Questo articolo l'ho scritto su Il Tempo il 10 settembre 2004, commentando una foto di Stern che ritraeva una bambina che stava rientrando nella scuola di Beslan, dove pochi minuti dopo sarebbe stata uccisa. Mi è venuta in mente Beslan oggi, sabato di sangue in una scuola di Brindisi. E guardando Melissa mi sono venute in mente le stesse cose che scrissi allora su mia figlia Chiara... Eccole
Chiara,
sì. Tu, Chiara. Ti vedo lì, in quella schiena ossuta che tenta di arrampicarsi
sulla finestra.
Chiara, potevi essere tu, figlia mia. Sbalzata
fuori dalla prima esplosione nella palestra in quella dannata mattina di
Beslan. Caduta e rialzata, e come un cucciolo ferito pronta a tornare lì
dentro. Sì, c'era l'inferno, ma anche all'inferno si può stare protetta dall'abbraccio
di un padre, di una madre, di un fratello. Potevi essere tu, Chiara, a
scavalcare e venire dentro a cercarmi. E un minuto dopo un'altra esplosione, le
fiamme. La fine. Figlia, sei tu quella bambina? Tu che sei nata come uno
scricciolo. Implorata e amata come un dono irraggiungibile. Pesavi poco più di
un chilo. La vita appesa a un filo per ore. Ti avevano avvolta nella carta
stagnola, perchè non perdessi calore. Poi l'incubatrice, i pediatri intorno, le
infermiere. Si sono dati turno 24 ore su 24 ore per darti una possibilità. Ce
l'hanno fatta. Ce l'hai fatta. Dio ti ha regalato quella possibilità. Che
grandezza, anche per me, capire dal primo giorno che non potevo fare nulla. Non
dipendeva da me. Non dipendevi da me. Chissà come si chiamava quella bambina
che Dmitri Beliakov ha fissato il 3 settembre nel suo obiettivo un secondo
prima che tornasse dentro per bruciare fra le fiamme. E chissà come si dice il
tuo nome, Chiara, in Ossezia. E se anche lei, quel corpicino che si arrampica,
ha preso il nome di qualcuno cui madre e padre avevano chiesto il miracolo
della vita. Chissà. Il fatto è che non riesco a non vedere te in lei. Pensare
che potrei essere io il padre.
E in quella foto l'ultima immagine di mia figlia. Da accarezzare, con il cuore
devastato e le lacrime che non sanno scendere più. E poi, perché non io? Perché
lei? Cosa trascinerei in giro ancora, brandelli di carne che non stanno più
insieme? Cosa può provare un padre che raccoglie un frammento di sua figlia
pensando alla bestia che l'ha fatta esplodere? Credimi, Chiara, lo sento quel
dolore che ti squarcia e la rabbia cieca che ti assale. Ci pensi e ti travolge.
La guerra nasce così, dentro. Un padre di Cecenia, un padre d'Ossezia. E non ha
più fine. Da cento e cento anni è così. Me l'hanno raccontata, ma io come oggi
non l'ho mai vissuta. Non ho mai sentito la tristezza del mondo, la tragedia
del giorno così. Sulla mia pelle, nel mio cuore. Smarrito come un uomo che vede
la bestia divorare i suoi cuccioli. Chiara, non siamo soli nemmeno in giorni
così, che sembrano soffiare il gelo della fine. Non siamo più soli, c'è
qualcosa e qualcuno che sa squarciare anche il buio dell'orrore. Con una
parola, un abbraccio, una compagnia al nostro destino che non ti lascia nemmeno
quando ti senti precipitare nell'abisso. La fine della guerra ha una sola
strada: ricordare il primo giorno. Quel giorno in cui la tua faccina, Chiara,
sbucava da quella carta stagnola. Nulla potevo per te, se non affidarmi.
Sì, figlia mia, non mi appartenevi e nulla posso sul tuo destino. Come un padre
dell'Ossezia, non capirei perchè. Ma vorrei tornare io bambino, il destino che
non so, affidato alle mani grandi di un adulto. Quelle che ti sollevano quando
l'orizzonte scompare, e all'improvviso vedi. Quelle che con una sola carezza
sono in grado di spegnere un pianto disperato.
Oltre l'ostacolo, figlia mia. Non ce la faremo volendo capire, cercando di
sanare la ferita con altra ferita: dopo sarà più profonda. È in quest'ora in
cui tutto sembra non avere più senso e sfugge alla nostra banale comprensione,
che bisogna affidarsi come bambini a Chi un senso alla nostra vita l'ha dato.