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Berlusconi e Geronzi in lite per un parcheggio

A vederli insieme tutti sorrisi, carinerie e complimenti nella recente cena a casa di Bruno Vespa, nessuno l’avrebbe mai immaginato. Eppure Silvio Berlusconi e Cesare Geronzi, dopo anni di frequentazione, lavoro comune e perfino amicizia, sembrano lì a litigare come due vicini di casa pronti a rinfacciarsi il regolamento condominiale. E la lite è proprio un classico: per un parcheggio. Non che uno abbia occupato il posto dell’altro senza averne diritto, ma l’occasione non è dissimile. L’utilizzatore del parcheggio è Berlusconi, Geronzi è il parcheggiatore. Il motivo della lite è proprio nella tariffa oraria applicata: davanti al parcheggio c’era scritta una somma, alla cassa invece Geronzi ha applicato una tariffa assai superiore. In casa Berlusconi qualcuno ha guardato gli scontrini, se ne è accorto e adesso rivuole indietro la supertassa applicata senza avviso. Detta così è semplice, ma l’affaire è assai più sostanzioso, perché in ballo ci sono circa 300 mila euro. Quando infatti dovevano prendere gli aerei privati a Linate, Berlusconi, familiari e manager del gruppo Fininvest erano soliti parcheggiare nell’attiguo centro direzionale di Milano Due. Il parcheggio è di proprietà della Generali Immobiliare sgr del gruppo Generali presieduto proprio da Geronzi. Visto che ce ne era bisogno quasi ogni giorno, i posti auto sono stati affittati per tutto l’anno dalla Silvio Air (Alba servizi aerotrasporti). Arrivavano le fatture, e Silvio pagava. Fino al controllo: in dieci anni Generali avrebbe addebitato 300 mila euro di troppo. Così il 24 febbraio scorso è stata spedita a Geronzi una lettera di formale contestazione: “restituiscimi la tassa extra sul parcheggio”. E se a casa Vespa non si è trovata l’intesa, qui si rischia la carta bollata…

DinosauRAI, quelli che si piazzano sulle tv di viale Mazzini e non li scollano più

Michele Santoro è il conduttore più longevo della storia della Rai e probabilmente della stessa televisione italiana. Soprattutto è il giornalista che da più anni fa sempre lo stesso programma, cambiando di tanto in tanto il nome e la scenografia dello studio (e per un triennio anche azienda, buttandosi fra le braccia del “nemico” Silvio Berlusconi). E’ passato quasi un quarto di secolo da quell’esordio da conduttore su Rai 3, un sabato sera del lontano 1986, la prima edizione di Samarcanda. Un quarto di secolo sempre uguali a se stesso che rappresenta un primato non solo per la tv italiana, ma anche in giro per il mondo. Bruno Vespa, che spesso viene associato a Santoro per contrapposizione, in effetti ci litiga anche lui da un quarto di secolo. Ma all’epoca faceva il giornalista del Tg1, e non il conduttore. Porta a Porta ha un marchio affermato e la sua bella età. Ma a fronte del Santoro show quel pogramma è poco più di un ragazzino: è iniziato nel 1996, ed ha 14 anni di età. Prendiamo un altro dinosauro della tv pubblica, bravo, bravissimo (anche Santoro lo è) come Giovanni Minoli. Anche lui ha condotto e fatto interviste sempre alla stessa maniera. Il suo programma, Mixer, è andato in onda a lungo sui teleschermi pubblici: 18 anni. Poi Minoli ha fatto altro e se ogni tanto ancora oggi riesuma il modello Mixer, lo fa in punta di piedi, sul satellite o non occupando più la programmazione di punta dell’azienda. Perché finchè funziona il modello Santoro, che provi a proporgli di fare altro e lui scatena piazze e procure per la lesa maestà, nessun altro può crescere nella televisione pubblica. Non è un caso se l’unico nuovo conduttore emerso in questi anni e a cui è stata data una vera chance, e cioè Giovanni Floris con la sua Ballarò, ce l’ha fatta solo grazie al contestatissimo editto bulgaro di Berlusconi. A Santoro non fu rinnovato il contratto (grazie a quel gesto ora starà in tv a vita), i palinsesti si liberano all’improvviso e un giovane come Floris- che come si è visto aveva talento- è potuto emergere. Senza quell’editto sarebbe ancora dietro a una scrivania polverosa ad attendere che qualche conduttore decidesse di rinunciare alla sua dittatura nell’etere. E avrebbe avuto qualche difficoltà anche a conquistarsi un posto in prima fila almeno come conduttore del Tg. Anche lì non scherzano. Si ironizza tanto sull’attaccamento alle poltrone dei politici e della Prima Repubblica, ma i giornalisti, anche nella seconda Repubblica non sono da meno. Al Tg1 c’è una conduttrice ex giovane (ma anziana non è) che però offre il suo bel volto ai telespettatori da un’epoca in cui perfino Santoro era ancora relegato a qualche rubrichetta di cinema e cultura sul Tg3. E’ Tiziana Ferrario, che dal 1982, spostandosi da un’edizione all’altra, conduce il Tg1. Anche qui un primato assoluto, sfiorato solo da un altro conduttore ancora in servizio, Maurizio Mannoni del Tg3, che ha iniziato nel 1987, e sono 23 anni. Terzo posto per Maria Luisa Busi, che è lì da 19 anni e sembra ancora una ragazzina. Quarta piazza per Maria Concetta Mattei (18 anni al Tg2). Ma non scherzano nemmeno Paolo Di Giannantonio (15 anni), Dario Laruffa (15 anni) e Attilio Romita (15 pure lui, ma fra Tg2 e Tg1). Intendiamoci anche altri conduttori di tg hanno dominato per anni sullo stesso teleschermo. Ma non lo fanno più, come Bianca Berlinguer (22 anni) e Lilly Gruber (19 anni). Hanno scelto ruoli diversi e dato la possibilità a qualche giovane di non trascorrere tutta la vita in attesa della propria chance. Tanti anni così e si rischia pure di essere ripetitivi. Se si percorre l’orologio della storia di Santoro si trova sempre lo stesso copione immancabile. Stesse trasmissioni, stesse polemiche, stessi magistrati pronti a intervenire, stesse reazioni: scioperi bianchi, piazze. Come ieri sera. Perché anche il Santoro day di Bologna non è affatto una novità. Accadde durante la campagna elettorale del 1992. In onda stava andando Samarcanda, e una puntata scatenò furiose polemiche: quella sull’assassinio di Salvo Lima. Santoro chiese alle folle antimafia di Palermo se erano contente di quella scomparsa, e venne giù il mondo. Gianni Pasquarelli, direttore generale della Rai, propose al consiglio di sospendere tutte le trasmissioni, Samarcanda compresa, durante la campagna elettorale. E così si decise: in onda solo le tribune elettorali. Non si sa come, Santoro riuscì a reagire e a mandare in onda uno spot di protesta: sigla di Samarcanda, ospite in studio e tutti zitti. Perché la Rai aveva messo il “bavaglio”. E non finì lì. Sciopero bianco, sit in di protesta in Sicilia, Samarcanda itinerante. E naturalemte minaccia di lasciare la Rai e denuncia in procura di Roma per sospensione di pubblico servizio e abuso di ufficio (Pasquarelli fu indagato). Bis nel 1993, con la Rai dei professori (Claudio Demattè presidente, Gianni Locatelli direttore generale, Pierluigi Celli capo del personale). Le Santoro-news furono ribattezzate “Il rosso e il nero”. Dovevano partire un giovedì, ma la rai non aveva promosso un suo caporedattore come voleva Santoro. Lui protestò come se quello fosse atto di censura. E annunciò di non andare in onda, sollevando sindacati e piazze. In nessuna azienda questo sarebbe stato tollerabile da parte di un dipendente. Ma non era un dipendente qualsiasi: era Santoro, il dittatore della tv che sarebbe durato al potere più di Benito Mussolini. E la purga ha riguardato tutti gli altri. Lui è ancora lì.

C'è un processo che ha Di Pietro contro Berlusconi. Il pm è Santoro. Le carte sono in mano a Fini. E non è fiction

C’è un processo che prevede un presunto colpevole, e qui non si fatica ad immaginare: è Silvio Berlusconi. Ha una parte offesa che ha denunciato il premier, e anche qui sembra tutto scontato: si tratta di Antonio Di Pietro. Ha naturalmente un pm che accusa, che si chiama Santoro. E qui la novità è solo che non si tratta di docu-fiction: non è un processo televisivo, ma un processo vero. E per il pm Santoro si tratta di banale omonimia: non c’è parentela con il Torquemada della tv di Stato. Il processo si sta svolgendo a Bergamo, tribunale presso cui Di Pietro circa un anno fa ha querelato Berlusconi dopo una puntata di Porta a Porta in piena campagna elettorale 2008 in cui il leader del Pdl aveva apostrofato così l’ex pm: “E’ un emerito bugiardo che non ha nemmeno la laurea valida”. Da lì appunto querela e processo. Che è già stato congelato in conseguenza del lodo Alfano, ma è ripreso il 18 novembre scorso in una breve udienza preliminare davanti al gip Patrizia Ingrascì in cui non si sono presentati né querelante né querelato (entrambi per legittimo impedimento) e a dire il vero nemmeno i due avvocati di fiducia (Sergio Schicchitano per Di Pietro, Niccolò Ghedini per Berlusconi), che si sono fatti sostituire da due giovani corrispondenti del foro locale. Pochi minuti d’udienza, per accogliere la richiesta della difesa, e cioè verificare con la Camera se Berlusconi dava del bugiardo a Di Pietro coperto o meno da immunità parlamentare. E poi intero fascicolo messo in busta e spedito il 25 novembre scorso con destinazione Camera dei deputati. La posta fra istituzioni non deve essere un modello di efficienza, perché per amara ironia del caso quel fascicolo giudiziario, quello con Di Pietro parte offesa, Berlusconi presunto colpevole e Santoro pubblico ministero, è arrivato nelle mani del presidente della Camera, Gianfranco Fini lunedì 14 dicembre, il giorno dopo l’aggressione a Berlusconi in piazza del Duomo a Milano. Nel bel mezzo della bagarre parlamentare fra Pdl e lo stesso Di Pietro che con toni da querela e controquerela stavano appunto commentando i fatti della domenica milanese. Per altro al “bugiardo” dato da Di Pietro a Berlusconi era subito arrivato come contro-risposta un “bugiardo” di Di Pietro a Berlusconi, ed era stata immediatamente annunciata una contro-querela che però mai è stata presentata. Più volte Di Pietro ha presentato in questi anni querele a Silvio Berlusconi perfino di fronte a giudizi generici sulla magistratura che non lo citavano direttamente. Al contrario, pur essendosi sentito dare del “bugiardo”, del “corruttore”, del “criminale” e anche del “mafioso”, Berlusconi ha annunciato querela a Di Pietro ma poi l’ha presentata in una sola occasione, assai recente, quando durante la campagna per le europee il leader dell’Italia dei Valori definì il premier “un magnaccia di veline”. Il processo è a Campobasso, dove il gip in prima battuta ha ritenuto subito non meritevole di alcuna considerazione la querela di Berlusconi (“magnaccia di veline” non sarebbe stata offesa politica). Ghedini però è riuscito a opporsi alla archiviazione del fascicolo e a tenere in piedi un procedimento che probabilmente mai si farà. Per altro se non ci sono molte querele contro Di Pietro- nonostante il linguaggio colorito più volte usato che certamente porterebbe un giornalista diritto a supercondanna- è perché si sa già in partenza che le azioni giudiziarie sarebbero inefficaci. Difficile trovare un collegio di magistrati che dia torto a un ex magistrato a capo del partito dei magistrati. Non solo: l’unica volta che per Di Pietro qualche rischio ci sarebbe stato, perché a querelare era un altro magistrato come Filippo Verde, il leader dell’Italia dei valori ha alzato immediatamente zitto zitto lo scudo che aveva a disposizione in quel momento: quello dell’immunità da parlamentare europeo, che lo ha tolto dalle pesti nella primavera scorsa. L’unica volta in cui avrebbe potuto dimostrare di razzolare come predicava, rifiutando l’immunità parlamentare e diventando davanti alla legge un cittadino come tutti gli altri, Di Pietro ha scelto la comoda pelliccia dell’immunità. E chissenfrega dei suoi di pietrini delusi.