Benedetto XVI mangia meno strudel, ma è sereno. E' la Curia ad essere terrorizzata per l'offensiva sulla pedofilia

Chi lo ha visto tutti i giorni nelle ultime settimane racconta di un Benedetto XVI provato, stanco, fisicamente sofferente. Il Papa cammina con fatica perfino all’interno degli appartamenti pontifici, sorride ed assaggia appena un pezzetto dell’amato strudel con le mele annurche che gli preparano le collaboratrici laiche che da anni lo assistono. Mangia poco, spesso non tocca nemmeno quelle mozzarelline di bufala che il suo segretario, padre Georg Gaenswein, gli fa arrivare da Frattamaggiore. Anche la via Crucis seguita in papa mobile, le vacanze estive disdette per la prima volta scegliendo il meno faticoso ritiro di Castelgandolfo rendono evidenti a tutti questa sofferenza. Che non è solo esterna, perché il Papa- racconta chi gli sta più vicino- ha vissuto con grande dolore quel che è stato chiamato lo scandalo pedofilia nella Chiesa. Ma non si sente sotto assedio. Joseph Ratzinger è sereno, profondamente sereno. E ha a cuore oggi forse più di prima quella guida pastorale del suo popolo che è probabilmente la vera ragione dello scandalo e di quell’assedio che racconta quotidianamente la stampa di tutto il mondo. E’ la verità del cristianesimo, quell’unione fra fede e ragione raccontata nelle udienze del mercoledì attraverso le vite dei santi ad occupare il Papa. E non lo preoccupa quel che emerge perfino dentro la Chiesa. E’ nelle altre stanze vaticane che si vive con timore questo assedio di cui forse alcuni cardinali e alti prelati ingigantiscono oltremodo la portata. Non pochi rifiutano colloqui telefonici e- quando inevitabili- evitano accuratamente giudizi e riferimenti a vicende di cronaca. Perfino gli indirizzi di posta elettronica più riservati sono utilizzati con cautela e sospetto: chi vuole parlare lo fa solo a quattro occhi. Chiedi se immaginano una regia ad organizzare la campagna che monta ormai ha troppe radici diverse: quelle dell’ America puritana e di cultura ebraica, quelle anglicane, quelle semplicemente laiche e anticlericali da cui ti saresti atteso qualsiasi spallata, ma anche quelle cristiane, cattoliche, addirittura nella patria stessa del Pontefice. Sulle prime chi si incontrava in Curia ripeteva quasi rassicurante che forse regia c’era, ma solo per comuni interessi economici. I casi di pedofilia erano noti da anni, in ogni dettaglio proprio quelli che venivano sventolati in queste settimane. Se si alzava il tiro era solo per soldi: fare circolare come indiscreti documenti notori, farli pubblicare sui giornali e poi sfruttarne il clamore era utile a un manipolo di studi legali che puntando il dito sul Vaticano e trovando un giudice disposto a seguirli avrebbero fatto lievitare oltremisura risarcimenti e parcelle. Ma la furia delle onde in tempesta è seguita così devastante, si è unita a venti impetuosi e diversi nazione dopo nazione (si guardi all’Italia, dove il tiro al Papa ha sostituito dopo il flop elettorale immediatamente il tiro a Silvio Berlusconi), che oggi nelle stanze vaticane pochi credono sia solo questione di soldi. Per questo si ripercorrono le tappe di questo pontificato trovando uno dopo l’altro chi e perché soffia su quei venti. La Chiesa. C’è una data- chiave che spiega da dove nascono gtli attacchi interni al Papa. E’ quasi all’inizio del pontificato di Benedetto XVI: il 22 dicembre 2005, giorno dell’incontro con la curia romana per gli auguri natalizi. E del suo giudizio tagliente sul Concilio Vaticano II, che per il Papa non è stato una “apertura al mondo”, ma nel solco pieno della tradizione millenaria della Chiesa, solo un “passo fatto verso l’età moderna che appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto fra fede e ragione”. Detta così sembra solo una questione dottrinale, e invece all’interno della Chiesa è stato discorso di rottura decisa. Da lì il Papa è stato sentito come un nemico da gran parte dell’ala liberal e progressista degli episcopati. Lì e in altri discorsi sui valori fondamentali, sulla difesa assoluta della vita, si è consumato il vero scontro fra il Papa, il mondo laico e anticlericale (e questo era ovvio) ma soprattutto una parte non marginale della Chiesa. Se oggi la conferenza episcopale tedesca e buona parte di quella austriaca sono anche apertamente critiche del pontificato, il motivo è proprio in quel discorso del dicembre 2005, acqua ghiacciata sull’interpretazione rivoluzionaria del Vaticano II. Ebrei e mussulmani. Meno teologica e più facile da comprendere l’avversione del mondo mussulmano e di quello ebraico nei confronti del pontefice. Il discorso di Ratisbona incendiò subito l’Islam. La liberalizzazione del rito antico, che ha rispolverato la formula sulla conversione degli ebrei, il recupero della comunità lefebvriana (il vescovo negazionista, ma tutti erano sospettati di dottrina antisemita), l’annuncio prima di recarsi in Sinagoga della beatificazione di Pio XII hanno creato un solco profondo fra Benedetto XVI e i rabbini di tutto il mondo. Protestanti. Occasioni dirette di scontro non sono state così evidenti. Ma certo non è stato gradito il percorso di avvicinamento e perfino di apertura al rientro degli anglicani in seno alla chiesa cattolica romana. La Costituzione apostolica messa punto dal cardinale William Levada per l’occasione seguiva infatti una richiesta avanzata dalle comunità anglicane più tradizionaliste spaventate per l’apertura dell’ala liberal verso l’ordinazione di donne e omosessuali dichiarati. Più che come un gesto di comunione così quell’apertura del Papa è stata interpretata come un vero e proprio progetto scismatico sulla chiesa anglicana. Tutto questo teme la Curia, con cui peraltro il papa ha scarsissimi rapporti: gli unici che frequenta settimanalmente e da cui Benedetto XVI coglie umori di palazzo e apprende notizie dal mondo sono infatti il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il cardinale Giovanni Battista Re e il ricordato cardinale Levada. Altre cose arrivano sulla scrivania di Padre Georg grazie a una rassegna stampa filtrata dalla segreteria di Stato e che non sempre giunge nelle mani del Pontefice. Ma anche se a gocce e filtrato da racconti altrui, il Papa conosce bene quel che sta avvenendo nel mondo e nella Chiesa. Un vescovo gli ha riferito anche parole allarmate scritte in una lettera privata dall’ex presidente del Senato, Marcello Pera: “come è possibile che un miliardo di cristiani assistano in silenzio ed impotenti al tentativo di distruggere il Papa, senza rendersi conto che dopo questo non ci sarà più salvezza per nessuno?”. Certo, Benedetto XVI vive con dolore i fatti avvenuti nel suo gregge perché ne è il pastore. Ma non è preoccupato dell’assedio. Come ha ripetuto a chi ha incontrato anche in questi giorni: “è solo Cristo che assedia la Chiesa”.

Bertolaso a confronto con Prodi in Umbria ha fatto davvero il miracolo!


Quanti dei 22.604 sfollati del terremoto in Umbria del 26 settembre 1997 un anno dopo hanno avuto sistemazione in una casa? Nemmeno uno. E alla data del 26 settembre 1999, a due anni esatti dal sisma? A quella data era stata consegnata una abitazione, una villetta in legno, a 28 famiglie sulle 9.285 colpite dal sisma. Un ano dopo, e cioè a tre anni dal sisma, risultavano consegnati alloggi alternativi a 821 nuclei familiari dei 9.285 originari. Per mesi i terremotati umbri hanno vissuto in tenda, poi sono arrivati i container. E quelli sono restati per anni. Al 31 dicembre 2009, e cioè dodici anni e tre mesi dopo il sisma, ancora 8 famiglie vivevano nei containers.
In Abruzzo gli sfollati hanno toccato la vetta di 67.459 persone, 35.690 delle quali sistemate in tendopoli, gli altri in hotel e case private. Otto mesi dopo in tenda non c’era più nessuno. A un anno dal terremoto il problema di una abitazione permanente riguarda solo 1.750 persone che in gran parte hanno visto classificata la loro abitazione come inagibile dopo il mese di agosto 2009. Non sono né in tenda né per strada: ospiti in albergo o in alloggi temporanei ad affitto agevolato. Tutti gli altri hanno avuto sistemazione in una vera casa, spesso costruita a tempo record. Quelle previste nel progetto C.a.s.e. (complessi antisismici sostenibili e ecocompatibili) sono state tutte realizzate e consegnate: 4.449 abitazioni completamente arredate per 15 mila persone. In più il progetto Map, villette in legno, previsto per 8.500 persone, è già stato realizzato in ampia parte e consegnato a 5.700 persone. Tanto per fare un raffronto, le prime villette in legno in Umbria hanno iniziato a sostituire i containers solo nel 2001, a quattro anni esatti dal terremoto. L’Osservatorio sulla ricostruzione della Regione Umbria così dopo mesi descriveva il “successo”: “Noi che sappiamo cosa significa aver paura della  terra che trema, noi che dormiamo fuori anche se le nostre case sono agibili, invidiamo "la gente dei container", loro non devono preoccuparsi più della terra che trema, hanno un'abitazione sicura. Poi il tempo passa, la paura si attenua, allora i container sono sì un ambiente sicuro e protetto ma piccolo, caldo in estate e freddo in inverno (…)Passano gli anni, e aumenta il disagio di vivere nel container, ma stanno per arrivare le casette di legno, e le case in muratura ed altre soluzioni alternative al container. Entro il 2001 i villaggi di container vengono trasformati in villaggi fatti prevalentemente da casette molto più confortevoli e per molti il container resta solo un ricordo, per i più piccoli l'unico ricordo della propria abitazione per molti vecchi l'ultimo ricordo e per molti il ricordo di un forte disagio ma un grande insegnamento: tutti possiamo vivere con molto meno di ciò che abbiamo”. Cioè quattro anni in una stamberga di latta che diventa una ghiacciaia di inverno e un forno di estate, e bisognava pure ringraziare il governo di Romano Prodi, quello di Massimo D’Alema, quello di Giuliano Amato e la giunta rossa umbra perché vivendo da clochard si poteva scoprire che “tutti possiamo vivere con molto meno di ciò che abbiamo”. Altro che rivolta delle carriole, ci sarebbe stata da fare. Ma laggiù nessuno è stato così sciacallo da mettersene alla testa e organizzarla. Bisogna avere anche lo stomaco per fare cose così, e nel centro destra nessuno se l’è sentita di speculare così sui guai dei terremotati.
In Umbria l’unica cosa che tentarono di fare subito era la concessione di contributi diretti per la riparazione di edifici privati attraverso programmi denominati di “ricostruzione leggera”, ma anche lì l’amore smodato della sinistra di governo per la burocrazia mandò gambe all’aria l’intero progetto. Ecco come lo spiega la relazione stessa dell’Osservatorio: “Dopo la presentazione, entro i termini, delle domande e la pubblicazione, in fasi successive, di quelle finanziate, è iniziata, nel periodo aprile-agosto 1998, la progettazione degli interventi da concludersi entro novembre 1998 (120 giorni dalla pubblicazione). Tale termine è stato prorogato per consentire l’integrazione dei progetti ed è stato fissato a febbraio 2000 il termine ultimo per il rilascio delle concessioni contributive”. Quel che si poteva fare in pochi mesi è stato così sbloccato solo in due anni e mezzo. Nel solo comune de L’Aquila a un anno dal sisma hanno già ricevuto senza tante pastoie burocratiche contributi definitivi per riparazione e ricostruzione simile a quella “leggera” dell’Umbria 6.242 persone sulle circa 9 mila che avevano fatto domanda. Altre 27.316 persone hanno ricevuto il cosiddetto “Cas”, contributo di autonoma sistemazione che può arrivare fino a 700 euro al mese.
Per arrivare a qualcosa di vagamente paragonabile a quello realizzato finora in Abruzzo per l’Umbria ci è voluto più di un lustro, e non è stata quella la gestione più scandalosa di una ricostruzione post terremoto in Italia.

Epifani tira la cinghia. La crisi morde anche i conti della Cgil. E Vodafone le lancia una ciambella


La crisi finanziaria ha colpito anche la Cgil, facendo franare per colpa della cassa integrazione e della disoccupazione quel monte-premi sicuro delle trattenute sindacali automatiche che da sempre tiene in piedi i conti del primo sindacato italiano. Per questo nel 2009 Guglielmo Epifani e i suoi stretti collaboratori hanno dovuto tirare la cinghia con un piano di ristrutturazione interna che ha tagliato costi e personale della Cgil ricavando però risorse da destinare alla nuova missione: “l’attività politica”. Lo rivela un documento riservato interno sulle finanze della Cgil compilato da uno dei suoi massimi dirigenti, Enrico Panini, segretario confederale con delega anche sulle politiche amministrative e finanziarie. Primo punto del documento proprio l’effetto della crisi sui conti Cgil: “l’esplosione della cassa integrazione”, scrive Panini, “ comporterà una riduzione delle risorse per gli effetti che essa produce sulle deleghe sindacali; alle conseguenze che deriveranno dal mancato rinnovo di tanti rapporti di lavoro precari; agli effetti della riduzione dell’occupazione. A tutto ciò si devono aggiungere  diverse questioni relative al tesseramento. Basti ricordare che stanno andando in pensione generazioni con rapporti di lavoro a tempo indeterminato e con retribuzioni alte, che vengono sostituite con nuovi iscritti che sono, quando va bene, all’inizio della loro carriera o che hanno rapporti di lavoro discontinui. Contemporaneamente nel passaggio attivi/pensionati perdiamo ogni anno migliaia di deleghe che non passano allo SPI”, e cioè al sindacato pensionati della Cgil. Proprio quello pizzicato a Piacenza a riparare a questa caduta di consensi con falsi tesseramenti. Le tessere dei pensionati ammontavano per la Cgil a oltre 13 milioni di euro nel 2008, ma si sono ridotte a 10,8 milioni di euro nel 2009. La situazione finanziaria preoccupa molto i massimi dirigenti Cgil, tanto è che Panini spiega: “dobbiamo cominciare a fare i conti – per la prima volta dal dopoguerra – con una consistente riduzione delle entrate che durerà per un periodo non breve”.
Il piano messo a punto nel 2009 prevede taglio dei costi a tutti i livelli come è avvenuto nelle aziende. E’ un sindacalista a scrivere, ma sembra di leggere un top manager di qualche multinazionale: “in alcuni casi viviamo decisamente sopra le nostre disponibilità, o assumiamo impegni di spesa non coperti adeguatamente, e tutto ciò è inaccettabile. Registro, inoltre, per la totale assenza di una cultura di sistema nelle nostre politiche sull’uso delle risorse, sprechi molto consistenti”. Panini ricorda come la prima riorganizzazione sia avvenuta nel settembre 2008 con la creazione di una rete telefonica Cgil che ha fatto risparmiare 50 mila euro con il passaggio da Tim a Vodafone su tutto il territorio nazionale eccetto la Lombardia (lì le penali di Tim per la rescissione anticipata dei contratti sarebbero state molto alte), sostituendo con un solo contratto ben 700 tipologie contrattuali diverse “che semplicemente comportavano il fatto che a parlare fra di noi ognuno di noi spendeva una follia”. Altri tagli di spesa con la riorganizzazione dei Caaf: “Attualmente abbiamo in uso, per compilare un 730 uguale in tutt’Italia, ben cinque applicativi fiscali. Il solo costo di manutenzione ordinaria è stimato, per difetto, in due milioni di euro ogni anno. Risorse letteralmente buttate dalla finestra. Abbiamo circa 90 società fiscale, oltre a quindici Caaf regionali. La sola decisione di ridurre in modo significativo le società fiscali comporterebbe un risparmio stimato fra i dieci ed i quindici milioni di euro all’anno. Considerate che il numero delle società fiscali che chiudono in rosso i loro bilanci sta aumentando e che il Governo sta scaricando costi consistenti sui servizi fiscali. A fronte di una situazione che si fa più difficile noi continuiamo  a buttare risorse dalla finestra quando si potrebbe evitare”. Altre misure immaginate, oltre a quello dell’aumento dei contributi per allargare le entrate, anche il controllo delle spese per abbonamenti a riviste e libri vari e sui viaggi dei dirigenti del sindacato ( il taglio solo qui nel 2009 è stato di 320 mila euro) e perfino la riduzione delle spese per il personale: “un deciso contenimento dell’organico del Centro confederale, con una migliore organizzazione, una progressiva riduzione del personale investendo all’interno di questa riduzione su una presenza di compagne e giovani”.  Aboliti i 100 mila euro circa che si spendevano ogni anno per tradurre i documenti Cgil nelle regioni bilingue: anche in Alto Adige se li leggeranno ora in italiano. Tagliati del tutto nel 2009 i 100 mila euro di finanziamento assicurato ad organizzazioni dei consumatori come Sunia e Federconsumatori.
In questo quadro di lacrime e sangue, anche a costo di sacrificare i lavoratori interni del sindacato, sono state trovate risorse per la nuova missione Cgil, chiamata “investire sulle politica”. Sui questo piatto che non dovrebbe apparire nel menù tradizionale di una attività sindacale Epifani ha gettato nel 2009 una fiche consistente: “+ 720 mila euro in iniziative, dalla conferenza di programma a manifestazioni nazionali e incremento delle risorse per l’attività relativa ad immigrazione e disabilità”. Secondo il documento interno “che il ruolo della CGIL in questa fase richiede di indirizzare molte più risorse verso l’iniziativa politica. Ma dare attuazione alle nostre decisioni sul versante politico comporta una destinazione consistente di risorse sulle voci relative all’iniziativa politica e ciò dovrà essere previsto, salvo cambi di fase non preventivabili ad oggi, per più anni”.

La Bonino si vendica e disattiva il bancomat della Cgil


A vederla così sembra quasi una perfida vendetta contro il Pd che non l’ha supportata a dovere nel Lazio. Assegnato in commissione Lavoro, stampato il 2 aprile a pochi giorni dal verdetto delle regionali, è piombato come un missile su palazzo Madama il disegno di legge di Emma Bonino e dei radicali (a firma Donatella Porretti e Marco Perduca) di riforma dei sindacati. Missile vero per Cgil e Cisl e Uil perché oltre a obbligare tutte le confederazioni sindacali a una certa democrazia interna e a una trasparenza di bilancio identica a quella delle società per azioni il ddl radicale stabilisce il divieto “di ogni trattenuta sindacale, anche se derivante da contratto di lavoro”. Alla Cgil e a tutte le altre confederazioni quindi si potrà aderire come a un partito politico o a un club: solo su base volontaria e con versamento diretto. Una tragedia per tutti i sindacati, visto che i loro bilanci custoditi gelosamente nel segreto delle confederazioni (salvo sintetiche note pubblicate) si reggono in gran parte proprio su quelle trattenute sindacali automatiche contrattate più che con i lavoratori con i datori di lavoro. Nel bilancio 2008 della Uil i proventi da tesseramento ammontavano a 11,2 milioni di euro, oltre a 2,3 milioni di crediti da tesseramento. Nel documento contabile della Cisl per lo stesso anno sono indicati 19,7 milioni di euro di ricavi per “quote di tessere annuali di competenza confederazioni” e nello stato patrimoniale fra le attività 28,5 milioni di euro di “crediti per tessere”. In quello Cgil del 2006, l’ultimo reso pubblico i ricavi da tessere erano in tutto 22,9 milioni di euro e i crediti alla stessa voce verso le strutture ammontavano ad altri 3,9 milioni di euro. Ma tutte queste somme sono da considerare per grande difetto, perché quelle poche note inserite nei prospetti di bilancio resi pubblici non fotografano la verità sindacale. Potrebbe farlo un eventuale bilancio consolidato che non esiste, ma che così comprenderebbe tutte le strutture territoriali e di categoria dei sindacati. Si pensi che il reale fatturato della Cgil e spa secondo stime rese pubbliche e non smentite ufficialmente è assai più vicino al miliardo di euro che non a quella trentina di milioni indicati nei prospetti del bilancio nazionale. Più della metà di quel giro di affari dovrebbe arrivare proprio dalle trattenute sindacali dirette sui 5,7 milioni di iscritti Cgil dichiarati nel 2009. Abolire la trattenuta sindacale automatica è proprio come togliere il bancomat ai sindacati, Cgil in testa. Così invece della cassa continua da cui prelevare rischierebbero davvero la bancarotta. Perché la volontarietà del contributo diretto costringerebbe ogni volta i tesserati anche più affezionati a riflettere su cosa possano ricevere in cambio di quel gettone generosamente erogato.
Il ddl Bonino prevede il riconoscimento della personalità giuridica dei sindacati in cambio della quale si stabiliscono norme per la democrazia interna e obblighi di trasparenza. Nello statuto dei nuovi sindacati debbono essere indicati “gli organi dirigenti e le relative competenze, le procedure per l’approvazione degli atti che impegnano il sindacato, i diritti e i doveri degli iscritti, la previsione di un bilanciamento delle presenze di genere negli organi collegiali nella misura massima dei due terzi e la garanzia di presenza delle minoranze negli stessi, le misure disciplinari adottabili e le corrispondenti procedure di ricorso”. Si stabilisce l’obbligo di redazione e pubblicazione del bilancio annuale del sindacato, corredato di nota integrativa secondo quanto stabilisce il codice civile per le società per azioni. E’ obbligatoria la pubblicazione del bilancio entro il 30 giugno di ogni anno “si almeno tre quotidiani a diffusione nazionale e corredato da una sintesi della relazione sulla gestione e della nota integrativa”. In caso di violazione di questi obblighi di trasparenza oltre a una sanzione amministrativa pecuniaria compresa fra 50 mila e 500 mila euro ai sindacati inadempienti con decreto verranno sospese le “contribuzioni a favore del sindacato o dell’associazione”. Dopo norme di agevolazione fiscale per le libere contribuzioni detraibili dalla dichiarazione dei redditi dei contribuenti fra 100 e 100 mila euro e l’esenzione fiscale per le attività sindacali proprie, arriva la mazzata dell’articolo 5 sulle trattenute sindacali: “A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge è vietata ogni forma di trattenuta sindacale, anche se derivante da contratto di lavoro. Il pagamento delle quote associative ai sindacati da parte del lavoratore dipendente o autonomo avviene attraverso diretto versamento volontario. La legge 4 giugno 1973, n. 311, è abrogata”. Un testo chiaro e netto, che sicuramente risulterà indigesto al Pd, ma che farà convolare a nozze il Pdl rischiando così grazie ai radicali di fare trovare in Parlamento la stessa maggioranza che si è trovata in commissione di vigilanza per applicare radicalmente al par condicio in questa campagna elettorale facendo sospendere tutti i talk show.

Caso pedofilia, Papa sotto tiro per portargli via qualche miliardo di euro

C’è una sola cifra ufficiale fino ad oggi rivelata sull’entità dei risarcimenti che la Chiesa americana ha dovuto pagare per i casi di pedofilia. E’ contenuta nel rapporto stilato dalla John JAY College of Criminal Justice per la conferenza episcopale americana. Fino al 2002 ha censito pagamenti totali per 572 milioni di dollari, 499 effettuati direttamente dalle diocesi coinvolte e 72,3 sopportati da ordini religiosi. Al rapporto ogni anno vengono allegati i nuovi risarcimenti ottenuti con trattativa diretta e talvolta anche in seguito a veri e propri processi: il costo totale sopportato dalla Chiesa americana fino ad oggi si avvicina al miliardo di dollari. Ed è una cifra calcolata per difetto: molte diocesi hanno perferito tenere segreti i patteggiamenti su casi che non erano esplosi sulla stampa locale. D’altra parte bastano già i casi censiti ufficialmente: sono ben 4.392 nei soli Stati Uniti i sacerdoti o i religiosi accusati di pedofilia. Per ognuno di loro su un database pubblico all’indirizzo Internet http://app.bishop-accountability.org è archiviata tutta la documentazione raccolta negli anni. Lì da anni sono depositati tutti i documenti relativi al caso di padre Murphy della diocesi di Milwaukee. Anche i carteggi fra gli arcivescovi e il cardinale Tarcisio Bertone, all’epoca segretario della Congregazione della dottrina della Fede. Quel che sta agitando in queste ore il New York Times non è dunque uno scoop giornalistico: gli avvocati di cinque vittime degli abusi sessuali hanno fornito documentazione che era ampiamente pubblica (addirittura on line) e pubblicata dalla stampa locale. Perché allora imbastire una nuova campagna sulla base di documenti editi, già discussi e che fra il 2002 e il 2004 avevano ricevuto spiegazioni e versioni dei diretti interessati (anche queste archiviate)? Il motivo è facile da intuire, senza correre dietro a troppi complotti difficili da dimostrare. Il grosso dei casi di pedofilia negli Stati Uniti è stato gestito da cinque studi legali con sede principale in America e ramificazioni internazionali. Alcune di queste law firm hanno preso la difesa di vittime di presunti abusi sessuali da parte della Chiesa anche in Irlanda. Non è noto, ma è possibile che qualche studio stia valutando anche i casi tedeschi. Fino ad ora i cinque studi legali principali hanno ottenuto dalle trattative sui risarcimenti con le varie diocesi americane 43 milioni di dollari di fatturato, e non capita naturalmente tutti i giorni. Una cifra rilevante, che rappresenta la parte principale di una torta da 65 milioni di dollari (il resto è diviso fra singoli studi legali di provincia). Ma il monte-risarcimenti finora è stato contenuto proprio dalla decisione di delegare le trattative ad ogni singola diocesi. Anche quando le Conferenze episcopali hanno affrontato la piaga della pedofilia con pubbliche scuse, la linea dei legali di parte è stata quella di addossare la responsabilità ai singoli al massimo riconoscendo le colpe dei vertici di alcune diocesi, subito rimossi. Una linea che finora è riuscita a fare limitare i danni e anche l’entità stessa dei risarcimenti. Alzare il tiro sul Vaticano e ottenere un’ammissione di responsabilità da parte delle più alte gerarchie o addirittura da parte del Pontefice, farebbe lievitare sensibilmente il monte-cause, probabilmente provocando la bancarotta dello Stato del Vaticano. Non sono in pochi a ritenere che il pressing straordinario che si verifica in queste settimane abbia innanzitutto ragioni economiche. Gli interessi sono notevoli, e non solo quelli degli studi legali. Negli Stati Uniti in bancarotta o quasi è già andata negli anni passati la diocesi di Boston. Per fare fronte alle cause già definite, ai patteggiamenti e alle cause di pedofilia ancora in corso, ha dovuto mettere in vendita uno a uno gli immobili di un patrimonio che era stato valutato in 500 milioni di dollari. Con la pistola alla tempia e la necessità di fare cassa, è stato venduto più o meno alla metà del suo valore. C’è addirittura un gruppo imprenditoriale nato e cresciuto sul business della pedofilia negli Stati Uniti: quello italo-americano dei Follieri. Il giovane erede Raffaello alla fine si è messo nei guai ed è stato arrestato due anni fa con accuse assai pesanti. Ma nel frattempo è riuscito a fare incetta di immobili (anche grazie ad alcune vantate entrature vaticane) dalle principali diocesi coinvolte negli scandali, comprandoli in tre casi in blocco a un prezzo scontato oltre il 50% i valori di mercato e poi rivendendo il tutto con ampio guadagno. Follieri non è l’unico. E a molti fa gola una torta che se il Vaticano venisse messo ko potrebbe valere qualche decina di miliardi di euro.