolo “Crimen sollicitationis” che risale al 1962 e che secondo la tesi accusatoria sarebbe stato approvato dal “Papa buono”, Giovanni XXIII. Il documento fornisce istruzioni ai vescovi su come comportarsi davanti a casi di abusi sessuali o addirittura “comportamenti bestiali” che potessero emergere nell’episcopato. La regola era di proteggere accusati e vittime fino all’accertamento della verità mantenendo il massimo riserbo possibile sull’accaduto. Consigliando comunque di trasferire ad altra sede o altro incarico i sospettati. I procedimenti sarebbero stati immediatamente incardinati presso il Sant’Uffizio e secretati pena scomunica. Stesso segreto (e stessa pena in caso di violazione) avrebbe dovuto riguardare l’identità dei denuncianti e di eventuali testimoni. Denunce anonime dei fatti invece sarebbero state cestinate, a meno che già non gravassero sospetti su quei casi e si ritenesse quindi utile un’inchiesta. Al termine delle indagini riservate, se le accuse venivano ritenute del tutto infondate, ogni documento sarebbe stato distrutto. In caso di accuse indeterminate e senza riscontro, la pratica sarebbe stata archiviata e la documentazione conservata per inchieste future. In caso di prove riscontrate invece il processo sarebbe stato celebrato sentendo anche il colpevole. Queste istruzioni sarebbero state allegate anche a una nuova lettera inviata a tutti i vescovi nel 2001 dal cardinale Joseph Ratzinger, che guidava la congregazione per la dottrina della fede. E quindi secondo gli avvocati delle vittime di abusi dimostrerebbe la responsabilità apicale della Chiesa cattolica nel cercare di circoscrivere e insabbiare lo scandalo pedofilia. Dello stesso documento offre una lettura diametralmente opposta naturalmente l’avvocato Lena, secondo cui al massimo si dimostrerebbe l’intenzione della Chiesa di fare inchieste serie sui casi di abusi sessuali fin dal 1962 e il riserbo delle indagini sarebbe stato innanzitutto a garanzia delle vittime (sia per le conseguenze sulla vita privata sia per non esporle a tentativi di vendetta). Viene depositata dai legali vaticani anche una interpretazione del documento firmata da un esperto di diritto canonico, il professore Thomas P: Doyle che confuta tutte le tesi di McMurry. Quanto alla richiesta di testimonianza del Papa al processo, Lena prima rivendica presso la Corte suprema l’immunità diplomatica garantita a un capo di stato straniero come il pontefice, poi spiega che se questa richiesta fosse ritenuta esaudibile, allora avrebbero legittimità le richieste di tutte le corti di paesi stranieri di fare comparire a processo il presidente degli Stati Uniti nei casi di “extraordinary renditions” compiute dalla Cia in quei territori, “come è avvenuto in Italia”. Quanto all’organizzazione piramidale del Vaticano che imporrebbe il coinvolgimento dello Stato estero nell’azione civile intentata dalle vittime di abusi, l’avvocato Lena spiega alla Corte suprema che la Chiesa non è una società per azioni con a capo una holding di diritto vaticano, e che quindi non si può applicare la responsabilità amministrativa per un ente morale. La richiesta invece equipara il Vaticano a una qualsiasi multinazionale, pur non avendone in alcun modo la configurazione giuridica.

Benedetto XVI mangia meno strudel, ma è sereno. E' la Curia ad essere terrorizzata per l'offensiva sulla pedofilia

Chi lo ha visto tutti i giorni nelle ultime settimane racconta di un Benedetto XVI provato, stanco, fisicamente sofferente. Il Papa cammina con fatica perfino all’interno degli appartamenti pontifici, sorride ed assaggia appena un pezzetto dell’amato strudel con le mele annurche che gli preparano le collaboratrici laiche che da anni lo assistono. Mangia poco, spesso non tocca nemmeno quelle mozzarelline di bufala che il suo segretario, padre Georg Gaenswein, gli fa arrivare da Frattamaggiore. Anche la via Crucis seguita in papa mobile, le vacanze estive disdette per la prima volta scegliendo il meno faticoso ritiro di Castelgandolfo rendono evidenti a tutti questa sofferenza. Che non è solo esterna, perché il Papa- racconta chi gli sta più vicino- ha vissuto con grande dolore quel che è stato chiamato lo scandalo pedofilia nella Chiesa. Ma non si sente sotto assedio. Joseph Ratzinger è sereno, profondamente sereno. E ha a cuore oggi forse più di prima quella guida pastorale del suo popolo che è probabilmente la vera ragione dello scandalo e di quell’assedio che racconta quotidianamente la stampa di tutto il mondo. E’ la verità del cristianesimo, quell’unione fra fede e ragione raccontata nelle udienze del mercoledì attraverso le vite dei santi ad occupare il Papa. E non lo preoccupa quel che emerge perfino dentro la Chiesa. E’ nelle altre stanze vaticane che si vive con timore questo assedio di cui forse alcuni cardinali e alti prelati ingigantiscono oltremodo la portata. Non pochi rifiutano colloqui telefonici e- quando inevitabili- evitano accuratamente giudizi e riferimenti a vicende di cronaca. Perfino gli indirizzi di posta elettronica più riservati sono utilizzati con cautela e sospetto: chi vuole parlare lo fa solo a quattro occhi. Chiedi se immaginano una regia ad organizzare la campagna che monta ormai ha troppe radici diverse: quelle dell’ America puritana e di cultura ebraica, quelle anglicane, quelle semplicemente laiche e anticlericali da cui ti saresti atteso qualsiasi spallata, ma anche quelle cristiane, cattoliche, addirittura nella patria stessa del Pontefice. Sulle prime chi si incontrava in Curia ripeteva quasi rassicurante che forse regia c’era, ma solo per comuni interessi economici. I casi di pedofilia erano noti da anni, in ogni dettaglio proprio quelli che venivano sventolati in queste settimane. Se si alzava il tiro era solo per soldi: fare circolare come indiscreti documenti notori, farli pubblicare sui giornali e poi sfruttarne il clamore era utile a un manipolo di studi legali che puntando il dito sul Vaticano e trovando un giudice disposto a seguirli avrebbero fatto lievitare oltremisura risarcimenti e parcelle. Ma la furia delle onde in tempesta è seguita così devastante, si è unita a venti impetuosi e diversi nazione dopo nazione (si guardi all’Italia, dove il tiro al Papa ha sostituito dopo il flop elettorale immediatamente il tiro a Silvio Berlusconi), che oggi nelle stanze vaticane pochi credono sia solo questione di soldi. Per questo si ripercorrono le tappe di questo pontificato trovando uno dopo l’altro chi e perché soffia su quei venti. La Chiesa. C’è una data- chiave che spiega da dove nascono gtli attacchi interni al Papa. E’ quasi all’inizio del pontificato di Benedetto XVI: il 22 dicembre 2005, giorno dell’incontro con la curia romana per gli auguri natalizi. E del suo giudizio tagliente sul Concilio Vaticano II, che per il Papa non è stato una “apertura al mondo”, ma nel solco pieno della tradizione millenaria della Chiesa, solo un “passo fatto verso l’età moderna che appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto fra fede e ragione”. Detta così sembra solo una questione dottrinale, e invece all’interno della Chiesa è stato discorso di rottura decisa. Da lì il Papa è stato sentito come un nemico da gran parte dell’ala liberal e progressista degli episcopati. Lì e in altri discorsi sui valori fondamentali, sulla difesa assoluta della vita, si è consumato il vero scontro fra il Papa, il mondo laico e anticlericale (e questo era ovvio) ma soprattutto una parte non marginale della Chiesa. Se oggi la conferenza episcopale tedesca e buona parte di quella austriaca sono anche apertamente critiche del pontificato, il motivo è proprio in quel discorso del dicembre 2005, acqua ghiacciata sull’interpretazione rivoluzionaria del Vaticano II. Ebrei e mussulmani. Meno teologica e più facile da comprendere l’avversione del mondo mussulmano e di quello ebraico nei confronti del pontefice. Il discorso di Ratisbona incendiò subito l’Islam. La liberalizzazione del rito antico, che ha rispolverato la formula sulla conversione degli ebrei, il recupero della comunità lefebvriana (il vescovo negazionista, ma tutti erano sospettati di dottrina antisemita), l’annuncio prima di recarsi in Sinagoga della beatificazione di Pio XII hanno creato un solco profondo fra Benedetto XVI e i rabbini di tutto il mondo. Protestanti. Occasioni dirette di scontro non sono state così evidenti. Ma certo non è stato gradito il percorso di avvicinamento e perfino di apertura al rientro degli anglicani in seno alla chiesa cattolica romana. La Costituzione apostolica messa punto dal cardinale William Levada per l’occasione seguiva infatti una richiesta avanzata dalle comunità anglicane più tradizionaliste spaventate per l’apertura dell’ala liberal verso l’ordinazione di donne e omosessuali dichiarati. Più che come un gesto di comunione così quell’apertura del Papa è stata interpretata come un vero e proprio progetto scismatico sulla chiesa anglicana. Tutto questo teme la Curia, con cui peraltro il papa ha scarsissimi rapporti: gli unici che frequenta settimanalmente e da cui Benedetto XVI coglie umori di palazzo e apprende notizie dal mondo sono infatti il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il cardinale Giovanni Battista Re e il ricordato cardinale Levada. Altre cose arrivano sulla scrivania di Padre Georg grazie a una rassegna stampa filtrata dalla segreteria di Stato e che non sempre giunge nelle mani del Pontefice. Ma anche se a gocce e filtrato da racconti altrui, il Papa conosce bene quel che sta avvenendo nel mondo e nella Chiesa. Un vescovo gli ha riferito anche parole allarmate scritte in una lettera privata dall’ex presidente del Senato, Marcello Pera: “come è possibile che un miliardo di cristiani assistano in silenzio ed impotenti al tentativo di distruggere il Papa, senza rendersi conto che dopo questo non ci sarà più salvezza per nessuno?”. Certo, Benedetto XVI vive con dolore i fatti avvenuti nel suo gregge perché ne è il pastore. Ma non è preoccupato dell’assedio. Come ha ripetuto a chi ha incontrato anche in questi giorni: “è solo Cristo che assedia la Chiesa”.

Bertolaso a confronto con Prodi in Umbria ha fatto davvero il miracolo!


Quanti dei 22.604 sfollati del terremoto in Umbria del 26 settembre 1997 un anno dopo hanno avuto sistemazione in una casa? Nemmeno uno. E alla data del 26 settembre 1999, a due anni esatti dal sisma? A quella data era stata consegnata una abitazione, una villetta in legno, a 28 famiglie sulle 9.285 colpite dal sisma. Un ano dopo, e cioè a tre anni dal sisma, risultavano consegnati alloggi alternativi a 821 nuclei familiari dei 9.285 originari. Per mesi i terremotati umbri hanno vissuto in tenda, poi sono arrivati i container. E quelli sono restati per anni. Al 31 dicembre 2009, e cioè dodici anni e tre mesi dopo il sisma, ancora 8 famiglie vivevano nei containers.
In Abruzzo gli sfollati hanno toccato la vetta di 67.459 persone, 35.690 delle quali sistemate in tendopoli, gli altri in hotel e case private. Otto mesi dopo in tenda non c’era più nessuno. A un anno dal terremoto il problema di una abitazione permanente riguarda solo 1.750 persone che in gran parte hanno visto classificata la loro abitazione come inagibile dopo il mese di agosto 2009. Non sono né in tenda né per strada: ospiti in albergo o in alloggi temporanei ad affitto agevolato. Tutti gli altri hanno avuto sistemazione in una vera casa, spesso costruita a tempo record. Quelle previste nel progetto C.a.s.e. (complessi antisismici sostenibili e ecocompatibili) sono state tutte realizzate e consegnate: 4.449 abitazioni completamente arredate per 15 mila persone. In più il progetto Map, villette in legno, previsto per 8.500 persone, è già stato realizzato in ampia parte e consegnato a 5.700 persone. Tanto per fare un raffronto, le prime villette in legno in Umbria hanno iniziato a sostituire i containers solo nel 2001, a quattro anni esatti dal terremoto. L’Osservatorio sulla ricostruzione della Regione Umbria così dopo mesi descriveva il “successo”: “Noi che sappiamo cosa significa aver paura della  terra che trema, noi che dormiamo fuori anche se le nostre case sono agibili, invidiamo "la gente dei container", loro non devono preoccuparsi più della terra che trema, hanno un'abitazione sicura. Poi il tempo passa, la paura si attenua, allora i container sono sì un ambiente sicuro e protetto ma piccolo, caldo in estate e freddo in inverno (…)Passano gli anni, e aumenta il disagio di vivere nel container, ma stanno per arrivare le casette di legno, e le case in muratura ed altre soluzioni alternative al container. Entro il 2001 i villaggi di container vengono trasformati in villaggi fatti prevalentemente da casette molto più confortevoli e per molti il container resta solo un ricordo, per i più piccoli l'unico ricordo della propria abitazione per molti vecchi l'ultimo ricordo e per molti il ricordo di un forte disagio ma un grande insegnamento: tutti possiamo vivere con molto meno di ciò che abbiamo”. Cioè quattro anni in una stamberga di latta che diventa una ghiacciaia di inverno e un forno di estate, e bisognava pure ringraziare il governo di Romano Prodi, quello di Massimo D’Alema, quello di Giuliano Amato e la giunta rossa umbra perché vivendo da clochard si poteva scoprire che “tutti possiamo vivere con molto meno di ciò che abbiamo”. Altro che rivolta delle carriole, ci sarebbe stata da fare. Ma laggiù nessuno è stato così sciacallo da mettersene alla testa e organizzarla. Bisogna avere anche lo stomaco per fare cose così, e nel centro destra nessuno se l’è sentita di speculare così sui guai dei terremotati.
In Umbria l’unica cosa che tentarono di fare subito era la concessione di contributi diretti per la riparazione di edifici privati attraverso programmi denominati di “ricostruzione leggera”, ma anche lì l’amore smodato della sinistra di governo per la burocrazia mandò gambe all’aria l’intero progetto. Ecco come lo spiega la relazione stessa dell’Osservatorio: “Dopo la presentazione, entro i termini, delle domande e la pubblicazione, in fasi successive, di quelle finanziate, è iniziata, nel periodo aprile-agosto 1998, la progettazione degli interventi da concludersi entro novembre 1998 (120 giorni dalla pubblicazione). Tale termine è stato prorogato per consentire l’integrazione dei progetti ed è stato fissato a febbraio 2000 il termine ultimo per il rilascio delle concessioni contributive”. Quel che si poteva fare in pochi mesi è stato così sbloccato solo in due anni e mezzo. Nel solo comune de L’Aquila a un anno dal sisma hanno già ricevuto senza tante pastoie burocratiche contributi definitivi per riparazione e ricostruzione simile a quella “leggera” dell’Umbria 6.242 persone sulle circa 9 mila che avevano fatto domanda. Altre 27.316 persone hanno ricevuto il cosiddetto “Cas”, contributo di autonoma sistemazione che può arrivare fino a 700 euro al mese.
Per arrivare a qualcosa di vagamente paragonabile a quello realizzato finora in Abruzzo per l’Umbria ci è voluto più di un lustro, e non è stata quella la gestione più scandalosa di una ricostruzione post terremoto in Italia.

Epifani tira la cinghia. La crisi morde anche i conti della Cgil. E Vodafone le lancia una ciambella


La crisi finanziaria ha colpito anche la Cgil, facendo franare per colpa della cassa integrazione e della disoccupazione quel monte-premi sicuro delle trattenute sindacali automatiche che da sempre tiene in piedi i conti del primo sindacato italiano. Per questo nel 2009 Guglielmo Epifani e i suoi stretti collaboratori hanno dovuto tirare la cinghia con un piano di ristrutturazione interna che ha tagliato costi e personale della Cgil ricavando però risorse da destinare alla nuova missione: “l’attività politica”. Lo rivela un documento riservato interno sulle finanze della Cgil compilato da uno dei suoi massimi dirigenti, Enrico Panini, segretario confederale con delega anche sulle politiche amministrative e finanziarie. Primo punto del documento proprio l’effetto della crisi sui conti Cgil: “l’esplosione della cassa integrazione”, scrive Panini, “ comporterà una riduzione delle risorse per gli effetti che essa produce sulle deleghe sindacali; alle conseguenze che deriveranno dal mancato rinnovo di tanti rapporti di lavoro precari; agli effetti della riduzione dell’occupazione. A tutto ciò si devono aggiungere  diverse questioni relative al tesseramento. Basti ricordare che stanno andando in pensione generazioni con rapporti di lavoro a tempo indeterminato e con retribuzioni alte, che vengono sostituite con nuovi iscritti che sono, quando va bene, all’inizio della loro carriera o che hanno rapporti di lavoro discontinui. Contemporaneamente nel passaggio attivi/pensionati perdiamo ogni anno migliaia di deleghe che non passano allo SPI”, e cioè al sindacato pensionati della Cgil. Proprio quello pizzicato a Piacenza a riparare a questa caduta di consensi con falsi tesseramenti. Le tessere dei pensionati ammontavano per la Cgil a oltre 13 milioni di euro nel 2008, ma si sono ridotte a 10,8 milioni di euro nel 2009. La situazione finanziaria preoccupa molto i massimi dirigenti Cgil, tanto è che Panini spiega: “dobbiamo cominciare a fare i conti – per la prima volta dal dopoguerra – con una consistente riduzione delle entrate che durerà per un periodo non breve”.
Il piano messo a punto nel 2009 prevede taglio dei costi a tutti i livelli come è avvenuto nelle aziende. E’ un sindacalista a scrivere, ma sembra di leggere un top manager di qualche multinazionale: “in alcuni casi viviamo decisamente sopra le nostre disponibilità, o assumiamo impegni di spesa non coperti adeguatamente, e tutto ciò è inaccettabile. Registro, inoltre, per la totale assenza di una cultura di sistema nelle nostre politiche sull’uso delle risorse, sprechi molto consistenti”. Panini ricorda come la prima riorganizzazione sia avvenuta nel settembre 2008 con la creazione di una rete telefonica Cgil che ha fatto risparmiare 50 mila euro con il passaggio da Tim a Vodafone su tutto il territorio nazionale eccetto la Lombardia (lì le penali di Tim per la rescissione anticipata dei contratti sarebbero state molto alte), sostituendo con un solo contratto ben 700 tipologie contrattuali diverse “che semplicemente comportavano il fatto che a parlare fra di noi ognuno di noi spendeva una follia”. Altri tagli di spesa con la riorganizzazione dei Caaf: “Attualmente abbiamo in uso, per compilare un 730 uguale in tutt’Italia, ben cinque applicativi fiscali. Il solo costo di manutenzione ordinaria è stimato, per difetto, in due milioni di euro ogni anno. Risorse letteralmente buttate dalla finestra. Abbiamo circa 90 società fiscale, oltre a quindici Caaf regionali. La sola decisione di ridurre in modo significativo le società fiscali comporterebbe un risparmio stimato fra i dieci ed i quindici milioni di euro all’anno. Considerate che il numero delle società fiscali che chiudono in rosso i loro bilanci sta aumentando e che il Governo sta scaricando costi consistenti sui servizi fiscali. A fronte di una situazione che si fa più difficile noi continuiamo  a buttare risorse dalla finestra quando si potrebbe evitare”. Altre misure immaginate, oltre a quello dell’aumento dei contributi per allargare le entrate, anche il controllo delle spese per abbonamenti a riviste e libri vari e sui viaggi dei dirigenti del sindacato ( il taglio solo qui nel 2009 è stato di 320 mila euro) e perfino la riduzione delle spese per il personale: “un deciso contenimento dell’organico del Centro confederale, con una migliore organizzazione, una progressiva riduzione del personale investendo all’interno di questa riduzione su una presenza di compagne e giovani”.  Aboliti i 100 mila euro circa che si spendevano ogni anno per tradurre i documenti Cgil nelle regioni bilingue: anche in Alto Adige se li leggeranno ora in italiano. Tagliati del tutto nel 2009 i 100 mila euro di finanziamento assicurato ad organizzazioni dei consumatori come Sunia e Federconsumatori.
In questo quadro di lacrime e sangue, anche a costo di sacrificare i lavoratori interni del sindacato, sono state trovate risorse per la nuova missione Cgil, chiamata “investire sulle politica”. Sui questo piatto che non dovrebbe apparire nel menù tradizionale di una attività sindacale Epifani ha gettato nel 2009 una fiche consistente: “+ 720 mila euro in iniziative, dalla conferenza di programma a manifestazioni nazionali e incremento delle risorse per l’attività relativa ad immigrazione e disabilità”. Secondo il documento interno “che il ruolo della CGIL in questa fase richiede di indirizzare molte più risorse verso l’iniziativa politica. Ma dare attuazione alle nostre decisioni sul versante politico comporta una destinazione consistente di risorse sulle voci relative all’iniziativa politica e ciò dovrà essere previsto, salvo cambi di fase non preventivabili ad oggi, per più anni”.

La Bonino si vendica e disattiva il bancomat della Cgil


A vederla così sembra quasi una perfida vendetta contro il Pd che non l’ha supportata a dovere nel Lazio. Assegnato in commissione Lavoro, stampato il 2 aprile a pochi giorni dal verdetto delle regionali, è piombato come un missile su palazzo Madama il disegno di legge di Emma Bonino e dei radicali (a firma Donatella Porretti e Marco Perduca) di riforma dei sindacati. Missile vero per Cgil e Cisl e Uil perché oltre a obbligare tutte le confederazioni sindacali a una certa democrazia interna e a una trasparenza di bilancio identica a quella delle società per azioni il ddl radicale stabilisce il divieto “di ogni trattenuta sindacale, anche se derivante da contratto di lavoro”. Alla Cgil e a tutte le altre confederazioni quindi si potrà aderire come a un partito politico o a un club: solo su base volontaria e con versamento diretto. Una tragedia per tutti i sindacati, visto che i loro bilanci custoditi gelosamente nel segreto delle confederazioni (salvo sintetiche note pubblicate) si reggono in gran parte proprio su quelle trattenute sindacali automatiche contrattate più che con i lavoratori con i datori di lavoro. Nel bilancio 2008 della Uil i proventi da tesseramento ammontavano a 11,2 milioni di euro, oltre a 2,3 milioni di crediti da tesseramento. Nel documento contabile della Cisl per lo stesso anno sono indicati 19,7 milioni di euro di ricavi per “quote di tessere annuali di competenza confederazioni” e nello stato patrimoniale fra le attività 28,5 milioni di euro di “crediti per tessere”. In quello Cgil del 2006, l’ultimo reso pubblico i ricavi da tessere erano in tutto 22,9 milioni di euro e i crediti alla stessa voce verso le strutture ammontavano ad altri 3,9 milioni di euro. Ma tutte queste somme sono da considerare per grande difetto, perché quelle poche note inserite nei prospetti di bilancio resi pubblici non fotografano la verità sindacale. Potrebbe farlo un eventuale bilancio consolidato che non esiste, ma che così comprenderebbe tutte le strutture territoriali e di categoria dei sindacati. Si pensi che il reale fatturato della Cgil e spa secondo stime rese pubbliche e non smentite ufficialmente è assai più vicino al miliardo di euro che non a quella trentina di milioni indicati nei prospetti del bilancio nazionale. Più della metà di quel giro di affari dovrebbe arrivare proprio dalle trattenute sindacali dirette sui 5,7 milioni di iscritti Cgil dichiarati nel 2009. Abolire la trattenuta sindacale automatica è proprio come togliere il bancomat ai sindacati, Cgil in testa. Così invece della cassa continua da cui prelevare rischierebbero davvero la bancarotta. Perché la volontarietà del contributo diretto costringerebbe ogni volta i tesserati anche più affezionati a riflettere su cosa possano ricevere in cambio di quel gettone generosamente erogato.
Il ddl Bonino prevede il riconoscimento della personalità giuridica dei sindacati in cambio della quale si stabiliscono norme per la democrazia interna e obblighi di trasparenza. Nello statuto dei nuovi sindacati debbono essere indicati “gli organi dirigenti e le relative competenze, le procedure per l’approvazione degli atti che impegnano il sindacato, i diritti e i doveri degli iscritti, la previsione di un bilanciamento delle presenze di genere negli organi collegiali nella misura massima dei due terzi e la garanzia di presenza delle minoranze negli stessi, le misure disciplinari adottabili e le corrispondenti procedure di ricorso”. Si stabilisce l’obbligo di redazione e pubblicazione del bilancio annuale del sindacato, corredato di nota integrativa secondo quanto stabilisce il codice civile per le società per azioni. E’ obbligatoria la pubblicazione del bilancio entro il 30 giugno di ogni anno “si almeno tre quotidiani a diffusione nazionale e corredato da una sintesi della relazione sulla gestione e della nota integrativa”. In caso di violazione di questi obblighi di trasparenza oltre a una sanzione amministrativa pecuniaria compresa fra 50 mila e 500 mila euro ai sindacati inadempienti con decreto verranno sospese le “contribuzioni a favore del sindacato o dell’associazione”. Dopo norme di agevolazione fiscale per le libere contribuzioni detraibili dalla dichiarazione dei redditi dei contribuenti fra 100 e 100 mila euro e l’esenzione fiscale per le attività sindacali proprie, arriva la mazzata dell’articolo 5 sulle trattenute sindacali: “A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge è vietata ogni forma di trattenuta sindacale, anche se derivante da contratto di lavoro. Il pagamento delle quote associative ai sindacati da parte del lavoratore dipendente o autonomo avviene attraverso diretto versamento volontario. La legge 4 giugno 1973, n. 311, è abrogata”. Un testo chiaro e netto, che sicuramente risulterà indigesto al Pd, ma che farà convolare a nozze il Pdl rischiando così grazie ai radicali di fare trovare in Parlamento la stessa maggioranza che si è trovata in commissione di vigilanza per applicare radicalmente al par condicio in questa campagna elettorale facendo sospendere tutti i talk show.

Caso pedofilia, Papa sotto tiro per portargli via qualche miliardo di euro

C’è una sola cifra ufficiale fino ad oggi rivelata sull’entità dei risarcimenti che la Chiesa americana ha dovuto pagare per i casi di pedofilia. E’ contenuta nel rapporto stilato dalla John JAY College of Criminal Justice per la conferenza episcopale americana. Fino al 2002 ha censito pagamenti totali per 572 milioni di dollari, 499 effettuati direttamente dalle diocesi coinvolte e 72,3 sopportati da ordini religiosi. Al rapporto ogni anno vengono allegati i nuovi risarcimenti ottenuti con trattativa diretta e talvolta anche in seguito a veri e propri processi: il costo totale sopportato dalla Chiesa americana fino ad oggi si avvicina al miliardo di dollari. Ed è una cifra calcolata per difetto: molte diocesi hanno perferito tenere segreti i patteggiamenti su casi che non erano esplosi sulla stampa locale. D’altra parte bastano già i casi censiti ufficialmente: sono ben 4.392 nei soli Stati Uniti i sacerdoti o i religiosi accusati di pedofilia. Per ognuno di loro su un database pubblico all’indirizzo Internet http://app.bishop-accountability.org è archiviata tutta la documentazione raccolta negli anni. Lì da anni sono depositati tutti i documenti relativi al caso di padre Murphy della diocesi di Milwaukee. Anche i carteggi fra gli arcivescovi e il cardinale Tarcisio Bertone, all’epoca segretario della Congregazione della dottrina della Fede. Quel che sta agitando in queste ore il New York Times non è dunque uno scoop giornalistico: gli avvocati di cinque vittime degli abusi sessuali hanno fornito documentazione che era ampiamente pubblica (addirittura on line) e pubblicata dalla stampa locale. Perché allora imbastire una nuova campagna sulla base di documenti editi, già discussi e che fra il 2002 e il 2004 avevano ricevuto spiegazioni e versioni dei diretti interessati (anche queste archiviate)? Il motivo è facile da intuire, senza correre dietro a troppi complotti difficili da dimostrare. Il grosso dei casi di pedofilia negli Stati Uniti è stato gestito da cinque studi legali con sede principale in America e ramificazioni internazionali. Alcune di queste law firm hanno preso la difesa di vittime di presunti abusi sessuali da parte della Chiesa anche in Irlanda. Non è noto, ma è possibile che qualche studio stia valutando anche i casi tedeschi. Fino ad ora i cinque studi legali principali hanno ottenuto dalle trattative sui risarcimenti con le varie diocesi americane 43 milioni di dollari di fatturato, e non capita naturalmente tutti i giorni. Una cifra rilevante, che rappresenta la parte principale di una torta da 65 milioni di dollari (il resto è diviso fra singoli studi legali di provincia). Ma il monte-risarcimenti finora è stato contenuto proprio dalla decisione di delegare le trattative ad ogni singola diocesi. Anche quando le Conferenze episcopali hanno affrontato la piaga della pedofilia con pubbliche scuse, la linea dei legali di parte è stata quella di addossare la responsabilità ai singoli al massimo riconoscendo le colpe dei vertici di alcune diocesi, subito rimossi. Una linea che finora è riuscita a fare limitare i danni e anche l’entità stessa dei risarcimenti. Alzare il tiro sul Vaticano e ottenere un’ammissione di responsabilità da parte delle più alte gerarchie o addirittura da parte del Pontefice, farebbe lievitare sensibilmente il monte-cause, probabilmente provocando la bancarotta dello Stato del Vaticano. Non sono in pochi a ritenere che il pressing straordinario che si verifica in queste settimane abbia innanzitutto ragioni economiche. Gli interessi sono notevoli, e non solo quelli degli studi legali. Negli Stati Uniti in bancarotta o quasi è già andata negli anni passati la diocesi di Boston. Per fare fronte alle cause già definite, ai patteggiamenti e alle cause di pedofilia ancora in corso, ha dovuto mettere in vendita uno a uno gli immobili di un patrimonio che era stato valutato in 500 milioni di dollari. Con la pistola alla tempia e la necessità di fare cassa, è stato venduto più o meno alla metà del suo valore. C’è addirittura un gruppo imprenditoriale nato e cresciuto sul business della pedofilia negli Stati Uniti: quello italo-americano dei Follieri. Il giovane erede Raffaello alla fine si è messo nei guai ed è stato arrestato due anni fa con accuse assai pesanti. Ma nel frattempo è riuscito a fare incetta di immobili (anche grazie ad alcune vantate entrature vaticane) dalle principali diocesi coinvolte negli scandali, comprandoli in tre casi in blocco a un prezzo scontato oltre il 50% i valori di mercato e poi rivendendo il tutto con ampio guadagno. Follieri non è l’unico. E a molti fa gola una torta che se il Vaticano venisse messo ko potrebbe valere qualche decina di miliardi di euro.

Santoro e Annozero sono il peggio. Fanno danni alla giustizia. A dirlo non è il cav, ma una toga rossa

Chissà se Edmondo Bruti Liberati, procuratore aggiunto di Milano ed esponente di spicco di Magistratura democratica ieri sera ha visto anche il nuovo processo via web tv e satellite imbastito da Michele Santoro a Bologna. Un mix fra processo politico a Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi e di un processo vero, una docu-fiction con primo attore Marco Travaglio e per sceneggiatura le carte della procura di Trani. In scena anche i soliti attori che recitavano coordinati da Sandro Ruotolo i brogliacci delle intercettazioni. Chissà se l’ha visto. Perché cosa ne pensi anche una delle più autorevoli “toghe rosse” di Italia, non è più un mistero. Bruti Liberati lo ha detto fuori dai denti il 23 marzo scorso, partecipando a un seminario di formazione del Csm a Roma. Spiegando che Annozero e Santoro sono nocivi alla giustizia, e come per i fumatori di tabacco, bisognerebbe proprio dire loro di smettere. “Con le trasmissioni di Matrix su Erba”, ha detto Bruti Liberati, “è stato insidiato il primato, per me negativo, fino ad allora detenuto da Porta a Porta: si è passati decisamente al genere della docu-fiction, con verbali di intercettazione recitati da attori. Ma poiché la gara al peggio è sempre aperta, ecco Michele Santoro che con Annozero si spinge oltre e la docu-fiction si espande con la messa in scena di interi verbali di dichiarazioni recitati da attori, il tutto sotto gli occhi di una nuova sua compagnia di giro”. Benvenuta allora, secondo il procuratore aggiunto di Milano, la decisione dell’Autorità di garanzia nelle comunicazioni che ha posto un freno alle docu-fiction giudiziarie. Ma Bruti Liberati va oltre, perché secondo lui bisognerebbe impedire anche ai magistrati per dovere deontologico di partecipare ad Anno zero o trasmissioni simili se si mandano in onda docu-fiction giudiziarie. L’imperativo è uno solo, secondo il procuratore aggiunto di Milano: “il magistrato non coopera, nemmeno con la sua semplice presenza, a legittimare trasmissioni nelle quali si imbastisce il processo parallelo”. Bruti Liberati è nettissimo: “dai delitti di sangue si è passati ai processi di mafia, criminalità organizzata e criminalità economica, affrontati anche essi con il canone della spettacolarizzazione, che ha trovato nuovi moduli. La presenza di magistrati in trasmissioni di questo tipo a prescindere dalle dichiarazioni che rendono e anche se la vicenda non è trattata dal loro ufficio, ineluttabilmente conferisce autorevolezza al processo parallelo. Ed è il colmo che, sempre ‘a fin di bene’, si intende, per evidenziare la vera VERITA’ (maiuscolo testuale, ndr), siano proprio magistrati a sponsorizzare il processo parallelo. Da certi contesti invece un magistrato, a mio avviso, deve puramente e semplicemente tenersi alla larga. Agli inviti a partecipare a certi dibattiti televisivi è possibile rispondere NO grazie (anche se ciò- e ne ho avuta personale esperienza, suscita lo sbalordimento degli interlocutori, abituati a ricevere pressanti sollecitazioni a partecipare piuttosto che dinieghi)”. Secondo il procuratore aggiunto di Milano i magistrati non debbono accettare nemmeno la proposta di una “dichiarazione pre-registrata”, perché sarà comunque “oggetto di un montaggio e rimane incontrollabile il come la dichiarazione preregistrata sarà inserita nel corso della trasmissione”.

DinosauRAI, quelli che si piazzano sulle tv di viale Mazzini e non li scollano più

Michele Santoro è il conduttore più longevo della storia della Rai e probabilmente della stessa televisione italiana. Soprattutto è il giornalista che da più anni fa sempre lo stesso programma, cambiando di tanto in tanto il nome e la scenografia dello studio (e per un triennio anche azienda, buttandosi fra le braccia del “nemico” Silvio Berlusconi). E’ passato quasi un quarto di secolo da quell’esordio da conduttore su Rai 3, un sabato sera del lontano 1986, la prima edizione di Samarcanda. Un quarto di secolo sempre uguali a se stesso che rappresenta un primato non solo per la tv italiana, ma anche in giro per il mondo. Bruno Vespa, che spesso viene associato a Santoro per contrapposizione, in effetti ci litiga anche lui da un quarto di secolo. Ma all’epoca faceva il giornalista del Tg1, e non il conduttore. Porta a Porta ha un marchio affermato e la sua bella età. Ma a fronte del Santoro show quel pogramma è poco più di un ragazzino: è iniziato nel 1996, ed ha 14 anni di età. Prendiamo un altro dinosauro della tv pubblica, bravo, bravissimo (anche Santoro lo è) come Giovanni Minoli. Anche lui ha condotto e fatto interviste sempre alla stessa maniera. Il suo programma, Mixer, è andato in onda a lungo sui teleschermi pubblici: 18 anni. Poi Minoli ha fatto altro e se ogni tanto ancora oggi riesuma il modello Mixer, lo fa in punta di piedi, sul satellite o non occupando più la programmazione di punta dell’azienda. Perché finchè funziona il modello Santoro, che provi a proporgli di fare altro e lui scatena piazze e procure per la lesa maestà, nessun altro può crescere nella televisione pubblica. Non è un caso se l’unico nuovo conduttore emerso in questi anni e a cui è stata data una vera chance, e cioè Giovanni Floris con la sua Ballarò, ce l’ha fatta solo grazie al contestatissimo editto bulgaro di Berlusconi. A Santoro non fu rinnovato il contratto (grazie a quel gesto ora starà in tv a vita), i palinsesti si liberano all’improvviso e un giovane come Floris- che come si è visto aveva talento- è potuto emergere. Senza quell’editto sarebbe ancora dietro a una scrivania polverosa ad attendere che qualche conduttore decidesse di rinunciare alla sua dittatura nell’etere. E avrebbe avuto qualche difficoltà anche a conquistarsi un posto in prima fila almeno come conduttore del Tg. Anche lì non scherzano. Si ironizza tanto sull’attaccamento alle poltrone dei politici e della Prima Repubblica, ma i giornalisti, anche nella seconda Repubblica non sono da meno. Al Tg1 c’è una conduttrice ex giovane (ma anziana non è) che però offre il suo bel volto ai telespettatori da un’epoca in cui perfino Santoro era ancora relegato a qualche rubrichetta di cinema e cultura sul Tg3. E’ Tiziana Ferrario, che dal 1982, spostandosi da un’edizione all’altra, conduce il Tg1. Anche qui un primato assoluto, sfiorato solo da un altro conduttore ancora in servizio, Maurizio Mannoni del Tg3, che ha iniziato nel 1987, e sono 23 anni. Terzo posto per Maria Luisa Busi, che è lì da 19 anni e sembra ancora una ragazzina. Quarta piazza per Maria Concetta Mattei (18 anni al Tg2). Ma non scherzano nemmeno Paolo Di Giannantonio (15 anni), Dario Laruffa (15 anni) e Attilio Romita (15 pure lui, ma fra Tg2 e Tg1). Intendiamoci anche altri conduttori di tg hanno dominato per anni sullo stesso teleschermo. Ma non lo fanno più, come Bianca Berlinguer (22 anni) e Lilly Gruber (19 anni). Hanno scelto ruoli diversi e dato la possibilità a qualche giovane di non trascorrere tutta la vita in attesa della propria chance. Tanti anni così e si rischia pure di essere ripetitivi. Se si percorre l’orologio della storia di Santoro si trova sempre lo stesso copione immancabile. Stesse trasmissioni, stesse polemiche, stessi magistrati pronti a intervenire, stesse reazioni: scioperi bianchi, piazze. Come ieri sera. Perché anche il Santoro day di Bologna non è affatto una novità. Accadde durante la campagna elettorale del 1992. In onda stava andando Samarcanda, e una puntata scatenò furiose polemiche: quella sull’assassinio di Salvo Lima. Santoro chiese alle folle antimafia di Palermo se erano contente di quella scomparsa, e venne giù il mondo. Gianni Pasquarelli, direttore generale della Rai, propose al consiglio di sospendere tutte le trasmissioni, Samarcanda compresa, durante la campagna elettorale. E così si decise: in onda solo le tribune elettorali. Non si sa come, Santoro riuscì a reagire e a mandare in onda uno spot di protesta: sigla di Samarcanda, ospite in studio e tutti zitti. Perché la Rai aveva messo il “bavaglio”. E non finì lì. Sciopero bianco, sit in di protesta in Sicilia, Samarcanda itinerante. E naturalemte minaccia di lasciare la Rai e denuncia in procura di Roma per sospensione di pubblico servizio e abuso di ufficio (Pasquarelli fu indagato). Bis nel 1993, con la Rai dei professori (Claudio Demattè presidente, Gianni Locatelli direttore generale, Pierluigi Celli capo del personale). Le Santoro-news furono ribattezzate “Il rosso e il nero”. Dovevano partire un giovedì, ma la rai non aveva promosso un suo caporedattore come voleva Santoro. Lui protestò come se quello fosse atto di censura. E annunciò di non andare in onda, sollevando sindacati e piazze. In nessuna azienda questo sarebbe stato tollerabile da parte di un dipendente. Ma non era un dipendente qualsiasi: era Santoro, il dittatore della tv che sarebbe durato al potere più di Benito Mussolini. E la purga ha riguardato tutti gli altri. Lui è ancora lì.