Una società pubblica, appartenente al gruppo Enel, la Sogin spa, ha investito 200 mila euro per proteggere il proprio amministratore delegato, Massimo Romano, da un’inchiesta di Report e della sua conduttrice, Milena Gabanelli. Una cifra che vale circa 5 volte il costo medio di una puntata di Report (42.600 euro) e che comunque ha raggiunto il suo obiettivo: grazie all’intensa attività di lobbing dei consulenti arruolati per arginare e ammorbidire la Gabannelli, Romano e la sua gestione Sogin sono rimasti fuori dall’inchiesta andata in onda il 2 novembre 2008. L’incredibile vicenda emerge fra le pieghe di un procedimento giudiziario in fase istruttoria ancora nel dicembre 2009, intentato a Report e alla stessa Gabanelli (perfino con esposto all’ordine dei giornalisti, subito archiviato) da una delle vittime di quella puntata sul ritorno del nucleare, un deputato della Lega Nord, Massimo Polledri. Sentendosi diffamato da un passaggio di quella trasmissione, Polledri ha prodotto in giudizio faldoni di materiale sui contatti fra Report e Sogin e altrettanto ha fatto a sua difesa la Gabanelli, che ha contestato anche il testo di una mail che poteva sembrare imbarazzante per l’autonomia della conduttrice (testo che invece sembrerebbe artefatto). Ma le carte processuali raccontano comunque una vicenda assai interessante.
La puntata di Report andata in onda il 2 novembre 2008 a cura del giornalista Sigfrido Ranucci con il titolo “L’eredità”, è stata preparata lungamente prima dell’estate. E ha rischiato di fare dormire sonni poco tranquilli al povero Massimo Romano, amministratore della Sogin nominato a quell’incarico nel 2007 durante il governo di Romano Prodi. Per evitare rischi, Romano è andato a contattare un pool di consulenti di immagine e comunicazione, firmando alla fine un contratto da 200 mila euro più 20 mila euro di rimborsi spese con uno dei massimi professionisti del settore: la Ad hoc communications di Mario Pellegatta. Il contratto formalmente aveva ad oggetto una consulenza generica, ma nel rapporto fatto arrivare a Romano dopo lo scampato pericolo del 2 novembre è risultato chiaro come la sostanziale missione fosse proprio quella di annullare il rischio Gabanelli. Ad hoc, che già aveva avuto rapporti professionali precedenti con Romano e Sogin, firmò il nuovo contratto con validità dal primo luglio 2008, proprio mentre Report stava girando l’inchiesta sulla gestione delle scorie nucleari avanzando rilevanti dubbi proprio sul ruolo di Sogin e su eventuali violazioni della legge esistente da parte della società pubblica. Grazie alla capacità dei consulenti, per evitare un danno di immagine a Romano e alla società, si riesce a combinare un incontro faccia a faccia con la Gabanelli, probabilmente conviviale, comunque fissato per le ore 13,30 del 17 luglio 2008 all’hotel de Russie, uno dei più esclusivi di Roma, a pochi metri da piazza del Popolo.
A 24 ore dal faccia a faccia con la Gabanelli il consulente di Sogin, Mario Pellegatta, inviò una mail a Romano con un dettagliato rapporto sull’inchiesta che stava conducendo la trasmissione Rai e l’annotazione “in preparazione incontro di domani”.
Il rapporto, comprensibilmente, era più che altro un elogio sul lavoro compiuto da Ad Hoc per allenare i dipendenti e dirigenti Sogin a rispondere alle domande del giornalista di Report. Allenamento che sembrava avere dato i risultati voluti: “alle domande critiche”, sosteneva la relazione a Romano, “gli intervistati hanno risposto senza offrire appigli o elementi deboli”. Si elencavano poi le domande fatte arrivare per iscritto alla società pubblica dal giornalista di Report, e i suggerimenti ulteriori forniti dai consulenti, tipo: “Sono da evitare frasi con espressioni improprie. La telecamera è sempre accesa (…) “. Fornita anche un’avvertenza strategica: mai fidarsi della correttezza professionale della Gabanelli e dei suoi collaboratori: “Il giornalista utilizza i cosiddetti tempi morti fra una ripresa e l’altra o durante le pause per rifocillarci, per trattare temi critici che avrebbe intenzione di approfondire. Non abbiamo la certezza che nelle sue borse (in particolare nello zainetto che ha sempre con sé) non vi sia un microfono nascosto. Occorre quindi limitare le conversazioni con il giornalista allo stretto necessario o a temi di conversazione banali e quotidiani…”.
L’incontro al De Russie probabilmente ha avuto l’effetto sperato da Romano. Tanto che prima di andare in onda con l’inchiesta, la Gabanelli offre all’amministratore delegato della Sogin la possibilità di una intervista, che viene però (su consiglio dei consulenti) cortesemente rifiutata, inviando una breve dichiarazione alla conduttrice che per mail assicurò “ne daremo conto”.
Il 2 novembre andò in onda la puntata tanto temuta. Dura, e non poco, con Sogin, che viene infilzata sia da studio che durante l’inchiesta condotta sul campo, sempre riferendosi però a presunte colpe dei manager che precedettero Romano, in testa il generale Carlo Jean nominato da Silvio Berlusconi qualche anno prima. Anche quando vengono rilevate criticità contemporanee, non una parola di Report è spesa a critica della gestione Romano: contro la società sì, ma contro il manager mai. Successo quindi raggiunto: con quei 200 mila euro messa alla berlina Sogin ma salvato il suo capo azienda, che a quello puntava. Inutile dire che il giorno dopo il trionfo sarebbe stato celebrato in un carteggio fra Sogin e i consulenti di Ad Hoc, dove questi ultimi tripudiavano: “alla luce della puntata di Report andata in onda ieri, 2 novembre 2008, è evidente che la strategia e i processi di comunicazione hanno raggiunto gli obiettivi che si proponevano, ovvero: proteggere la grande professionalità dei tecnici, sottolineare la discontinuità fra le gestioni precedenti e l’attuale, limitare gli errori di comunicazione che erano emersi nelle passate puntate”. Insomma con soldi pubblici una società pubblica ha pagato una somma consistente per ammorbidire (riuscendovi) l’inchiesta di una trasmissione della tv pubblica, pagata con soldi pubblici, per difendere la sola questione privata esistente: il buon nome di un manager nominato dal centro sinistra che pur di salvare se stesso ha accettato di fare andare a fondo la società che avrebbe dovuto difendere. Una storia davvero tutta italiana.
Duecentomila euro per evitare lo tsunami Gabanelli
Una società pubblica, appartenente al gruppo Enel, la Sogin spa, ha investito 200 mila euro per proteggere il proprio amministratore delegato, Massimo Romano, da un’inchiesta di Report e della sua conduttrice, Milena Gabanelli. Una cifra che vale circa 5 volte il costo medio di una puntata di Report (42.600 euro) e che comunque ha raggiunto il suo obiettivo: grazie all’intensa attività di lobbing dei consulenti arruolati per arginare e ammorbidire la Gabannelli, Romano e la sua gestione Sogin sono rimasti fuori dall’inchiesta andata in onda il 2 novembre 2008. L’incredibile vicenda emerge fra le pieghe di un procedimento giudiziario in fase istruttoria ancora nel dicembre 2009, intentato a Report e alla stessa Gabanelli (perfino con esposto all’ordine dei giornalisti, subito archiviato) da una delle vittime di quella puntata sul ritorno del nucleare, un deputato della Lega Nord, Massimo Polledri. Sentendosi diffamato da un passaggio di quella trasmissione, Polledri ha prodotto in giudizio faldoni di materiale sui contatti fra Report e Sogin e altrettanto ha fatto a sua difesa la Gabanelli, che ha contestato anche il testo di una mail che poteva sembrare imbarazzante per l’autonomia della conduttrice (testo che invece sembrerebbe artefatto). Ma le carte processuali raccontano comunque una vicenda assai interessante.
La puntata di Report andata in onda il 2 novembre 2008 a cura del giornalista Sigfrido Ranucci con il titolo “L’eredità”, è stata preparata lungamente prima dell’estate. E ha rischiato di fare dormire sonni poco tranquilli al povero Massimo Romano, amministratore della Sogin nominato a quell’incarico nel 2007 durante il governo di Romano Prodi. Per evitare rischi, Romano è andato a contattare un pool di consulenti di immagine e comunicazione, firmando alla fine un contratto da 200 mila euro più 20 mila euro di rimborsi spese con uno dei massimi professionisti del settore: la Ad hoc communications di Mario Pellegatta. Il contratto formalmente aveva ad oggetto una consulenza generica, ma nel rapporto fatto arrivare a Romano dopo lo scampato pericolo del 2 novembre è risultato chiaro come la sostanziale missione fosse proprio quella di annullare il rischio Gabanelli. Ad hoc, che già aveva avuto rapporti professionali precedenti con Romano e Sogin, firmò il nuovo contratto con validità dal primo luglio 2008, proprio mentre Report stava girando l’inchiesta sulla gestione delle scorie nucleari avanzando rilevanti dubbi proprio sul ruolo di Sogin e su eventuali violazioni della legge esistente da parte della società pubblica. Grazie alla capacità dei consulenti, per evitare un danno di immagine a Romano e alla società, si riesce a combinare un incontro faccia a faccia con la Gabanelli, probabilmente conviviale, comunque fissato per le ore 13,30 del 17 luglio 2008 all’hotel de Russie, uno dei più esclusivi di Roma, a pochi metri da piazza del Popolo.
A 24 ore dal faccia a faccia con la Gabanelli il consulente di Sogin, Mario Pellegatta, inviò una mail a Romano con un dettagliato rapporto sull’inchiesta che stava conducendo la trasmissione Rai e l’annotazione “in preparazione incontro di domani”.
Il rapporto, comprensibilmente, era più che altro un elogio sul lavoro compiuto da Ad Hoc per allenare i dipendenti e dirigenti Sogin a rispondere alle domande del giornalista di Report. Allenamento che sembrava avere dato i risultati voluti: “alle domande critiche”, sosteneva la relazione a Romano, “gli intervistati hanno risposto senza offrire appigli o elementi deboli”. Si elencavano poi le domande fatte arrivare per iscritto alla società pubblica dal giornalista di Report, e i suggerimenti ulteriori forniti dai consulenti, tipo: “Sono da evitare frasi con espressioni improprie. La telecamera è sempre accesa (…) “. Fornita anche un’avvertenza strategica: mai fidarsi della correttezza professionale della Gabanelli e dei suoi collaboratori: “Il giornalista utilizza i cosiddetti tempi morti fra una ripresa e l’altra o durante le pause per rifocillarci, per trattare temi critici che avrebbe intenzione di approfondire. Non abbiamo la certezza che nelle sue borse (in particolare nello zainetto che ha sempre con sé) non vi sia un microfono nascosto. Occorre quindi limitare le conversazioni con il giornalista allo stretto necessario o a temi di conversazione banali e quotidiani…”.
L’incontro al De Russie probabilmente ha avuto l’effetto sperato da Romano. Tanto che prima di andare in onda con l’inchiesta, la Gabanelli offre all’amministratore delegato della Sogin la possibilità di una intervista, che viene però (su consiglio dei consulenti) cortesemente rifiutata, inviando una breve dichiarazione alla conduttrice che per mail assicurò “ne daremo conto”.
Il 2 novembre andò in onda la puntata tanto temuta. Dura, e non poco, con Sogin, che viene infilzata sia da studio che durante l’inchiesta condotta sul campo, sempre riferendosi però a presunte colpe dei manager che precedettero Romano, in testa il generale Carlo Jean nominato da Silvio Berlusconi qualche anno prima. Anche quando vengono rilevate criticità contemporanee, non una parola di Report è spesa a critica della gestione Romano: contro la società sì, ma contro il manager mai. Successo quindi raggiunto: con quei 200 mila euro messa alla berlina Sogin ma salvato il suo capo azienda, che a quello puntava. Inutile dire che il giorno dopo il trionfo sarebbe stato celebrato in un carteggio fra Sogin e i consulenti di Ad Hoc, dove questi ultimi tripudiavano: “alla luce della puntata di Report andata in onda ieri, 2 novembre 2008, è evidente che la strategia e i processi di comunicazione hanno raggiunto gli obiettivi che si proponevano, ovvero: proteggere la grande professionalità dei tecnici, sottolineare la discontinuità fra le gestioni precedenti e l’attuale, limitare gli errori di comunicazione che erano emersi nelle passate puntate”. Insomma con soldi pubblici una società pubblica ha pagato una somma consistente per ammorbidire (riuscendovi) l’inchiesta di una trasmissione della tv pubblica, pagata con soldi pubblici, per difendere la sola questione privata esistente: il buon nome di un manager nominato dal centro sinistra che pur di salvare se stesso ha accettato di fare andare a fondo la società che avrebbe dovuto difendere. Una storia davvero tutta italiana.
Tremonti fa il Babbo Natale del Csm
La vera sorpresa è arrivata l’ultima settimana a palazzo dei Marescialli. Ai membri del Consiglio superiore della Magistratura, a poche ore dal Natale, è stato il segretario generale dell’organo a rilevanza costituzionale, Carlo Visconti, a portare la buona novella: “Giulio Tremonti ha cambiato idea. Arrivano due milioni di euro in più in cassa”. Un vero e proprio regalo di Natale in anticipo per Nicola Mancino & c, che ormai vi disperavano: nonostante i tagli draconiani imposti fin dal suo primo giro davanti alle Camere dalle tabelle di bilancio allegate alla finanziaria, il durissimo Tremonti si è fatto commuovere dai magistrati. Loro chiedevano una integrazione di bilancio di 5 milioni di euro, le porte sembravano chiuse, ma alla fine la notizia dei due milioni di euro in arrivo ha fatto sorridere tutti. Forse almeno per Natale i magistrati saranno un po’ più buoni con il governo che tanta generosità ha mostrato nei loro confronti. Tanta, anche perché quella del Csm non è proprio una storia di povertà alla San Francesco di Assisi. Basti pensare che per fare funzionare il parlamentino dei giudici togati e non togati che con cuore assai tenero controllano e puniscono (praticamente mai) le malefatte della categoria nel 2001 bastavano 18,9 milioni di euro. La cifra è lievitata nel bilancio di previsione 2009 (solo contributo pubblico, perché di entrate ce ne sono altre) a
29,6 milioni di euro, con un aumento percentuale del 56,7%. Insomma, non erano gli alti papaveri della magistratura i primi a doversi lamentare per la rigidità della crisi, tanto più che per loro tirare un po’ la cinghia non sarebbe stato un dramma: il grosso del bilancio- a parte gli stipendi- se ne va a pagare spese di viaggio e “formazione” di componenti e dipendenti. Ma proprio il loro caso segnala la svolta natalizia del ministro Tremonti.
La trasformazione dell’arcigno custode dei conti e forzieri pubblici in un Babbo Giulio Natale è stata per altro più che evidente in Senato in occasione dell’approvazione in terza lettura della legge finanziaria. A palazzo Madama il governo non ha messo la fiducia nel testo, anche se non ha concesso alcun tipo di modifica per non dovere tornare alla Camera per la quarta lettura. Qualche maldipancia più nella maggioranza che nell’opposizione è sbucato fuori qua e là. In commissione difesa anche più di un maldipancia, con un intervento assai pesante da parte del relatore Luigi Ramponi (Pdl- ex An) molto critico sulla decisione di spostare fondi dei militari a tamponare i problemi di bilancio di Gianni Alemanno al comune di Roma. Ma in mezzo alle baruffe e pur dovendo spostare ogni decisione concreta all’anno prossimo, è arrivata la strenna natalizia del vice-Tremonti, Giuseppe Vegas. E’ stato l’uomo della finanziaria nella commissione Bilancio ad accettare- come mai era avvenuto in questi anni- tutti gli ordini del giorno di maggioranza e opposizione, perfino quelli bocciati in altre commissioni proprio per la perplessità del governo.
Un dono di Natale (gli ordini del giorno impegnano il governo formalmente se non sono accettati come seplice raccomandazione) inatteso ai più. Anche perché nella lista delle richieste che il governo ha detto “esaudirò, non subito, ma esaudirò”, c’è davvero di tutto, e non proprio di poco conto: riforma dell’Irpef, limatura dal 2010 di un po’ di Irap, revisione di quegli studi di settore che da anni sono diventati un incubo per le partite Iva, estensione della cedolare secca sugli affitti -che in finanziaria è prevista per la sola provincia de L’Aquila- in via sperimentale già nel 2010 su tutto il territorio nazionale con una prima possibilità di detrazione delle spese sostenute per il canone di locazione della prima casa. E come capita con i regali di Natale, il governo promettendo di esaudire non ha separato letterina da letterina, accettando davvero di tutto: dalla richiesta di rimettere qualche soldarello nel Fondo unico per lo spettacolo, a quella di finanziare la partecipazione delle scuole ai prossimi giochi della Gioventù, fino alla assicurazione che l’anno prossimo verranno integrati i fondi delle associazioni combattentistiche. Una rivoluzione copernicana per Tremonti. Che ha commosso tutti, con questo suo cuore improvvisamente grande come un melone. Ma chissà quanto durerà…
Sei di Libero? Allora io non ti curo
Venerdì scorso sono scivolato in moto su un tratto ghiacciato di strada. Mi ha raccolto l’ambulanza e portato nell’ospedale più vicino. Al pronto soccorso, fatti i primi esami un medico di turno mi ha imbragato la gamba destra. Finendo la fasciatura a un ginocchio assai malridotto, mi ha chiesto che mestiere facevo. “Giornalista? A Libero? Doveva dirmelo prima, non l’avrei medicata”. Non era una battuta, tanto che poi ha filosofeggiato pure sul perché. Tornato dopo l’operazione al ginocchio, ho aperto il mio blog che tengo da qualche anno mettendovi tutti gli articoli che scrivo. Faccio il giornalista da 28 anni, ho lavorato in più testate. Cerco notizie, quando le trovo le offro ai lettori. E ho avuto la fortuna di potere dire anche quel che penso. Da settembre- cioè da quando sono venuto a lavorare a Libero- i commenti sono assai simili. L’ultimo è esemplificativo: “Sparati” e l’invito è esteso ad altri colleghi di questo giornale, compreso il suo direttore, Maurizio Belpietro, e chi lo aveva diretto prima, Vittorio Feltri. “Sparatevi”, ed è una carineria rispetto al solito. Su facebook ho circa 6 mila “amici” e non pochi se ne sono andati: “ah, la stimavo. Ma da quando è a Libero non più”. Insulti e sberleffi, gruppi che nascono per eliminare il politico o il giornalista che non piace sono pane quotidiano in quel mondo virtuale dove pochi per altro si presentano a volto scoperto, rubando identità altrui o indossando maschere di fantasia.
Sì, c’è un odio montante in giro che non ricordavo dai tempi della scuola e dell’università, che ho fatto fra la metà degli anni settanta e la metà degli anni ottanta. Una differenza c’è, ed è che mai l’odio è stato tanto stupido come quello che gira adesso. C’è sempre stata una componente di stupidità enorme dietro odio e violenza politica. Ma si accompagnavano a qualcosa di reale: una frattura fra generazioni, una distanza siderale del potere dalla realtà, una serie di disagi realmente e largamente vissuti. Quello di oggi è solo stupido e basta. Nuota nel nulla, corre attraverso le reti virtuali, trova per strada leader vuoti e inconsistenti come raramente è accaduto. Non è meno pericoloso, perché guardate cosa ha combinato negli anni la stupidità negli stadi italiani. Ma è odio di quel genere lì, che in fondo gira tutto esclusivamente intorno a una persona, quella di Silvio Berlusconi. Ed essendo stupido e impolitico, si sparge su qualsiasi tentativo di ragionare sui fatti e sulle cose al di fuori di quello schema pro o contro Silvio. Così può perfino capitare che con quello schema l’odio prenda nel mirino di volta in volta un Pierluigi Bersani o un Enrico Letta o un Antonio Polito che semplicemente da sinistra provano a ragionare. E al contrario santifichi nel modo più impolitico e strumentale possibile un Gianfranco Fini solo finchè si immagina lui possa essere la leva ideale con cui rovesciare Berlusconi.
C’è stata leggerezza che purtroppo ha accompagnato questa stupidità coccolandola e facendola crescere per un piccolo tornaconto personale. Lo ha fatto Antonio Di Pietro, politico dalla mono-idea (il partito della fedina penale) non in grado di andare al di là di quell’orizzonte, e insieme a lui ha provato a mettersi alla testa del movimento degli stupidi organizzati anche qualche leader più fragile culturalmente e politicamente della sinistra, come Dario Franceschini e Rosy Bindi. Poi si è infilato in mezzo qualche regista, attore, conduttore, scrittore e giornalista che semplicemente sulla stupidità organizzata ha trovato il modo di campare meglio, magari facendosi una villa in più al mare. Ma è solo business, oggi spreme gli stupidi, domani spremerà qualcun altro.
Poi c’è qualcosa di più serio e meno stupido, ed è quella parte di elite italiana che per via democratica mai è riuscita a raggiungere il potere (al massimo ha piazzato qualche suo esponente) e che da sempre cerca di farlo in modo illegittimo: è la vera cupola d’Italia, e dentro ha il cosiddetto partito di Repubblica, qualche manipolo di intellettuali, un po’ di finanza, un po’ di magistratura deviata, gli utili idioti del momento che alla bisogna vengono scaricati. Non c’è dubbio che le fila di questo nuovo clima che ha portato al fattaccio domenicale di piazza del Duomo, alla caccia al ciellino all’università di Milano, alla violenza e all’odio che qua e là stanno esplodendo, da quella cupola siano state tirate. Fecero così con i Forlani i Craxi e gli Andreotti, risparmiarono De Mita e Prodi ritenendoli utili ai loro disegni, dal primo giorno hanno ripuntato i cannoni su Berlusconi e chiunque gli si avvicini.
E’ il nulla che riempe questo odio che sgomenta, non la contrapposizione, non la diversità di idee, lo scontro anche aperto sui problemi che toccano la nostra vita quotidiana. Non credo che si esca da questo clima con appelli alla pacificazione che sembrano tanto per bene ma sono falsi e traditori. Se ne esce riempendo di contenuti veri la diversità, con una politica che si riappropri dei suoi spazi reali e abbandoni quelli virtuali. Ci si scontri, ma sul senso della vita e su come costruire un modello di società. Non su questo o quell’uomo, ma sul significato della realtà. E se ne uscirà.
C'è un processo che ha Di Pietro contro Berlusconi. Il pm è Santoro. Le carte sono in mano a Fini. E non è fiction
C’è un processo che prevede un presunto colpevole, e qui non si fatica ad immaginare: è Silvio Berlusconi. Ha una parte offesa che ha denunciato il premier, e anche qui sembra tutto scontato: si tratta di Antonio Di Pietro. Ha naturalmente un pm che accusa, che si chiama Santoro. E qui la novità è solo che non si tratta di docu-fiction: non è un processo televisivo, ma un processo vero. E per il pm Santoro si tratta di banale omonimia: non c’è parentela con il Torquemada della tv di Stato. Il processo si sta svolgendo a Bergamo, tribunale presso cui Di Pietro circa un anno fa ha querelato Berlusconi dopo una puntata di Porta a Porta in piena campagna elettorale 2008 in cui il leader del Pdl aveva apostrofato così l’ex pm: “E’ un emerito bugiardo che non ha nemmeno la laurea valida”. Da lì appunto querela e processo. Che è già stato congelato in conseguenza del lodo Alfano, ma è ripreso il 18 novembre scorso in una breve udienza preliminare davanti al gip Patrizia Ingrascì in cui non si sono presentati né querelante né querelato (entrambi per legittimo impedimento) e a dire il vero nemmeno i due avvocati di fiducia (Sergio Schicchitano per Di Pietro, Niccolò Ghedini per Berlusconi), che si sono fatti sostituire da due giovani corrispondenti del foro locale. Pochi minuti d’udienza, per accogliere la richiesta della difesa, e cioè verificare con la Camera se Berlusconi dava del bugiardo a Di Pietro coperto o meno da immunità parlamentare. E poi intero fascicolo messo in busta e spedito il 25 novembre scorso con destinazione Camera dei deputati. La posta fra istituzioni non deve essere un modello di efficienza, perché per amara ironia del caso quel fascicolo giudiziario, quello con Di Pietro parte offesa, Berlusconi presunto colpevole e Santoro pubblico ministero, è arrivato nelle mani del presidente della Camera, Gianfranco Fini lunedì 14 dicembre, il giorno dopo l’aggressione a Berlusconi in piazza del Duomo a Milano. Nel bel mezzo della bagarre parlamentare fra Pdl e lo stesso Di Pietro che con toni da querela e controquerela stavano appunto commentando i fatti della domenica milanese.
Per altro al “bugiardo” dato da Di Pietro a Berlusconi era subito arrivato come contro-risposta un “bugiardo” di Di Pietro a Berlusconi, ed era stata immediatamente annunciata una contro-querela che però mai è stata presentata. Più volte Di Pietro ha presentato in questi anni querele a Silvio Berlusconi perfino di fronte a giudizi generici sulla magistratura che non lo citavano direttamente. Al contrario, pur essendosi sentito dare del “bugiardo”, del “corruttore”, del “criminale” e anche del “mafioso”, Berlusconi ha annunciato querela a Di Pietro ma poi l’ha presentata in una sola occasione, assai recente, quando durante la campagna per le europee il leader dell’Italia dei Valori definì il premier “un magnaccia di veline”. Il processo è a Campobasso, dove il gip in prima battuta ha ritenuto subito non meritevole di alcuna considerazione la querela di Berlusconi (“magnaccia di veline” non sarebbe stata offesa politica). Ghedini però è riuscito a opporsi alla archiviazione del fascicolo e a tenere in piedi un procedimento che probabilmente mai si farà.
Per altro se non ci sono molte querele contro Di Pietro- nonostante il linguaggio colorito più volte usato che certamente porterebbe un giornalista diritto a supercondanna- è perché si sa già in partenza che le azioni giudiziarie sarebbero inefficaci. Difficile trovare un collegio di magistrati che dia torto a un ex magistrato a capo del partito dei magistrati. Non solo: l’unica volta che per Di Pietro qualche rischio ci sarebbe stato, perché a querelare era un altro magistrato come Filippo Verde, il leader dell’Italia dei valori ha alzato immediatamente zitto zitto lo scudo che aveva a disposizione in quel momento: quello dell’immunità da parlamentare europeo, che lo ha tolto dalle pesti nella primavera scorsa. L’unica volta in cui avrebbe potuto dimostrare di razzolare come predicava, rifiutando l’immunità parlamentare e diventando davanti alla legge un cittadino come tutti gli altri, Di Pietro ha scelto la comoda pelliccia dell’immunità. E chissenfrega dei suoi di pietrini delusi.
Altro che lottizzazione! Il Pd Zingaretti a Roma si compra un pezzo di tg (con i soldi di tutti)
Il prezzo è tutto da valutare. Con 24 mila euro Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, si è comprato un servizio nel tg dell’ora di punta di una delle più importanti emittenti regionali del Lazio, Gold tv. Una ricetta che potrebbe aprire importanti strade anche a livello nazionale, senza bisogno di troppe leggi sulla par condicio. Invece che lamentarsi della scarsa o cattiva informazione dei vari tg è più efficace comprarsi un servizio al giorno, e così’ ci si toglie ogni problema di torno. Secondo la determinazione dirigenziale n. 6910/2009 che porta la data del 29 ottobre 2009 a firma del dirigente del servizio Ufficio stampa e informazione della provincia di Roma, Emanuele Maria Lanfranchi, con 24 mila euro versati un un’unica selezione a Gold Tv, sede di Terracina (peraltro provincia di Latina) Zingaretti e i suoi assessori hanno ottenuto “la messa a disposizione di una troupe, composta da un cameraman e un giornalista, per la realizzazione di un servizio televisivo al giorno sull’iniziativa giornaliera, segnalata dallo scrivente servizio, o, meglio, fra le tante iniziative, su quella ritenuta dalla Amministrazione provinciale più importante, che verrà montato e palinsestato all’interno del notiziario Gold Tg”. Non si era mai visto fin qui scrivere nero su bianco addirittura su una delibera di un organo istituzionale come la provincia di Roma un patto leonino del genere contro la libertà di informazione (quella stessa libertà contro cui il Pd di Zingaretti era sceso in piazza insieme a Fnsi e Cgil qualche settimana prima). Per i 24 mila euro Gold tv ha accettato in più l’obbligo di “rigraficare ed inserire, in coda ad ognuna delle quattro edizioni del Gold tg del sabato, il tg denominato Provinz, prodotto dalla amministrazione provinciale”. Almeno in questo caso è meno nascosto al pubblico il carattere di comunicazione istituzionale e non redazionale del notiziario. Ma per il servizio da inserire nei Gold tg nessun avviso viene dato al telespettatore sul carattere esclusivamente promozionale (pagato come una pubblicità) e non informativo del servizio che va in onda. Basta scorrerne qualcuno per comprendere per altro come non si sprechino nel servizio comprato da Zingaretti lodi e iperboli verso la buona amministrazione provinciale. Il pezzo di tg per altro è stato acquistato dalla provincia di Roma non solo in barba a qualsiasi regola deontologica e alle regole base dell’ordine dei giornalisti, ma anche in assenza di ogni tipo di gara. Nella determinazione dirigenziale sopra ricordata si spiega solo che Gold tv ha ricevuto nel 2007 un premio Corecom per il migliore tg del Lazio (chissà se sapevano che i servizi venivano venduti), che la rete copre la provincia di Roma e che “l’esclusività della proposta e la rilevante specificità del proponente negli ambiti peculiari di realizzazione delle attività progettuali, permettono di individuarlo come unico interlocutore idoneo a garantire lo svolgimento di tutte le attività predette”.
Nella delibera però non è indicata la durata del contratto: fosse annuale, almeno Zingaretti avrebbe comprato un servizio in un tg regionale a buon prezzo. Se invece l’unica indicazione che c’è, e cioè “liquidare la somma di euro 24 mila dietro presentazione di regolare fattura da parte della Gold tv srl” fosse indicativa di un contratto relativo al solo 2009, quell’acquisto di una dose giornaliere di pubblicità travestita da informazione per farsi belli con i soldi di tutti sarebbe anche assai caro.
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