De Benedetti non è più Re Mida. E ora ha le mani bucate. Profondo rosso in Lussemburgo

Carlo De Benedetti ha perso la manina d’oro che aveva costruito negli anni gran parte della sua fama. L’uomo che sapeva cavalcare l’onda dei mercatio finanziari in qualsiasi condizione, tanto da essersi costruito la fama del rapace in grado di guadagnare sempre quando gli altri si leccavano le ferite, è finito ko nell’anno della grande crisi internazionale. Qualcosa si era già intuito nella primavera scorsa e a settembre, quando sono stati resi pubblici i bilanci 2008 e le semestrali 2009 delle due finanziarie più importanti del gruppo, Cir e Cofide. Mettendo tutto insieme però alla verità non ci si arrivava con chiarezza. E’ stato grazie alla maggiore dose di trasparenza cui è stato costretto il Lussemburgo che ha messo in rete buona parte della documentazione delle finanziarie italiane là residenti, che è emersa la sorpresa. E’ stata proprio la sua specialità principale, la speculazione finanziaria, ad avere creato la delusione principale quest’anno per De Benedetti. Fra perdite nette e svalutazioni resesi necessarie il Lussemburgo che un tempo serviva a proteggere gli utili e risparmiare un po’ di tasse, quest’anno ha scaricato sull’impero De Benedetti più di 210 milioni di euro di perdite. Non è la cifra principale, ma ha un valore simbolico che fa ben capire: l’ingegnere è rimasto incastrato anche nel crack della Lehman Brothers. Di più: nel 2008, a poche settimane dal disastro, la Cir international sa ha aumentato il valore della propria partecipazione nella Lehman brothers merchant banking partners IV l.p. di ulteriori 286 mila euro. Cifra piccola, minuscola rispetto agli oltre 101 milioni di euro persi con la lussemburghese della Cir, ma che più di ogni altra operazione segnala come sia scomparso il celebre fiuto dell’Ingegnere per gli affari. Deve avere capito poco della crisi finanziaria in atto. Non solo per le perdite che ovunque le lussemburghesi di casa hanno accumulato: 39 milioni la Ciga, un altro milione e 600 mila euro la Cofide international, poco meno di 14 milioni di euro la Cir investment affiliate. Ma è costata cara un’altra avventura finanziaria chiusa fra mille ferite in fretta e furia: quella della Oakwood Global Finance controllata da Cir imnternational e da Cir investment. Dopo le perdite accumulate con hedge funds e derivati, l’Ingegnere ha dovuto cambiare il piano finanziario e la missione della Oakwood dicendo addio ad ogni business sulla speculazione e facendola specializzare in assai più tranquilli finanziamenti con cessione del quinto dello stipendio. Ma per il dirottamento ha dovuto svalutare la partecipazione di ulteriori 54 milioni di euro “a causa dell’aggravarsi della situazione economica mondiale”. Ferite grosse anche nella Ciga Lussemburgo, e se le perdite non sono state più ingenti è perché per limitare i danni l’Ingegnere ha prima ricapitalizzato e poi apportato a patrimonio una controllata portoghese, la Cir fund Lda per non fare crollare il patrimonio netto della società. Cosa che invece è accaduta con la Cir investment, che grazie ad alcuni investimenti sbagliati e alle perdite su alcuni derivati ha visto aumentare sensibilmente l’indebitamento e quasi azzerare il patrimonio netto. Non vanno meglio le cose nei conti dell’altra finanziaria lussemburghese della famiglia, la Cofide international, dove se i guai sono stati limitati a una perdita inferiore ai due milioni di euro, è anche per il prestito di 32 milioni di euro fatto dalla capogruppo italiana e poi parzialmente rimborsato nel primo semestre 2009 (circa la metà). Senza quel salvagente qualche problema ci sarebbe stato: la crisi del mercato internazionale aveva anche prosciugato la liquidità sui conti correnti della società, mangiando circa 6 milioni di euro nel giro dell’ultimo anno. Nei bilanci delle quattro lussemburghesi ammontano a circa 6 milioni di euro complessivi le perdite dirette sui derivati. Ma sono poca cosa a fronte della robusta svalutazione delle partecipazioni effettuata da Cir international, che ha anche azzerato definitivamente il valore del controllo della Banque Dumenil Leblè sa. Per fare fronte ai problemi finanziari e coprire parte delle perdite registrate alla fine dello scorso mese di marzo la holding Cir italiana dell’Ingegnere ha dovuto erogare alla cugine lussemburghese un finanziamento del valore di 130 milioni di euro. Complessivamente le perdite lussemburghesi dell’ingegnere accumulate negli anni ammontano a 419,4 milioni di euro e non sono state contabilizzate ai fini impositivi perché “non sussistono al momento condizioni che possano confortare sulla certezza della loro recuperabilità”. Si potrebbe sempre fare una causa in Lussemburgo per perdita di chance...

E chi mai abolisce il lodo D'Alema, Latorre, Bindi, Casini?

All’indomani della bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta Massimo D’Alema ha sospirato come fa chi mastica di legge e certe cose le ha sempre capite: “La sentenza ripara ad un vulnus che era evidente nella legge: la lesione del principio di uguaglianza fra tutti i cittadini”. Certo che il leader ombra del Pd la sapeva lunga: sono anni che lo ripete. Lo disse sei anni fa quando si affacciò in Parlamento il lodo Maccanico. Lo aveva ripetuto qualche mese dopo quando quel testo si trasformò in Lodo Schifani: “è incostituzionale. Viola il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. Chissà se D’Alema ha mai letto le carte del mini processo che gli ha fatto il 3 novembre 2008 la commissione giuridica del Parlamento europeo guidata da Klaus- Hiener Lehne. Processo fortunato, perché di fronte alle pretese del tribunale di Milano che chiedeva l’autorizzazione a procedere per utilizzare le intercettazioni telefoniche D’Alema-Consorte nell’inchiesta sui furbetti del quartierino, la sentenza è stata la rigorosa applicazione del “lodo-Strasburgo”: a quel paese i giudici, non si toglie l’immunità a D’Alema. Ma se il leader del Pd avesse letto quelle carte, sarebbe trasalito: perché per non mandarlo in pasto ai giudici come un qualsiasi cittadino italiano, i suoi colleghi di Strasburgo hanno fatto riferimento ai privilegi concessi da una legge italiana: la legge 20 giugno 2003, n. 140. E sapete come si chiama in altro modo quella legge? Lodo Schifani. Perché al suo interno stabiliva privilegi per la alte cariche dello Stato (e le norme sono state bocciate dalla Corte suprema), ma anche privilegi per tutti gli altri eletti, e grazie a quelli si è salvato D’Alema. Tutti uguali davanti alla legge? Certo- e per le proteste del Pdl dopo la bocciatura del lodo Alfano è insorta anche Rosy Bindi, protagonista di uno scontro televisivo al fulmicotone con Silvio Berlusconi. La Bindi proprio ieri ha assicurato che mai e poi mai il Pd avrebbe voluto reintrodurre la piena immunità parlamentare: se no si viola il principio di uguaglianza di tutti i cittadini. Non parlava naturalmente di se stessa. Non era cittadina, ma ministro della Repubblica quando il 6 aprile 1998 ha goduto del celebre “lodo Montecitorio”. Un giudice screanzato della procura di Napoli la voleva mettere sotto processo al tribunale dei ministri per falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici e abuso di ufficio per avere gestito con una certa allegria le nomine all’istituto Fondazione senatore Pascale di Napoli da ministro della Sanità. Che disse la Rosy all’epoca: “indaghi pure signor giudice, come farebbe per qualsiasi cittadino?” Manco per sogno, invocò e ottenne l’immunità parlamentare. E la Camera la sottrasse alla giustizia. Per la stessa vicenda di D’Alema (inchiesta furbetti del quartierino) erano coinvolti altri due suoi colleghi di partito. Piero Fassino, che disse ai giudici “indagate pure, non ho nulla da nascondere” e chiese ed ottenne da Montecitorio il via libera. E Nicola Latorre che invece ha goduto dello scudo del “lodo palazzo Madama”: il Senato il 27 marzo 2009 ha mandato a stendere i magistrati milanesi perfino tirando loro le orecchie con una reprimenda identica al comunicato del Pdl dopo la bocciatura del lodo Alfano: “avete violato il principio di leale collaborazione fra i poteri dello Stato”. Qualche anno prima avevano utilizzato il rassicurante “lodo Montecitorio” altri due deputati del Pd, convinti evidentemente che quando la giustizia lambisce la propria vita meglio lasciare perdere i grandi principi e mettersi al riparo di un bello scudo. Lo ha utilizzato il 18 dicembre 1998 Salvatore Margiotta, coinvolto nell’inchiesta della procura di Potenza sulle estrazioni petrolifere in Basilicata. Persone intercettate con lui al telefono furono arrestate, e le accuse erano pesanti: associazioni per delinquere, concorso in turbativa di asta e corruzione. Ma lui non fu gettato in pasto ai giudici. Tre anni dopo- era il 25 luglio 2001- stessa fortuna per Riccardo Marone: il tribunale di Napoli voleva sospenderlo dai pubblici uffici con l’accusa di concorso in abuso di ufficio, in falso ideologico aggravato e continuato e in truffa aggravata. Ma i suoi colleghi alla Camera gli hanno fatto scudo, e i magistrati sono rimasti a bocca asciutta. Anche gli Udc grazie ai lodi Parlamentari si sono evitati bei guai con la giustizia. E’ accaduto al ligure Vittorio Adolfo, che è sfuggito al tribunale di Sanremo (ipotesi di reato corruzione propria continuata, turbata libertà degli incanti e truffa). Come lui si è salvato Michele Ranieli (concorso in concussione con l’ex direttore generale della Asl locale) protetto dai giudici di Vibo Valentia. E’ andata peggio all’abruzzese Remo di Giandomenico. Accusato di corruzione e concussione, è stato salvato dal lodo Montecitorio nel febbraio 2006. Ma la legislatura è finita lì. E Pierferdinando Casini non ricandidandolo ne ha segnato il destino: qualche settimana dopo è stato comunque arrestato dalla procura di Larino. Anche Antonio Di Pietro non è stato uguale come tutti di fronte alla legge. Davanti a un suo collega- il giudice Filippo Verde- che voleva da lui 210 mila euro, è fuggito chiedendo il lodo Strasburgo: immunità da parlamentare europeo. Uan volta ottenuto, la beffa: Di Pietro ha ammesso che aveva pure ragione il giudice Verde. Lo aveva accusato di avere trafficato con il lodo Mondadori e lui non c’entrava nulla. Tutta colpa di un “copia e incolla” sbagliato. L’avesse fatto con lui uno qualsiasi dei giornalisti italiani oggi dovrebbe vendersi casa per ripagargli il danno. Ma appunto, un giornalista è solo un giornalista. Di Pietro appartiene a una casta superiore. E – dimenticavamo- naturalmente “tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge”.

Berlusconi compra casa vicino alla tomba di Nerone- E a Macherio cintura Veronica

Forse è stato il suo ultimo regalo di Natale. Il 5 dicembre 2008 Silvio Berlusconi ha fatto staccare dai suoi manager della Immobiliare Idra un assegno da 300 mila euro, destinato al comune di Macherio. Una bella cifra che serviva a convincere il sindaco della piccola cittadina a sollevare il Cavaliere da un vecchio impegno: costruire sul terreno di fronte alla villa dove abita Veronica Lario un piccolo complesso da affidare in gestione al comune per la “realizzazione di iniziative culturali quali mostre, dibattiti e convegni” con “almeno 10 iniziative nel corso di ciascun anno solare”. Certo, la signora Lario in Berlusconi ha sempre amato la cultura, ma avere i convegni di fronte alla porta di casa probabilmente non sarebbe stato il massimo della vita. E quasi certamente il livello delle iniziative a Macherio non ambitissimo. Così- per l’ultima volta-pochi giorni prima del Natale Silvio ha fatto il suo regalo a Veronica: con l’indennizzo da 300 mila euro davanti a casa solo verde e tranquillità. Apprezzato o meno che fosse quel dono, il clima fra i due coniugi si sarebbe presto guastato fino alla frana dell’aprile scorso, quando esploso il caso Noemi è arrivata la richiesta di divorzio di Veronica. E che il clima fra i coniugi fosse radicalmente cambiato l’han capito a chiare lettere il 28 agosto scorso gli amministratori del comune di Macherio. Che si sono visti parare davanti gli amministratori della stessa Idra immobiliare di Berlusconi, che è proprietaria delle tre grandi ville di Silvio: quella di Macherio, quella di Arcore e villa Certosa a Porto Rotondo. “Vi ricordate quei terreni vicino alla casa di Veronica? Beh, si potrebbe fare altro”. E così hanno ceduto alla piccola comunità gratuitamente il diritto di realizzare proprio intorno alla villa della ex signora Berlusconi “una pista ciclopedonale” fra via Lambro e la recinzione della villa. Se prima il rischio era di avere un po’ di confusione davanti alla porta di casa una decina di volte l’anno, ora tutti i cittadini potranno pedalare ogni giorno davanti a villa Veronica sbirciando incuriositi. La povera ex first lady potrà però rifugiarsi durante la costruzione negli altri suoi possedimenti personali (li ha comprati lei attraverso la Finanziaria il Poggio), come la casa di Londra a Kensigton o quella di New York a due isolati dalla Quinta strada. O magari andare a fare visita a mamma Flora Bartolini (questo il vero cognome di Veronica, che fu battezzata Miriam) nella splendida villa Erminia che l’anziana signora ha acquistato nel marzo scorso dal Gruppo Beni immobili di Brescia a Sirmione, sulle rive del lago di Garda. Ma anche Silvio ha nel frattempo arricchito il proprio patrimonio immobiliare. Proprio quando stava esplodendo la vicenda Noemi, il 30 aprile scorso, il presidente del Consiglio aveva mandato i manager di una sua altra società, la Immobiliare due ville, a fermare un appartamento in un discreto complesso immobiliare immerso nel verde a poche centinaia di metri dalla via Cassia a Roma. Un diritto di opzione che il premier ha esercitato il 23 settembre scorso, mentre attendeva con qualche nervosimo il responso della Corte costituzionale sul lodo Alfano. Top secret il costo della transazione, ma si sa che si tratta di un piano intero in una piccola palazzina a due passi dalla tomba dell’imperatore romano Nerone, nell’omonima traversa della via Cassia. Nell’acquiostgo è stato compreso anche il garage e una vasta cantina. Nell’atto di vendita solo l’indicazione sul trasferimento che si effettua “a corpo nello stato di fatto in cui gli immobili attualmente si trovano, con ogni diritto, accessione, pertinenza, servitù e comunione, compresi i proporzionali diritti di comproprietà sulle parti comuni della palazzina quali risultano dalla legge e dal regolamento condominiale”. I lavori di ristrutturazione della residenza immersa in un verde spettacolare inizieranno nelle prossime settimane, ma non è detto che l’appartamento verrà utilizzato dal presidente del Consiglio. Spesso dopo averli acquistati nelle capitale (ne ha una decina), Berlusconi li cede in uso gratuito ai suoi più stretti collaboratori. E’ stata comunque una estate intensa sotto il profilo immobiliare per Silvio. Ad Arcore, proprio di fronte a villa San Martino, nel cuore di agosto ha chiuso un accordo commerciale con Enel distribuzione, affittando una porzione di terreno vicino alla sua abitazione principale per costruirvi una piccola centralina elettrica destinata a servire buona parte degli abitanti del paese. Questa volta però non è gratis, e anche se è stgato tenuto riservato l’importo, Berlusconi ha stipulato un vero e proprio contratto di affitto annuale con il colosso dell’energia italiana guidato da Fulvio Conti e governato dal suo azionista principale, quel ministero dell’Economia guidato da Giulio Tremonti. Novità anche in Sardegna, dove il cavaliere è finalmente riuscito a mettere fine a una lite annosa con la propria vicina di casa, la signora Maristella Cipriani. Che i due avessero finalmente fumato il calumet della pace è apparso chiaro a tutti nel maggio scorso, quando Berlusconi candidò la Cipriani nelle liste del Pdl al Parlamento europeo. Avventura che non andò a buon fine (non è stata eletta), e che provò poi a sanare mettendo una buona parola con il neo presidente della provincia di Milano, Guido Podestà, per inserire la Cipriani in qualche assessorato. An che qui un buco nell’acqua. Ma la pace si è concretizzata in altro modo. Già a maggio in un preliminare di acquisto firmato insieme alla proposta della candidatura Berlusconi si è impegnato ad acquistare dalla Cipriani quei terreni di confine utilizzati per la vigilanza armata a tutela della sicurezza del premier che tante liti avevano causato in questi anni. La promessa è stata poi rispettata il 14 agosto scorso, con una piccola sorpresa. Non solo Berlusconi ha pagato alla Cipriani il disturbo arrecato con l’acquisto di quei terreni, ma ha pure aggiunto in dono alla signora altri terreni della Idra a titolo di compensazione. Impegnandosi pure a non piazzare più vicino a casa Cipriani “apparecchiature e impianti rumorosi che rechino disturbo alla limitrofa proprietà a rimuovere quelli attualmente esistenti allo scopo di rendere meno fastidiosi i rumori e possibilmente eliminarli del tutto”. In cambio la signora ha ritirato tutte le cause civili e amministrative nei confronti del premier.

Quei parrucconi costano 50 milioni

Giovedì all’ora di pranzo, a poche centinaia di metri dal Quirinale, un uomo grande e grosso dai capelli bianchissimi e con baffi grigio scuro in gran contrasto, si stava facendo piccolo piccolo in una piazzetta della capitale sotto il peso di voluminosi bagagli davanti a una donna assai più minuta. Lei, sguardo furioso sotto un paio di grandi occhiali, agitava la mano nell’aria quasi minacciando l’uomo che riprendeva a grandi gesti, forse irritata anche dall’attesa. Quell’uomo che annuiva con la testa cercando di calmare la moglie era Giuseppe Tesauro, giudice della Corte costituzionale. E forse in quel momento avrebbe voluto trovarsi davanti Silvio Berlusconi piuttosto che la madre dei suoi tre figli. La scenata sarebbe stata meno plateale. Per fortuna dopo pochi minuti è sbucato dal traffico l’autista, sollevando i coniugi Tesauro dal peso dei bagagli e riportando apparentemente la calma in famiglia. Chissà se l’autista sapeva di avere davanti a sé non solo uno dei protagonisti del momento, un giudice che con il suo no aveva appena bocciato il lodo Alfano infiammando la politica italiana. Ma un’uomo d’oro, che vale 3,5 milioni di euro. Sì, perché quella è la cifra che ogni anno gli italiani spendono per mantenere Tesauro come ogni altro giudice della Corte costituzionale. Tre milioni e mezzo, il costo record di una carica istituzionale in Italia. In quella cifra c’è lo stipendio di un giudice costituzionale (tutt’altro che disprezzabile: 552 mila euro l’anno), quello del suo staff e della intera macchina organizzativa per assicurare il funzionamento della suprema corte. E’ più del doppio di quanto costa ogni senatore della Repubblica italiana, inclusi quelli nominati a vita: 1,6 milioni di euro all’anno. E due volte e mezza il costo di un deputato: 1,5 milioni. La Corte Costituzionale è in proporzione alle sue dimensioni l’organo più costoso della Repubblica italiana, anche se dovrebbe essere il contrario. Il suo compito infatti è esaminare le leggi, talvolta cassarle, altre volte approvarle, ma in moltissimi casi costringere il potere legislativo a modificarle, facendo semmai lievitare i costi di Camera e Senato costrette a ripetere tutto l’iter da capo. E’ accaduto decine e decine di volte negli ultimi anni. Con una sorta di miracolo matematico: a lavorare di più grazie alle decisioni della Corte sono stati i parlamentari, ma a lievitare più di tutti sono stati proprio i costi dei giudizi costituzionali. Oggi il funzionamento della Corte costituzionale, secondo il bilancio di previsione dell’istituzione e anche secondo il recentissimo disegno di legge di assestamento dei conti pubblici costa agli italiani 52,7 milioni di euro. In assoluto più del doppio di un altro organo a rilevanza costituzionale come il Consiglio superiore della Magistratura. Ma è una cifra record anche per gli incrementi. Nell’ultimo anno la dotazione pubblica è cresciuta del 12,82%, e non c’è proprio paragone con l’aumento della dotazione di tutti gli altri organi di pari rango. Camera, Senato e Quirinale hanno cresciuto le loro dotazioni nei limiti dell’inflazione programmata, e cioè dell’1,50%. Csm, Consiglio di Stato, Tar, Corte dei Conti e Cnel hanno visto invece ridurre le proprie spese talvolta anche in maniera considerevole nell’anno della grande crisi finanziaria. A crescere un po’ di più è stato solo l’assegno personale del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, passato dai 226.561 euro del 2008 agli attuali 235.171 euro, con un aumento del 3,80%. Crescita comunque assai inferiore a quella della dotazione dei giudizi costituzionali. La spesa per fare funzionare la Corte suprema è lievitata in questi anni al pari delle polemiche anche roventi che hanno accompagnato le sue decisioni. Basti pensare che nel 2001 lo stesso organismo era costato 33,5 milioni di euro. In sette anni l’aumento è stato del 57,21 per cento. E l’unica crescita simile fra gli organi costituzionali o a rilevanza costituzionale è stata quella della spesa per il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura: era di 18,9 milioni di euro nel 2001, è di 29,6 milioni di euro nel 2009, con un aumento percentuale del 56,7%. Sono cari evidentemente i giudici, perché una istituzione al centro delle polemiche di questi anni sulla casta, come la Camera dei deputati, ha visto lievitare le spese per il proprio funzionamento del 32,39 per cento. Più dell’inflazione reale, ma quasi la metà di quel che è avvenuto con i giudici. E sono proprio i supremi magistrati a rappresentare in proporzione il capitolo di spesa più cresciuto e rilevante anche rispetto al bilancio della stessa Corte costituzionale. Per i loro stipendi nel 2009 se ne sono andati 8,2 milioni di euro, di cui 6,6 solo di retribuzione. Per le loro pensioni altri 4,7 milioni di euro (per un importo medio di 263.888 euro annui). Quasi un quarto del bilancio della Corte se ne va per le esigenze dei giudizi costituzionali, un’altra metà per le spese dei 359 assunti o incaricati a termine che dovrebbero supportare le decisioni degli altissimi magistrati. La maggiore parte di loro- 216- sono di ruolo, 65 sono comandati, per la sicurezza sono distaccati lì altri 49 carabinieri e 3 vigili del fuoco, 5 sono con contratto a termine e 21 consulenti con incarichi conferiti la cui spesa è quasi raddoppiata nell’ultimo triennio. Lavoreranno tanto gli altissimi magistrati, ma quest’anno prima del lodo Alfano devono essere stati impegnati soprattutto fuori dalla Corte: la spesa per convegni, congressi e cerimonie è infatti quasi triplicata passando da 82 mila a 215 mila euro. Cresciuta notevolmente (forse legata proprio alla convegnistica) la spesa per l’insegnamento interno di lingue straniere: da 17.500 a 24 mila euro. Ma i corsi non devono avere prodotto grandi risultati, visto che contemporaneamente è raddoppiata la spesa per traduttori e interpreti: da 16 mila a 32 mila euro.

Ma quale scandalo! Tutti hanno infilzato a modo loro la Corte Costituzionale

Il Francesco Rutelli che ieri invitava alla moderazione ammonendo “'E' il momento di tenere i nervi saldi: ciascuno rispetti le decisioni che vengono prese dalle istituzioni della Repubblica” deve essersi dimenticato del Rutelli Francesco che il 13 settembre 1984 sostava davanti alla sede della Corte Costituzionale coperto da cartelli e urlando “Via i piduisti dalla Corte!”. E si chiamava sempre Francesco Rutelli il capogruppo dell’allora partito radicale che un paio di anni dopo tuonava contro “l’ennesima gravissima prevaricazione partitocratica della Corte Costituzionale” che non gli aveva ammesso i referendum anti-caccia a lui così cari. Parolone grosse che hanno fatto la storia dei radicali, oggi costola (o meglio costoletta) del Partito democratico nelle cui fila è stato eletto un manipolo di parlamentari. Marco Pannella ha apostrofato lungo gli anni i giudici della Corte come esponenti della “partitocrazia”, addirittura “golpisti”. E divenuto un po’ più anziano ha moderato i toni (1999): “Non credo che la Corte abbia un' etica nè un' economia giuridico-costituzionale.Vota in base agli affaracci suoi, che in genere sono ignobilmente politici…”. Radicali ed ex radicali hanno sempre spinto sui toni, e via via nessuno si è più scandalizzato. Ma la critica anche accesa delle sentenze della Consulta è una costante anche nel centrosinistra che in queste ore veste i panni dell’indignato speciale di fronte alla rabbia del centrodestra. Mica tanto tempo fa… Era il 9 luglio scorso quando la Corte decise di annullare un rinvio a giudizio di Altero Matteoli per una vicenda di abusi edilizi a Livorno. Chi ci aveva costruito una mezza campagna politica contro ammutolì. Il pd Lanfranco Tenaglia- già ministro ombra della giustizia sotto la guida di Walter Veltroni- la giudica “sorprendente. Non si possono allargare in questo modo le prerogative ministeriali”. Antonio Di Pietro come sempre un po’ più duro: “Una decisione che fa insorgere. Ancora una volta vale il principio per cui la casta la farà sempre franca al contrario dei poveri cristi”. Pochi mesi prima si irritava per una sentenza della Corte sulla defenestrazione dalla Rai del consigliere Angelo Maria Petroni il responsabile Pd dell’informazione, Fabrizio Morri “mi sembra incredibile”. Ma poi si consolava. “ma non esulti il Pdl, mica da ragione a loro fino in fondo”. Le sentenze della Corte fanno infuriare, altro che silenzio, quando deludono le attese di un fronte politico. Proprio quell’Udc che oggi invita a non commentare la decisione sul Lodo Alfano, quando la Corte ha deciso sulla procreazione assistita in modo difforme alle attese, non è stata tenera. Il suo presidente, Rocco Buttiglione (2 aprile 2009), tuonò “Credo sia ora che qualcuno dica che la Corte sbaglia, ed è culturalmente vecchia. Invade competenze degli organi elettivi, invece di attenersi a un orientamento di self restraint”. Colpi di fioretto certo, da professore. Ma poi la considerazione non è tanto diversa da quella di Silvio Berlusconi sulla bocciatura del lodo Alfano. Per altro quando su temi simili la Consulta un anno prima aveva deciso in senso opposto cassando un provvedimento del governo Prodi, era insorto un altro radicale finito nel centro sinistra, Maurizio Turco. Tuonando: “Non so se arrivare ad evocare un nuovo golpe bianco della Consulta, ma certo posso richiamare le tante volte che nel giudicare l' ammissibilita' del referendum la Consulta è venuta meno ai propri doveri e si è data dei diritti che non aveva, stravolgendo il nostro sistema e sostituendosi al potere legislativo come fa con questa sentenza'' Anche i magistrati talvolta si sono fatti prendere la mano dopo una decisione non gradita della Corte. Se ieri tutti se la ridevano sotto i baffi a Milano procedendo impettiti per i corridoi di palazzo di giustizia, qualche mese prima, all’indomani di una decisione sgradita sul caso Abu Omar, i due pm milanesi Armando Spataro e Fernando Pomarici accusavano la Consulta di politicizzazione: “si sono appiattiti sul governo”. E meglio avrebbero detto “sui governi”, perché le tesi accolte erano quelle di due esecutivi, quello a guida Berlusconi e quello guidato da Romano Prodi. E così continuavano: “''Pur giudicando un fatto illecito il sequestro, condividendo l'opinione del parlamento europeo esclude che si tratti di fatto eversivo dell'ordine costituzionale, perchè è un fatto che è avvenuto una sola volta. Quante volte deve accadere perchè diventi un fatto eversivo dell'ordine costituzionale?”. Un anno prima- eravamo nel luglio 2007- la sola decisione della Consulta di esaminare la sospensione del giudizio della Corte dei conti della Sardegna sul bilancio della Regione aveva scatenato l’allora presidente Pd Renato Soru: “E’ solo un attacco politico nei miei confronti, frutto della volontà di protagonismo eccessiva dei magistrati”. Soru è l’editore della stessa Unità che il giorno della firma del lodo Alfano attaccò frontalmente Giorgio Napolitano. Cose consentite, solo se il fuoco è amico.