Il titolo del Giornale contro Tremonti? L'ha fatto Berlusconi. Parola di Verdini



C’è una parola proibita giovedì mattina alla Camera dei deputati: Giulio Tremonti. E’ una parola magica per fare chiudere a doppia mandata tutte le porte. Eppure in aula si parla proprio di lui: stanno discutendo e votando il Documento di economia e finanza (Def) che porta la firma del ministro dell’Economia insieme a quella del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nessuno dei due autori però appare a Montecitorio. E l’assenza, in un momento così, più che parlare grida. Ma quel nome ieri era vietato farlo. Proibitissimo nelle fila del pdl. Chi si avvicina a Marco Milanese, deputato campano e primo assistente del ministro dell’Economia sente sibilare una sola frase: “E’ nero, nerissimo”. Tutti capiscono, e vanno al titolo sulla prima pagina del Giornale di ieri, “Tremonti aizza la Lega”. Ma perfino lui il nome del ministro non lo pronuncia. Ammutolisce subito Osvaldo Napoli, vicepresidente del gruppo parlamentare, uno che di solito devi imbavagliare per farlo tacere un attimo: “E’ arrivato l’ordine”, spiega sottovoce, “e del caso Tremonti nessuno di noi deve parlare. Bisogna sopire, fare calmare le acque...”. Ha ragione lui. Ecco Daniela Santanchè, inconfettata in un alone fucsia, dall’abitino con vistoso spacco, alla borsetta alle calze a rete: “Tremonti? Ah, no, io di questo non parlo assolutamente. Nemmeno con la tortura mi strapperete una parola”. E alla tortura la poveretta si rassegna, perché sfuggire al giornalista le costa caro. Una sorta di polipo l’agguanta e se la prende sotto braccio non mollando la presa per dieci minuti. E’ l’uomo simbolo dei responsabili, Domenico Sicilpoti. E’ alto come una gamba della Santanchè, poveretto, e sta lì aggrappato  e gongolante come una luna piena a difenderla dalle domande indiscrete. Poco più in là c’è un ministro giovane e informale come Giorgia Meloni. Non si trincera dietro l’ordine di scuderia. Ma il risultato è lo stesso: “Lei fa il suo lavoro. E io il mio: non mi interessa dirle nulla sul caso Tremonti”. Sarà che “il caso non esiste”, come sostiene il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi, ma l’assordante silenzio rimbomba dappertutto. C’è perfino un ex vice Tremonti come Nicola Cosentino. Lui quei dissidi li ha vissuti da vicino, qualcosa sa. E’ gentile, ma lapidario: “non me ne importa nulla. Ho altro a cui pensare”. E infatti si acquatta sui divani di un corridoio di Montecitorio, trascinandosi un assessore della Regione Campania e il fedelissimo presidente della provincia di Napoli, Luigi Casero. Fuori le agende, e via a organizzare la campagna elettorale da quelle parti: il 6 a Napoli, il 7 a Benevento, poi Pozzuoli. E Cicchitto? Dove parla Cicchitto? Ah, “in un hotel con al massimo 350 posti così siamo sicuri di riempire la sala”.
Per rompere la consegna del silenzio ci vuole uno che se ne frega. C’è, c’è, anche nella caserma Pdl. Basta sentire il vocione in mezzo al cortile di Montecitorio. Denis Verdini è lì a vaticinare ai fedelissimi il risultato delle prossime amministrative. Fulmina Lupi che gli chiede risorse per gli ultimi sondaggi: “mancano quindici giorni, sono soldi buttati via!”. Tira le orecchie a chi sembra scettico sul risultato di Milano. E sciorina sondaggi che non possiamo riportare per legge, ma che dicono che Pdl e Lega sono già maggioranza in consiglio e che Letizia Moratti è in grado di farcela al primo turno. Spiega a Vito Bonsignore le regole dei prossimi congressi Pdl: “tesseramento che peserà al 70 per cento. E che deve essere chiuso inderogabilmente entro il 31 luglio”. Assicura Gateano Pecorella che si è ricordato di quella commissione che aveva promesso di fare. E finalmente si concede al cronista sul caso Tremonti. Prima sentenza: “sì, il caso esiste. Ma è un po’ amplificato dai media e da chi ha qualche interesse in ballo”. Poi la domanda la fa Verdini: “Secondo te chi l’ha fatto quel titolo sulla prima pagina del Giornale?”. E chi l’avrà fatto? Il direttore? Il vicedirettore? “Ma noooo! L’ha fatto Berlusconi di suo pugno…”. Povero Verdini. Non sapeva che proprio in quell’attimo le agenzie battevano la dichiarazione ufficiale del premier con cui prendeva le distanze dal quotidiano. Ma lui è convinto, convintissimo: “è solo questione elettorale. Il Pdl sat recuperando sulla Lega e c’è un po’ di nervosismo in giro. Ma poi si appiana”. Sui giornali scrivono che Tremonti sia irritato per l’appoggio a Mario Draghi alla Bce… “Cazzate”, le liquida perentorio Verdini, “ma ti sembra? Soluzione ideale per Tremonti che si toglie Draghi dalle balle…”. Dopo tanto silenzio, una parola chiara. Gli altri tacciono. Raffaele Fitto preferisce buttarsi sorridendo in un capannello dove svetta un Pierferdinando Casini di ottimo umore: “dai, che anche tu sei dei nostri, vieni qui ad organizzare il dopo Berlusconi!”. Il povero Fitto finisce così dalla padella alla brace. E sbianca insieme al sopraggiunto Altero Matteoli quando Casini sale di tono in modo che tutti lo sentano: “così facciamo un po’ di pulizia di certi vecchi babbioni…”.
Ma ecco, in un angolo l’uomo-miccia del Pdl. Giorgio Straquadanio, l’incendiario più noto del Transatlantico. Lo penseresti lì intento a vuotare barili di benzina sulle fiamme che divampano, e invece anche lui pompierissimo. Di più: sembra il direttore della Pravda dei bei tempi. “Berlusconi contro Tremonti? Falso, falsissimo”. Per darsi un tono ancora più credibile sfodera il suo telefonino e mostra un sms di Alessandro Sallusti, che fa saltare un appuntamento con lui a Milano: “scusa, ma sono andato fuori, perché se mi prende Silvio…”. All’occhio del cronista non sfugge la data, un po’ passatella… Ma è chiara l’antifona. Fatta la domanda, bisogna ascoltare venti minuti di lodi sperticate al tremontismo che è la filosofia economica pura del berlusconismo. Al povero lettore la risparmiamo. Poco più in là c’è Milanese che spiega a un giornalista de La Stampa che anche questa volta l’incendio verrà domato, perfino sulla guerra in Libia: “La Lega preparerà la sua mozione imponendo al governo che mai e poi mai si invieranno là truppe di terra. Al massimo questi 7-8 aerei a sganciare qualche bombetta. Sarà un successo politico per Umberto Bossi…”. Amen. Il caso è chiuso.
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