La vera sorpresa è arrivata l’ultima settimana a palazzo dei Marescialli. Ai membri del Consiglio superiore della Magistratura, a poche ore dal Natale, è stato il segretario generale dell’organo a rilevanza costituzionale, Carlo Visconti, a portare la buona novella: “Giulio Tremonti ha cambiato idea. Arrivano due milioni di euro in più in cassa”. Un vero e proprio regalo di Natale in anticipo per Nicola Mancino & c, che ormai vi disperavano: nonostante i tagli draconiani imposti fin dal suo primo giro davanti alle Camere dalle tabelle di bilancio allegate alla finanziaria, il durissimo Tremonti si è fatto commuovere dai magistrati. Loro chiedevano una integrazione di bilancio di 5 milioni di euro, le porte sembravano chiuse, ma alla fine la notizia dei due milioni di euro in arrivo ha fatto sorridere tutti. Forse almeno per Natale i magistrati saranno un po’ più buoni con il governo che tanta generosità ha mostrato nei loro confronti. Tanta, anche perché quella del Csm non è proprio una storia di povertà alla San Francesco di Assisi. Basti pensare che per fare funzionare il parlamentino dei giudici togati e non togati che con cuore assai tenero controllano e puniscono (praticamente mai) le malefatte della categoria nel 2001 bastavano 18,9 milioni di euro. La cifra è lievitata nel bilancio di previsione 2009 (solo contributo pubblico, perché di entrate ce ne sono altre) a
29,6 milioni di euro, con un aumento percentuale del 56,7%. Insomma, non erano gli alti papaveri della magistratura i primi a doversi lamentare per la rigidità della crisi, tanto più che per loro tirare un po’ la cinghia non sarebbe stato un dramma: il grosso del bilancio- a parte gli stipendi- se ne va a pagare spese di viaggio e “formazione” di componenti e dipendenti. Ma proprio il loro caso segnala la svolta natalizia del ministro Tremonti.
La trasformazione dell’arcigno custode dei conti e forzieri pubblici in un Babbo Giulio Natale è stata per altro più che evidente in Senato in occasione dell’approvazione in terza lettura della legge finanziaria. A palazzo Madama il governo non ha messo la fiducia nel testo, anche se non ha concesso alcun tipo di modifica per non dovere tornare alla Camera per la quarta lettura. Qualche maldipancia più nella maggioranza che nell’opposizione è sbucato fuori qua e là. In commissione difesa anche più di un maldipancia, con un intervento assai pesante da parte del relatore Luigi Ramponi (Pdl- ex An) molto critico sulla decisione di spostare fondi dei militari a tamponare i problemi di bilancio di Gianni Alemanno al comune di Roma. Ma in mezzo alle baruffe e pur dovendo spostare ogni decisione concreta all’anno prossimo, è arrivata la strenna natalizia del vice-Tremonti, Giuseppe Vegas. E’ stato l’uomo della finanziaria nella commissione Bilancio ad accettare- come mai era avvenuto in questi anni- tutti gli ordini del giorno di maggioranza e opposizione, perfino quelli bocciati in altre commissioni proprio per la perplessità del governo.
Un dono di Natale (gli ordini del giorno impegnano il governo formalmente se non sono accettati come seplice raccomandazione) inatteso ai più. Anche perché nella lista delle richieste che il governo ha detto “esaudirò, non subito, ma esaudirò”, c’è davvero di tutto, e non proprio di poco conto: riforma dell’Irpef, limatura dal 2010 di un po’ di Irap, revisione di quegli studi di settore che da anni sono diventati un incubo per le partite Iva, estensione della cedolare secca sugli affitti -che in finanziaria è prevista per la sola provincia de L’Aquila- in via sperimentale già nel 2010 su tutto il territorio nazionale con una prima possibilità di detrazione delle spese sostenute per il canone di locazione della prima casa. E come capita con i regali di Natale, il governo promettendo di esaudire non ha separato letterina da letterina, accettando davvero di tutto: dalla richiesta di rimettere qualche soldarello nel Fondo unico per lo spettacolo, a quella di finanziare la partecipazione delle scuole ai prossimi giochi della Gioventù, fino alla assicurazione che l’anno prossimo verranno integrati i fondi delle associazioni combattentistiche. Una rivoluzione copernicana per Tremonti. Che ha commosso tutti, con questo suo cuore improvvisamente grande come un melone. Ma chissà quanto durerà…
Tremonti fa il Babbo Natale del Csm
La vera sorpresa è arrivata l’ultima settimana a palazzo dei Marescialli. Ai membri del Consiglio superiore della Magistratura, a poche ore dal Natale, è stato il segretario generale dell’organo a rilevanza costituzionale, Carlo Visconti, a portare la buona novella: “Giulio Tremonti ha cambiato idea. Arrivano due milioni di euro in più in cassa”. Un vero e proprio regalo di Natale in anticipo per Nicola Mancino & c, che ormai vi disperavano: nonostante i tagli draconiani imposti fin dal suo primo giro davanti alle Camere dalle tabelle di bilancio allegate alla finanziaria, il durissimo Tremonti si è fatto commuovere dai magistrati. Loro chiedevano una integrazione di bilancio di 5 milioni di euro, le porte sembravano chiuse, ma alla fine la notizia dei due milioni di euro in arrivo ha fatto sorridere tutti. Forse almeno per Natale i magistrati saranno un po’ più buoni con il governo che tanta generosità ha mostrato nei loro confronti. Tanta, anche perché quella del Csm non è proprio una storia di povertà alla San Francesco di Assisi. Basti pensare che per fare funzionare il parlamentino dei giudici togati e non togati che con cuore assai tenero controllano e puniscono (praticamente mai) le malefatte della categoria nel 2001 bastavano 18,9 milioni di euro. La cifra è lievitata nel bilancio di previsione 2009 (solo contributo pubblico, perché di entrate ce ne sono altre) a
29,6 milioni di euro, con un aumento percentuale del 56,7%. Insomma, non erano gli alti papaveri della magistratura i primi a doversi lamentare per la rigidità della crisi, tanto più che per loro tirare un po’ la cinghia non sarebbe stato un dramma: il grosso del bilancio- a parte gli stipendi- se ne va a pagare spese di viaggio e “formazione” di componenti e dipendenti. Ma proprio il loro caso segnala la svolta natalizia del ministro Tremonti.
La trasformazione dell’arcigno custode dei conti e forzieri pubblici in un Babbo Giulio Natale è stata per altro più che evidente in Senato in occasione dell’approvazione in terza lettura della legge finanziaria. A palazzo Madama il governo non ha messo la fiducia nel testo, anche se non ha concesso alcun tipo di modifica per non dovere tornare alla Camera per la quarta lettura. Qualche maldipancia più nella maggioranza che nell’opposizione è sbucato fuori qua e là. In commissione difesa anche più di un maldipancia, con un intervento assai pesante da parte del relatore Luigi Ramponi (Pdl- ex An) molto critico sulla decisione di spostare fondi dei militari a tamponare i problemi di bilancio di Gianni Alemanno al comune di Roma. Ma in mezzo alle baruffe e pur dovendo spostare ogni decisione concreta all’anno prossimo, è arrivata la strenna natalizia del vice-Tremonti, Giuseppe Vegas. E’ stato l’uomo della finanziaria nella commissione Bilancio ad accettare- come mai era avvenuto in questi anni- tutti gli ordini del giorno di maggioranza e opposizione, perfino quelli bocciati in altre commissioni proprio per la perplessità del governo.
Un dono di Natale (gli ordini del giorno impegnano il governo formalmente se non sono accettati come seplice raccomandazione) inatteso ai più. Anche perché nella lista delle richieste che il governo ha detto “esaudirò, non subito, ma esaudirò”, c’è davvero di tutto, e non proprio di poco conto: riforma dell’Irpef, limatura dal 2010 di un po’ di Irap, revisione di quegli studi di settore che da anni sono diventati un incubo per le partite Iva, estensione della cedolare secca sugli affitti -che in finanziaria è prevista per la sola provincia de L’Aquila- in via sperimentale già nel 2010 su tutto il territorio nazionale con una prima possibilità di detrazione delle spese sostenute per il canone di locazione della prima casa. E come capita con i regali di Natale, il governo promettendo di esaudire non ha separato letterina da letterina, accettando davvero di tutto: dalla richiesta di rimettere qualche soldarello nel Fondo unico per lo spettacolo, a quella di finanziare la partecipazione delle scuole ai prossimi giochi della Gioventù, fino alla assicurazione che l’anno prossimo verranno integrati i fondi delle associazioni combattentistiche. Una rivoluzione copernicana per Tremonti. Che ha commosso tutti, con questo suo cuore improvvisamente grande come un melone. Ma chissà quanto durerà…
Sei di Libero? Allora io non ti curo
Venerdì scorso sono scivolato in moto su un tratto ghiacciato di strada. Mi ha raccolto l’ambulanza e portato nell’ospedale più vicino. Al pronto soccorso, fatti i primi esami un medico di turno mi ha imbragato la gamba destra. Finendo la fasciatura a un ginocchio assai malridotto, mi ha chiesto che mestiere facevo. “Giornalista? A Libero? Doveva dirmelo prima, non l’avrei medicata”. Non era una battuta, tanto che poi ha filosofeggiato pure sul perché. Tornato dopo l’operazione al ginocchio, ho aperto il mio blog che tengo da qualche anno mettendovi tutti gli articoli che scrivo. Faccio il giornalista da 28 anni, ho lavorato in più testate. Cerco notizie, quando le trovo le offro ai lettori. E ho avuto la fortuna di potere dire anche quel che penso. Da settembre- cioè da quando sono venuto a lavorare a Libero- i commenti sono assai simili. L’ultimo è esemplificativo: “Sparati” e l’invito è esteso ad altri colleghi di questo giornale, compreso il suo direttore, Maurizio Belpietro, e chi lo aveva diretto prima, Vittorio Feltri. “Sparatevi”, ed è una carineria rispetto al solito. Su facebook ho circa 6 mila “amici” e non pochi se ne sono andati: “ah, la stimavo. Ma da quando è a Libero non più”. Insulti e sberleffi, gruppi che nascono per eliminare il politico o il giornalista che non piace sono pane quotidiano in quel mondo virtuale dove pochi per altro si presentano a volto scoperto, rubando identità altrui o indossando maschere di fantasia.
Sì, c’è un odio montante in giro che non ricordavo dai tempi della scuola e dell’università, che ho fatto fra la metà degli anni settanta e la metà degli anni ottanta. Una differenza c’è, ed è che mai l’odio è stato tanto stupido come quello che gira adesso. C’è sempre stata una componente di stupidità enorme dietro odio e violenza politica. Ma si accompagnavano a qualcosa di reale: una frattura fra generazioni, una distanza siderale del potere dalla realtà, una serie di disagi realmente e largamente vissuti. Quello di oggi è solo stupido e basta. Nuota nel nulla, corre attraverso le reti virtuali, trova per strada leader vuoti e inconsistenti come raramente è accaduto. Non è meno pericoloso, perché guardate cosa ha combinato negli anni la stupidità negli stadi italiani. Ma è odio di quel genere lì, che in fondo gira tutto esclusivamente intorno a una persona, quella di Silvio Berlusconi. Ed essendo stupido e impolitico, si sparge su qualsiasi tentativo di ragionare sui fatti e sulle cose al di fuori di quello schema pro o contro Silvio. Così può perfino capitare che con quello schema l’odio prenda nel mirino di volta in volta un Pierluigi Bersani o un Enrico Letta o un Antonio Polito che semplicemente da sinistra provano a ragionare. E al contrario santifichi nel modo più impolitico e strumentale possibile un Gianfranco Fini solo finchè si immagina lui possa essere la leva ideale con cui rovesciare Berlusconi.
C’è stata leggerezza che purtroppo ha accompagnato questa stupidità coccolandola e facendola crescere per un piccolo tornaconto personale. Lo ha fatto Antonio Di Pietro, politico dalla mono-idea (il partito della fedina penale) non in grado di andare al di là di quell’orizzonte, e insieme a lui ha provato a mettersi alla testa del movimento degli stupidi organizzati anche qualche leader più fragile culturalmente e politicamente della sinistra, come Dario Franceschini e Rosy Bindi. Poi si è infilato in mezzo qualche regista, attore, conduttore, scrittore e giornalista che semplicemente sulla stupidità organizzata ha trovato il modo di campare meglio, magari facendosi una villa in più al mare. Ma è solo business, oggi spreme gli stupidi, domani spremerà qualcun altro.
Poi c’è qualcosa di più serio e meno stupido, ed è quella parte di elite italiana che per via democratica mai è riuscita a raggiungere il potere (al massimo ha piazzato qualche suo esponente) e che da sempre cerca di farlo in modo illegittimo: è la vera cupola d’Italia, e dentro ha il cosiddetto partito di Repubblica, qualche manipolo di intellettuali, un po’ di finanza, un po’ di magistratura deviata, gli utili idioti del momento che alla bisogna vengono scaricati. Non c’è dubbio che le fila di questo nuovo clima che ha portato al fattaccio domenicale di piazza del Duomo, alla caccia al ciellino all’università di Milano, alla violenza e all’odio che qua e là stanno esplodendo, da quella cupola siano state tirate. Fecero così con i Forlani i Craxi e gli Andreotti, risparmiarono De Mita e Prodi ritenendoli utili ai loro disegni, dal primo giorno hanno ripuntato i cannoni su Berlusconi e chiunque gli si avvicini.
E’ il nulla che riempe questo odio che sgomenta, non la contrapposizione, non la diversità di idee, lo scontro anche aperto sui problemi che toccano la nostra vita quotidiana. Non credo che si esca da questo clima con appelli alla pacificazione che sembrano tanto per bene ma sono falsi e traditori. Se ne esce riempendo di contenuti veri la diversità, con una politica che si riappropri dei suoi spazi reali e abbandoni quelli virtuali. Ci si scontri, ma sul senso della vita e su come costruire un modello di società. Non su questo o quell’uomo, ma sul significato della realtà. E se ne uscirà.
C'è un processo che ha Di Pietro contro Berlusconi. Il pm è Santoro. Le carte sono in mano a Fini. E non è fiction
C’è un processo che prevede un presunto colpevole, e qui non si fatica ad immaginare: è Silvio Berlusconi. Ha una parte offesa che ha denunciato il premier, e anche qui sembra tutto scontato: si tratta di Antonio Di Pietro. Ha naturalmente un pm che accusa, che si chiama Santoro. E qui la novità è solo che non si tratta di docu-fiction: non è un processo televisivo, ma un processo vero. E per il pm Santoro si tratta di banale omonimia: non c’è parentela con il Torquemada della tv di Stato. Il processo si sta svolgendo a Bergamo, tribunale presso cui Di Pietro circa un anno fa ha querelato Berlusconi dopo una puntata di Porta a Porta in piena campagna elettorale 2008 in cui il leader del Pdl aveva apostrofato così l’ex pm: “E’ un emerito bugiardo che non ha nemmeno la laurea valida”. Da lì appunto querela e processo. Che è già stato congelato in conseguenza del lodo Alfano, ma è ripreso il 18 novembre scorso in una breve udienza preliminare davanti al gip Patrizia Ingrascì in cui non si sono presentati né querelante né querelato (entrambi per legittimo impedimento) e a dire il vero nemmeno i due avvocati di fiducia (Sergio Schicchitano per Di Pietro, Niccolò Ghedini per Berlusconi), che si sono fatti sostituire da due giovani corrispondenti del foro locale. Pochi minuti d’udienza, per accogliere la richiesta della difesa, e cioè verificare con la Camera se Berlusconi dava del bugiardo a Di Pietro coperto o meno da immunità parlamentare. E poi intero fascicolo messo in busta e spedito il 25 novembre scorso con destinazione Camera dei deputati. La posta fra istituzioni non deve essere un modello di efficienza, perché per amara ironia del caso quel fascicolo giudiziario, quello con Di Pietro parte offesa, Berlusconi presunto colpevole e Santoro pubblico ministero, è arrivato nelle mani del presidente della Camera, Gianfranco Fini lunedì 14 dicembre, il giorno dopo l’aggressione a Berlusconi in piazza del Duomo a Milano. Nel bel mezzo della bagarre parlamentare fra Pdl e lo stesso Di Pietro che con toni da querela e controquerela stavano appunto commentando i fatti della domenica milanese.
Per altro al “bugiardo” dato da Di Pietro a Berlusconi era subito arrivato come contro-risposta un “bugiardo” di Di Pietro a Berlusconi, ed era stata immediatamente annunciata una contro-querela che però mai è stata presentata. Più volte Di Pietro ha presentato in questi anni querele a Silvio Berlusconi perfino di fronte a giudizi generici sulla magistratura che non lo citavano direttamente. Al contrario, pur essendosi sentito dare del “bugiardo”, del “corruttore”, del “criminale” e anche del “mafioso”, Berlusconi ha annunciato querela a Di Pietro ma poi l’ha presentata in una sola occasione, assai recente, quando durante la campagna per le europee il leader dell’Italia dei Valori definì il premier “un magnaccia di veline”. Il processo è a Campobasso, dove il gip in prima battuta ha ritenuto subito non meritevole di alcuna considerazione la querela di Berlusconi (“magnaccia di veline” non sarebbe stata offesa politica). Ghedini però è riuscito a opporsi alla archiviazione del fascicolo e a tenere in piedi un procedimento che probabilmente mai si farà.
Per altro se non ci sono molte querele contro Di Pietro- nonostante il linguaggio colorito più volte usato che certamente porterebbe un giornalista diritto a supercondanna- è perché si sa già in partenza che le azioni giudiziarie sarebbero inefficaci. Difficile trovare un collegio di magistrati che dia torto a un ex magistrato a capo del partito dei magistrati. Non solo: l’unica volta che per Di Pietro qualche rischio ci sarebbe stato, perché a querelare era un altro magistrato come Filippo Verde, il leader dell’Italia dei valori ha alzato immediatamente zitto zitto lo scudo che aveva a disposizione in quel momento: quello dell’immunità da parlamentare europeo, che lo ha tolto dalle pesti nella primavera scorsa. L’unica volta in cui avrebbe potuto dimostrare di razzolare come predicava, rifiutando l’immunità parlamentare e diventando davanti alla legge un cittadino come tutti gli altri, Di Pietro ha scelto la comoda pelliccia dell’immunità. E chissenfrega dei suoi di pietrini delusi.
Altro che lottizzazione! Il Pd Zingaretti a Roma si compra un pezzo di tg (con i soldi di tutti)
Il prezzo è tutto da valutare. Con 24 mila euro Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, si è comprato un servizio nel tg dell’ora di punta di una delle più importanti emittenti regionali del Lazio, Gold tv. Una ricetta che potrebbe aprire importanti strade anche a livello nazionale, senza bisogno di troppe leggi sulla par condicio. Invece che lamentarsi della scarsa o cattiva informazione dei vari tg è più efficace comprarsi un servizio al giorno, e così’ ci si toglie ogni problema di torno. Secondo la determinazione dirigenziale n. 6910/2009 che porta la data del 29 ottobre 2009 a firma del dirigente del servizio Ufficio stampa e informazione della provincia di Roma, Emanuele Maria Lanfranchi, con 24 mila euro versati un un’unica selezione a Gold Tv, sede di Terracina (peraltro provincia di Latina) Zingaretti e i suoi assessori hanno ottenuto “la messa a disposizione di una troupe, composta da un cameraman e un giornalista, per la realizzazione di un servizio televisivo al giorno sull’iniziativa giornaliera, segnalata dallo scrivente servizio, o, meglio, fra le tante iniziative, su quella ritenuta dalla Amministrazione provinciale più importante, che verrà montato e palinsestato all’interno del notiziario Gold Tg”. Non si era mai visto fin qui scrivere nero su bianco addirittura su una delibera di un organo istituzionale come la provincia di Roma un patto leonino del genere contro la libertà di informazione (quella stessa libertà contro cui il Pd di Zingaretti era sceso in piazza insieme a Fnsi e Cgil qualche settimana prima). Per i 24 mila euro Gold tv ha accettato in più l’obbligo di “rigraficare ed inserire, in coda ad ognuna delle quattro edizioni del Gold tg del sabato, il tg denominato Provinz, prodotto dalla amministrazione provinciale”. Almeno in questo caso è meno nascosto al pubblico il carattere di comunicazione istituzionale e non redazionale del notiziario. Ma per il servizio da inserire nei Gold tg nessun avviso viene dato al telespettatore sul carattere esclusivamente promozionale (pagato come una pubblicità) e non informativo del servizio che va in onda. Basta scorrerne qualcuno per comprendere per altro come non si sprechino nel servizio comprato da Zingaretti lodi e iperboli verso la buona amministrazione provinciale. Il pezzo di tg per altro è stato acquistato dalla provincia di Roma non solo in barba a qualsiasi regola deontologica e alle regole base dell’ordine dei giornalisti, ma anche in assenza di ogni tipo di gara. Nella determinazione dirigenziale sopra ricordata si spiega solo che Gold tv ha ricevuto nel 2007 un premio Corecom per il migliore tg del Lazio (chissà se sapevano che i servizi venivano venduti), che la rete copre la provincia di Roma e che “l’esclusività della proposta e la rilevante specificità del proponente negli ambiti peculiari di realizzazione delle attività progettuali, permettono di individuarlo come unico interlocutore idoneo a garantire lo svolgimento di tutte le attività predette”.
Nella delibera però non è indicata la durata del contratto: fosse annuale, almeno Zingaretti avrebbe comprato un servizio in un tg regionale a buon prezzo. Se invece l’unica indicazione che c’è, e cioè “liquidare la somma di euro 24 mila dietro presentazione di regolare fattura da parte della Gold tv srl” fosse indicativa di un contratto relativo al solo 2009, quell’acquisto di una dose giornaliere di pubblicità travestita da informazione per farsi belli con i soldi di tutti sarebbe anche assai caro.
Pronto? Sono Bagnasco. E Tremonti restituisce i soldi alla scuola cattolica. Messo all'angolo anche da Lupi & c
Alla fine Giulio Tremonti ha ceduto, non avendo per altro molte vie di fuga. Così, con il maxi-emendamento di ieri alla legge finanziaria le scuole paritarie hanno riottenuto quei 130 milioni di euro volati via con i tagli orizzontali del ministero dell’Economia alle tabelle che accompagnavano la manovra di bilancio triennale. Per sciogliere la resistenza del ministro è sceso in campo anche il presidente dei vescovi italiani, il cardinale Angelo Bagnasco che prima con una telefonata al premier, Silvio Berlusconi poi in un colloquio diretto con Tremonti ha segnalato il rischio di chiusura di molti istituti con una taglio del 25% dei contributi pubblici alla libertà di educazione dei cittadini. L’intervento del cardinale in un momento in cui il governo è assai attento ai rapporti con la Chiesa cattolica (non pochi interpretano anche in questo modo la chiusura del caso Boffo), è giunto a raddoppiare l’assedio parlamentare al ministero dell’economia con una attività di lobbing coordinata dal vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi. Nei giorni scorsi a dire il vero erano stati presentati numerosi emendamenti per integrare il fondo per il finanziamento delle scuole paritarie, e il Pdl in commissione bilancio era convenuto sull’emendamento di Gabriele Toccafondi che restituiva al capitolo l’intera somma tagliata, appunto i 130 milioni di euro. Ma a sorpresa, sia pure per somme inferiori (fra gli 80 e i 100 milioni di euro) erano stati depositati emendamenti di reintegro anche da esponenti di tutti e tre i partiti di opposizione: Udc, Pd e Italia dei valori. Alla fine tutti hanno sostenuto l’emendamento Toccafondi. Il ministero dell’Economia aveva provato a trattare sull’entità del reintegro, vista la pioggia di richieste per ribaltare i tagli su decine di capitoli. Ma dopo la doppia telefonata del capo dei vescovi italiani Tremonti ha ceduto su tutta la linea, accettando anche di ridotare dei 400 milioni di euro saltati con i tagli lineari il fondo di finanziamento del 5 per mille. Su questo appunto era dato per scontato il via libera del ministero dell’Economia, visto che lo strumento non solo è stato inventato da Tremonti e dai suoi consulenti, ma è stato più volte difeso quando altri governi e ministri avevano immaginato di eliminarlo.
Sulla scuola privata invece il braccio di ferro fra il ministro dell’Economia e i cattolici non è una novità. Già nel 2004 Tremonti operò un taglio triennale di 154 milioni di euro all’anno sui 530 milioni stanziati, scatenando le proteste della Conferenza episcopale italiana. Anche l’altro anno, tornato al governo, il taglio che infiammò la discussione sulla finanziaria 2009 fu proprio quello alle scuole paritarie, con una formale protesta della Cei che mise in qualche imbarazzo Berlusconi. Riuscì a metterci una pezza la lobby parlamentare trasversale sulla libertà di educazione, anche allora coordinata da Lupi. Ma 30 milioni di euro furono comunque tagliati rispetto alla dotazione. Così
Bruno Stenco, direttore dell'Ufficio nazionale della Cei per l'educazione, la scuola e l'università, protestò anche sopra la righe con Tremonti: “Già tre anni ha tagliato e ora lo ripete. La scuola cattolica ha taciuto e quei fondi li abbiamo recuperati anno per anno con emendamenti, con fatica e con ritardi. La Chiesa adesso deve tirare le sue conseguenze perchè senza contributi le scuole dell'infanzia non vanno avanti e di certo rischiano di chiudere”.
Altre polemiche sono sorte nella primavera scorsa per una circolare della Agenzia delle Entrate che identificava l’iscrizione alle scuole private come un indicatore di un tenore di vita alto meritevole di controlli e indagini fiscali. Fu considerato un modo per disincentivare l’iscrizione alle paritarie, proprio dopo avere limato i fondi pubblici.
Se verrà approvato ora il calumet della pace del maxi-emendamento, il braccio di ferro fra cattolici e Tremonti sulla scuola è comunque solo rinviato di un anno. Lo stanziamento per la scuola paritaria nella tabella triennale per il 2011 indica ora un taglio ben più consistente di quelli ipotizzati negli ultimi due anni: 200 milioni di euro. Ma c’è ancora un anno davanti per accapigliarsi e telefonarsi…
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