SOS Magistrati- Gli italiani non ci amano più! Per colpa di Berlusconi...

A seguire i sondaggi non c’è solo Silvio Berlusconi. Da due anni a questa parte quelli sul gradimento sono miele per il presidente del Consiglio italiano che non perde occasione per sbandierarli anche all’estero. Sono fiele invece, quasi un incubo per l’associazione nazionale magistrati guidata da Luca Palamara. Nel direttivo centrale dell’Anm spesso quel dato del 33% di italiani che hanno ancora fiducia nella magistratura veniva citato dalla buonanima del giudice Maurizio Laudi, uno dei magistrati più critici verso la categoria di appartenenza. Quel 33% è apparso come un incubo anche nell’ultimo convegno organizzato da Magistratura democratica il 5 novembre scorso al residence di Ripetta. Lo ha ricordato anche in apertura Rita Sanlorenzo, segretario di Md, descrivendo una “magistratura delegittimata, magistratura che ha perso ormai il consenso dell’opinione pubblica, quello che la sostenne e la supportò negli anni della lotta al terrorismo, negli anni della lotta alla mafia, all’inizio di Mani pulite”. Poi la Sanlorenzo ha provato a farsi coraggio: “la misurazione del consenso è una lente di per sé ingannevole. I magistrati hanno bisogno più che di consenso, della fiducia dei cittadini”. Ma la teoria non sfonda presso i suoi colleghi. Ah i tempi di mani pulite, quando tutto il paese era con noi! Il lamento percorre la magistratura in tutte le sue componenti da mesi e si è fatto lancinante negli ultimi due anni. Facendo scattare l’allarme e cercare le contromisure. Come ha sostenuto durante uno dei direttivi centrali dell’associazione Paolo Corder. Giudice presso il tribunale di Venezia, “occorre un pacchetto di iniziative che possa ridare credibilità alla magistratura di fronte all’opinione pubblica”. E mica è il segno di una profonda autocritica all’interno della categoria. No, perché pochi magistrati pensano che questa caduta radicale di consenso nell’opinione pubblica derivi da comportamenti abnormi di colleghi. In due anni di direttivo centrale dell’Anm solo la buonanima di Laudi ha provato a buttarla lì (ad esempio nel direttivo del 26 giugno scorso a proposito delle intercettazioni disse “Oggi ci si dimentica degli abusi intervenuti in materia, sia per le intercettazioni a strascico che per la loro propalazione all’esterno, e che questi comportamenti hanno fatto sì che larga parte del paese è stufa”). Ma è stato appunto l’unico. Per tutti gli altri la caduta del consenso ha una causa sola: Berlusconi. Anche se quel nome nessuno pronuncia mai direttamente né in pubblico né in privato. La parola più gettonata fra i magistrati è “emergenza democratica”. L’ha evocata Antonio Ingroia al convegno di Md, spiegando che “si può ribaltare il corso degli eventi soltanto ), cercando di creare alleanze interne alla società con le parti più sensibili e consapevoli degli interessi in gioco”. Di “emergenza democratica” ha parlato il segretario di Unicost, Marcello Matera, al direttivo centrale Anm del 17 ottobre scorso: “l’emergenza democratica è tale da imporci di mettere per un momento da parte, in secondo piano, divergenze che ci sono fra noi. Abbiamo tutti la consapevolezza della storia, e non possiamo ignorare che questa fase storica ricorda molto, molto, molto una fase storica che ha interessato la Francia fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Quando con referendum popolare si sono abolite l’assemblea nazionale e le assemblee locali e sono state sostituite da un triconsolato e da prefetti e questori. Solo dieci anni dopo il taglio delle teste della più grande rivoluzione dell’era moderna”. Piacciono ai magistrati i riferimenti storico-letterari che aiutano a drammatizzare ulteriormente. Così al convegno Md Ciro Riviezzo, movimento per la Giustizia e membro del Csm, ha tuonato: “C’è un pensiero unico, siamo in pieno nella logica del pensiero unico. L’opinione avversa non solo viene confutata, ma viene addirittura demonizzata aprioristicamente. Viene esclusa, ritenuta pericolosa. Non dobbiamo aspettare Orwell e il 1984. Ci siamo già dentro”. Usano parole più forti dei politici di opposizione. Ragionano su come ribaltare il corso di Berlusconi e del berlusconismo ormai apertamente, senza finzioni. Francesco Vigorito, giudice del tribunale di Roma, sostiene “Oggi lo stato di diritto è in crisi. Oggi si sostiene che la politica in quanto espressione della volontà popolare sia l’unica forma di democrazia. E lo si dice oggi in una fase in cui la qualità della democrazia ha subito dei colpi perché è cambiato il punto di riferimento generale, la funzione pubblica di governo dell’economia è caduta, c’è stato il passaggio dallo stato sociale allo stato aziendale. Dobbiamo capire che fare, quali sono le vie di uscita. Una domanda che riguarda non solo la magistratura, ma l’intero mondo dell’opinione pubblica progressista. Allora dobbiamo avere più capacità organizzative, fare in modo che la società ci senta come un valore per tutti. E’ un percorso che mai come adesso è urgente compiere”. Ma non sanno come agganciare quella che chiamano “società civile progressista”, non sanno come ritrovare quel consenso popolare senza il quale la spallata diventa difficile. “La magistratura”, dice Giuseppe Santalucia, magistrato di Md alla suprema Corte di Cassazione, “magistratura si trova da un lato compressa da una maggioranza che ha voglia di semplificare il principio di maggioranza decidendo molto di più di quello che è fisiologicamente decidibile, dall’altro si trova esposta ai bisogni di risposta dei cittadini. E quindi ha la necessità di essere efficiente, e quindi necessità di contrastare una maggioranza politica che -come dire- erode spazi”. Il capo del governo, spiega Santalucia, fa ampio uso di popolismo che “critica, ma non dà una risposta, una soluzione quando amplifica la frattura fra il popolo e l’elite. E la magistratura è una delle elite che soffre di più di questa apertura di una frattura populista di una propaganda che si è sempre più rafforzata per la concentrazione dei poteri mediatici in capo a chi detiene ormai da tantissimo tempo il potere politico in Italia. Questo ci espone a una aggressione da cui è assai difficile difendersi”. Anche se la via d’uscita è “riorganizzarsi”, “ridarci efficienza, tornare a fare presa sull’opinione pubblica”, come quasi in coro hanno detto tutti i partecipanti al convegno di Md galvanizzati dalle incitazioni di Stefano Rodotà. E per iniziare ha suggerito un altro membro del Csm, Elisabetta Cesqui: “Dobbiamo combattere quel mantra che ci sta schiacciando, quel sillogismo secondo cui i giudici politicizzati sono di sinistra, per cui tutti i giudici che fanno sentenze contrarie agli interessi di qualcuno sono politicizzati, ergo sono di sinistra”.

Miss Sixty, il marchio che in una notte ha fatto il giro di Europa

Che capodanno, quello di dieci anni fa per Vittorio Hassan, il fondatore di un piccolo impero di moda per giovanissimi. Era il 31 gennaio 1998 quando l’imprenditore abruzzese vendette per un miliardo di vecchie lire a una società lussemburghese, la Fronsac investment holding, i suoi marchi principali: Miss Sixty, Sixty, Murphy & Nye, Energy Refrigiwear, Killah, Baracuta e altri. Il mattino dopo, all’alba del primo gennaio 1999 Hassan e il gruppo Sixty hanno acquistato il diritto di distribuzione di tutti i marchio che fino al giorno prima erano di loro proprietà. A vendere quel diritto è stata una società ungherese, la Pentaflash. Li aveva comprati durante la notte di Capodanno da una società olandese, la Aldrigen Trading and Licensing, che ha sua volta li aveva acquistati da una società di Madeira, la Nightingale Marketing e Commercio. Insomma, una notte da ricordare per Miss Sixty che si è fatta il giro di Europa prima di tornare a casa. Ma quel viaggio dopo dieci anni rischia di costare parecchio ad Hassan, a cui oggi l’Agenzia per le Entrate di Attilio Befera contesta una evasione fiscale di circa 50 milioni di euro negli anni proprio legata a quella rapidissima estero vestizione dei marchi così popolari fra i teen agers. Secondo il verbale della Agenzia delle Entrate infatti quel giro d’Europa è stato realizzato con un solo scopo: trasferire in paesi con forti vantaggi fiscali l’incasso delle royalties sui marchi. Ad avere messo gli ispettori del fisco italiano su quella pista per altro è stato lo stesso bilancio del gruppo Sixty del 1999, in cui vengono pagate alla società ungherese ultima titolare dei marchi 4,7 miliardi di lire di diritti di distribuzione, e cioè 5 volte quanto pochi mesi prima Hassan aveva incassato vendendo gli stessi marchi. Un’operazione che evidentemente non stava in piedi. L’Agenzia delle Entrate ha atteso una volta iniziate le prime indagini che passasse il periodo del condono fiscale a cui le società del gruppo Sixty però non hanno aderito e poi ha iniziato a procedere, pur senza arrivare a scoprire il vero azionista della società lussemburghese a cui quella notte per prima furono ceduti i marchi: era una finanziaria –schermo residente alle Bahamas che era ed è restata anomima. Il verbale di contestazione dell’Agenzia delle Entrate è arrivato nelle settimane scorse alla procura della Repubblica di Teramo (dove è stata trasferita la sede legale, un tempo a Chieti) che con l’aiuto della guardia di Finanza ha aperto un fascicolo penale iscrivendo a registro degli indagati Hassan per dichiarazione infedele (le fiamme gialle hanno escluso l’esistenza di una ipotesi di dichiarazione fraudolenta). Al di là di come procederà il contenzioso fiscale, il caso è il primo di un’offensiva lanciata dal fisco italiano nei confronti del settore del lusso e del fashion, in cui il fenomeno dell’esterovestizione dei marchi e perfino delle società di distribuzione sembra assai diffuso. Qualche preoccupazione comincia a serpeggiare anche fra i grandi gruppi della moda italiana che per altro non stanno attraversando un buon momento di mercato e sono spesso costretti a chiudere attività e ristrutturare i settori di business. Il gruppo Sixty spa ha chiuso il 2008 con un fatturato di 419 milioni di euro e un risultato negativo per 19 milioni di euro dovuto essenzialmente a partite finanziarie straordinarie e alla svalutazione di partecipate per 24 milioni di euro. Il margine operativo era infatti positivo di 18 milioni di euro, anche se in calo rispetto ai 44,8 milioni dell’anno precedente. Nel bilancio non si cita la vicenda dei marchi, ma si dà notizia di una doppia verifica fiscale da parte della Agenzia delle Entrate de l’Aquila. Una relativa al 2003 notificata a dicembre 2008 e una successiva per gli anni 2004-2007 non ancora notificata. Secondo i documenti giunti in società la contestazione riguarda imposte emerse per 21 milioni di euro. Il gruppo Sixty ha presentato istanza di autotutela e annunciato il ricorso per la contestazione notificata, ma non ha operato accantonamenti in bilancio sostenendo “prive di qualsiasi fondamento giuridico” le pretese dell’Agenzia delle Entrate, su consiglio dei consulenti fiscali prof. Giorgio De Nova e prof. Marco Piazza dello studio Biscozzi e Nobili che assistono Hassan.

C'è un pm che vuole ribaltare Berlusconi e tutto tace

Immigrati e intercettazioni telefoniche sono emergenze fittizie. “L’emergenza reale è quella democratica”. Parola di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto a Palermo che sostiene- pur senza citare un nome, che chi oggi è al governo dell’Italia ha “demolito i pilastri dello Stato”, che prima ha “assediato, poi assaltato e occupato per i suoi interessi privati”. Di più, ha favorito per interessi privati l’invasione “di spazi della politica da parte di poteri criminali che hanno penetrato le istituzioni”. Così, secondo la ricetta espressa da Ingroia a un convegno di Magistratura democratica a Roma, oggi i magistrati debbono “riuscire a ristabilire un contatto con la parte migliore della società e dell’opinione pubblica” per “ribaltare il corso degli eventi soltanto mettendo le premesse per la nascita e la crescita una politica con la P maiuscola”. Parole forti, con passaggi ancora più clamorosi, che Ingroia ha pronunciato a Roma al residence di Ripetta davanti allo stato maggiore di Md, a due membri del Csm e a Stefano Rodotà. Il magistrato di Palermo che ha condotto l’indagine su Marcello dell’Utri sostiene che era meglio il rapporto fra politica e mafia all’epoca di Giulio Andreotti: “Nella cosiddetta prima trattativa c’era una politica che- uno Stato, diciamo così, che intrecciava i rapporti con pezzi dei poteri criminali per finalità- diciamo così, di ordine pubblico (quindi politici e non privati). Nella cosiddetta seconda trattativa lo Stato è scomparso e ci sono interessi privati che si siedono al tavolo degli interessi criminali per contrattare privatamente i rispettivi obiettivi”. Ingroia ha esordito nel silenzio generale (e con qualche applauso) spiegando che “Noi abbiamo davanti una sistematica demolizione dei pilastri dello Stato. Cioè quello che rende le cose a mio parere particolarmente drammatiche è che noi non abbiamo una politica che vuole sottoporre la magistratura sotto il controllo della politica. Oggi non abbiamo politica. E non abbiamo Stato. Cioè il ruolo di mediazione, con tutti i difetti e le accentuazioni che la politica svolse nella prima repubblica. Semplicemente non c’è più. Lo Stato e la politica sono stati oggetto prima di un assedio, poi di un assalto, di interessi privati e quindi oggi lo Stato è occupato da interessi privati, che non fanno politica, ma realizzano soltanto i propri interessi”. E ancora, scagliandosi contro le ipotesi di riforme istituzionali appena tratteggiate dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “noi siamo oggi senza politica, ma solo in mano di interessi privati che della politica si sono impossessati. I colpi subiti dallo stato di diritto con l’accentramento del potere dell’esecutivo non sono solo finalizzati a costruire uno Stato secondo un modello diverso da quello istituzionale costruito dalla Corte Costituzionale . Si tratta semplicemente di una scelta nella quale un nucleo di interessi personali e privati ha individuato il potere l’esecutivo come quello che gli consente di fare meglio i proprio interessi. E secondo questi interessi ha modellato un nuovo modello di Stato e un nuovo modello istituzionale.” Ed ecco la ricetta del magistrato anti-Berlusconi: “Dobbiamo riuscire a ristabilire un contatto con la parte migliore della società e dell’opinione pubblica. L’opinione pubblica non c’è più, perché parte di questo disegno è distruggere l’opinione pubblica, trasformandola in soggetti sui quali viene riversato il pensiero unico, la verità unica. Il dispregio dell’opinione altrui, dei fatti: trasformare tutti i fatti in opinioni, in modo che tutto sia opinabile e nulla sia vero. Di fronte a questo quadro, che fare? Avere consapevolezza che si può ribaltare il corso degli eventi…”.

Tasse, gli industriali hanno già avuto troppi sconti. Tocca alle famiglie

La stragrande maggioranza degli italiani, circa il 68% dei lavoratori dipendenti, paga più tasse oggi di tre anni fa. La stragrande maggioranza delle imprese- tutti i grandi gruppi, la maggioranza assoluta di quelli medi e perfino una percentuale consistente di quelle piccole paga meno tasse oggi di tre anni fa. Forse è da questo dato che dovrebbe partire Silvio Berlusconi e con lui il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti prima di prendere una decisione su un eventuale programma di riduzione del carico fiscale. Se urgenza c’è- dati alla mano- non è quella di una riduzione dell’Irap, ma quella di una riduzione dell’Irpef su gran parte dei redditi. Il sistema fiscale oggi in vigore sulle persone fisiche è quello disegnato da Vincenzo Visco nella finanziaria 2007, stravolgendo quell’inizio di riduzione della pressione fiscale avviato da Berlusconi e Tremonti durante la legislatura precedente. Oggi l’Irpef è quella di Visco, nonostante un anno e mezzo di governo Berlusconi. Il sistema di tassazione sulle imprese invece è stato ritoccato al ribasso prima dal governo di centro destra e poi ulteriormente da quello di centrosinistra, che non si può proprio dire sia stato avaro con le imprese e particolarmente con le grandi imprese. Tre anni fa l’aliquota base Irap era del 4,25%. Oggi è al 3,90% che si applica oltretutto su un perimetro più ristretto grazie a nuove norme sulla parziale deducibilità di interessi passivi (deducibili fino a concorrenza degli interessi attivi e l’eccedenza fino al 30% del risultato operativo lordo dell’impresa) e a quelle sulla riduzione del cuneo fiscale per le imprese stabilito con la finanziaria 2008 (si può dedurre 4.600 euro per ogni lavoratore dipendente impiegato a tempo indeterminato nel periodo di imposta- e prima non era consentito farlo). Il reddito di impresa era tassato con l’Irpeg, al 34,5%. Poi è stata introdotta l’Ires, con aliquota del 33%. Oggi l’aliquota Ires è del 27,5%. La tassazione media sugli utili dei primi 25 gruppi industriali italiani era nel 2004 del 42,6%, nel 2008 è stata del 26,6%. Un lavoratore dipendente non può raccontare lo stesso percorso in discesa. Nel 2001 la maggioranza degli italiani votò Berlusconi grazie allo slogan elettorale “Meno tasse per tutti”. Ci fu l’11 settembre, poi il crack Enron, la grande depressione dei mercati azionari e l’operazione fisco leggero non fu possibile così come era stata immaginata. Quando Tremonti vi mise mano, semplificando aliquote e procedendo alla prima riduzione, perse la poltrona su pressing proprio dei sostenitori del taglio all’Irap. Era il 2004, per un po’ non si fece né un taglio né l’altro, poi uno scaglione di riduzione dell’Irpef. Il tempo di assaporare quel caffè al giorno offerto dal fisco italiano, e Berlusconi ha perso le elezioni. Al comando è salito Romano Prodi che ha varato la sua finanziaria dalle cento tasse. Alle finanze comandava il viceministro Visco, che ha stracciato la riformina Irpef di Tremonti, e l’ha rifatta a modo suo intorcigliandosi fra un errore e l’altro. Rimise cinque aliquote Irpef, cancellò il sistema vigente di deduzioni (che abbassano il reddito imponibile) e reintrodusse quello delle detrazioni (togliendo cioè direttamente dalla imposta dovuta). La sua idea era di fare pagare meno tasse ai redditi sotto i 40 mila euro e più tasse a quelli sopra quella soglia. Già alla prima prova della busta paga di gennaio 2007 gli italiani scoprirono che i calcoli erano campati in aria. Il complesso di norme Visco era neutro per i redditi fra i 20 e i 25 mila euro lordi, peggiorativo per tutti i redditi sopra quella soglia. Mancava però ancora un elemento, quello delle addizionali Irpef comunali e regionali. Il servizio Bilancio della Camera aveva per altro già messo in guardia il governo dell’epoca: attenti, perché avendo eliminato le deduzioni, anche a parità di aliquota delle addizionali, queste aumenteranno di 406 milioni di euro, perché senza deduzioni verranno calcolate su un reddito imponibile più alto. Cifra generosa quella prevista, perché in realtà nel 2007 il 75% degli enti locali ha aumentato le proprie addizionali. Risultato? Per avere un beneficio certo dalla riforma Visco i lavoratori dipendenti non avrebbero dovuto guadagnare più di 10 mila euro lordi all’anno. Fra 10 e 15 mila rispetto al 2006 la condizione era neutra o peggiorativa a seconda dei carichi familiari avuti. Sopra i 15 mila nella stragrande maggioranza dei casi i lavoratori italiani dal 2007 pagano più tasse di prima. Come reagì il governo di centro sinistra? Prima dicendo che non era vero nulla. Poi, dopo mesi, riconoscendo l’errore e promettendo “ripareremo”. Ma nulla fu fatto nella finanziaria 2008, e l’errore contribuì alla vittoria elettorale di Berlusconi. Non fu ininfluente per quel successo la promessa di ridurre la pressione fiscale. Ma dopo pochi mesi è scoppiata la crisi dei mercati finanziari. Nella finanziaria 2009 non c’è stato spazio per correggere almeno quell’errore dell’Irpef di Visco. E’ arrivato il decreto anticrisi del novembre 2008: sull’Irpef nulla, ma sull’Irap sì. E’ stato concessa la deduzione del 10 per cento dell’Irap pagata dall’Ires, sulla quota imponibile relativa agli interessi passivi e oneri assimilati (al netto degli interessi attivi) e sulla quota di spese per il personale dipendente e assimilato al netto delle deduzioni già spettanti. Sono argomenti un po’ tecnici ma il risultato è semplice: le imprese che strepitano perché si riduca l’Irap pagano già meno tasse (e hanno già ottenuto in parte quello che chiedono). Le persone fisiche che lavorano (finchè un lavoro c’è) e tacciono, ne pagano di più. Anche un bambino capirebbe dove è più urgente mettere mano per riparare a un’ingiustizia fiscale. Vogliamo aggiungere un altro elemento? Quei capitali ora rimpatriati con lo scudo fiscale a una tassazione di assoluto favore (sulla carta il 5%, ma grazie al buon marketing degli intermediari sostanzialmente allo 0%), apparterranno più a chi chiede “giù l’Irap” o a quella massa silenziosa che guadagna 15, 20, 25 o 30 mila euro lordi l’anno e a cui il fisco ha ingiustamente portato via di più promettendo l’esatto contrario? E allora, non è il caso di pensare prima di tutto all’Irpef? Meditino Berlusconi e Tremonti. Perché l’equità fiscale non può partire da un gesto in questo momento iniquo.

Tremonti e il rigore, Draghi e il rigor mortis

Se c’è un numero da non pronunciare in presenza di Giulio Tremonti è il 47. “Morto che parla”, avrebbe scherzato Totò, ma quel 47 che agita i sonni del ministro dell’Economia è tutt’altro che un fantasma. Anzi, è vivo, vivissimo nonostante i 62 anni di età. Sessantadue anni come quelli portati magnificamente da Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia che nel ’47 è nato il giorno 3 settembre. Sessantadue anni e tre mesi in più di Draghi come quel decreto luogotenenziale del 4 giugno 1947, n.408 che mai nessuno ha abrogato e che stabilì che un Governatore della Banca d’Italia poteva autosospendersi dalle funzioni per assumere provvisoriamente l’incarico di ministro o sottosegretario di Stato. Sembra preistoria: l’Italia repubblicana era ai suoi primi passi, Enrico De Nicola ancora Capo provvisorio dello Stato e quel decreto luogotenenziale- come spesso accade in Italia, era assolutamente ad personam. Tanto che fu soprannominato “decreto Einaudi”. Fu Alcide De Gasperi a volere quella norma, per convincere il Governatore di via Nazionale ad entrare nel suo IV governo. E con l’idea della autosospensione e del possibile rientro nella carica, De Gasperi ci riuscì. Luigi Einaudi divenne ministro del Tesoro e delle Finanze del suo governo e qualche mese dopo anche titolare di quel Bilancio che fu creato apposta per lui. Come stabiliva il decreto luogotenenziale mentre Einaudi provvisoriamente faceva il ministro, le funzioni di Governatore della Banca d’Italia erano trasferite al direttore generale o in caso di suo impedimento al vicedirettore generale (all’epoca ce ne era solo uno, oggi sono tre). Il direttore generale c’era- eccome- e rispondeva al nome di Donato Menichella. Divenne il facente funzioni di Governatore mentre Einaudi provvisoriamente veniva prestato alla politica e siccome in Italia provvisorietà va rima con eternità, Menichella presto si trasformò in Governatore a tutto tondo: nel maggio 1948 infatti Einaudi fu eletto presidente della Repubblica e a quel punto si dimise dalla Banca d’Italia. Storia e non preistoria, perché a turbare Tremonti è proprio il fatto che quel decreto luogotenziale sia stato tirato fuori dai polverosi archivi dall’ufficio legislativo di palazzo Chigi e inserito in una delle cartelle di documentazione destinate al presidente del Consiglio dei ministri. Silvio Berlusconi l’ha letto, ne ha fatto verificare la corrispondenza ai tempi e l’eventuale contrasto con norme successive e ha così appreso che anche oggi il Governatore della Banca d’Italia potrebbe legalmente autosospendersi e assumere un incarico da ministro. Secondo il dossier di palazzo Chigi quel decreto luogotenenziale era già stato tirato fuori dai polverosi archivi nella primavera del 2000, all’indomani delle elezioni regionali e delle dimissioni da presidente del Consiglio di Massimo D’Alema. Molte forze politiche provarono a corteggiare per finire la legislatura un impegno diretto del Governatore di Banca d’Italia dell’epoca, Antonio Fazio. E perché il pressing fosse più convincente si ritirò fuori l’ipotesi di una autosospensione provvisoria dalle funzioni con successiva reintegrazione. Non se ne fece nulla, ma i giuristi concordarono: si può fare. Berlusconi ce l’ha così chiaro che giovedì scorso, telefonando verso la mezzanotte italiana a un parlamentare del Pdl dalla dacia di Vladimir Putin che lo ospitava, ha borbottato la sua irritazione per il “caso Tremonti” e buttato là l’ipotesi di un Mario Draghi superministro dell’Economia spiegando che manco erano necessarie le dimissioni dalla Banca d’Italia perché c’è “il precedente Einaudi”. Una battuta sibilata, certo, di quelle che con i fedelissimi scappano a Berlusconi quando perde la pazienza. E che con Tremonti il premier avesse perso la pazienza è chiaro da numerose testimonianze dei fedelissimi in questi giorni. C’è anche chi lo ha sentito sbottare facendo altre soluzioni: “si sente protetto dalla Lega? Voglio vedere che dice la Lega se al posto di Tremonti io nomino un Giancarlo Giorgetti…”. Ma appunto si tratta di frasi in libertà che segnalano soprattutto la tensione che si è vissuta intorno al caso Tremonti. Berlusconi sa bene che quel rischio Italia sui titoli pubblici si correrebbe davvero sostituendo un Tremonti con un Giorgetti. Cosa che naturalmente non avverrebbe- anzi- in caso di sostituzione di Tremonti con Draghi. Berlusconi apprezza non poco Draghi, e negli ultimi tempi ripete spesso una battuta che attribuisce al Governatore: “Anche io concordo con la politica di rigore, ma se il rigore non si accompagna allo sviluppo rischia di essere solo rigor mortis”. Ma l’apprezzamento al momento non si è trasformato in un’offerta concreta ( e nemmeno in un sondaggio sulla disponibilità di Draghi), con annessa decisione di spodestare Tremonti. Il dossier Einaudi resterà lì sulla scrivania del premier pronto ad essere riaperto alla bisogna. Meglio se dopo le prossime regionali.