Anche Carlo De Benedetti ha il suo cimicione, tredici anni dopo quello di Silvio Berlusconi. L’ingegnere e i suoi collaboratori hanno infatti trovato manomessa la Bmw 750 IL grigio metallizzato utilizzata tutte le settimane per gli spostamenti dell’imprenditore nella capitale. Secondo la denuncia contro ignoti presentata immediatamente alla procura della Repubblica di Roma, dove l’ha avocata a sé il procuratore capo Giovanni Ferrrara, ci sarebbe stata “una intrusiva e dolosa manomissione rilevata all’interno dell’autovettura”. Secondo le indiscrezioni fatte circolare sarebbe stato trovato all’interno dell’auto un vano dove sarebbe stato possibile nascondere un apparecchio per le intercettazioni. La manomissione avrebbe riguardato anche uno dei fanali anteriori. Secondo le ricostruzioni ufficiali il cimicione non sarebbe stato trovato, o almeno la sua eventuale presenza fino a ieri sera era top secret. Ma che quella sia la strada che le indagini hanno intenzione di percorrere è emerso dopo che dalla procura è trapelata l’intenzione di affidare l’indagine a un pm del pool sui reati informatici. Qualche scetticismo è però emerso da esperti del settore consultati ieri da Libero, perché raramente una manomissione così evidente può essere opera di veri professionisti. Certo la Bmw 750 non era particolarmente tutelata. Intestata a una società del gruppo Espresso, era tenuta in autorimessa incustodita la maggiore parte del tempo. L’unico autorizzato alla guida era l’autista personale dell’ingegnere, cugino di un sindacalista dei Beni culturali. Più o meno una volta alla settimana veniva ritirata per andare ad accogliere a Ciampino De Benedetti, che è residente in Svizzera ma che svolge buona parte della sua attività lavorativa fra Milano, Torino e Roma. L’autista lo accompagna regolarmente agli appuntamenti di lavoro, si occupa di piccole spese e poi accompagna l’ingegnere nella sua abitazione romana di via Monserrato, a due passi da piazza Farnese. De Benedetti se non ci sono appuntamenti particolari cena nell’attico e superattico che acquistò nel dicembre del lontano 1979 per 200 milioni di lire da Bruno Visentini attraverso la Finco spa, antenata dell’attuale Cofide (in quella casa in piena Tangentopoli fu messo agli arresti domiciliari dal gip Augusta Iannini, consorte di Bruno Vespa che indagava sulle forniture di telescriventi Olivetti alle poste).
Spesso a Roma l’ingegnere è solo, raramente viene accompagnato dalla moglie Silvia Cornacchia più nota con il cognome di Monti. In genere si ferma una notte sola, viaggiando con un piccolo trolley e una borsa con i documenti di lavoro. Il 16 luglio scorso non era sfuggito agli abitanti della zona il suo arrivo in piazza Farnese e la decisione con cui aveva impedito all’autista di prendergli il trolley, lasciandogli invece caricare due borsoni blu dell’Ikea con alcune suppellettili per l’abitazione romana. Due anziane signore romane che lo avevano riconosciuto, colpite proprio da quei sacchi portati dall’autista, sospirarono: “Ah, se De Benedetti per risparmiare è costretto a comprare all’Ikea, vuole dire che la crisi finanziaria è più grave di come ci racconta il governo”.
La Bmw 750 è lasciata incustodita appunto in quelle occasioni, ma non per molto tempo e quasi sempre davanti alle fontane di piazza Farnese (le possibilità di parcheggio in zona non sono altissime) che a qualsiasi ora del giorno e della notte è affollatissima. A pochi metri per altro c’è palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia, sempre vigilata. Difficile immaginare una intrusione nell’auto e una manomissione in quelle condizioni. Quasi impossibile sia avvenuto durante gli spostamenti, perché l’autista la abbandona raramente, al massimo per un caffè. Le indagini quindi punteranno sull’autorimessa del gruppo Espresso, luogo più probabile in cui possa essere avvenuta l’intrusione. Non ci sono però segni evidenti di scasso o manomissione ad altre strutture o auto.
Non sarebbe per altro la prima volta che De Benedetti viene intercettato: il suo nome era inserito nella lista degli spiati dalla Polis d’Istinto che lavorava con il capo della sicurezza Telecom Giuliano Tavaroli. E nel 1996 De Benedetti fu intercettato legalmente mentre faceva gli auguri ad Antonio Di Pietro per lo sbarco in politica del pm, discutendo con lui in modo assai colorito di una possibile discesa in politica anche dell’ex nemico di una vita: Cesare Romiti.
De Benedetti ha scoperto il suo cimicione
Anche Carlo De Benedetti ha il suo cimicione, tredici anni dopo quello di Silvio Berlusconi. L’ingegnere e i suoi collaboratori hanno infatti trovato manomessa la Bmw 750 IL grigio metallizzato utilizzata tutte le settimane per gli spostamenti dell’imprenditore nella capitale. Secondo la denuncia contro ignoti presentata immediatamente alla procura della Repubblica di Roma, dove l’ha avocata a sé il procuratore capo Giovanni Ferrrara, ci sarebbe stata “una intrusiva e dolosa manomissione rilevata all’interno dell’autovettura”. Secondo le indiscrezioni fatte circolare sarebbe stato trovato all’interno dell’auto un vano dove sarebbe stato possibile nascondere un apparecchio per le intercettazioni. La manomissione avrebbe riguardato anche uno dei fanali anteriori. Secondo le ricostruzioni ufficiali il cimicione non sarebbe stato trovato, o almeno la sua eventuale presenza fino a ieri sera era top secret. Ma che quella sia la strada che le indagini hanno intenzione di percorrere è emerso dopo che dalla procura è trapelata l’intenzione di affidare l’indagine a un pm del pool sui reati informatici. Qualche scetticismo è però emerso da esperti del settore consultati ieri da Libero, perché raramente una manomissione così evidente può essere opera di veri professionisti. Certo la Bmw 750 non era particolarmente tutelata. Intestata a una società del gruppo Espresso, era tenuta in autorimessa incustodita la maggiore parte del tempo. L’unico autorizzato alla guida era l’autista personale dell’ingegnere, cugino di un sindacalista dei Beni culturali. Più o meno una volta alla settimana veniva ritirata per andare ad accogliere a Ciampino De Benedetti, che è residente in Svizzera ma che svolge buona parte della sua attività lavorativa fra Milano, Torino e Roma. L’autista lo accompagna regolarmente agli appuntamenti di lavoro, si occupa di piccole spese e poi accompagna l’ingegnere nella sua abitazione romana di via Monserrato, a due passi da piazza Farnese. De Benedetti se non ci sono appuntamenti particolari cena nell’attico e superattico che acquistò nel dicembre del lontano 1979 per 200 milioni di lire da Bruno Visentini attraverso la Finco spa, antenata dell’attuale Cofide (in quella casa in piena Tangentopoli fu messo agli arresti domiciliari dal gip Augusta Iannini, consorte di Bruno Vespa che indagava sulle forniture di telescriventi Olivetti alle poste).
Spesso a Roma l’ingegnere è solo, raramente viene accompagnato dalla moglie Silvia Cornacchia più nota con il cognome di Monti. In genere si ferma una notte sola, viaggiando con un piccolo trolley e una borsa con i documenti di lavoro. Il 16 luglio scorso non era sfuggito agli abitanti della zona il suo arrivo in piazza Farnese e la decisione con cui aveva impedito all’autista di prendergli il trolley, lasciandogli invece caricare due borsoni blu dell’Ikea con alcune suppellettili per l’abitazione romana. Due anziane signore romane che lo avevano riconosciuto, colpite proprio da quei sacchi portati dall’autista, sospirarono: “Ah, se De Benedetti per risparmiare è costretto a comprare all’Ikea, vuole dire che la crisi finanziaria è più grave di come ci racconta il governo”.
La Bmw 750 è lasciata incustodita appunto in quelle occasioni, ma non per molto tempo e quasi sempre davanti alle fontane di piazza Farnese (le possibilità di parcheggio in zona non sono altissime) che a qualsiasi ora del giorno e della notte è affollatissima. A pochi metri per altro c’è palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia, sempre vigilata. Difficile immaginare una intrusione nell’auto e una manomissione in quelle condizioni. Quasi impossibile sia avvenuto durante gli spostamenti, perché l’autista la abbandona raramente, al massimo per un caffè. Le indagini quindi punteranno sull’autorimessa del gruppo Espresso, luogo più probabile in cui possa essere avvenuta l’intrusione. Non ci sono però segni evidenti di scasso o manomissione ad altre strutture o auto.
Non sarebbe per altro la prima volta che De Benedetti viene intercettato: il suo nome era inserito nella lista degli spiati dalla Polis d’Istinto che lavorava con il capo della sicurezza Telecom Giuliano Tavaroli. E nel 1996 De Benedetti fu intercettato legalmente mentre faceva gli auguri ad Antonio Di Pietro per lo sbarco in politica del pm, discutendo con lui in modo assai colorito di una possibile discesa in politica anche dell’ex nemico di una vita: Cesare Romiti.
Veronica? Vuole solo un quarto dello stipendio mensile di Silvio
Il clamoroso assegno di mantenimento annuo, 43 milioni di euro, chiesto da Veronica Lario, al marito Silvio Berlusconi dopo la separazione vale circa un quarto dei dividendi incassati nell’ultimo anno dal presidente del Consiglio italiano. Il Cavaliere infatti fra febbraio e fine aprile si è fatto versare dalle società da lui direttamente controllate 166 milioni e 723 mila euro. Quindi se Veronica ha chiesto 3 milioni e 583 mila euro al mese per il suo mantenimento base (vale a dire quanto un top manager di grandi banche o di gruppi come Enel o Eni guadagna in un anno), è vero che grazie al buon andamento delle sue società, Berlusconi nel 2009 ha contato su una paghetta mensile di 13 milioni e 893 mila euro. Il presidente del Consiglio per altro è assai più ricco di quanto non dica questo ragguardevolissimo stipendio mensile. Complessivamente ad oggi avrebbe a disposizione poco meno di 800 milioni di euro: 166,7 sono appunto i dividendi già incassati dalle 4 holding di controllo di Fininvest da lui possedute (la prima, la seconda, la terza e l’ottava), dalla piccola quota di Fininvest a lui riportabile (2,06%) e dalla partecipazione di maggioranza assoluta (99,5%) in Dolcedrago. Dalle holding che controllano Fininvest il premier nella primavera scorsa si è fatto distribuire sotto forma di dividendi quasi tutti gli utili. Negli anni precedenti invece spesso li ha fatti accantonare a riserva. Così oltre ai dividendi Silvio Berlusconi può contare su una liquidità rilevante, pari a 177,8 milioni di euro, su investimenti in titoli (in gestione a banca Arner) per 19,6 milioni di euro e su utili di anni precedenti portati a riserva e distribuibili senza intaccare la solidità delle holding per 420,3 milioni di euro. Il cavaliere ha quindi a disposizione 784,6 milioni di euro. Altri 353, 4 milioni sono immobilizzati nel mattone attraverso la Idra (proprietaria di Villa Certosa e di quelle di Arcore e di Macherio) e ancora 6 milioni investiti in villette attraverso la Immobiliare due ville. Una somma complessivamente superiore a quella che Cir ha chiesto a Fininvest nella contesa giudiziaria sul lodo Mondadori. A questa potrebbe aggiungersi anche parte pro quota del patrimonio Fininvest, la finanziaria che nel bilancio consolidato 2008 registrava disponibilità liquide per un miliardo e 111 milioni e titoli detenuti per la negoziazione per un controvalore di 186,4 milioni di euro. Ma queste cifre non sono state considerate da Libero per calcolare la ricchezza personale della famiglia Berlusconi perché in Fininvest la liquidità serve al funzionamento e allo sviluppo del gruppo.
Diversa la situazione dei cinque figli, che attraverso altre tre holding (la quarta, la quinta e la quattordicesima) controllano ognuno poco più del 7 per cento del capitale Fininvest. Piersilvio e Marina hanno la stessa quota, il 7,652%. I tre figli di secondo letto, Barbara, Eleonora e Luigi controllano invece indirettamente il 7,13%.
Dei cinque oggi il più ricco è Piersilvio. Non tanto per i dividendi incassati: lui come Marina ha ricevuto solo i 5.614,17 euro spettanti per la propria partecipazione del 0,25% nella Dolcedrago. Il primogenito è più ricco pertchè ha risparmiato di più in questi anni: la sua holding (la quinta) ha disponibilità liquide per 60,4 milioni di euro, investimenti in titoli per 28,7 milioni di euro e utili accantonati negli anni e oggi distribuibili per 94 milioni di euro: in tutto fanno 183,3 milioni di euro. Marina invece i dividendi li ha goduti negli anni e investiti o spesi. Nella sua holding (la quarta) ci sono 19,4 milioni di euro liquidi, altri 11,1 milioni di euro investiti in titoli e 35,1 milioni di vecchi utili distribuibili.
Infini i tre figli di secondo letto, che insieme possono contare su 305,7 milioni di euro (più di cento a testa). Eleonora, Barbara e Luigi hanno ricevuto a marzo dalla loro holding (la quattordicesima) una argente du poche da 1,4 milioni di euro a testa. In tutto 4,2 milioni di euro, piccola quota dei dividendi annuali percepiti e accantonati in gran parte a riserva. Sui conti correnti i tre insieme hanno disponibilità liquide per 111,6 milioni di euro, altri 5 milioni dati in gestione alla Sator di Matteo Arpe e ancora circa 185 milioni di euro di utili accantonati in precedenza e distribuibili senza sciogliere la società. Altri 35 milioni li hanno investiti nel mattone, comprando un palazzo nel centro di Milano.
Anche Tremonti assediava Brenda a casa- Il fisco voleva quel tugurio
Al catasto di Roma era registrata come “abitazione di tipo civile” di due vani. Il monolocale con soppalco dove è stata trovato il corpo di Brenda, il transessuale brasiliano del caso Marrazzo, apparteneva in realtà a una coppia di anziani signori che in quelle quattro pareti avevano investito in risparmi di una vita. E sull’immobile dalla scorsa primavera c’era anche un’ipoteca legale posta dal fisco italiano, sia pure per una piccola somma.
I proprietari risultano essere il signor Domenico B. (classe 1935) con la gentile consorte Franca P. (classe 1947) e per potere acquistare l’unica casa da loro mai posseduta avevano perfino chiesto un mutuo fondiario in banca. E l’11 maggio 2004, stessa data dell’acquisto dell’appartamentino di via Raffaele Stasi 16, interno 1F, da un giovane romano (Luca.S.), quel mutuo è arrivato. Lo ha fornito il Monte dei Paschi di Siena, stanziando 55 mila euro e iscrivendo ipoteca per il doppio della somma. Il mutuo che in partenza aveva un tasso di interesse annuo del 3,276%, scadrà nel maggio 2019. Ora quell’appartamento da cui Brenda- il cui vero nome era Wendell Mendes Paes - voleva andarsene prima di compiere il suo trentaduesimo compleanno (sarebbe accaduto sabato prossimo), è sotto sequestro giudiziario. La sua planimetria non è censita al catasto ma secondo i rilievi della polizia dopo il delitto il monolocale con bagno ed angolo cottura misurerebbe in tutto 18 metri quadrati, e quindi l’acquisto sarebbe avvenuto con una valutazione oscillante fra i 3 e i 4 mila euro a metro quadrato, e non si sa se nella valutazione della compravendita fosse già compreso quel soppalco un po’ rudimentale su cui è stato rinvenuto il corpo annerito della vittima. Secondo la versione data da altri transessuali che conoscevano Brenda i suoi rapporti con i padroni di casa non erano idilliaci, tanto che lei avrebbe rivelato di essere sotto sfratto. Tutti gli appartamenti ai piani terra, primo e seminterrati appartengono a persone fisiche che in numerosi casi li hanno affittati ai trans. Uno solo è di una società di uno dei più noti costruttori romani proprietaria per altro fin dalla costruzione anche di due palazzi interi nelle immediate vicinanze (uno nella stessa via, al numero 32).
Sulla casa di Brenda da qualche mese erano arrivate anche le ganasce del fisco. La società di riscossione dei tributi del ministero dell’Economia, guidato da Giulio Tremonti, e cioè Equitalia Gerit, aveva infatti iscritto sull’appartamento ipoteca legale il 25 marzo 2009, per una piccola somma: 1.643,92 euro contestata al proprietario, il signor Domenico B. Probabilmente una cartella esattoriale dimenticata che ha fatto scattare le classiche ganasce fiscali (che risultano tutt’ora vive).
C'è una tenaglia che si stringe intorno a Berlusconi. Milano-Firenze-Palermo e in due mosse il cav sarà ko
Le procure italiane stanno cercando con una manovra a tenaglia di mettere in mutande Silvio Berlusconi. Scacco al re in due mosse. Prima mossa, a Milano: processo rapido, più rapido della legge sul processo breve. E già a gennaio l’attuale premier potrebbe trovarsi condannato per corruzione nel caso Mills. Pena accessoria, immediatamente esecutiva: sospensione dai pubblici uffici per anni cinque. Non indultabile in automatico, perché ci sono in corso altri procedimenti. Un missile su palazzo Chigi in grado di mettere fine alla carriera politica del cavaliere. Seconda mossa: Palermo, Caltanissetta o Firenze. Non è ancora chiaro da dove partirà la cannonata decisiva. A Palermo tutto è già pronto: riaperto dopo 15 anni il fascicolo di indagine n.6031/94, pronta la nuova iscrizione per concorso esterno in associazione mafiosa per Berlusconi Silvio+ 13. E in qualsiasi momento può partire la richiesta del pm di sequestro preventivo del patrimonio del Cavaliere. Tanto la tesi giudiziaria è quella scritta e riscritta mille volte nei libelli anti-cav, da Mario Guarino a Marco Travaglio: all’origine della Fininvest ci sono capitali oscuri. Mafiosi.
Attenzione: non è fantagiustizia. E’ quel che si sta preparando, anche se la caccia grossa come è evidente non troverà la preda immobile paralizzata dalla paura. Ma la partita è iniziata. Con un solo obiettivo: lasciare in mutande Berlusconi, e consegnargli solo la magra soddisfazione di rendere del tutto inutili un paio di procedimenti civili che proprio in queste ore si stanno incardinando: quello sulla immediata esecutività della sentenza Mesiano a favore di Cir (sui 750 milioni di euro, il cui pagamento è temporaneamente sospeso, si deciderà a dicembre), e naturalmente quello sulla separazione per colpa del coniuge innescato da Veronica Lario.
Quella delle procure è ormai una tenaglia che si sta stringendo intorno all’inquilino di palazzo Chigi. Verbali di pentiti di mafia stanno facendo il giro di un numero consistente di procure italiane, ogni volta aggiornati con particolari succulenti. Presunte rivelazioni di Gaspare Spatuzza in viaggio da mesi sulla Firenze-Palermo-Firenze e già approdate al processo a Marcello dell’Utri, appena aggiornate da un ultimo paragrafo, quello sul presidente del Senato, Renato Schifani (cui aveva appena mandato l’avviso di garanzia Il Fatto quotidiano). Verbalini di un altro personaggio a cui alla bisogna torna sempre la memoria utile al momento, come Pietro Romeo, quello che di tanto in tanto rivela qual cosina sul Berlusconi mafioso e stragista. Anche loro in viaggio sulla direttissima Firenze-Palermo. Materiale che oltre ad affacciarsi nel processo a Dell’Utri per dare il colpo di grazia sta riempendo di nuovi contenuti quel “contenitore di sistemi criminali” che è il fascicolo 6031/94, inventato nella notte dei tempi da Roberto Scarpinato e Giancarlo Caselli. Lì furono già iscritti per concorso esterno Berlusconi e Dell’Utri per poi finirne archiviati. Ma il fascicolo non si chiude mai, pronto a rinascere come le teste dell’Idra grazie alle leggio speciali anti-mafia che tutto consentono di riaprire. Siamo ai primi passi della caccia, e ci vuole un po’ di coraggio. Perché intorno non c’è più il popolo plaudente e assetato di vendetta di quegli anni lontani e manco c’è più a Palermo un mastino alla Caselli. Chissà che quei verbali, verbalini e fascicoli non riprendano insieme alla richiesta di sequestro preventivo dei beni del Cavaliere la strada per Firenze, dove la procura da tempo sta lavorando ai fianchi il boss decisivo, quel Filippo Graviano nercessarissimo per confermare le accuse a Berlusconi dei pentiti.
L’altra tenaglia, quella milanese, si sta stringendo con assai meno misteri. Ha un solo nemico da infilzare prima che le sbarri la strada, e non è manco così difficile, visto che si tratta di quel disegno di legge sul processo breve che già molti alleati del presidente del Consiglio stanno lavorando ai fianchi. Tolto di messo quello, è sostanzialmente scontata la condanna in primo grado per il caso Mills. Lodo Alfano o meno il processo è già stato istruito condannando l’avvocato inglese e indicando nelle motivazioni non solo il reato (corruzione), ma anche il corruttore: Berlusconi. Ma c’è un passaggio contenuto nella sentenza di primo grado che già scrive la parte più insidiosa per il cavaliere. E’ all’inizio della pagina 368 della decisione giudiziaria: “Ai sensi dell’articolo 29 c.p. deve applicarsi all’imputato la sanzione accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni. Appare opportuno rimettere alla fase esecutiva del giudizio, anche in relazione alla pendenza a carico dell’odierno imputato di altri procedimenti giudiziari, l’eventuale applicazione del beneficio dell’indulto ex l. n. 241 del 2006, pur astrattamente applicabile nel caso di specie”. Un periodo destinato al “copia e incolla” in caso di condanna di Berlusconi. Il più velenoso, perché anche se impugnato in appello renderebbe più difficile la permanenza del cavaliere a palazzo Chigi e assai imbarazzante sul punto il rapporto con il Quirinale.
Il partito di Bersani è già vecchio. La politica deve staccare dalla Resistenza e dal risorgimento
Da un paio di mesi a questa parte Silvio Berlusconi ha un ambasciatore in più e probabilmente manco lo sa. Eppure è un fiore di ambasciatore, perché fa la spola fra la sua Perugia, dove Paolo Mancini, classe 1948, è Professore Ordinario di Sociologia delle Comunicazioni presso la Facoltà di Scienze Politiche, e Londra. Oxford University, Westminster università, London School of economics. Domani sarà al Reuter institute di Londra a fare da controparte a Carlo De Benedetti. “E mi ha chiamato già un altro conferenziere, John Loyd, credo preoccupato di riequilibrare quel che dirà l’ Ingegnere”. Conferenze, seminari, piccoli corsi universitari. Tutti su un solo tema: Berlusconi e la sua rivoluzione nella politica italiana e non solo. Ad Oxford ha appena tenuto un ciclo di seminari sul tema. Ad ottobre è stato l’ospite centrale in un lungo speciale della tv moscovita in lingua inglese (vista in tutto il mondo), Rt, dal titolo “Lo strano caso di Silvio Berlusconi”. Lo ha difeso con garbo e moderazione, anche sui temi più scivolosi, come la vicenda escort spiegando che questo in Italia è un problema per l’opinione pubblica e le gerarchie cattoliche, non per l’opinione pubblica in generale: perché semmai la maggiore parte degli italiani, ma anche dei russi, degli inglesi, dei francesi o degli spagnoli, vorrebbe essere al posto di Berlusconi Ed è curioso, perché il professore Mancini non è un tifoso del cavaliere. Anzi: in università raccontano venga dalle radici socialiste e sia un moderato di sinistra. Però studia, come racconta lui stesso a Libero il fenomeno politico del cavaliere. E lo esporta come materia davanti agli studenti britannici, spiegando come il modello Berlusconi, seguito da quello Blair e da quello Obama sia soprattutto una rivoluzione nel modo di fare politica e abbia travolto i partiti tradizionali su una via senza ritorno. “Vero”, spiega Mancini, “all’estero c’è un grande interesse verso il fenomeno politico Berlusconi. Ad Oxford il titolo del seminario che ho tenuto era “Behind of the common sense”, cioè al di là del senso comune. E infatti secondo me con il premier italiano c’è qualcosa di molto più importante del senso comune: ed è il mutamento radicale delle forme della politica”. Con lui, sostiene il professore perugino (che invero è nato a Foligno) si segna “la fine dei partiti tradizionali di massa, nel bene e nel male. Con Berlusconi ha preso una strada, con altri che sono seguiti ne ha preso diverse. Ma da lì è finito il modello del partito ideologico di massa”. Eppure quel modello in Italia è ancora forte, e vi pianta le sue radici anche il Pd di Pierluigi Bersani: “Non voglio attaccare dicendo questo”, si schermisce Mancini, “il nuovo partito della sinistra italiana., ma è certo che non avrà più spazio nelle forme che hanno ormai preso la democrazia e la politica. Forme che Berlusconi ha appunto riempito dei suoi contenuti e che Obama ha riempito di contenuti assai diversi. Ma non ha più futuro una forma ideologica di partito”. E cosa saranno allora i partiti del dopo Berlusconi? “Il fatto”, spiega Mancini, “è che ognuno vuole ritrovare se stesso, con la propria vita di ogni giorno, molto pragmatica, nella forma di un partito. Il valore ideologico c’è sempre di meno, è destinato a spegnersi”. Cioè? “Sono a Perugia, la famiglia di mia moglie viene dalle radici più consolidate della sinistra cattolica. Ma quando loro e quelli della loro generazione avranno terminato l’esperienza della resistenza, quando quella generazione sarà scomparsa, si porterà via con sé quelle radici. Mio figlio ad esempio vive una esperienza totalmente diversa, c’è poco da fare. Quei partiti, nonostante sforzi come quello di Bersani, sono assolutamente destinati a scomparire. Sopravviverà nell’area solo qualche esperienza totalmente diversa, pensi a cosa è stato ad esempio il Labour di Tony Blair…”
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