Nemmeno Van Straten ci ha salvato da Veltroni & c- Lo sfogo di un imlrenditore della cricca

La frase scappa di bocca all’imprenditore che naturalmente non sa di essere intercettato. “Ma questa è una banda armata.. io infatti guarda ho sempre votato a sinistra...Non li voto più ... ho deciso non vò più a votare. Preferisco incazzarmi col Berlusconi piuttosto essere inculato da Veltroni “ E davanti all’interlocutore che annuisce “Questo, questo era pacifico... purtroppo!”, lui rincara la dose: “ Il bello è che la gente ben pensante, tutti i miei amici borghesi di sinistra, vedono in Veltroni l'illuminato ! L'illuminato una sega, capito, ecco.... se questo è il buon dì, ecco è bene che io non li voti più ... capito?... io ho finito di votare... a questo punto non mi rompo più coglioni”. A parlare, in uno dei tanti colloqui intercettati dai carabinieri che lavorano per la procura di Firenze è Vincenzo Di Nardo. Non è un personaggio qualsiasi, e non solo per il capoluogo toscano: Già amministratore delegato della Btp, Baldassini-Tognozzi-Pontello, nel suo curriculum ha inanellato una carica dopo l’altra: vicepresidente di Ance Toscana, vicepresidente di Confindustria Firenze, professore a contratto della facoltà di Architettura dell’Università, presidente nazionale del Comitato grandi infrastrutture dell’Ance. Un pezzo grosso, dunque. Che in un’altra telefonata intercettata come quella sopra riportata nel dicembre 2007, all’architetto Casamonti che confessava “Io ti devo dire la verità .. guarda .. io sono di sinistra .. lo sono sempre stato .. però spero che questa volta pigliano una rintronata ... perchè non è possibile…”, raccontava amaro: “ Io sono di tre generazioni di gente socialista ... ho sempre votato a sinistra .. ma io stavolta non li voto ... a me non m'importa una sega...Preferisco incazzarmi con il governo Berlusconi che essere inculato dal governo Prodi ... capito ? Io voglio l'onestà ... non posso pensare che la cricca di Veltroni … Ti immagini il nuovo Partito Democratico… che fanno queste cose così ... l'occupazione dei romani ... dai! .. ma dove siamo!”. Di Nardo è così furioso con gli esponenti della classe politica che ha sempre votato perché, come molti professionisti di Firenze e di altre città di Italia (architetto Casamonti compreso), è scandalizzato dalla gestione degli appalti per i 150 anni dell’Unità di Italia. E’ una struttura commissariale a gestirli, e Prodi alla guida ha messo naturalmente il re degli appalti pubblici, Angelo Balducci, che poi ne affiderà la gestione ordinaria al suo braccio destro, Fabio De Santis. Entrambi sono stati arrestati nei giorni scorsi dalla procura di Firenze proprio per la gestione dei bandi di gara nei grandi eventi. La struttura di missione per i 150 anni dell’Unità d’Italia a quell’epoca risponde al vicepresidente del Consiglio dei ministri, Francesco Rutelli. E agli occhi degli imprenditori esclusi dalle gare che commentano quello che è avvenuto a Firenze (teatro della musica), a Venezia (palazzo del Cinema) e in altri grandi appalti, più che la cricca Balducci, ha pesato la “cricca dei sindaci di Roma”, appunto Rutelli-Veltroni. C’è un intero faldone di documenti raccolti dai carabinieri che compongono un dossier di 1.162 pagine sulle accuse che professionisti e imprenditori in quel periodo rivolgono- anche con amarezza (ne erano stati militanti)- ai vertici del neonato Partito democratico. Ben quattro fra imprenditori e professionisti addetti ai lavori sostengono che ad esempio la gara per il teatro di Firenze, la più importante delle celebrazioni (80 milioni di euro), sia stata pilotata da una telefonata fatta da Veltroni al sindaco Pd della città, Leonardo Domenici, che in questa inchiesta è già sentito dalla magistratura per gli appalti della zona Castello. In tre sostengono di avere le prove che prima di scegliere i vincitori della gara fiorentina sia arrivata una telefonata di Veltroni al sindaco di Firenze, Domenici. Ma gli investigatori inseriscono a questo punto un misterioso (omissis). Lo fanno un’altra volta, quando l’architetto Casamonti rivela al telefono a un imprenditore di avere capito che in ogni caso per passare la gara bisognava adeguarsi ai desideri del leader del Pd: “è arrivato l'ordine di Veltroni ... poi ascolta io ho chiamato Van Straten .. per dirgli se lo faceva con noi ...m'ha detto ..."no...non posso" ... (omissis)”. Si tratta di Giorgio Van Straten, amico e compagno di vacanze di Veltroni che il fondatore del Pd fece inserire nel nuovo consiglio di amministrazione della Rai. Ma anche su questo misterioso punto gli inquirenti hanno apposto un omissis.

Chiesa, è iniziata la grande corsa Milano-Torino

La corsa è già iniziata da tempo, anche se il traguardo più ambito resta lontano. Dietro il caso Boffo e i tormenti della Chiesa italiana che hanno portato martedì alla ruvida discesa in campo del Vaticano non c’è solo una contesa culturale e politica. I protagonisti sono sempre gli stessi, ma il campo di partita è quello della guida delle grandi diocesi della Chiesa italiana al Nord. Sono in scadenza quelle di Torino (in primavera, ma il passaggio di testimone avverrà dopo l’ostensione della Sindone), e soprattutto quella di Milano (a inizio 2011). In entrambi i casi i cardinali che le guidano hanno superato il 75° anno di età, rimettendo il mandato nelle mani del Papa che ha concesso una proroga biennale, a Saverino Poletto (Torino) nella primavera 2008 e a Dionigi Tettamanzi (Milano) nella primavera 2009. L’esito non è affatto scontato né nell’uno né nell’altro caso: E quelle due nomine di intrecciano naturalmente con una partita tutta vaticana, quella sulla successione del cardinale Giovanni Battista Re alla guida della Congregazione per i Vescovi (vedasi altro articolo in pagina). Sarà dunque nuovamente sull’asse fra la Conferenza episcopale italiana e la segreteria di Stato Vaticana che si giocherà la partita più importante per la chiesa italiana. Su Torino l’urgenza è più immediata e la candidatura più in evidenza è quella che vorrebbe proprio il segretario di Stato: Monsignor Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandra e visitatore apostolico dal 2009. Il cardinale Tarcisio Bertone si fida di lui a occhi chiusi, da quando nel 1994 lo volle con sé alla arcidiocesi di Vercelli. Bertone ne era l’arcivescovo prima di essere nominato a Genova e Versaldi lo raggiunse come vicario generale, insignito del titolo di Prelato d’onore di Sua Santità. In Cei per Torino era invece emersa la candidatura di monsignor Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e responsabile della pastorale sul lavoro dei vescovi italiani. In altri ambienti della curia vaticana invece si spinge per la nomina di monsignor Rino Fisichella, per cui era già stata ipotizzata senza successo la guida della diocesi di Modena (assai meno rilevante del capoluogo piemontese). Ma la partita vera è quella che si gioca a Milano, e non è l’anno di tempo che ancora manca al fischio finale sufficiente a spegnere tensioni, bracci di ferro e ambizioni. E’ nella più grande diocesi di Italia per altro che si è consumato il caso Boffo, secondo molti osservatori legato anche ai delicatissimi equilibri dell’Istituto Toniolo, cui di fatto spetta la nomina del rettore dell’Università cattolica. Da anni si combattono in quel consiglio di amministrazione due schieramenti della chiesa italiana, e solo per l’abilità politica e diplomatica di Camillo Ruini e Dino Boffo per due mandati si è arrivati a costituire la maggioranza che ha portato in rettorato Lorenzo Ornaghi mettendo in minoranza due vecchie volpi dc come Emilio Colombo e Oscar Luigi Scalfaro e i consiglieri nominati dallo stesso arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi. Ma con quel che è accaduto, si fa assai più delicata la nuova nomina della guida della Cattolica, che arriverà a novembre, a giochi forse in corso ma assai probabilmente già fatti per la successione di Tettamanzi. Dalla segreteria di Stato vaticana già nei mesi scorsi era trapelata una soluzione non di rottura come quella di monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Ponitificio consiglio per la Cultura e delle commissioni sui beni culturali e l’archeologia sacra della Chiesa. Sembrava quasi il candidato unico, quando il cardinale Re è riuscito a portare l’attenzione del Papa su monsignor Luciano Monari, vescovo di Brescia, che Benedetto XVI ha apprezzato durante la visita pastorale del novembre scorso. Una gara dietro cui si intravedono ancora una volta tensioni tutte di palazzo vaticano, da una parte la curia tradizionale e dall’altra la segreteria di Stato.

Bertone, l'elefante nella cristalleria vaticana

Poche righe, “che hanno spazzato via 50 anni di alta diplomazia vaticana”. L’amaro sfogo sfuggito a uno dei più anziani cardinali che conosce la Curia come le sue tasche dopo il comunicato della Segreteria di Stato che avrebbe voluto chiudere il “caso Boffo”, è il termometro più evidente del clima che si vive il giorno dopo in Vaticano. Un clima che a dire il vero accompagna fin dai suoi primi passi l’arrivo alla guida della segreteria stessa del cardinale Tarcisio Bertone. Già faceva storcere il naso a molti l’idea di affidare la guida della diplomazia a un salesiano. Figurarsi poi uno come Bertone, che solo l’anno prima della nomina era finito su tutti i giornali per avere fatto il telecronista (tifoso) di Sampdoria-Juventus su una televisione locale genovese. Molti ne apprezzavano la simpatia e i modi diretti, grandi doti, non propriamente adatte all’incarico. Si comprese subito quando Bertone prese possesso dell’abitazione vaticana destinata la segretario di Stato. Vi dimorava il predecessore, cardinale Angelo Sodano, decano del collegio cardinalizio dopo l’elezione a papa di Joseph Ratzinger. Chiese un po’ di tempo prima di lasciare l’alloggio, anche per trovare una nuova abitazione degna del rango. Il tempo però si prolungò. Un giorno il segretario del cardinale Bertone chiamò casa Sodano annunciando: “Eminenza, domattina vengono gli imbianchini per fare dei lavori di riadattamento”. Gli imbianchini arrivarono, e in fretta e furia Sodano dovette lasciare l’appartamento in cui si sarebbe entro pochi giorni insediato il segretario di Stato. Episodio banale, certo. Ma indicativo di una svolta radicale nel protocollo. E chi era abituato ai passi felpati della diplomazia restò a bocca aperta. Si trattava di un caso personale, ma da lì ad oggi l’abbandono dei passi felpati della diplomazia è divenuto un habitus della segreteria di Stato che più di un incidente ha causato, non di rado creando problemi seri allo stesso Pontefice. Si attribuisce al cardinale Bertone la supervisione (e la successiva gestione) del discorso del Papa a Ratisbona che rischiò di aprire una nuova guerra di religione con l’Islam. Non meno esplosivo il dossier sui lefebvriani e il vescovo negazionista Richard Williamson. Ma di incidenti più o meno grandi è lastricata la strada di questi anni, perfino nei rapporti fra il Vaticano e le conferenze episcopali locali. Si è rischiato quasi uno scisma in Brasile, dopo che l’arcivescovo di Recife, don Jose' Cardoso Sobrinho, scomunicò i medici che avevano fatto abortire una bambina di nove anni stuprata, per poi essere di fatto sconfessato dal Vaticano con un intervento chiesto da Bertone al presidente della Pontificia accademia per la vita, monsignor Rino Fisichella (che ebbe parole di buon senso e pietà, ma il tutto sembrò una sconfessione dell’episcopato brasiliano). Altro incidente, assai insolito nella storia vaticana, quello di inizio 2009 con la nomina di Gerhard Wagner a vescovo ausiliario di Linz, importante diocesi austriaca. La nomina suscitò un putiferio (Wagner era considerato troppo tradizionalista) nella conferenza episcopale di Vienna e non sapendo che pesci prendere, la segreteria di Stato fece pressioni sul nominato perché rifiutasse l’incarico. Così avvenne a quindici giorni dalla firma papale della nomina, ma la toppa fu peggiore del buco perché Wagner fece trasparire la non volontarietà della rinuncia. Precedente che sta preoccupando in questi giorni gran parte della Curia, visto che il Cardinale Bertone sembra sia riuscito a convincere il Papa sulla nomina del prossimo prefetto della Congregazione dei vescovi

Nella guerra dei Berluscones Marina e Piersilvio inciampano in Mills

Ci sono due nomi che rischiano di trasformarsi in una buccia di banana nella causa di separazione fra Silvio Berlusconi e Veronica Lario. Sono nomi di società off shore: Century One e Universal One ltd, e sono apparsi a più riprese in una serie di processi davanti alla procura di Milano. Due nomi chiave nella sentenza di condanna di primo e di secondo grado dell’avvocato britannico David Mills. Sono riapparsi nel filone sui diritti tv e nel procedimento Mediatrade. Ma le stesse due sigle sono state utilizzate dalla difesa di Silvio Berlusconi per uno dei rari successi giudiziari ottenuti: quello che allontanato dal capo di Piersilvio e di Marina Berlusconi una delle ipotesi investigative più gravi, il riciclaggio. Ma la storia di Century One e Universal One rischia di trasformarsi ora in un’arma a doppio taglio per il Cavaliere. Fra i motivi della condanna di Mills c’è soprattutto quello di avere taciuto i “beneficial owners” dei due trust durante la deposizione testimoniale al processo All Iberian. L’avvocato inglese che nel 1997 aveva trascurato il particolare (e per questo è accusato di averlo fatto apposta, poi ripagato da Fininvest), in una successiva deposizione ha ricostruito la vera storia dei due trust. Nacquero all’inizio degli anni Novanta, grazie alla collaborazione fra Mills, Carlo Bernasconi , Livio Gironi e Candia Camaggi (che ne scelse i nomi per affinità con il mondo del cinema). I beneficiari erano appunto i figli di primo letto del Cavaliere, che nel frattempo però aveva già concepito gli altri tre figli con Veronica (l’ultimo, Luigi, era nato nel 1988). Secondo la ricostruzione contenuta negli atti del processo i due trust sarebbero serviti a mettere in sicurezza parte del patrimonio di Berlusconi a favore dei due figli di primo letto, Piersilvio e Marina. Così scrivono i magistrati milanesi a pagina 99 della sentenza di primo grado con cui condannano l’avvocato inglese: “La falsità e reticenza delle dichiarazioni di Mills in ordine alla reale proprietà delle società Century One e Universal One risulta dalle prove orali e documentali raccolte. Egli era a perfetta conoscenza che le società erano state create per volontà diretta di Silvio Berlusconi, che intendeva così trasmettere una parte del proprio patrimonio ai figli Marina e Piersilvio- mantenendone però il controllo fino al proprio decesso, con una facoltà decisionale delegata solo a Gironi, Foscale e Confalonieri, da comunicarsi per il tramite esclusivo dello studio di David Mills- e che i capitali ad esse afferenti erano gestiti da Paolo Del Bue per conto della famiglia Berlusconi. Di quanto sopra la deposizione confessoria di Mills del 18 luglio 2004 davanti ai pm milanesi- sul punto mai ritrattata- e le sue affermazioni agli ispettori di Inland Revenue, costituiscono pieno riscontro”. Questa deposizione di Mills dell’estate 2004 è stata utile- come ricordato- proprio per allontanare il sospetto di riciclaggio dalla testa di Piersilvio e Marina. Ma rischia di entrare a pieno diritto nella causa di separazione fra Silvio e Veronica. Perché un faldone intero di documenti processuali è lì a dimostrare come il cavaliere si sia adoperato fin dagli anni Novanta per proteggere un asse ereditario privilegiato di cui non c’era né evidenza né contabilità ufficiale. Non si sa quanti soldi siano stati trasferiti su quei due trust. Ma i magistrati milanesi scrivono: “è documentata in atti l’entità dei prelievi in contanti effettuata negli anni 1991-1994 sui conti di ciascuna società: quasi 71 miliardi di lire italiane sul conto di Century One, oltre 32 miliardi di lire italiane su quello di Universal One. I relativi giustificativi il 3 gennaio 2002 furono trasmessi all’autorità giudiziaria elvetica nell’ambito della commissione rogatoriale in corso”.

Silvio-Veronica, scene da un patrimonio- Tutte le cifre del divorzio del momento

Silvio Berlusconi oggi ha in tasca 3,8 miliardi di euro. Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario in tasca ha 80 milioni di euro. I tre figli di Silvio e Veronica, e cioè Eleonora, Barbara e Luigi, possono già contare su 1,2 miliardi di euro grazie ai beni assegnati dal padre. Dipende proprio da questi tre parametri il valore di quel che diventerà il trattamento di fine rapporto della seconda moglie del cavaliere. In termini giuridici si chiama legittima, ma quando ci sono di mezzo i figli e un patrimonio in gran parte legato alle vicende di borsa, è assai difficile da calcolare. Fra moglie e marito per altro c’è qualcuno che ha messo non un dito, ma un ditone da 750 milioni di euro: è Carlo De Benedetti, che grazie alla causa intentata da Cir a Fininvest e già vinta in primo grado rischia non solo di rendere più povera tutta la famiglia, ma anche di rendere inutile qualsiasi accordo consensuale fatto oggi dai coniugi Berlusconi davanti al giudice. Anche per questo dividere il più grande patrimonio d’Italia non sarà uno scherzo da ragazzi. Le caratteristiche stesse della causa potrebbero incidere e non poco sul valore del bene. Basti pensare che dei 3,8 miliardi di euro oggi attribuibili al cavaliere ben 2,5 sono legati alla patrimonializzazione di quattro titoli quotati: Mediaset, Mediolanum, Mondadori e Mediobanca. Stesso discorso per i tre figli di secondo letto: 850 milioni su 1,2 del loro patrimonio possono risentire della volatile sensibilità dei mercati finanziari. Anche se non è stata la chiave principale di questi mesi di separazione fra i coniugi, ora qualsiasi passo sopra le righe nella causa di liquidazione di Veronica rischia di fare perdere anche a lei una parte della posta in gioco. Silvio oggi può contare su circa 700 milioni di euro di liquidità a diretta disposizione grazie alla quota distribuibile del patrimonio delle quattro holding di controllo di Fininvest a lui riconducibili, e alla liquidità depositata sui loro conti correnti presso la Arner bank e il Monte dei Paschi di Siena. Due miliardi e mezzo il valore di capitalizzazione di borsa dei titoli riportabili alla sua persona fisica, altri 178 milioni di valori mobiliari in società non quotate e circa 420 milioni in immobili. Il pezzo più pregiato in portafoglio resta Villa Certosa, che nel bilancio della società che la controlla (Immobiliare Idra) è stato da poco rivalutato in 168 milioni di euro (terreno più fabbricati). Seconda per valore proprio la villa di Macherio dove abita in Italia Veronica: 78 milioni di euro, che potrebbero entrare a pieno diritto nel conto del trattamento di fine rapporto della signora. Vale di meno villa San Martino ad Arcore (52 milioni), ed appare incedibile: a quelle mura è davvero affezionato il premier. Ci sono poi altri immobili a Roma, in Sardegna e a Segrate che potrebbero entrare a fare parte della trattativa. A Silvio Berlusconi persona fisica sono intestati 6 fabbricati a Milano (frutto dell’eredità paterna), due piccoli terreni (poco più di un agro) pratosi a Castelveccana, nel varesotto e dieci fabbricati a Lesa, sul lago Maggiore, in provincia di Novara. Il premier li ha comprati il 30 settembre 2008 da una coppia di coniugi, Daniele Mulacchiè e Marina Girola. Costituiscono il complesso di Villa Lapejre o Villa Correnti sulla statale del Sempione: un piano interrato, un piano sottoterra, uno sottotetto e tre piani fuori terra, oltre a un edificio per il custode, uno ad uso darsena, un edificio “adibito a sala hobby/palestra con terrazza, bagno e ripostiglio”, vari box, parcheggio auto coperto e “parco su cui insistono piscina e annesso spogliatoio, campo da tennis e campo da bocce”. Valore stimato in circa 12 milioni di euro. Infine le partecipazioni immobiliari estere, quella nella Bridgeston Ltd alle Bermuda e quella nella Sweet Dragon Limited a Dubai. Veronica ha sostanzialmente tre partecipazioni mobiliari: quella nella San Daniele srl, ora in liquidazione, quella nel “Foglio edizioni” (38%) che edita il quotidiano diretto da Giuliano Ferrara e quella nella Finanziaria Il Poggio, il braccio immobiliare dell’ex first lady italiana. Attraverso questa controlla altre due società: la Orchidea reality corporation a New York e la Palace Gate mansions ltd a Londra. Nel ramo immobiliare ha acquistato una serie di palazzi e abitazioni di un certo valore in Sardegna, a Londra (a Kensington, dove Veronica passa parte del suo tempo), a Bologna, Milano e New York, sulla 55 strada. Il pezzo più di pregio è acquisto recente: 135 porzioni di fabbricato a Milano Due, con la proprietà di gran parte di palazzo Canova. Operazione conclusa il 31 marzo 2009, quando già iniziava ad esserci il grande freddo con il marito. Lo testimonia anche un atto che non ha precedenti: per acquistare palazzo Canova Veronica ha dovuto bussare per la prima volta nella sua storia in banca e chiedere un mutuo. Così la Banca popolare di Sondrio le ha concesso un finanziamento ventennale di 20 milioni di euro di capitale oltre a 10 milioni di euro di interessi e 4 milioni in spese di istruttoria, al tasso di interesse annuo del 2,85%.