La Corte Costituzionale fa vincere ai radicali il referendum che fallì

La Corte Costituzionale ha accolto due dei tre ricorsi presentati per bocciare la legge 40 sulla fecondazione artificiale facendo così passare quel referendum che nel 2005 era fallito perchè tre italiani su quattro disertarono le urne non ritenendo il quesito loro proposto dai radicali degno di attenzione. Con questa decisione, che giudica incostituzionali i commi due e tre dell’articolo 14 della legge sull’impianto di tre embrioni, si è immediatamente riacceso con toni forti il dibattito politico con il rischio di trasformare il Parlamento nello stadio di una continua guerra di religione. Proprio alla vigilia di un tormentato iter alla Camera della legge sul testamento biologico. I sintomi di quel che può accadere si sono colti ieri nei toni forti delle opposte tifoserie. C’è stato chi ha messo in discussione la leggitimità della Corte costituzionale e la sua rappresentatività del paese (cui non è tenuta). Bisognerà attendere il deposito delle motivazioni della decisione, anche se già nel brevissimo dispositivo reso pubblico si comprende come la Corte abbia ritenuto prevalente il diritto alla salute della madre sul diritto dell’embrione. Ed è chiaro che la decisione di rendree incostituzionali quei due articoli fa cadere il pilastro di quella legge, che è l’intangibilità dell’embrione. Il referendum del 2005 per altro fallì per assenza di votanti e non perché furono bocciati i quesiti dei radicali (autori sia pure attraverso associazioni di area degli stessi ricorsi alla Corte), e quindi non si può dire formalmente che sia stata ribaltata una volontà popolare. Forse poco opportuno in questo momento dare fuoco alla materia e costringere il Parlamento a una sorta di sessione dedicata alla bioetica (testamento biologico e nuova fecondazione assistita), ma comunque legittimo. Quel che è accaduto però mostra con certezza come sui temi dell’inizio e della fine della vita la politica non può uscire lavandosene le mani, sfruttando le opportunità del momento e sventolando la falsa bandiera della libertà di coscienza. Primo perché si tratta di temi decisivi e non secondari per tutti (lo dimostra anche il fatto che questo sia stato l’unico tema politico ad agitare il congresso Pdl dividendo Silvio Berlusconi da Gianfranco Fini). Secondo perchè sui principi i partiti devono esprimersi con chiarezza. Terzo perché nelle aule questa discussione ha senso, ma le norme di legge bisogna poi farle con gli esperti della materia (che stanno solo nelle commissioni di merito). Altrimenti si fanno pasticci e si ricomincia ogni volta da capo... Franco Bechis

Berlusconi lancia la bomba Minzolini sul Tg1

Dopo mesi di incertezza, da oggi la Rai avrà finalmente il suo nuovo vertice. Il consiglio di amministrazione presieduto da Paolo Garimberti indicherà d’accordo con l’azionista che domani ratificherà tutto in un’assemblea totalitaria il nome del nuovo direttore generale. Sarà Mauro Masi, gran commis di lunga esperienza, già dirigente in Banca d’Italia, poi una carriera in parte da manager pubblico (è stato commissario straordinario alla Siae) e ai massimi livelli nella dirigenza di Stato, dove ha collaborato con Lamberto Dini, Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi fino a diventare segretario generale a palazzo Chigi. A Masi, ha spiegato ieri sera il premier ai suoi, verranno affidati pieni poteri anche sulle nomine. Proprio ieri sera infatti a palazzo Grazioli si è svolta una riunione di maggioranza che nel tam-tam subito corso per la capitale avrebbe dovuto disegnare l’intero organigramma della nuova tv di Stato. Così invece non è avvenuto, con qualche sorpresa dei convenuti, fra i quali c’erano i capigruppo di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri (accompagnato dall’ormai inseparabile vicecapogruppo, Gaetano Quagliariello), alcuni neo consiglieri di amministrazione dell’azienda come Antonio Verro (già deputato di Forza Italia), ministri come Roberto Maroni (Interno) e Andrea Ronchi (politiche Ue) e viceministri come Paolo Romani (Comunicazioni), che ha proprio la delega sulla Rai. A tutti, desiderosi di entrare nel vivo della discussione, pronti a buttare sul piatto le candidature per la vicedirezione generale e per la guida di reti e di testate, Berlusconi ha spiegato che ogni dossier potrà essere affrontato istituzionalmente solo con Masi, che avrà ampia autonomia. Unico tema affrontato dal premier prima dell’arrivo di Gasparri e Ronchi è stato quello della direzione del Tg1, che si renderà vacante dopo la nomina di Gianni Riotta al Sole 24 Ore. L’interim sarà affidato al vicedirettore Andrea Giubilo. Per la direzione, a sorpresa, Berlusconi ha buttato lì una sorta di mini-sondaggio: “Che ne pensate di Augusto Minzolini?”, rendendo per la prima volta ufficiale la candidatura del notista politico de La Stampa. Poi il premier ha spiegato che “certo, ci sono altri nomi come quello di Mario Orfeo, che potrebbe andare bene o male sia per il Tg1 che per il Tg2”. Ma fra i suoi c’è stato qualche mugugno: “Orfeo? Ma viene dal partito di Repubblica, che già ha conquistato la presidenza Rai. E non era legato a Casini e D’Alema?”. Berlusconi ha tagliato corto: “io parto, ci si vedrà dopo Pasqua. A reti e tg ci pensa Masi”. Franco Bechis

I Tg Rai pensano solo al palazzo

Nell’informazione Rai esiste solo il palazzo, tutto il resto d’Italia non trova che una pallida rappresentazione. Tre quarti delle interviste e delle dichiarazioni riportate nel Tg1, Tg2 e Tg3 sono riservate a membri del governo ed esponenti di partito di maggioranza e opposizione. Due terzi nelle trasmissioni giornalistiche di approfondimento, dagli speciali dei telegiornali ai vari contenitori di Bruno Vespa, Michele Santoro e Giovanni Floris. Sono clamorosi i dati sul pluralismo sociale censiti dall’autorità di garanzia per le comunicazioni guidata da Corrado Calabrò e indicano l’assenza quasi assoluta della maggioranza sociale del Paese nell’informazione della tv di Stato... Nel tg1 di Gianni Riotta (che da ieri è stato indicato come nuovo direttore del Sole 24 Ore) quasi l’80% dell’informazione del mese di gennaio è stata appaltata a dichiarazioni e interviste ad uomini politici italiani. Perfino il Vaticano (ma nel censimento c’è anche l’Angelus domenicale del Papa trasmesso in diretta per convenzione) si è dovuto accontentare del 4,19% riservato dal principale tg di informazione pubblica e del settimo posto (5,06%) nelle trasmissioni di rete. Se così accade a un soggetto ritenuto potere forte, addirittura secondo il neo presidente della tv di Stato, Paolo Garimberti, in grado di influenzare i palinsesti di viale Mazzini, figuratevi quale destino è riservato agli altri soggetti sociali. I sindacati contano solo sul Tg3 (ma hanno il 4,09%) e su Rete Tre (9,95%). Al mondo delle professioni solo il decimo posto in classifica sul Tg3 (1,78%) e sulla Rete due (2,42%). Nemmeno in classifica su tutte le altre reti e testate. Esponenti del mondo della cultura sostanzialmente assenti. Mondo dell’economia inesistente: si conta solo qualche rapida comparsa di imprenditori e banchieri al Tg1 (1,09%) e su Rai 3 (2,76%). Unica altra categoria vezzeggiata e cullata dall’informazione della tv di Stato è quella dei giornalisti, in genere esperti di politica, perché li si invita a fare domande al politico di turno. Più che una televisione di Stato i dati dell’Authority disegnano una tv aziendale di palazzo, dove tutto quel che capita al di fuori di quelle quattro mura non ha rilievo informativo. Perfino la politica estera è ridotta al lumicino, e la gran parte di Italia non può avere voce. E’ un quadro desolante che dovrebbe fare da riferimento per le decisioni che dovranno prendere Garimberti e il prossimo direttore generale della Rai, Mauro Masi... Franco Bechis

Nasce il Pdl con una fusione fredda

Novanta minuti, come una partita di calcio. Anzi, novantuno, perchè Silvio Berlusconi ha dovuto aggiungere anche un po’ di recupero per finire il discorso con cui ha dato i natali al Popolo della libertà, quel partito che aveva già un simbolo, un gruppo parlamentare, milioni di elettori, ma ufficialmente non esisteva. E’ nato ieri il Pdl, alla Fiera di Roma, con una fusione fra le più fredde della storia della politica. Show curato in ogni dettaglio dal suo principale protagonista che molto ore prima era passato a controllare di persona la sceneggiatura. Ma freddo. Senza lacrime, e senza particolari emozioni. Come tutto il discorso del fondatore, che ormai identifica il suo partito con palazzo Chigi come accadde ad Alcide De Gasperi. Non c’è stato lo sventolio di bandiere delle grandi occasioni di Forza Italia, non c’è stato l’entusiasmo classico dei grandi avvenimenti politici, non c’era alla Fiera di Roma granchè della base degli altri partiti che si sono uniti a Berlusconi anche perché non avevano molta altra scelta. La cerimonia ufficiale ha previsto alla fine la chiamata sul palco di tutti i segretari o fondatori di piccoli partiti o neonati movimentini pronti a sciogliersi (molti di loro erano nati più che altro sulla carta) per confluire nel Popolo della Libertà consegnando- come ha detto Berlusconi- le loro bandiere e i loro simboli. Nell’elenco il premier e da domenica anche presidente del Pdl ha incluso perfino i repubblicani che il loro partito non hanno sciolto e che non si sono nemmeno presentati sul palco una volta chiamati (il segretario Francesco Nucara ha disertato lo show). Nel discorso durato come una partita di calcio (ma assai meno spettacolare) il premier si è autocitato ripercorrendo tutti i passi della storia personale e riprendendo i suoi discorsi dalla discesa in campo del 1994 fino alla manifestazione anti-Romano Prodi del 2006 e al predellino di San Babila. Ma l’impressione di quell’ora e mezza un po’ spenta e perfino più lenta del trascorrere della clessidra, soprattutto se confrontata alla verve berlusconiana del giorno precedente ad Acerra, è che al suo fondatore quel superpartito stia già un po’ stretto e interessi assai poco. Non a caso l’unico obiettivo politico assegnato (quello che ha fatto titolo) è stato il raggiungimento del 51 per cento dei consensi. Un partito- trasporto sicuro verso palazzo Chigi, lo strumento certo per governare, il bis appunto di quel binomio Dc-paese coniugato fin dall’inizio da De Gasperi. Da domenica si archivia e si torna a palazzo...

Dopo Veltroni ci sono già due Pd

Rischia di saltare dopo l’abbandono del suo primo segretario e inventore, Walter Veltroni, il Partito democratico, principale forza politica di opposizione. Non sembra essere stata sufficiente la quasi unanimità che ha affidato la guida temporanea del partito a Dario Franceschini (operazione sembra non digeribilissima per i militanti) nel week end. E in Parlamento torna con forza sui principali temi la divisione originaria, da una parte gli esponenti della Margherita, dall’altra chi ha vissuto la storia comunista nei suoi vari travagli. C’è spaccatura banale sulle nomine Rai, più sostanziale in Senato a proposito del testamento biologico, dove si fa sentire su gran parte del Pd la pressione di Beppino Englaro. Già alla vigilia delle europee si era compreso quale fosse il tallone di Achille del nuovo partito voluto da Veltroni: in Europa non avrebbe avuto un gruppo politico di riferimento. Chi ha militato nei Ds avrebbe scelto il Pse, chi veniva dalla storia democristiana il Ppe, altri ancora avrebbero preferito l’adesione a gruppi liberaldemocratici o comunque si sarebbero sentiti senza patria e radici nel vecchio continente. Non era un tema banale, perché al di là degli slogan faceva emergere la costruzione più tecnica che politica della nuova forza politica, che al di là dei numeri e della omogeneità su alcuni punti programmatici non sembrava avere molto più in comune del vecchio Ulivo ideato da Romano Prodi (e oggi rilucidato all’occorrenza dal suo fondatore). Il testamento biologico è stata la prima prova affrontata dopo l’uscita di scena di Veltroni, e sta mettendo a nudo tutte le piaghe e le debolezze di quel partito. Cattolici da una parte, ex diessini dall’altra. La via di uscita sarebbe stata una sola, quella della libertà di coscienza. Ma un partito senza leadership e suonato da una serie impressionanti di sconfitte elettorali non ha avuto, non ha e forse non può avere la forza necessaria per procedere su questa strada, l’unica da cui potere uscire senza le ossa rotte. Si poteva dividersi con libertà fra Ignazio Marino e le decisioni della pattuglia cattolica di cui fa parte un leader come Francesco Rutelli. Così è avvenuto con la presentazione degli emendamenti. Ma un partito debole è prigioniero di qualsiasi suggestione. E la discesa in campo di Beppino Englaro ha spaventato quel che resta della leadership, che teme la popolarità nelle sue fila del padre di Eluana. Così si è percorsa la strada suicida di ordini di scuderia e di processi sommari ai dissenzienti (come Dorina Bianchi). Direzione che non fa che portare all’implosione... Franco Bechis

Il Pd è nato già vecchio, per questo non funziona

Perfino un novantenne come Oscar Luigi Scalfaro esposto al freddo di Roma come unica bandiera a disposizione per difendere la Costituzione. E' l'ultimo atto della vita politica di quello che avrebbe voluto essere un nuovo partito, il Partito Democratico, e che ormai sta franando anche nelle attese e nelle speranze degli elettori di centro sinistra. Mai nella storia di questi anni il centrosinistra aveva raccolto così poco consenso nelle urne come è accaduto nella primavera del 2008. Mai un leader di schieramento è stato sconfitto con tanta distanza come è accaduto al segretario del Pd in quella situazione. Una debacle senza precedenti che non può essere solo addossata alla incapacità del leader, che pure non ha brillato. Se va così male l'errore è proprio nel suo dna costituzionale. Non che dall'altra parte tutto brilli, e che il Pdl mai pensato e creato un po' come Eva dalla costola di Adamo-Silvio Berlusconi sia un partito vero. Ma provate a pensare se nel centrodestra a qualcuno un giorno fosse venuto in mente "ma sì, facciamo un nuovo partito. E per la guida scegliamo fra Arnaldo Forlani e Claudio Martelli (visto che non c'è più Bettino Craxi)". Che successo avrebbe avuto un Pdl guidato così? Beh, questo sta accadendo sul fronte opposto. In qualsiasi professione con 35 anni di contributi si può accedere alla pensione di vecchiaia. Walter Veltroni ha iniziato la sua carriera politica 33 anni fa: nel 1976 era già consigliere comunale a Roma. Massimo D'Alema era segretario della Fgci 34 anni fa, nel 1975. Entrambi sono deputati da 22 anni, dal 1987. Pensare che un nuovo partito si fa con due ex pci che da più di 30 anni lavorano in politica e che hanno già occupato il potere in ogni modo, è come mettere davvero alla guida di una nuova esperienza Craxi (o Martelli) e Forlani. Perché litigano D'Alema e Veltroni? Per idee diverse sul futuro della politica? Macchè, per cose di 30 anni fa accadute fra loro. Guerre di delfinato ancora nel vecchio pci, scontro per la segreteria del pds, battaglie per poltrone di governo di esecutivi già consegnati alla storia. Si può fare un nuovo partito, chiedere il voto a italiani che quando quei due litigavano ancora dovevano nascere o avevano il grembiulino a scuola, mettendo in primo piano due esponenti che nel resto del mondo si avvierebbero alla pensione? Come fa ad essere credibile un nuovo partito con una leadership così intrisa di una storia da cui dovrebbe liberarsi (quella comunista) e così gonfia di vecchi rancori personali? Che sa esprimere un partito così? Un novantenne sul predellino di una piazzetta ad eccitare gli animi? C'è bisogno ancora di alternanza in Italia, e comunque anche ora di una opposizione intelligente e creativa. Ma non ci sarà mai finchè ci si affida ai Craxi e Forlani di casa...

I giudici entrano nel tempio della massoneria

Accuse, colpi bassi, querele, carta bollata, guerra di cifre e insinuazioni. Come mai era accaduto sta avvenendo così la campagna elettorale per eleggere il nuovo Gran Maestro alla guida del Grande Oriente di Italia, il cuore della massoneria ufficiale italiana, con sede a palazzo Giustiniani. In ballo c’è il possibile e contestatissimo terzo rinnovo per l’attuale gran maestro, Gustavo Raffi. Eletto nel 1999, rieletto grazie a una modifica statutaria e rieleggibile ancora grazie a un codicillo che secondo i contendenti lui stesso si sarebbe fatto approvare. Gli sfidanti vanno giù duro, con toni che non hanno precedenti: denunce, accuse di interesse privato, perfino l’ipotesi di avere appaltato il Grande Oriente a un’agenzia viaggi di famiglia. L’uomo che oggi guida palazzo Giustiniani ha annusato l’aria per tempo e provato ad evitare una campagna elettorale come quella in corso facendo approvare in fretta e furia lo scorso autunno un codice etico che obbligasse tutti ad evitare- pena l’espulsione- colpi bassi e attacchi personali. Ma è stata proprio questa la mossa che ha iniziato a fare volare gli stracci. I dissidenti sono usciti allo scoperto, hanno impugnato il codice e- anche questa una novità- hanno messo in piazza tutti i panni sporchi aprendo un sito internet, www.grandeoriente-libero.com, che hanno riempito di accuse e documenti sulla gestione della principale loggia ufficiale della massoneria italiana. Non si va per il sottile, e sembra perfino peggio della più accesa campagna elettorale della politica italiana. Accuse a Raffi di essersi raddoppiato di imperio lo stipendio, portandolo a 130 mila euro all’anno. Accuse ancora più gravi sull’utilizzo della Tamarindo viaggi, tour operator della famiglia Raffi per la gestione e organizzazione logistica della riunione annuale della Gran Loggia in quel di Rimini (terra di Raffi, mentre prima le riunioni si svolgevano a Roma). Rabbia che monta fra i fratelli quando viene diffuso un documento in cui si confrontano i prezzi delle camere alberghiere ottenuti grazie alla convenzione della Tamarindo con i listini ufficiali del periodo degli stessi alberghi: e in effetti sono più cari di 15-20 euro a notte. Mai vista una cosa così dalle parti di palazzo Giustiniani. E sembra che la politica anche in questo caso abbia avuto un non piccolo peso. A scatenare maldicenze, colpi bassi e tutto il resto sarebbe stato infatti l’infelice outing di Raffi alla vigilia delle elezioni politiche: “il cuore della massoneria batte a sinistra”. Non ha portato fortuna a Walter Veltroni. Forse nemmeno a Raffi

C'è la crisi? E a Bankitalia si magna...

Crisi o non crisi, la tavola sarà bandita. La Banca d’Italia sta per assegnare un maxi-appalto per la ristorazione di Mario Draghi e dei membri del direttorio, e dei dirigenti comprensivo della mensa interna per il personale. Valore 24,5 milioni di euro per un triennio, con prezzi da alta ristorazione. Settantasei euro a pasto per colazioni di lavoro e buffet di alta rappresentanza, 52 euro a testa per le colazioni di lavoro ordinarie, 42 euro a testa per quelle un po’ più leggere. Al top la scelta dei menù e dei vini che Bankitalia pretende indicando nel bando ogni esigenza, comprese le etichette delle case vitivinicole. Sorprese anche per la mensa dei dipendenti, che in tavola potranno festeggiare perfino il carnevale. Non che siano previsti grandi trattamenti di favore. Per una colazione di lavoro di alta rappresentanza per i 76 euro verrà dato un primo, un secondo, un contorno e un dolce. Prima o l’aperitivo o se il tempo stringe un antipasto seduti. Nel primo caso prosecco, tartine e scaglie di grana. Nel secondo capesante con aragosta in vinaigrette. Di primo nidi di crespelle con polpa di granchio, poi lamelle di spigola e mazzancolle in bellavista. Contorno a scelta fra patate al vapore e asparagi all’agro (si resta leggeri) e dolce di scaglie di millefoglie con cioccolato. Tutto annaffiato da Chardonay bianco Lison di Primaggiore. Nei 76 euro anche il caffè finale. Per il menù di lavoro ordinario a 52 euro capesante, riso ai funghi, spigola bollita, contorni di stagione e torta di frutta. Vino rigorosamente bianco, Vintage Tunina dello Jerman. Ma in questo caso nel prezzo sono comprese sigari e sigarette per la chiaccherata finale dopo il caffè e perfino una scelta dal carrello dei superalcolici. Più popolari i buffet a soli 42 euro a persona: aperitivo con Bellini o Rossini, tartine, crocchettine, spiedini di formaggi e salumi, frittini vari, pennette alla vodka, crespelle, salmone alla russa o filettini di pollo al curry, verdure marinate, frutta, mousse e semifreddi. Scelta fra vino bianco (Regaleali conte Tasca di Almerita) e Rosso (Santa Cristina Antinori). Vini, spumanti, coca cola e aranciata nei brunch (l’appalto regola anche quelli). E una miriade di menù di stagione e giornalieri anche per la mensa dipendenti, che avrà sorprese ogni vigilia di feste importanti. Compreso il periodo di Carnevale, in cui crisi o non crisi a chi lavora a palazzo Koch non verranno negate le tradizionali frappe (così si dicono a Roma, ma altrove bugie, cenci, galani, chiacchere...). La tavola di Banca d’Italia: un bel segnale contro il pessimismo generale...

Anche Obama nel mirino di pm "comunisti"

Fino alla vigilia di Natale si sono tentate tutte le carte per un rinvio dovuto a ragioni di Stato. Ma il procuratore distrettuale di New York, il giudice Victor Marrero, è stato irremovibile: si aprirà il 12 gennaio prossimo il processo che potrebbe creare più di un grattacapo alle più alte cariche del Partito democratico e gettare ombre anche sui finanziamenti elettorali del neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Alla sbarra ci sarà infatti Norman Hsu, finanziere americano e industriale del ramo tessile di origine cinese, ma soprattutto raccoglitore di fondi illegali sia per Bill sia per Hillary Clinton e, la vicenda risale al 2005, perfino per lo staff di Obama. Hsu è stato arrestato un anno fa con accuse pesanti...Il finanziere di origine cinese è infatti stato una sorta di precursore di Bernard Madoff, anche se con lo stesso schema, il cosiddetto Ponzi, ha fatto sparire una somma dieci volte inferiore: 60 milioni di dollari contro i 50 miliardi che hanno mandato in tilt Wall Street e molte banche nel mondo. La truffa di Hsu è simile, ma le proporzioni non sono ancora chiare perché da nuove carte processuali che verranno esibite dal procuratore distrettuale potrebbero esserci altre somme coinvolte provenienti da fondi di investimento quotati. Con cifre diverse, se Madoff fra tremare la finanza, Norman Hsu può invece creare più di un grattacapo ai democratici. Perché quei soldi fatti sparire con abilità sono riapparsi in molti rendiconti elettorali di peso. La stessa Hilary Clinton ha dovuto restituire 850 mila dollari alle autorità americane, mettendole a disposizione dei creditori truffati da Hsu. E con quella cifra il finanziere era fra i primi singoli finanziatori delle primarie democratiche. Per questo dal processo si temono nuove rivelazioni e la possibilità che finanziamenti non restituiti avessero la stessa origine illegale, con più o meno coscienza di chi li ha ricevuti. Il dubbio nasce anche da una lettera inviata il 22 dicembre scorso dal difensore di Hsu, l'avocato Martin Cohen, al procuratore distrettuale di New York per chiedere il rinvio del processo per ragioni di opportunità politica e un esplicito riferimento agli imbarazzi che potrebbero nascere a soli otto giorni dall'insediamento ufficiale alla Casa Bianca di Obama. Il diniego del giudice in Italia verrebbe certamente interpretato come un atto di ostilità, l'ulteriore esempio di una giustizia ad orologeria. Non negli Stati Uniti, dove un processo non cambia le sorti della democrazia...

Berlusconi e la pay tv, una guerra lunga 18 anni che non finisce più

Rupert Murdoch e Sky Italia sono passati al contrattacco, inondando la tv a pagamento di spot interni contro l'aumento dal 10 al 20% dell'Iva sulla pay-tv. Anche in parlamento si stanno muovendo le prime lobbies per ribaltare la norma contenuta nel decreto legge del 28 novembre con le misure anti-crisi, e un partito intero, il Pd di Walter Veltroni, sta preparando gli emendamenti necessari. L'Iva di favore sulla tv a pagamento esiste in realtà dal 1991, quando fu ottenuta proprio da Berlusconi dall'allora ministro delle finanze Rino Formica. Nel 1995 fu innalzata dal 4 al 10% dal governo di Lamberto Dini (ministro delle finanze Augusto Fantozzi) e da allora è immutata... Il privilegio era stato chiesto da Berlusconi ben 17 anni fa perché serviva ad allargare il mercato degli abbonamenti per la sua Telepiù (successivamente venduta ai francesi di Vivendi-Canal plus). Quell'azione di lobbing per altro è costata all'attuale premier una delle tante vicissitudini giudiziarie, con l'accusa di corruzione di un funzionario delle Finanze per ottenere lo sconto. Processo che si è chiuso con l'assoluzione con formula dubitativa. Nel 1995 scoppiò una seconda guerra dell'Iva sulle televisioni a pagamento. Il governo decise di lasciare la tassa di favore solo per la tv pubblica, innalzando al dieci per cento quella per la tv commerciale. All'epoca protestò il centrodestra, mentre l'allora pds, antenato del pd, provò in ogni modo a fare salire l'Iva sulle pay tv al 19%, per colpire naturalmente Berlusconi. Su questa vicenda quindi sono scorsi negli anni fiumi di conflitto di interesse da una parte e dall'altra della barricata. Precedenti che avrebbero dovuto sconsigliare al governo attuale di riaprire un fronte così sensibile in un momento assai delicato. Da venerdì ad oggi il caso Sky è sembrato diventare più importante di quasi tutte le altre norme contenute nel decreto legge, che pure riguardano milioni di cittadini. L'Iva sulle pay tv in Francia è al 5,50%, in Gran Bretagna al 15%, in Spagna al 16%, in Germania al 19 per cento, in Austria al 10 per cento. Solo Islanda e Norvegia l'hanno sopra il 20 per cento. L'Europa va quindi in ordine sparso, e nessuna direttiva la regola (da anni si è fermi alla soglia minima del 5 per cento). Non era quindi un provvedimento particolarmente urgente, e le risorse che lo Stato recupera (270 milioni di euro a regime) non valevano la polemica di queste ore. Un passo indietro sarebbe atto di saggezza

De Gennaro imperatore dei servizi segreti

l prefetto Gianni De Gennaro ha chiesto al governo di Silvio Berlusconi poteri più stringenti per la guida dell'intelligence italiana in vista di una possibile recrudescenza dell'offensiva terroristica internazionale. Secondo il direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza oggi è necessario un coordinamento centralizzato di tutte le attività di intelligence svolte non solo dai servizi segreti ma anche dai servizi interni alle forze che garantiscono l'ordine pubblico (polizia, carabinieri e guardia di finanza) per poter gestire a livello centralizzato la massa di informazioni in mano a ciascuno. Non ci sarebbe bisogno di modificare la riforma dei servizi appena entrata in vigore, ma di una interpretazione della norma... Sull'ipotesi avanzata dal prefetto che per lunghi anni ha guidato la polizia italiana si è già discusso nelle scorse settimane a palazzo Chigi durante una serie di incontri ufficiali fra De Gennaro e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Gianni Letta, che ha la delega sui servizi di sicurezza. In quei faccia a faccia sono per altro state concordate le prime nomine di vertice: Pasquale Piscitelli, che viene dal ministero dell'Interno, il generale della guardia di Finanza Cosimo Sasso (vice al Dis), un altro generale delle Fiamme Gialle, Paolo Poletti e il superpoliziotto Nicola Cavaliere (vicedirettori all'Aisi) e il carabiniere Michele Franz (vice all'Aise). Già con la scelta degli uomini, tutti provenienti dalle tre forze dell'ordine, sarà possibile un coordinamento di fatto delle attività segrete. Ma il direttore del Dis vorrebbe qualcosa in più che lo stesso Letta sembra disposto a concedere: un riferimento esplicito alla necessità di coordinamento all'interno di uno degli ultimi regolamenti attuativi della riforma dei servizi segreti che ancora mancano all'appello per dare piena operatività a una funzione ancora troppo burocratica. Se Letta sembra disposto, soprattutto dopo le ultime nomine cogestite in piena armonia a concedere a De Gennaro la guida sostanziale di tutta l'intelligence italiana, un po' più di maretta sembra esserci fra le forze politiche che sostengono il governo Berlusconi e anche all'interno dello stesso consiglio dei ministri dove qualche perplessità serpeggia fra le fila di An e della Lega. Ma la situazione internazionale, con i preoccupanti fatti di Mumbai, potrebbero aiutare le aspirazioni e le esigenze del direttore del Dis. Negli ultimi anni si sono ridotti gli stanziamenti per la sicurezza antiterrostica. Una struttura accentrata potrebbe risultare più efficace senza costi aggiuntivi...

Con Hillary Obama è subito invecchiato un po'

Dopo un Bush torna ancora un Clinton ai vertici degli Stati Uniti d'America. Hillary Rodham Clinton ha accettato l'incarico alla Segreteria di stato offertole dal neopresidente Barack Obama, e prenderà quindi dopo il giuramento a gennaio 2009 il posto di Condoleeza Rice. L'America quindi manterrà almeno simbolicamente quel passaggio di testimone che dal 1988, e cioè da 20 anni, ne mantiene la guida saldamente nelle mani di due sole famiglie, i Bush e i Clinton. Non è l'unica indiscrezione che ha trovato conferma ufficiosa sul nuovo gabinetto che sarà al comando del paese più potente del mondo. Al Tesoro approderà infatti Timothy Geithner, capo della Fed di New York e salvatore della Bear Stearns...(...) Geithner è stato infati il discusso regista del prestito pubblico che ha consentito di portare la Bear Stearns nelle braccia di Jp Morgan. Ma discussioni o meno, la sua indicazione ieri pare avere galvanizzato Wall Street che si è messa a correre avanzando di oltre il 6 per cento. Segno che i salvatori in questo momento sono ben accolti nel tempio della finanza internazionale, e che la generosità pubblica è virtù lodata da quelle parti. Ma è l'impronta dei Clinton quella che più caratterizza le scelte più rilevanti del nuovo esecutivo americano. Perché da quel vecchio mondo di riferimento arriva anche il futuro segretario al Commercio, che secondo la Nbc sarà Bill Richardson, attuale governatore del New Messico e segretario all'Energia quando Bill Clinton era presidente. Pescare quindi nella riserva più forte della classe dirigente democratica è stata quasi scelta obbligata per Obama, che non ha avuto il tempo di costruirsi intorno una nuova classe dirigente e aveva l'esigenza di rassicurare gli altri poteri. Ma il marchio Clinton rischia di dare un'impronta alla nuova amministrazione un po' diversa da quella che avevano vissuto gli elettori durante la campagna elettorale. C'è un po' di vecchia America e l'idea di un paesone dove dominano per un ventennio due sole famiglie, una situazione di fatto che smorza in parte gli entusiasmi per la novità di questa vittoria elettorale. Dodici anni con un Bush (4 il padre, otto il figlio) alla guida, altri dodici almeno con la famiglia Clinton in primissimo piano (Bill presidente otto anni, Hillary sicuramente quattro alla guida della politica estera di Obama). Sembra un po' l'Italia che quando cambia, lo fa davvero poco: prima quella di Andreotti e Craxi, poi quella di Prodi e Berlusconi..

Sicuri che Saviano è davvero un eroe? Una lettera di un casalese destinata a fare riflettere...

Ecco una lettera arrivata a Italia Oggi su Roberto Saviano. Per fare riflettere... F.B. Egr. Sig. Saviano,

Le scrivo perché sono profondamente deluso e amareggiato del successo che sta ottenendo il suo libro e il film correlato, che ritengo immeritato, in quanto, non c'è nulla di nuovo in quello che Lei ha scritto e che tutti già conoscono e sanno.

Mi presento facendo nome e cognome: mi chiamo Castellone Luigi, ho 40 anni e risiedo fin dalla nascita, nel «Territorio dei Casalesi», pur lavorando, per necessità, a Roma facendo quotidianamente il pendolare alzandomi la mattina alla cinque per essere sul posto di lavoro alle otto.

Voglio solamente puntualizzare che non basta dire i “Casalesi” nel casertano, o la camorra nel napoletano e in generale, che la camorra (o gomorra come Lei la chiama) gestisce la droga, gli appalti e la malavita, sono cose che tutti sanno, comprese le Istituzioni locali, nessuna esclusa.

Quindi se veramente vuole aiutarci come dice, se veramente vuole meritarsi la scorta che Le hanno concesso, da due anni a spese del contribuente cioè noi, me compreso, faccia i nomi e racconti al mondo intero fatti specifici e circostanze dettagliate che nessuno è in grado di sapere, comprese le forze dell'Ordine, anziché favoleggiare con il suo libro-diario.

Sono convinto che Lei non sia in grado di farlo, perché la camorra non permette alle persone oneste e pulite di penetrate nei loro labirinti occulti, di conoscere i loro “business”, le maglie delle sue truffe e dei suoi imbrogli nazionali ed internazionali.

Se mi sbaglio, dimostri il contrario, parli ora!

Giri le spalle all'omertà che coinvolge anche molti rappresentanti dello Stato sul nostro territorio, metta in luce, come oggetto di discussione, fatti dettagliati ma facendo nomi e cognomi non quelli estrapolati da documenti noti agli archivi delle Procure che il più delle volte si fa finta di non conoscere.

La prego, non vada in giro per le trasmissioni televisive a dire che ci sta aiutando, ricevendo applausi e acclamazioni come se fosse un eroe, perché qui non è cambiato niente, al contrario, ha messo in ginocchio questa Regione, ha diffamato i cittadini onesti di questa terra; siamo letti e visti in tutta Italia e all'estero, come un popolo che tiene la camorra nel sangue, come fossimo delle bestie, delinquenti senza scrupoli, sfaticati ed arrampicatori sociali in questa terra pericolosa abbandonata da tutti e da tutto.

E, se poi penso, che la gente compra il suo libro e acquista un biglietto del cinema per visionare il film - tratto dal Suo stesso diario- mi vergogno ancora di più perché sono certo che Lei in questo modo non sta aprendo gli occhi allo Stato che sa da molto tempo ma non è mai intervenuto al momento opportuno come fa oggi con qualche camionetta dell'Esercito, cosicché Lei imbroglia il cittadino sprovveduto, speculandoci abbondantemente sopra a suon di diritti d'autore.

Se è vero che, pubblicando questo libro ha messo in pericolo la sua vita, tanto da permetterLe la scorta, perché non pubblica anche le intercettazioni telefoniche? Così finalmente possiamo conoscere i nomi dei colpevoli, giacchè oggi con la tecnologia più avanzata si può risalire facilmente agli autori delle minacce.

In Campania il problema esiste ma non è con la sua favola che si risolve, si limiti a scrivere storie vere se ne ha il coraggio e non si atteggi ad eroe martire, anzi, inviti la magistratura a fare il suo corso e chieda scusa alla nostra gente per averla posta in vetrina scandalosamente dinnanzi agli occhi del mondo intero.

Luigi Castellone residente a Casaluce (Ce)

Silenzio, muore Eluana

Addio Eluana Englaro. Anzi, a Dio. Perché in quelle ultime mani sarà affidato il soffio di vita che ancora c'è nella ragazza in coma da 17 anni. La Corte di cassazione, a sezioni riunite, ha preso l'ultima decisione, quella di fare staccare il sondino che alimenta e idrata Eluana, confermando la sentenza della Corte d'appello che aveva accolto la richiesta del padre Peppino. In 21 pagine di motivazioni la Cassazione ha respinto il diritto a costituirsi in giudizio a difesa della vita di Eluana dell'unico soggetto che l'aveva fatto: il pubblico ministero presso la procura generale della Corte d'appello di Milano. Non potendo nessuno difendere la vita, ha vinto la morte. E l'Italia avrà la sua prima eutanasia Nulla come la morte è segno dell'impotenza dell'uomo. Ma la morte di Eluana, per come avverrà e il percorso seguito, è un segno più grave, quello dell'impotenza di un intero paese. Che non ha saputo aiutare la famiglia di Eluana in questi anni, affrontare il martirio di una ragazza ritornata bambina con cuore e occhi diversi da quelli di una divisione ideologica tanto aspra quanto sterile. Impotente la politica, che sulla vita e la morte non trova mai le parole, rimanda alle coscienze, ha creduto valesse la pena spendersi sul destino di una compagnia aerea e non su quello di un uomo o di una donna. Triste il diritto che emette una sentenza di morte- perché questa è la decisione della Cassazione di ieri- per una questione squisitamente procedurale. Questa storia ha bisogno ora di silenzio, più che delle polemiche che da un minuto dopo la sentenza stanno infervorando fra uomini politici ed opinione pubblica, scatenando una messa in scena purtroppo vista mille volte, fra turisti di un'idea di vita e di morte che non ha anima fondamento. Eluana che sta per morire in mezzo a questo chiasso ha reso impotente tutto un paese che non ha saputo scegliere, affrontare, trovare anche in un atto estremo e fragile come un codice, una norma o una legge il senso della vita e del suo limite. Personalmente comprendo la difficoltà e la delicatezza di una legge sulla fine della vita, ma quel che è avvenuto in questi mesi- ed Eluana non è la prima tragedia- era più che sufficiente a sottrarre il destino della vita umana alla saggezza o meno di questo o quel tribunale. Posto che nel codice penale oggi esiste un articolo, il 579, sull'omicidio del consenziente che viene applicato o meno a secondo della sensibilità o della pietas del giudice, è chiaro come non si possa lasciare fare alla competenza territoriale. Piaccia o meno a chiunque, le norme in vigore sono evidentemente assai elastiche da dovere essere riscritte, non lasciando spazio alla interpretazione più o meno legittima di un ufficio giudiziario. Sarà più importante discutere di questo o passare mesi ad accapigliarsi su chi deve guidare o meno la commissione di vigilanza sulla Rai? Eluana morirà perché è stata concessa la possibilità di non darle più da mangiare e da bere. Mangiare e bere, non fare funzionare con una macchina un organo vitale che senza vitale non sarebbe. E' accanimento terapeutico alimentare e dissetare? E'una domanda da ignorare- come la politica ha fatto, salvo poi accompagnare la tragedia finale con barricate ideologiche che non solo violentano anche queste ultime ore della ragazza in coma, ma non serviranno alle prossime o ai prossimi. E' stato triste ieri leggere l'esplosione di “evviva” e “vergogna” seguita ovunque, nel palazzo come in strada, alla notizia sulla decisione della Cassazione. Evviva che? Viva la morte perché così viene data legittimità a una propria idea? Vergogna? Chi si deve vergognare? I giudici che se ne sono lavati un po' le mani applicando formalmente la legge che cìè o chi ha scritto leggi che hanno lasciato aperte sentenze così e con lo stesso diritto il loro esatto contrario? Ma felicità vergogna potranno ridare al corpo straziato di Eluana quel soffio che l'ha accompagnata in questi sedici anni. felicità vergogna renderanno più lieve la sua fine. Io non so se Eluana avesse mai scelto di morire pur di non vivere così. So, perché l'ho vissuto, che anche una decisione così estrema in qualsiasi condizione può essere cambiata. Basta un soffio. Un fatto anche impercettibile ai più per ritrovare le ragioni di quella vita che si vuole perdere. Silenzio dunque, e ora solo pietà

Quando il Papa è fallibile- Gaffe in un discorso ufficiale sull'Angola. Si cerca il responsabile dell'editing

L'annuncio è stato dato con tutta l'ufficialità del caso domenica 26 ottobre alla chiusura del Sinodo dei vescovi in una basilica di San Pietro piena all'inverosimile. Papa Benedetto XVI ha reso pubblico il suo primo viaggio in Africa, che si terrà nel marzo 2009. Inforcando gli occhiali e scorrendo il testo dattiloscritto nelle sue mani il pontefice ha spiegato: «È mia intenzione recarmi nel marzo prossimo in Camerun. Di lì proseguirò, a Dio piacendo, per l'Angola, per celebrare solennemente il 500° anniversario di evangelizzazione del paese». Una gaffe clamorosa: l'anniversario è già stato solennemente celebrato. Nell'anno giusto, il 1992. Da un papa: Giovanni Paolo II. Un errore. E in Vaticano è iniziata la caccia al colpevole... Potrà sembrare un errore veniale a chi legge. E probabilmente in Italia e in gran parte del mondo pochi sapranno della storia dell'Angola e tanto meno dell'anno in cui il cristianesimo è arrivato in quelle terre. Talmente pochi che nessun media italiano o internazionale, riportando fedelmente l'annuncio del Papa, si è accorto dell'errore. Eppure sedici anni di differenza per un anniversario così rilevante non sono pochi. E in Africa come nella stessa curia Vaticana l'errore non è passato sotto silenzio. Nessun commento all'esterno, come è immaginabile, ma un'immediata inchiesta interna. Perché la gaffe- naturalmente non dovuta a papa Ratzinger che si è limitato a leggere un discorso preparato per l'occasione, non ha provocato sconquassi nè casi politici internazionali come in altre occasioni è accaduto. Ma è stata rischiosa e denota almeno una certa faciloneria con cui si confezionano i testi che il Pontefice deve leggere di fronte al mondo. Sarebbe bastata una semplice ricerca su Google per conoscere l'anno esatto della ricorrenza della evangelizzazione dell'Angola. Ma è incredibile che in Vaticano nessuno sapesse della precedente celebrazione guidata con eco mondiale da Giovanni Paolo II. E ancora più che chi mette mano ai testi papali, sia che ne curi la bozza originaria sia che ne controlli l'editing prima che siano affidati alla lettura pubblica, non proceda a controlli accurati. Come questi primi anni di pontificato hanno dimostrato sulle parole di papa Ratzinger si concentra spesso l'attenzione del mondo come mai era accaduto. Si pensi solo a quanto avvenne dopo il discorso all'Università di Ratisbona e alle tensioni nate nell'Islam anche per un errore di comunicazione dello staff papale...

Sciopero a prescindere- Lo strano caso della guerra alla Gelmini

Sono 1.500 in tutta Italia i maestri elementari che se non venissero recuperati dal tempo pieno fra un anno rischierebbero il posto di lavoro. Dei 10 mila che dovrebbero uscire dagli organici della scuola grazie all'introduzione del maestro unico (o prevalente come preferisce chiamarlo Silvio Berlusconi), ben 8.500 sarebbero comunque usciti andando a godersi la meritata pensione. Più che di licenziamenti, si tratta dunque di blocco del turnover. Sono queste le proporzioni del presunto cataclisma sociale contro cui dal 1° ottobre ci sono state 300 manifestazioni di piazza, cui è seguita l'occupazione di 150 scuole. Quella del maestro unico per altro è una delle poche misure già in vigore... Alle pagine 4 e 5 di oggi i lettori potranno trovare un tabellone che spiegherà esattamente- conseguenze pratiche comprese- che cosa è stato introdotto davvero nell’ordinamento scolastico dal ministro Mariastella Gelmini per ogni ordine e grado di scuole, che cosa di prevede di introdurre nei prossimi anni e perfino che cosa è contenuto nelle bozze di modifica circolate in questi giorni ma non ancora ufficializzate. Un esempio su tutti. Ieri mattina l’agitazione anti-riforma ha coinvolto molte scuole a Roma, fra queste numerosi licei classici e scientifici. In un liceo classico fra i più noti della capitale professori e studenti si sono riuniti in assemblea nella palestra dell’istituto. Circa mille persone presenti. Una professoressa ha preso il microfono e spiegato le ragioni della protesta invitando alunni e genitori a scendere in piazza il prossimo 30 ottobre, giorno del grande sciopero. Un invito, anche se di peso, provenendo da una insegnante che tiene lezione in più classi e sezioni. Un invito che quindi viene da chi ha il coltello dalla parte del manico. Un coraggioso studente ha provato a chiedere: “Scusi, professoressa, ma per noi di questo liceo classico, che cosa cambierà?”. L’insegnante non ha saputo rispondere “mi hanno mandato questa mattina il testo del decreto, e non l’ho ancora letto. In ogni caso solidarizziamo con la protesta delle elementari e dell’Università”. La professoressa quindi stava caldeggiando una sorta di sciopero a tavolino. Contro la Gelmini, di sicuro. Perché? Boh. Per ottenere che? Boh. La risposta che quella professoressa non sapeva dare è facile: per i licei, classici e scientifici, c’è una sola novità prevista dalla Gelmini: i libri di testo adottati non possono essere cambiati per almeno sei anni, salvo i necessari aggiornamenti. Scopo? Fare spendere un po’ meno le famiglie, calmierando i prezzi, visto che oggi ogni anno possono essere cambiati con un notevole aggravio di costi. Perché dovrebbe scioperare quei mille del liceo classico romano? Per pagare un po’ di più i libri di testo? Sì, perché tutto il resto è immutato. La Gelmini è un ministro neofita, forse fra le sue doti principali non ha brillantezza e tanto meno simpatia. La sua specialità non sembra essere quella della comunicazione. Non è aiutata nemmeno dal suo staff. Credo di avere fatto una domanda al suo portavoce sul maestro unico più di un mese fa. Sto ancora attendendo la risposta o per lo meno una telefonata. O anche solo la possibilità di essere preso al telefono quando chiamo. E’ capitato a molti colleghi, perché purtroppo il portavoce è preso da mille impegni e riunioni e non riesce a fare l’unica cosa necessaria: portare la voce del suo ministro. C’è una responsabilità obiettiva del governo nel caos comunicativo che riguarda la scuola, e perfino nel fatto che in migliaia scendono in piazza scandendo slogan per lamentarsi di provvedimenti mai varati e nemmeno immaginati. Ma non ci si può nascondere la strumentalità della protesta e l’evidente regia di chi ha colto il tallone di Achille dell’esecutivo per soffiare su un fuoco facile. Ricordo che ai primi di giugno un parlamentare dell’opposizione avvicinò alla Camera lo stesso ministro Gelmini consigliando “Cogli l’occasione, se devi fare la riforma della scuola, falla tutta subito. Tanto ci sarà comunque un autunno caldo. Qualsiasi cosa tu faccia, ad ottobre tutti in piazza. Tanto vale...”. Virtù profetiche ammirevoli, ma anche la vera chiave per capire quel che sta accadendo in queste ore, e ancora accadrà. Buttare benzina fra i ragazzi è l’operazione più facile del mondo, e non c’è bisogno di arruolare nemmeno gran parte dei professori: più che insegnanti sono militanti, e più che della cattedra spesso sono innamorati di una tribuna...

La scuola di Obama modello Gelmini

Via i professori fannulloni dalla scuola pubblica. Chiusura per gli istituti inefficienti e potenziamento di quelli migliori con i risparmi ottenuti. Mobilità per gli insegnanti costretti per fare carriera a passare per le sedi più disagiate in modo da non fare mancare qualità alle scuole di periferia. Attenzione, prima di scendere in piazza, occupare tutte le scuole e le università, coniare nuovi slogan contro Mariastella Gelmini e i suoi evidenti ispiratori: quel castiga-insegnanti di Renato Brunetta e il solito Giulio Tremonti dal braccino corto. Questo piano-scuola è a stelle e strisce. Porta la firma di uno dei beniamini sicuri dei manifestanti italiani: Barack Obama, candidato democratico alla presidenza Usa.. Certo, la scuola pubblica americana è in condizioni assai diverse e peggiori di quella italiana, ed è noto. Ma la ricetta per migliorarne gli standard contenuta nel piano appena presentato da Obama e dal suo vice Joe Biden e assai simile a quella contestatissima in Italia. Perfino nell'apertura alla scuola privata che come tutti sanno è di elevatissima qualità negli States. Al candidato democratico oggi in testa nei sondaggi dei principali istituti nella gara finale per la Casa Bianca è venuta in mente la stessa soluzione già sperimentata dalla Lombardia di Roberto Formigoni e da altre regioni italiane: il buono-scuola. La soluzione di Obama è quella di una detrazione fiscale di 4 mila dollari per consentire anche a chi ha meno possibilità l'iscrizione al college. In cambio gli studenti così premiati dovranno dedicare cento ore all'anno al servizio della comunità in cui risiedono, una sorta di volontariato per favorire il diritto allo studio. Soluzione ponte ideata solo fino a quando la scuola pubblica americana non raggiungerà gli standard qualitativi previsti dal piano democratico, anche attraverso piani di formazione continua degli insegnanti. Ma le soluzioni tecniche trovate sembrano davvero identiche a quelle buttate sul piatto dalla Gelmini in Italia. E in un paese come gli Stati Uniti dove la soluzione dei problemi vale assai più delle bandiera ideologiche con cui altrove si nasconde la loro esistenza, non una polemica è nata in proposito. Nessun appunto alla proposta di chiudere istituti le cui performance sono al di sotto dell'esigenza educativa, a quella di togliere dal mercato chi si è auto-escluso, come gli insegnanti non preparati e assenteisti. Sono ricette semplici, che nel resto del mondo aiutano...

STRAORDINARI, STATALI E PS FUORI. Tremonti stoppa Brunetta. Vegas conferma

Hanno atteso oltre due ore lunedì sera, poi nella più classica tradizione tremontiana, i partecipanti al pre-consiglio dei ministri si sono dovuti accontentare di una semplice bozza riassuntiva del pacchetto del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti su detassazione degli straordinari e abolizione dell'Ici. Come già accadeva durante il Berlusconi bis e ter, Tremonti non ha inviato in preconsiglio i suoi testi, di cui è gelosissimo. Ma da fonte autorevole una certezza c'è già: la detassazione sperimentale degli straordinari non sarà estesa agli statali e nemmeno alle forze di polizia che operano su strada, come chiedeva Renato Brunetta. La conferma è arrivata martedì mattina alle 9 in Transatlantico dal sottosegretario all'Economia, Giuseppe Vegas. "Vero che ci sono problemi di costituzionalità nell'escludere gli statali, come ha segnalato Pietro Ichino", spiegava Vegas, "ma questi si risolvono con il carattere sperimentale della misura. Concedere alle forze di polizia quel che non viene esteso all'esercito o agli altri dipendenti pubblici avrebbe causato invece problemi ancora più rilevanti..."

L'APREA CERCA RASSICURAZIONI DA BOCCHINO

Non aveva preso nel migliore dei modi la sua esclusione dalla squadra ministeriale, Valentina Aprea. Anzi, a lei- la massima esperta di scuola di Forza Italia- la sola proposta di fare il sottosegretario all'Istruzione del ministro Maristella Gelmini è sembrata una sorta di provocazione, tanto da essere sdegnosamente rifiutata. Passata la delusione, però l'Aprea rischiava di restare senza alcun incarico. Basta rifiuti, via libera alla presidenza della commissione Cultura della Camera. Ma con il suo sì per quella poltrona è iniziato nei suoi confronti un fuoco di sbarramento continuo da cui hanno faticato a salvarla il capogruppo Fabrizio Cicchitto e il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, suo grande sponsor. Così alle 8 e 30 di martedì 20 maggio l'Aprea è entrata a Montecitorio per affrontare con il vicecapogruppo (o presidente vicario, come ci tiene lui ad essere chiamato) Ital.o Bocchino le ragioni di un'interdizione che ha visto protagonista soprattutto An. Alla fine, poco prima delle 9, lei sembrava soddisfatta. Bocchino sorrideva. E chissà se diceva la verità...

VITO E' MINISTRO, MA AL MINISTERO NON LO SANNO

Elio Vito è l'unico ministro non ancora pienamente in carica nel gabinetto Silvio Berlusconi quater. Nel sito Internet del governo italiano Vito infatti risulta regolarmente in carica come ministro dei rapporti con il Parlamento. Ma se si naviga nel sito del suo ministero e si clicca sul Who's who, si scopre che in carica al ministero dei rapporti del Parlamento c'è ancora Vannino Chiti, il predecessore del governo di Romano Prodi che evidentemente ha ancora molti fans a palazzo... Ecco che cosa appare sul sito all'indirizzo... http://www.rapportiparlamento.it/default.asp?pagina=20 sei in Chi è chi Il Ministro Vannino Chiti Biografia

Biografia del Ministro Vannino Chiti

Il ministro per i rapporti con il parlamento <span class=Vannino Chiti. Nato a Pistoia il 26 dicembre 1947, laureato in filosofia. Studioso del movimento cattolico, vanta una lunga esperienza politica e amministrativa. Nel 1970 viene eletto consigliere comunale di Pistoia, poi assessore e infine sindaco della città. Nel 1985 eletto in consiglio regionale. Nel gennaio 1992 eletto presidente della Regione Toscana. La sua giunta s'impegna nella difesa dell'apparato produttivo e dell'occupazione, nello smaltimento dei rifiuti, nelle prime battaglie federaliste....