Fini e la legalità/ Il presidente della Camera è sotto scacco dell'ex cassiere della dc di Sbardella

C’è un misterioso dossier in cinque capitoli che tiene sotto scacco Gianfranco Fini. Cinque vicende politico-finanziarie che preoccupano da tempo il presidente della Camera dei deputati. C’era un semplice titolo per ognuna di quelle cinque vicende nel messaggio di posta elettronica che a fine novembre 2009 apparve nella casella alla Camera della segretaria particolare di Fini, Rita Marino. A inviarlo un mittente con tanto di nome e cognome: Giorgio Moschetti. Oggi è un libero cittadino, ma per decenni è stato un vecchio lupo della politica nella capitale. Fu il segretario amministrativo della dc capitolina, corrente andreottiana, quando re di Roma era Vittorio Sbardella, detto “lo Squalo”. Nel 1992 Moschetti, soprannominato “Giò er biondo” per la capigliatura splendente (oggi tendente al platino) fu anche eletto senatore. Una fortuna, perché c’era ancora l’immunità parlamentare. Quell’anno scoppiò tangentopoli e il tesoriere della dc romana, insieme al segretario amministrativo del partito a livello nazionale, Severino Citaristi, fu colpito da una gragnuola di avvisi di garanzia e anche di una richiesta di arresto, che il Senato respinse. Per anni fu travolto da inchieste e processi, uscendone fuori definitivamente cinque anni fa, anche ottenendo assoluzioni sui reati più gravi (ad esempio le tangenti Intermetro). Moschetti è appunto un libero cittadino. La sua dc è scomparsa nella notte dei tempi, ma la passione per la politica non è mai venuta meno. Come Sbardella conosceva bene il vecchio Msi. Alla fine degli anni Ottanta diede anche una mano a Fini, su richiesta dell’ex senatore Michele Marchio. Divennero amici, si frequentarono. Lavorarono insieme anche se mai questo rapporto fu reso pubblico. La frequentazione non è venuta meno negli anni Novanta, ed è continuata fino a tempi più recenti. Incontri nella sede di An in via della Scrofa, al ministero degli Esteri, a palazzo Chigi all’epoca di Fini vicepresidente del Consiglio, anche i passi ufficiali raccontano quella lunga frequentazione fra i due. Spesso Fini chiedeva consigli al vecchio amico, altre volte ha utilizzato la sua rete di rapporti e conoscenze per fare crescere il suo partito a Roma. Un ottimo rapporto. Ma nel 2009 qualcosa deve essere cambiato. Per mesi Moschetti chiese un appuntamento al presidente della Camera. Numerose le telefonate con la Marino, sempre molto cortesi. Ma l’appuntamento non veniva mai fissato. Finchè in quel mese di novembre la segreteria della presidenza della Camera chiese alla segretaria di Moschetti di inviare un messaggio di posta elettronica con la richiesta di appuntamento, così sarebbe stato messo in scadenzario e avrebbe avuto una riposta ufficiale. A Moschetti- che chissà come ne era a conoscenza- venne in mente quel misterioso dossier. Scrisse la mail con la richiesta di appuntamento e per motivarlo vi allegò quei cinque titoli, tre che riguardavano personalmente il presidente della Camera e due il suo partito. Cinque titoli che sembrarono la più classica delle parole magiche: una sorta di “Apriti Sesamo” in grado di forzare qualsiasi resistenza protocollare. La mail fu spedita e nemmeno un’ora dopo squillò il telefono nell’ufficio dell’ex tesoriere della dc romana: “il presidente della Camera è lieto di incontrarla nel suo ufficio a Montecitorio la mattina del 7 dicembre prossimo”.
Quel 7 dicembre di primo mattino si spalancarono davvero le porte di Montecitorio per “Giò er biondo”. Fini fu calorosissimo. Non fece alcun accenno al contenuto di quel messaggio di posta elettronica. Fece vedere le foto familiari a Moschetti, le bambine avute con Elisabetta Tulliani, parlò un po’ della situazione politica, scherzò sui microfoni e su un incidente che era avvenuto qualche giorno prima, quello della chiacchierata informale sul pentito Gaspare Spatuzza rubata dalle telecamere a un convegno in cui Fini sedeva a fianco del procuratore capo di Pescara, Salvatore Trifuoggi. L’incontro con Moschetti si stava piacevolmente prolungando, quando fu interrotto da una richiesta ufficiale dei capogruppo dell’opposizione che volevano vedere urgentemente il presidente della Camera per sciogliere un braccio di ferro in corso sulla legge finanziaria. Il tempo stringeva, così Fini chiese subito al vecchio amico: “Allora, Giorgio, che vuoi fare nella vita?”. Moschetti non perse tempo: “Vorrei essere scongelato. Ho passato una vita a occuparmi dei miei processi. Si sono ammalati anche i miei figli per questo. Da cinque anni ho chiuso ogni pendenza giudiziaria. Mi sembra naturale tornare a vivere, ridare dignità alla mia famiglia…”. Fini sorrise: “Che vorresti fare?”. E Moschetti disse che lui non aveva bisogno di soldi, né voleva incarichi politici, ma solo qualcosa per recuperare il prestigio perduto: “Una presidenza, ad esempio. Ho visto che a Giuliano Amato avete dato la Treccani…”. Fini rispose che per certe nomine contava il governo, ma disse che da lì a pochi mesi ci sarebbero state le elezioni regionali e sicuramente sarebbe venuto fuori qualcosa di interessante anche per Moschetti. Gli chiese di pazientare qualche mese, volle avere un giudizio anche sul candidato che stava per scendere in campo per il Pdl nel Lazio, Renata Polverini. Moschetti rispose: “a dire il vero non la conosco. L’ho vista come tanti qualche volta in tv. Mi raccomando però non fare lo stesso errore del mio amico  Gianfranco Bettini che si è trasformato in un campione dell’antipolitica candidando per ben due volte un giornalista alla guida della Regione Lazio”. Fini sorrise, cominciò a raccontare delle difficoltà del quadro politico. Gli disse che aveva visto da poco Pierferdinando Casini, Francesco Rutelli e Bruno Tabacci e fece una battuta che colpì Moschetti: “Sai, Giorgio… qui vogliamo rifare la tua dc…”. Il presidente della Camera raccontò al suo interlocutore che comunque il quadro politico era destinato a un vero e proprio terremoto: “dopo le regionali cambierà tutto”. Fu a quel punto che bussò alla porta la fedelissima Marino: “Presidente, ci sono i capigruppo dell’opposizione che la aspettano”. Fini cortesemente si congedò, ma promise affettuosamente all’interlocutore che si sarebbe mantenuto in contatto con lui “per quelle cose che ci siamo detti”. Dopo quell’incontro Moschetti e Fini si sentirono ancora il 18 gennaio 2010 e durante la campagna elettorale per le regionali. Poi sui rapporti fra i due è calato il silenzio. Non sul dossier in cinque capitoli, che resta sospeso sul capo della politica romana. Ma che cosa c’era di tanto importante per Fini in quei capitoli? Non c’è speranza di ottenere informazioni dirette da qualcuno dei protagonisti. Negherebbero uno di avere inviato il messaggio di posta elettronica e l’altro di averlo ricevuto. Solo l’incontro del 7 dicembre non può essere smentito. Forse per capire di più questo giallo che sta alimentando la politica italiana, basterebbe ripercorrere passo dopo passo venti anni di frequentazioni fra Fini e Moschetti. Lì potrebbe esserci se non la risposta la traccia giusta per provare a comprendere quel dossier in cinque capitoli. E allora iniziamo questo viaggio nella memoria. Tornando a un caldissimo giorno di agosto del lontano 1991. L’8 agosto 1991. Piazza del popolo, a Roma. Ristorante dal Bolognese. C’è un tavolo prenotato e stanno arrivando gli ospiti. Il primo ad arrivare è un giovane politico missino, Gianfranco Fini. Il secondo è Giorgio Moschetti, cassiere della dc romana di Vittorio Sbardella. Il terzo è il leader del Msi romano, il senatore Michele Marchio. A dire il vero c’è anche una quarta persona, all’epoca meno nota. E’ lui che ha guidato fin lì l’auto di Marchio, di cui è fedele assistente. Un giovane promettente, destinato a fare carriera. Si chiama Francesco Storace… 1- continua
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